Abitudine alla cronaca e oblìo della memoria

L'abitudine alla cronaca e l'oblìo della memoria

di Davide Vairani

Andrea, 50 anni, lavora in Atm a Milano.

Sta per finire il suo turno di lavoro, in un giorno come tanti quel 16 dicembre 2019.

Sono le 16.20 quando Andrea intuisce che non sarà un giorno come tanti. Vede una sagoma dai tratti umani aprire il cancelletto col segnale di divieto di accesso e scendere al «piano ferro» dove corrono i treni e dove, lateralmente, passa la pericolosa terza rotaia elettrificata.

E' una ragazza di 17 anni, che vuole farla finita e lasciare che il treno in corsa la travolga: in un attimo morire.

Il tecnico Atm la guarda, resta come paralizzato, ma poi inizia a ragionare, urla alla ragazzina di non muoversi, spacca il vetro e abbassa l’interruttore di emergenza.

Evitato il peggio, scende sui binari e recupera l’adolescente.

«L’ho abbracciata e messa di peso sulla banchina»

Andrea sta per finire il suo turno di lavoro proprio in quegli istanti, in un giorno come tanti, alle 16.20 del 16 dicembre 2019.

Ma si ferma.

«Il mio pensiero era portarla in una zona sicura. Siamo andati insieme in un bar a pochi passi dalla fermata, il proprietario ci ha dato uno spazio per stare tranquilli».

«Le ho dato il mio numero, le ho detto di chiamarmi per qualsiasi problema, di non fare più cazzate».

Da genitore però, sa che le parole di un adulto faticano a conquistare un giovane.

Così estrae dalla tasca il cellulare e mostra le foto di Bebe Vio, la campionessa paralimpica 22enne. «È il mio idolo. Prova a immaginare la forza che ha avuto davanti a tante difficoltà — dice alla ragazzina seduta davanti a lui, spaventata e frastornata — prendi esempio da lei».

Gli dà manforte una delle due figlie 16enni che lo raggiunge. Le ragazze chiacchierando scoprono di frequentare la stessa discoteca, si scambiano i numeri.

Poi arrivano i soccorritori e le forze dell’ordine e solo a quel punto, scesa l’adrenalina, Andrea inizia a tremare.

«Quella notte ho tenuto il telefono acceso» ricorda.

A mente fredda, ci tiene a ringraziare tutte le persone che hanno fatto la loro parte, quel pomeriggio.

«Io mi sono comportato solo da papà».

Sua figlia e la ragazza salvata si sono risentite. Pensano di incontrarsi di nuovo, in quella discoteca che conoscono entrambe.

17 dicembre 2019, il giorno dopo.

Una pattuglia dei vigili è impegnata con i rilievi di un incidente stradale. Uno dei coinvolti nello scontro racconta una scena appena vista poco distante.

Una scena come tante, in un giorno come tanti.

Viale Aretusa, per strada un 32enne prende a calci una ragazza raggomitolata su se stessa, mentre lì vicino la madre dell'uomo cerca invano di interrompere l’aggressione, urlando in arabo «basta basta smettila».

La polizia locale interviene, blocca l'uomo e tutti al Comando.

Gli agenti scoprono il passato dell'uomo: 32 anni, nato in Marocco, coinvolto in inchieste di droga, pregiudicato e adesso in galera a San Vittore dopo l’arresto.

Il Nucleo tutela donne e minori inizia a parlare con quella ragazza massacrata di botte e riesce a ricostruire l'intera vicenda, fino a quell’attesa di un treno in metropolitana sulla banchina della stazione Lotto per lanciarsi e farla finita.

Andrea, 50 anni, lavora in Atm a Milano.

Sta per finire il suo turno di lavoro, in un giorno come tanti quel 16 dicembre 2019. Salva la vita a quella ragazza. 18 anni, incinta.

Dai database delle forze dell’ordine emerge un ricovero a ottobre della ragazza alla Mangiagalli per un ematoma all’occhio e lividi sparsi, conseguenza dell’ennesimo agguato del balordo. Risulta che i servizi sociali, non di Milano ma di un Comune della provincia, avessero conoscenza, s’ignora se integralmente oppure in forma parziale, del devastante stato di vita della 18enne.

L’inizio delle violenze sarebbero da datare nei primi mesi del 2017, in coincidenza dell’avvio della storia sentimentale tra i due. Fonti investigative, nell’esplorare il profilo della ragazza, non escludono che una delle ragioni dell’incontro sia dipeso dalla droga, e parlano di una 18enne afflitta da gravi problematiche fin dall’adolescenza.

La ragazza, ora affidata alla mamma che vive nell’hinterland nord di Milano, abitava in un appartamento di via Zamagna insieme al balordo, a sua madre e alla famiglia del fratello, e dunque fuggire dal clan non era un’azione scontata.

Resteranno le solite domande, di una scena come tante, in un giorno come tanti.

Di come sia stato possibile che ripetuti pestaggi non siano mai stati contrastati e denunciati dagli altri presenti nell’alloggio e di come sia stato possibile che, a fronte degli evidenti rumori e delle ancor più evidenti urla di aiuto e di dolori, in quel caseggiato nessuno abbia sentito e abbia deciso di reagire.

Di come ci stiamo consegnando al silenzio di ciò che accade fuori dalla nostra vita, al piano di sopra, nel cortile del nostro caseggiato e in quel quartiere malfamato dove non andare mai nemmeno per sbaglio.

Di come ci stiamo rassegnando all'abitudine della cronaca che ci trasforma nell'oblio della memoria.

In un altro condominio del quartiere, in via Ricciarelli n. 22, zona San Siro, Mehmed Hrustic ha due anni scarsi di vita, quando il 22 maggio 2019 alle 3.00 di mattina viene massacrato a mani nude perché piangendo di notte infastidisce suo"padre".

Il piccolo Mehmed è stato solo «lo scemo», il capro epiatorio dell’odio e della malvagità di suo "padre"Alija, in carcere dal maggio scorso, con l’accusa di averlo torturato e ucciso. É la prima volta che viene contestata la tortura in ambito di maltrattamenti familiari. 

Andrea, 50 anni, lavora in Atm a Milano. Sta per finire il suo turno di lavoro, in un giorno come tanti, quel 16 dicembre 2019.

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