Fides: il martirio dei cristiani di oggi

di Davide Vairani

I dati raccolti da Fides nel corso dell’anno 2019 non fanno che registrare quanto vediamo attorno a noi nel mondo: i cristiani - oggi - sono il gruppo più perseguitato a causa della propria fede.

Un bollettino di guerra non cercata e non voluta: sono stati uccisi nel mondo 29 missionari, per la maggior parte sacerdoti (18 sacerdoti, 1 diacono permanente, 2 religiosi non sacerdoti, 2 suore, 6 laici).

Altro elemento che fatica ad emergere tra le notizie dei media occidentali: dopo otto anni consecutivi in cui il numero più elevato di missionari uccisi era stato registrato in America, dal 2018 è l’Africa ad essere al primo posto di questa tragica classifica.

In Africa nel 2019 sono stati uccisi 12 sacerdoti, 1 religioso, 1 religiosa, 1 laica (15). In America sono stati uccisi 6 sacerdoti, 1 diacono permanente, 1 religioso, 4 laici (12). In Asia è stata uccisa 1 laica. In Europa è stata uccisa 1 suora.

Un’altra nota è data dal fatto che si registra una sorta di “globalizzazione della violenza”: mentre in passato i missionari uccisi erano per buona parte concentrati in una nazione, o in una zona geografica, nel 2019 il fenomeno appare più generalizzato e diffuso.

Sono stati bagnati dal sangue dei missionari 10 paesi dell’Africa, 8 dell’America, 1 dell’Asia e 1 dell’Europa.

Fides spiega che usa il termine “missionario” per tutti i battezzati, "consapevoli che in virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario".

Del resto l’elenco annuale di Fides ormai da tempo non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma cerca di registrare tutti i battezzati impegnati nella vita della Chiesa morti in modo violento, non espressamente “in odio alla fede”.

Per questo il report non utilizza il termine “martiri”, "se non nel suo significato etimologico di 'testimoni', per non entrare in merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente dare su alcuni di loro proponendoli, dopo un attento esame, per la beatificazione o la canonizzazione".

Don Andrea Santoro - sacerdote italiano fidei donum ucciso nel 2006 a Trabzon, in Turchia - scriveva:

"Contro il peccato Gesù ha eretto come baluardo il suo corpo sacrificato e il suo sangue versato. Il cristianesimo è nato dal sangue dei martiri, non dalla violenza come risposta alla violenza“.

Il 28 ottobre 2005 scriveva da Trabzon:

"Voi e la Turchia: chi mi avrebbe detto anni fa che avrei unito nel mio cuore amori così distanti?

Voi e il Medio Oriente: chi mi avrebbe detto che avrei 'portato in grembo', come si dice di Rebecca, due 'figli' che 'cozzano tra di loro' (Gen. 25,22), pur essendo fratelli nello stesso Abramo?

Una madre sa che i suoi figli non si dividono in lei anche se sono divisi tra loro.

Così accade anche a me. Avverto in me motivi per amare e gli uni e gli altri, motivi per tenerli serrati nello stesso 'calice' e radunati ai piedi della stessa croce".

E aggiungeva:

"Ma avverto anche delle lontananze tra loro, pur corrette, ma a volte solo camuffate, da dichiarazioni di amicizia, di rispetto e di collaborazione, a volte invece davvero lenite da sforzi sinceri fatti da più parti per capirsi, accettarsi, offrire ognuno il proprio patrimonio e scoprire quello dell’altro... Europa e Medio Oriente (Turchia compresa, anche se è un caso a sé), Cristianesimo e Islam devono parlare di sé stessi, della propria storia passata e recente, del modo di concepire l’uomo e di pensare la donna, della propria fede.

Devono confrontarsi sull’immagine che hanno di Dio, della religione, del singolo individuo, della società, su come coniugano il potere di Dio e i poteri dello Stato, i doveri dell’uomo davanti a Dio e i diritti che Dio, per grazia, ha conferito alla coscienza umana.

Devono confrontarsi su cosa intendono per 'vita', 'famiglia', 'futuro', 'progresso', 'benessere', 'pace', sul senso che danno al dolore e alla morte, su cosa voglia dire che i popoli sono molti ma l’umanità è una, che la terra è divisa in nazioni territoriali ma tutta intera è una casa comune.

