Il 17 di ogni mese: Liberate padre Gigi

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 17 gennaio 2020

Il Sahel non conosce pace.

La mente corre a quelle terre d'Africa, ogni 17 del mese da 487 giorni a questa parte: nella notte tra il 17 ed il 18 settembre 2018, il rapimento di padre Gigi Maccalli, sacerdote italiano e missionario della Società Missioni Africana (SMA), portato via da Bomoanga, in Niger, probabilmente da pastori fulani jihadisti.

Dopo 16 mesi da quel giorno, ancora nulla di concreto in merito alla sua sorte. Il silenzio inquietante della politica e dell'intelligence, italiana ed internazionale.

L'intero Sahel - in particolare Mali, Niger e Burkina Faso - è preso di mira dagli assalti sempre più frequenti dei gruppi islamisti, nonostante il rafforzamento degli eserciti locali e la presenza di 4.500 soldati francesi della forza antiterroristica "Barkhane".

Secondo le Nazioni Unite, gli attacchi jihadisti in quella zona d'Africa hanno causato la morte di 4.000 persone nel solo anno 2019.

Nel 2019 gli attacchi di gruppi jihadisti nella regione sono cresciuti esponenzialmente per numero, letalità e complessità.

In Mali si consolida la presenza di gruppi legati alla costellazione di Al-Qaeda, riuniti nel Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (JNIM), mentre in Niger prosegue il radicamento dello Stato Islamico, attraverso l’alleanza fra la Provincia Occidentale (ISWAP) – erede di Boko Haram, attiva nella zona del Lago Ciad – e dello Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) – erede del MUJAO, formazione che aveva conquistato la città maliana di Gao nel 2012.

In Burkina Faso, così come nella regione maliana di Ménaka, si segnala la presenza di entrambe le franchise: e sebbene fino a ora le relazioni siano state più di convivenza che di competizione, non è da escludere che il progressivo avvicinamento territoriale possa innescare una disputa per il controllo di reclute e risorse.

Un agglomerato di sigle che cresce sempre più. Non si pensi a piccoli gruppi di terroristi, ma ad una rete intricata e diffusa in grado di colpire duramente. L'ultimo attacco in ordine crologico, giovedì 9 gennaio, con 25 soldati morti e 6 feriti, 63 jihadisti uccisi del centinaio giunto in zona a cavallo di motociclette, così come avevano fatto quando avevano rapito padre Gigi Maccalli.

I militari nigerini sono riusciti a respingerli grazie all’appoggio aereo fornito dall’aviazione locale e da quello degli alleati (probabilmente droni americani o francesi). Questo attacco arriva un mese dopo quello del campo di Inates nello stesso settore, che ha causato 71 morti.

Ci sembra tutto così lontano, qui, dalle nostre case in Italia, non ci badiamo più di tanto. Tranne quando sbarcano sulle nostre coste i migranti dalla Libia. Arrivano dalla fascia del Sahel, nell'Africa sub-sahariana, e sono i migranti che attraversano il deserto per poi raggiungere la Libia, dove si imbarcano per affrontare il mare aperto. Destinazione Italia, il ponte del Mediterraneo. Dalla sabbia e dal sole atroce del deserto, a sud del Sahara: Senegal, Gambia, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Sudan ed Eritrea.

Il Sahel il corridoio di predilezione per numerosi traffici.

La riduzione dei flussi migratori (verosimilmente di scala inferiore rispetto a quanto riportato nelle statistiche ufficiali, e non considerati una priorità dalla popolazione) ha messo sotto pressione economie locali legate a migrazioni circolari e stimolato una deriva criminale, con il consolidamento delle organizzazioni più gerarchicamente strutturate e politicamente protette, e la crescente sovrapposizione di traffico e tratta.

