Più liberi, laici, più umani …

Più liberi, più laici, più umani

di Davide Vairani

Più liberi, più laici, più umani.

Sui social è una lunga ed interminabile sequenza di esultazione per la decisione della Corte d'Assisi di Milano che qualche ora fa' ha sentenziato che "il fatto non sussiste".

Marco Cappato non ha commesso alcun reato nell'aiutare con ogni mezzo Fabiano Antoniani ad interrompere la propria vita in una delle tante cliniche della morte legalizzata in Svizzera.

Tutto come previsto.

Tutto come scritto per filo e per segno dalla Consulta.

Tutto come scritto per filo e per segno dal silenzio assordante di un Parlamento che si è guardato bene dall'approvare una legge in materia.

Tutto mentre il novello crociato armato di Rosari se ne stava al governo.

Fabiano non era un malato terminale e non si trovava in una condizione di fine-vita.

Un grave incidente gli cambia la vita: diventa cieco e tetraplegico e dopo anni di terapie senza esito matura la precisa consapevolezza di voler porre fine alla sua vita:

"Le mie giornate sono intrise di sofferenza e disperazione, non trovando più il senso della mia vita. Fermamente deciso, trovo più dignitoso e coerente, per la persona che sono, terminare questa mia agonia", dichiarava.

In seguito all’appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dopo il terzo rinvio della legge sul testamento biologico in Italia, dj Fabo decide di recarsi in Svizzera dove muore in una clinica il 27 febbraio 2017.

È lui stesso, nel suo addio su Twitter, a descrivere con parole secche la situazione:

"Sono finalmente arrivato in Svizzera, e ci sono arrivato purtroppo con le mie forze e non con l'aiuto dello Stato.

Volevo ringraziare una persona che ha potuto sollevarmi da questo inferno di dolore, di dolore, di dolore.

Questa persona si chiama Marco Cappato e la ringrazierò fino alla morte".

Il suicidio assistito gli è amministrato dopo una visita medica e psicologica, servita a confermare la sua volontà di morire.

E' la vittoria della libertà di autoderminazione individuale. "Non è la tecnica del tenere in vita, la tecnica del far morire a essere rilevante - spiega Marco Cappato - ma la condizione di vita, di dignità, di libertà che ciascuno vuole garantire per se stesso a essere rilevante".

Parole che rimandano alla sua prossima sfida perché il 5 febbraio davanti alla Corte d'Assise di Massa si discuterà il processo in cui Cappato e Mina Welby sono imputati per avere aiutato Davide Trentini, che non era 'attaccato' alle macchine come Fabiano Antoniani.

Nel giorno nel quale al "principio di sacralità della vita (...)" si "sostituisce la tutela della fragilità umana" (come ha ha dichiarato il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano nella requisitoria durante la quale ha spiegato che nel caso di dj Fabo ricorrono tutti e 4 i requisiti indicati dalla Consulta che ha tracciato la via sulla non punibilità dell'aiuto al suicidio), stride il silenzio delle gerarchie cattoliche.

A cinque ore dalla notizia, nessun lancio di agenzia, nessuna procuncia da parte di Vescovi, teologi e responsabili di pontifice accademie per la Vita.

Più liberi, più laici, più umani ...

"Il fatto non sussiste". Non c’è stato aiuto al suicidio nel caso di Dj Fabo. È stata accolta con un lungo applauso la lettura in aula del dispositivo di assoluzione per Marco Cappato, sotto processo per avere aiutato Fabiano Antoniani, noto come «Dj Fabo», a porre fine alla sua vita in una clinica in Svizzera il 27 febbraio 2017, dove lo stesso leader radicale l’aveva accompagnato.

Termina dunque il processo che aveva suscitato il duplice pronunciamento della Corte costituzionale sulle possibili eccezioni alla punibilità di chi aiuta altri a darsi la morte, dapprima con l’ordinanza 207 del 23 ottobre 2018 che dava undici mesi di tempo al Parlamento per depenalizzare a determinate condizioni l’ipotesi di reato e poi – stante la colpevole inerzia delle Camere – con la sentenza 242 depositata il 22 novembre 2019 nella quale si dettano le linee guida per un possibile intervento legislativo.

Il pronunciamento della Consulta esplicitamente escludeva proprio il caso – e solo questo – che aveva originato il suo intervento non potendone applicare le disposizioni a un fatto avvenuto persino prima della legge sul biotestamento.

La Corte d’assise di Milano ha tenuto conto dell’intera sentenza della Consulta accogliendo la tesi del procuratore aggiunto Tiziana Siciliano che nella breve udienza prima del verdetto, nella mattinata di lunedì 23 dicembre, aveva chiesto l’assoluzione dell’imputato «in maniera convinta ritenendo che il fatto non sussiste», poiché a suo avviso (ed evidentemente a giudizio del collegio giudicante) «la fattispecie incriminatrice non corrisponde agli elementi fattuali di cui siamo in possesso».

Se dunque il reato ipotizzato è aiuto al suicidio, i fatti accertati in aula non corrisponderebbero a quanto previsto dal Codice penale.

Una tesi discutibile, che andrà verificata quando saranno depositate le motivazioni.

Identica verifica andrà effettuata sulla corrispondenza della sentenza a quanto dettato dalla Corte costituzionale proprio sul processo Cappato.

Al punto 7 della sentenza 242 si legge infatti che «occorrerà che le condizioni del richiedente che valgono a rendere lecita la prestazione dell’aiuto – patologia irreversibile, grave sofferenza fisica o psicologica, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e capacità di prendere decisioni libere e consapevoli – abbiano formato oggetto di verifica in ambito medico», dunque la presenza di una certificazione professionale indipendente esaminata dal tribunale.

Per i giudici costituzionali, inoltre, la corte milanese doveva accertare «che la volontà dell’interessato sia stata manifestata in modo chiaro e univoco, compatibilmente con quanto è consentito dalle sue condizioni; che il paziente sia stato adeguatamente informato sia in ordine a queste ultime, sia in ordine alle possibili soluzioni alternative, segnatamente con riguardo all’accesso alle cure palliative ed, eventualmente, alla sedazione profonda continua».

Una serie complessa e articolata di «requisiti tutti la cui sussistenza dovrà essere verificata dal giudice nel caso concreto».

In aula ci sono stati abbracci e festeggiamenti. «Fabiano mi avrebbe chiesto di festeggiare», ha detto Valeria Imbrogno, fidanzata di Fabiano, «siamo arrivati alla vittoria per lui: ha sempre combattuto, sono felice. La battaglia continua per tutti gli altri, quando ha iniziato voleva proprio che fosse una battaglia di libertà per tutti e oggi ci è riuscito».

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