Bisogna che accettino di fare a voce alta un esame di coscienza, senza timore di rivedere il proprio passato.

Devono aiutarsi anzi a vicenda a purificare il proprio passato e la propria memoria.

Solo dall’umiltà davanti alle proprie colpe e dalla misericordia davanti alle colpe dell’altro può nascere una riconciliazione fatta di reciproca 'assoluzione'".

Non so se il sogno di don Andrea Santoro un giorno sarà possibile su questa terra.

L'unica cosa di cui sono certo, tuttavia, è il fatto che come cristiani non possiamo che tenere alta la testa e camminare sulle vie che il Signore ci chiama a percorrere, con tutte le angosce e le paure ed il dolore che lungo i bordi delle strade ci è consegnato di toccare e di prendere sulle nostre spalle, nelle periferie esistenziali del mondo occidentale come nei Paesi dove la presenza del cristianesimo sta quasi scomparendo.

L'unica cosa di cui sono certo, tuttavia, è che non esitano scorciatoie al martirio sommesso e quotidiano, nel piccolo cosmo delle pieghe familiari come nello spazio infinito di una sperduta regione del Pakistan, del Niger o della Cina.

Non esistono scorciatoie al martirio del mestiere di vivere nello sguardo teso a Lui: con la speranza che un giorno vedremo e capiremo.

MISSIONARI UCCISI DOSSIER AGENZIA FIDES 2019

I missionari uccisi che raggiungono il riconoscimento del loro martirio da parte della Chiesa costituiscono quasi la punta dell’icebeg di questo calvario contemporaneo.

Nell’anno 2019 ricordiamo: Mons. Enrique Ángel Angelelli, Vescovo di La Rioja (Argentina), Carlos de Dios Murias, francescano conventuale, Gabriel Longueville, sacerdote missionario fidei donum, e il catechista Wenceslao Pedernera, padre di famiglia, insultati e perseguitati a causa di Gesù e della giustizia evangelica, che sono stati beatificati il 27 aprile 2019.

"Furono assassinati nel 1976, durante il periodo della dittatura militare, caratterizzato da un clima politico e sociale incandescente, che aveva anche chiari aspetti di persecuzione religiosa" ha sottolineato il Cardinale Angelo Becciu nell’omelia della beatificazione, ricordando che si impegnarono in un'azione pastorale “aperta alle nuove sfide pastorali, alla promozione degli strati più deboli, alla difesa della loro dignità e alla formazione delle coscienze, nel quadro della Dottrina sociale della Chiesa”.

Alla vigilia della Giornata Missionaria Mondiale del Mese Missionario Straordinario, il 19 ottobre, nella Cattedrale di Crema, è stato beatificato il missionario del Pime, padre Alfredo Cremonesi, ucciso in odio alla fede il 7 febbraio 1953, in Myanmar (Birmania), dove aveva trascorso 28 anni di missione.

“Fu proprio la sua carità – ha sottolineato il Cardinale Becciua portarlo a offrire la vita per difendere la sua gente. Il beato Alfredo Cremonesi è una bella figura di vita sacerdotale e religiosa, un missionario che ha consumato la sua esistenza nel dono della propria vita. Interamente dedito a Dio e alla missione evangelizzatrice, era del tutto distaccato da se stesso: la sua esistenza era donata alla sua gente, della quale aveva voluto condividere la condizione di povertà, rinunciando a ogni pur minimo privilegio”.

“Un martire, eccellente educatore e difensore evangelico dei poveri e degli oppressi, che si è fatto uno di noi e per noi ha dato la vita” è stato, nelle parole del Cardinale José Luis Lacunza Maestrojuán, Vescovo di David, lo statunitense fratel James Alfred Miller, dei Fratelli delle Scuole Cristiane (FSC, Lasalliani), durante la celebrazioni di beatificazione che ha presieduto il 7 dicembre, a Huehuetenango, in Guatemala, nel luogo del suo martirio, avvenuto nel 1982: la Casa Indígena La Salle, una scuola per soli nativi delle zone rurali, molto povere, di cui era Vicedirettore ed in cui è stato sepolto.

