«Chrétiens massacrés dans le monde: pourquoi cette indifférence des Français?»

di Pierre Vermeren

L'opinione pubblica francese - orgogliosa di essere la patria dei diritti umani - mostra scarso interesse per i cristiani perseguitati in molti paesi del mondo.

Come spiegare tale paradosso?

E' l'interrogativo che il quotidiano francese "Le Figarò" rivolge in una tribune allo storico Pierre Vermeren.

Una breve intervista, che offre uno sguardo critico non soltanto della società francese, ma più in generale della cultura occidentale moderna post-bellica.

"Per superare il nostro trauma - sostiene Vermeren -, ci siamo lanciati nella costruzione europea, il progetto kantiano di pace perpetua tra le nazioni, progetto che si è ridotto ad un mezzo continente dell'Europa occidentale.

Questa costruzione dei mercati ed istituzioni comuni hanno deciso di abolire il "male" rendendolo obsoleto: questa è la vera missione dell’État de droit, della cui garanzia e rispetto i giudici europei si sono arrogati il compito.

Ma questo ha notevolmente indebolito le nostre capacità individuali e collettive di giudizio. È diventato quasi impossibile per noi non solo nominare il "male", ma quasi pensarlo.

Privati di questa categoria religiosa e morale - effetto del ripudio di religione e morale - troviamo ancora più difficile concepire il "male" quando viene dall'Altro, vale a dire dal non-occidentale.

In cambio, ora abbiamo un alto grado di tolleranza per la violenza e il "male", anche in Europa. Siamo orgogliosi di vivere in società meno violente rispetto al passato.

Ma - tranne che per chi vive in ambienti estremamente isolati - tutti hanno osservato che è in atto un processo di impoverimento delle nostre società a partire dall'ultimo terzo del XX° secolo".

Nel dicembre 2019, gli abitanti di molti villaggi cristiani nel nord della Nigeria sono stati massacrati, come ha testimoniato Bernard-Henri Lévy in un reportage per Paris Match; il 25 dicembre, undici di loro sono stati massacrati come al macello, in ginocchio, con la trasmissione online il giorno 26 dicembre dell'uccisione da parte dell'agenzia di stampa dell'Isis il 26 dicembre.

Questo video rinvia all'omicidio collettivo di ventuno cristiani copti in Libia su una spiaggia vicino a Sirte del 15 febbraio 2015, video la cui diffusione era stata opera del Daesh.

Tutte queste persecuzioni non possono essere ridotte allo Stato islamico nato in Iraq.

In Nigeria la nebulosa Boko Haram era presente ben prima: questo semplicistico slogan significa che i libri, "Boko", alias "Books", sono "haram", "peccato mortale", ad eccezione del Corano.

Oltre ad essere responsabile della chiusura di migliaia di scuole, questo movimento ha ucciso quasi 20.000 civili cristiani nel decennio (su 36.000 vittime complessive), spingendo due milioni di persone a fuggire da questa pulizia etno-confessionale verso il sud cristiano della Nigeria.

Ricordiamo il rapimento di 276 ragazze delle scuole superiori, per il 90% cristiane, nella cittadina di Chibok, aprile 2014, per impedire loro di andare a scuola e sposarle e convertirle tutte allo stesso tempo.

Non c'è più una grande festa cristiana al mondo senza un massacro in una chiesa dell'Africa o dell'Asia: nel 2010, vigilia della Solennità di Tutti i Santi, nella cattedrale siro-cattolica di Baghdad (60 morti); nel 2011, in Nigeria (44 morti) e poi di nuovo in questo paese a Pasqua nel 2012 (41 morti); nel 2016, per Natale al Cairo (29 morti) e nell'aprile 2017, durante la Domenica delle Palme, nella chiesa copta di Tanta, a nord del Cairo, e in una basilica cristiana ad Alessandria (45 morti); a Pasqua 2016, in una chiesa a Lahore, in Pakistan (75 morti); a Pasqua 2019, in Sri Lanka, in tre chiese e in hotel di lusso (150 morti).

L'elenco continua per molti crimini con molti volti, come le 45 chiese bruciate a Niamey nel gennaio 2015, in Niger, stretto alleato della Francia, dopo il massacro di Charlie Hebdo.

Diverse migliaia di cristiani vengono uccisi ogni anno con intensità variabile, passando da 1.200 nel 2017 a 7.100 nel 2016.

L'anno 2019 ha rappresentato il culmine di questa strage, con 4.305 morti, secondo i dati stabiliti da Portes Ouvertes.

La persecuzione minaccia 245 milioni di cristiani (uno su nove cristiani in tutto il mondo) in quaranta paesi del mondo, anche se i massacri sono attualmente contenuti in dieci di essi.

I crimini di massa sono quasi sempre perpetrati da fondamentalisti islamici, dotati di ideologie, finanze e armi, con una ramificazione internazionale che riconduce al Medio Oriente. Principalmente in Africa, nella grande striscia saheliana che va dal Corno d'Africa all'Atlantico.

Negli ultimi anni, il 90% degli omicidi ha avuto luogo in Nigeria, il principale potere economico e demografico dell'Africa, la cui popolazione è divisa tra cristiani e musulmani.

Questi sono fatti, fatti sinistri.

La domanda che ci si pone è perché - nel paese dei diritti umani, della lotta contro la pena di morte e l'indignazione permanente - questi attacchi ricorrenti siano mediati a mezza voce, non collegati tra loro, e, salvo rare eccezioni, non commentati.