Sequestri senza precedenti hanno confermato il massiccio ritorno del traffico internazionale di cocaina nella regione, mentre la crescita dei flussi di oppiacei sintetici, come il tramadol, è trainata da una domanda per il consumo in crescita esponenziale, specialmente in nord Africa. Infine, la progressiva scoperta di un filone aurifero che attraversa l’intera regione ha stimolato una vivace industria estrattiva, che però rimane artigianale e informale: si teme che i proventi possano essere intercettati da gruppi armati di varia natura, con creazione di un racket della protezione da parte di gruppi armati non statali.

In questo crocevia, il massacro dei cristiani, quello che fa molto meno notizia in Italia.

"Aiuto alla Chiesa che soffre" (Acs) e Porte Aperte concordano tra loro - numeri e dati alla mano - sul fatto che l’asse del fondamentalismo islamico si stia spostando sempre più dal Medio Oriente all’Africa e all’Asia meridionale ed orientale, mettendo a rischio la presenza cristiana e di altre minoranze in questi Paesi.

Nero su bianco si legge in “Perseguitati più che mai. Focus sulla persecuzione anticristiana tra il 2017 e il 2019”- il dossier uscito negli scorsi mesi da parte della della Fondazione di diritto pontificio - e nel  rapporto World Watch List di Porte Aperte, appena divulgato, che individua ben 50 Paesi in cui la Croce è motivo di persecuzione.

“E' soprattutto l’Africa il nuovo fronte del fondamentalismo islamico: dei 18 sacerdoti e una religiosa uccisi nel mondo nel 2019, ben 15 sono stati assassinati in questo continente”e "il paese dove vengono uccisi più cristiani a causa della loro fede è, ancora una volta, la Nigeria, dove i Fulani sono ormai ben più letali di Boko Haram".

Le cinque dinamiche principali che hanno portato all’aumento della persecuzione sono: la diffusione della militanza islamica violenta negli Stati deboli dell’Africa sub-sahariana, la diffusione della militanza islamica violenta nell’Asia meridionale e sudorientale, l’aumento dell’influenza della criminalità organizzata in America Latina, l’ascesa della sorveglianza digitale di Stato e i conflitti in Siria e Iraq.

In questi due paesi, come nota il direttore di Porte Aperte, Cristian Nani, "i cristiani stanno scomparendo: in Iraq dal 2003 ad oggi è sparito l’87% dei cristiani, mentre in Siria dal conflitto civile il 66%. È emergenza assoluta".

World Watch List 2020

Non so se padre Gigi sia ancora vivo, dove sia e che cosa stia facendo, ora.

Siamo tignosi e cocciuti, non perdiamo mai la speranza.

Alziamo al cielo le braccia, ogni 17 del mese, e affidiamo a Lui la preghiera di invocazione per la sua liberazione e per i tanti cattolici (sacerdoti, laici e suore) rapiti e nascosti dalla follìa di quanti usano la religione per seminare terrore e morte al grido di battaglia, “Allah akbar", una bestemmia, sulla loro bocca.

Ogni 17 del mese sale la nostra preghiera al Dio di Misericordia. La preghiera che la Chiesa dei primi cristiani faceva per la liberazione di Pietro noi la presentiamo qui, per tutte quelle persone che sono prive di libertà. Nella lunga notte della detenzione di Pietro, la forza della preghiera incessante della Chiesa sale a Dio e il Signore ascolta e compie una liberazione impensabile e insperata, inviando il suo angelo. Oggi rivolgiamo nuovamente questa supplica al Signore, perché salvi padre Gigi:

“Dio nostro Padre, tu ci chiami alla libertà,
il tuo Figlio Gesù si è sottomesso alla sofferenza per togliere il peccato del mondo,
accorda al tuo servitore Pierluigi, detenuto in prigione,
la libertà che tu hai voluto dare a tutti i tuoi figli.

Dona al nostro tempo la grazia della pace,
te lo chiediamo per Gesù Cristo nostro Salvatore e nostro Signore.

Nostra Signora del perpetuo Soccorso, soccorrici.

San Michele Arcangelo, proteggici”

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