P. Emilio Moscoso Cardenas, gesuita, primo martire dell’Ecuador, venne assassinato il 4 maggio 1897, durante la Rivoluzione Liberale con forti connotazioni anticlericali che sconvolse l’Ecuador a quell’epoca.

“La sua vita virtuosa e la sua morte eroica incoraggiano ciascuno di noi a portare con entusiasmo la luce del Vangelo ai nostri contemporanei, così come ha fatto lui. La sua testimonianza è attuale e ci offre un significativo messaggio: non ci si improvvisa martiri, il martirio è frutto di una fede radicata in Dio e vissuta giorno per giorno; la fede richiede coerenza, coraggio e intensa capacità di amare Dio e il prossimo, con il dono di se stessi”, ha detto il Cardinale Angelo Becciu, durante la beatificazione che ha presieduto il 16 novembre a Riobamba.

L’Arcivescovo di Rouen, Mons. Dominique Lebrun, il 9 marzo ha concluso la fase diocesana della causa di beatificazione di Don Jacques Hamel, che venne ucciso la mattina del 26 luglio 2016 mentre stava celebrando la Messa nella chiesa di Saint Etienne du Rouvray, in Normandia, da due uomini militanti del sedicente Stato islamico, che lo sgozzarono sull’altare.

Il 23 marzo presso il Centro Catechistico di Guiúa, diocesi di Inhambane (Mozambico), si è conclusa la fase diocesana del processo di Beatificazione di un gruppo di catechisti laici mozambicani e delle loro famiglie, uccisi in odio alla fede il 22 marzo 1992, mentre stavano partecipando ad un corso di formazione in questo Centro Catechistico diocesano, gestito dai Missionari della Consolata (IMC).

Nella notte i guerriglieri della Renamo assalirono il dormitorio e presero uomini, donne e bambini, allo scopo di avere informazioni sui loro avversari del Frelimo, cosa che ovviamente non ottennero e che quindi scatenò la loro ferocia. I ribelli condussero le famiglie lontano dal Centro, a circa tre chilometri, e dopo un doloroso interrogatorio cominciarono a uccidere tutti in una radura. Altri catechisti, vedendo la situazione ormai critica e irreversibile, chiesero di poter pregare. Dopo pochi minuti di preghiera, i 23 catechisti furono uccisi.

Il 21 giugno, nella Cattedrale di Bururi, si è aperta la prima Causa di canonizzazione nella storia della Chiesa del Burundi.

Riguarda due missionari saveriani italiani, Padre Ottorino Maule e padre Aldo Marchiol, che insieme alla volontaria laica Catina Gubert, vennero uccisi nella parrocchia di Buyengero il 30 settembre 1995; l’abbè Michel Kayoya, a cui è intitolata la causa, ucciso il 17 maggio 1972 a Gitega, e quaranta seminaristi uccisi il 30 aprile 1997 nel seminario di Buta.

“Questi fratelli e questa sorella in Cristo, sono gli eroi che noi, Vescovi del Burundi, presentiamo come un unico modello ispiratore dell’amore per la fraternità. E’ il primo gruppo di probabili martiri che presentiamo alla Chiesa universale, perché siano dichiarati ufficialmente martiri e vengano indicati a noi tutti come modelli di fraternità nella vita cristiana e anche in tutta la nostra società burundese” hanno scritto i Vescovi per la circostanza.

In Zimbabwe ha preso il via il 5 settembre la causa di beatificazione di John Bradburne, missionario laico, francescano secolare di nazionalità britannica, che ha dato la sua testimonianza di fede in mezzo ai lebbrosi di Mutemwa.

"La colonia era sporca e la gente era sporca - ricorda chi lo ha conosciuto -. Non c’erano medicine, niente vestiti e la gente aveva fame. Lui si prese cura dei bisogni di tutti: nutrire le persone, lavarle e fasciare le loro piaghe". Nel 1979 si accesero delle polemiche con gli abitanti del villaggio vicino. Bradburne si offrì di mediare, ma gli abitanti del villaggio lo accusarono di essere una spia, perché aveva difeso i lebbrosi. Dopo essersi rifiutato di lasciare lo Zimbabwe per motivi di sicurezza, venne preso e ucciso lungo la strada dagli abitanti del villaggio.

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