La caduta e la grazia

“La carne, la povera carne, miserabile, sporca, decaduta, umiliata. La carne sacra

A 60 anni dalla sua scomparsa, Camus è uno dei pochi autori la cui figura e la cui opera non sono mai cadute nell’oblio. Continuano a uscire saggi su di lui e l’editrice Gallimard, a Parigi, prosegue nella pubblicazione degli inediti e degli epistolari.

Nonostante la mole degli studi, un aspetto della sua riflessione rimane ancora sotto traccia: quello della sua dimensione religiosa.

Eppure questa, in particolare a partire dalla tematica del racconto La chute (“La caduta”), del 1956, è particolarmente evidente. Dopo il ciclo dell’assurdo e della rivolta — Lo straniero, Caligola, La peste, L’uomo in rivolta — emergono, nel Camus degli anni Cinquanta, esigenze nuove.

L’uomo in rivolta può giudicare il divino Demiurgo solo se è più giusto di Lui, «ma ciò», scrive, «esige un’innocenza che io non ho più».

Un pessimismo nuovo si affaccia sulla scena. Camus non crede più, come al tempo di Nozze, alla beata innocenza del mondo. Emerge, per la prima volta, l’esigenza di una grazia, attesa e violentata a un tempo.

«Quando si è visto una volta sola lo splendore della felicità sul viso di una persona che si ama, si sa che per l’uomo non ci può essere altra vocazione che suscitare questa luce sui visi che lo circondano... e ci si strazia al pensiero dell’infelicità e della notte che gettiamo, per il solo fatto di vivere, nei cuori che incontriamo».

Per superare questa naturale violenza il cuore dovrebbe essere “trasfigurato”. Ma questo non è semplice. «C’è sempre nell’uomo una parte che vuole morire. È quella che domanda di essere perdonata».

Il perdono, che è una forma di amore, è difficile perché, a rigore, «nessuno merita di essere amato – nessuno è all’altezza di questo dono supremo». Per questo «l’amore di Dio è, a quanto pare, il solo che riusciamo a sopportare, perché vogliamo sempre essere amati malgrado noi stessi». Camus avverte ora «il peso insopportabile di questo mondo, di cui peraltro, all’inizio, ero tanto soddisfatto».

È in questo contesto che si inserisce La caduta, il racconto del 1956.

Qui il grido di Clamence, il protagonista, è netto: «D’altronde non possiamo affermare l’innocenza di nessuno, mentre possiamo affermare con sicurezza che tutti sono colpevoli».

Di fronte a ciò «la sola utilità di Dio consisterebbe nel garantire l’innocenza, e io la religione la vedrei piuttosto come una grande impresa di lavatura, cosa che del resto è stata, ma per breve tempo, esattamente tre anni, e non si chiamava religione. Da allora manca il sapone». Lo stesso Gesù non sarebbe completamente privo di colpa: porta indirettamente la responsabilità della strage degli innocenti. Per questo in una sorta di morte espiatoria si consegna a Dio che però rimane muto.

Per Clamence la condivisione della colpa, estesa fino a Gesù, diviene una sorta di auto-assoluzione generalizzata, la possibilità di continuare a peccare senza, per questo, dover cambiare vita.

«Ma quando la nostra vita non ci piace, e si sa di dover cambiare, non c’è scelta, vero? Come si fa ad essere un altro? Impossibile. Bisognerebbe non esser più nessuno, abbandonarsi completamente in qualcuno, almeno una volta. Ma come? (...) Sì, abbiamo perduto il lume, la santa innocenza di chi sa perdonare a sé stesso».

Stretto tra desiderio di abbandono e ribellione — al punto che Sartre potrà scrivere che Camus «è un “antiteista” più che un ateo» — Camus non è in grado di sciogliere il nodo.

«Io» affermerà «non credo in Dio e non sono ateo». Quella congiunzione significa che il problema per lui non è risolto, personalmente rimane sulla soglia. «Io non partirò mai dal principio che la verità cristiana è illusoria, ma soltanto dal fatto che personalmente non ho potuto entrarvi».

È contro il cristianesimo e ha nostalgia della grazia. «Chi testimonierà per noi? Le nostre opere. Ahimé! Chi allora? Nessuno, nessuno tranne quei nostri amici che ci hanno visto in quell’attimo del dono in cui il cuore si consacrava interamente ad un altro. Insomma, quelli che ci amano. Ma l’amore è silenzio: Ogni uomo muore sconosciuto».

Manca Colui che può salvare l’amore segreto degli uomini.

“In che cosa Cristo è utile
per il cammino che l’uomo fa
nel rapporto con le cose, camminando verso il suo destino?
Altrimenti, se non ha questa incidenza come presenza reale,
Cristo è una cosa che non c’entra con la vita,
che non c’entrerebbe con la vita.
C’entrerebbe con la vita futura,
ma non c’entrerebbe con questa vita;
che è la posizione propria del protestantesimo»”

Nell’ultimo romanzo di Camus, lo splendido e incompiuto Le premier homme, che portava con sé al momento dello schianto mortale dell’auto, ciò che resta è l’amore di una madre, la madre povera e silenziosa dell’autore.

A lei, vestigia terrena del divino, va la supplica del figliol prodigo: «O madre, o tenera, bambina adorata, più grande del mio tempo, più grande della storia che ti assoggettava a sé, più vera di tutto ciò che ho amato in questo mondo, o madre perdona a tuo figlio di essere fuggito dalla notte della tua verità».

Figura estrema di una vita nascosta, di una dedizione senza ricompensa, la «madre è Cristo».

Come Agostino verso Monica, Camus ritrova nella madre l’eco di Cristo, il riflesso di una dedizione immotivata più forte di ogni obiezione: «Che cosa avrebbe conservato valore? Il silenzio di una madre. Davanti a lei deponeva le armi».

Da qui sorge l’ultima, la più autentica religione di Camus: «Quelli che suscitano amore, anche decaduti, regnano sul mondo e lo giustificano».

Oltre la caduta e la rivolta si apre qui una possibilità nuova: la “grazia” come “giustificazione” dell’esistenza. Una grazia che rifulge là dove il sacrificio è più grande.

In questo amore a Cristo, Camus, che ammirava il Gesù risorto di Piero della Francesca, non va oltre il sacrificio del Golgota.

Celata rimane l’esigenza di una grazia che risplende, a tratti, nei rapporti umani, in una «compagnia senza parole», nei gesti nobili che «conservano interamente ai miei occhi un valore di miracolo: un effetto esclusivo della grazia».

È l’opulenza che risalta nella povertà. «Per i ricchi il cielo, essendo un dono in sovrappiù, sembra un dono naturale; sono solo i poveri che gli restituiscono il suo carattere di grazia infinita».

Da un recente articolo del Prof. Massimo Borghesi:

  • "La caduta e la grazia", cioè il senso religioso nell’opera di Albert Camus (Osservatore Romano, 03 gennaio 2020).

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