Proponiamo alcune ipotesi per spiegare questa nuova negazione della realtà.

La prima è che le due guerre mondiali hanno distrutto moralmente gli europei occidentali. Noi crediamo collettivamente che la nostra guerra civile europea, che si è materializzata nei due conflitti mondiali e nell'invenzione del totalitarismo, abbia concepito e attuato il male supremo, dai gulag fino ad Auschwitz.

Questo pensiero è diventato, inconsciamente e paradossalmente, un mezzo per continuare a dominare la storia del mondo. Nulla di disumano è superiore a quello che l'Europa ha raggiunto.

Questo orgoglio supremo dell'Occidente - perché è illusorio pensare che l'Asia orientale non l'abbia eguagliato nei crimini di massa - fatica a mascherare gli effetti deleteri di questo sistema di pensiero sulle nostre difese immunitarie e sulla nostra capacità di indignazione.

Per superare il nostro trauma, ci siamo lanciati nella costruzione europea, il progetto kantiano di pace perpetua tra le nazioni, progetto che si è ridotto ad un mezzo continente dell'Europa occidentale.

Questa costruzione dei mercati ed istituzioni comuni hanno deciso di abolire il "male" rendendolo obsoleto: questa è la vera missione dell’État de droit, della cui garanzia e rispetto i giudici europei si sono arrogati il compito.

Ma questo ha notevolmente indebolito le nostre capacità individuali e collettive di giudizio. È diventato quasi impossibile per noi non solo nominare il "male", ma quasi pensarlo.

Privati di questa categoria religiosa e morale - effetto del ripudio di religione e morale - troviamo ancora più difficile concepire il "male" quando viene dall'Altro, vale a dire dal non-occidentale.

In cambio, ora abbiamo un alto grado di tolleranza per la violenza e il "male", anche in Europa. Siamo orgogliosi di vivere in società meno violente rispetto al passato.

Ma - tranne che per chi vive in ambienti estremamente isolati - tutti hanno osservato che è in atto un processo di impoverimento delle nostre società a partire dall'ultimo terzo del XX° secolo: Kubrick e tanti altri artisti lo hanno mostrato con efficacia.

Le uccisioni di massa di bambini e adolescenti stanno avvenendo non solo negli Stati Uniti, ma anche a Tolosa, Norvegia e Manchester.

Inoltre, nel Regno Unito, la giustizia ci ha insegnato che più di 18.000 ragazze e adolescenti sono state oggetto di bande di predatori sessuali per quasi due decenni, nella generale indifferenza.

Quindi, perché preoccuparsi di ciò che sta accadendo lontano da casa nostra?

Oltre a questo, la nostra indifferenza circa questi omicidi di cristiani nel mondo deve anche fare i conti con la resiliente anti-cristianità dei francesi, che così trova un nuovo modo di manifestarsi.

Avendo metabolizzato la memoria di storie che non sono le nostre - fu ad esempio in Spagna che l'Inquisizione lavorò per secoli e furono gli ispanici a convertire con la forza i popoli colonizzati al cristianesimo - noi francesi ci affidiamo a queste memorie per giustificare, a posteriori, una sorta di (presunta) vendetta dei jihadisti nei confronti dei cristiani.

Eppure sappiamo bene che, anche se essi dicono che stanno uccidendo i cristiani in nome della loro presunta alleanza con l'Occidente, questa grosse ficelle in realtà mira a giustificare la loro pulizia etnica, i cui fini reali sono confessionnelles et économiques (nel Sahel, ad esempio, gli scontri avvengono principalmente per le scarse risorse economiche a fronte di una esplosione demografica).

Poiché troviamo difficile riconoscere "il male" e la violenza, queste categorie sono ancora più indicibili quando vengono praticate nel Sud.

Durante la grande crisi migratoria del 2015-2017, le testimonianze attestano che i migranti hanno gettato in mare dozzine di donne per alleggerire le loro barche sovraccariche.

Questi fatti riportati dai sopravvissuti non hanno mai dato luogo a procedimenti giudiziari: è davvero impossibile per noi pensare - eredità del pensiero di Rousseau - che il "bene" (il migrante, in questo caso) possa nascere "cattivo".

Abbiamo anche una visione talmente selvaggia dell'Africa - una tenace eredità coloniale - che accogliamo i migranti come sopravvissuti che fuggono da un incubo. Presumiamo che la vita in Africa sia un inferno e che sia legittimo fuggire via a tutti i costi.

Molti africani che vivono normalmente in Africa ridono di questa miseria.

Inoltre, questi massacri di massa, di cristiani o di altri, alimentano le nostre rappresentazioni: l'idea dell'"Afrique-enfer" si auto-avvera.

In definitiva, la nostra incapacità collettiva di guardare a questi crimini di massa per quello che sono - atti di guerra criminali, spesso finanziati e perpetrati per interessi perfettamente identificabili - attesta un provincialismo inarrestabile in una situazione di globalizzazione, un rifiuto viscerale della nostra storia, unita a una grave mancanza di coraggio e lucidità.

Pierre Vermeren è uno storico francese, docente di storia contemporanea all'Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne.

Profondo conoscitore del Maghreb e del mondo arabo-berbero, è autore di numerosi saggi, l'ultimo dei quali "Déni français. Notre histoire secrète des relations franco-arabes" (Albin Michel, ottobre 2019).

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