La distruzione dell’umano in nome della libertà assoluta

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 18 gennaio 2020

« Per secoli, la principale preoccupazione di donne e uomini è stata quella di conquistare nuove libertà, sia formali che reali. Così sono state costruite, con la lotta, democrazie e diritti umani.

Diritti politici e sociali. In alcuni luoghi del mondo, ancora troppo pochi.

Nel futuro, altre battaglie avranno luogo per estendere a tutti queste libertà; altri diritti verranno rivendicati e saranno conquistati: il diritto a non essere sempre connessi ai mondi viruali, il diritto alla privacy, il diritto a morire con dignità.

E persino il diritto a non altro che un lavoro gratificante, il diritto ad avere figli per gestazione esterna, umana o artificiale; il diritto a mantenere relazioni simultanee con più adulti consenzienti, o addirittura, perchè no?, unirsi legalmente con cloni o avatar virtuali.

Al contrario, alcune libertà sono state ridotte, in particolare la libertà di fare ciò che può danneggiare gli altri. Così è stato messo in dubbio, ad esempio, il diritto di sfruttare o di martirizzare i più deboli, il diritto ad avere rapporti sessuali con genitori o figli, di maltrattare gli animali. Almeno in teoria.

In futuro, altre libertà verranno messe in discussione: alcuni comportamenti - oggi considerati manifestazioni di libertà - verranno denunciati come crimini.

Les libertés sont, là aussi, menacées.

In primo luogo, comportamenti già proibiti in molti paesi, ma ancora troppo spesso tollerati - come schiavitù, pedofilia, violenza contro donne e bambini, maltrattamento di animali, molestie sul lavoro -, saranno infine condannati seriamente e universalmente e pertanto perseguiti.

Il commercio di armi, così come la pena di morte, potranno essere un giorno messi nel magazzino di accessori immorali e inefficaci, anche negli Stati Uniti.

Altri comportamenti saranno proibiti, altre libertà saranno ridotte.

Innanzitutto in nome di una morale: pertanto, qualsiasi azione percepita come un attacco alla dignità di una minoranza sarà progressivamente vietata; e giudicheremo così non solo i vivi ma i morti; ciò comporterà, in particolare, la riscrittura dei libri di storia e i capolavori della letteratura, la demolizione di innumerevoli opere d'arte, per il loro contenuto o per la condotta dei loro autori.

Verranno ancora di più criminalizzati des comportements de séduction che oggi sono tollerati o accettati benevolmente, perché in futuro saranno considerati offensivi, degradanti o aggressivi.

Quindi metteremo in discussione le libertà in nome della salvaguardia della salute di tutti: non mangeremo zucchero o sale, resteremo fermi, guideremo auto private e molte altre cose.

Infine, metteremo in discussione altre libertà attuali, in nome della salvaguardia del pianeta: vieteremo un consumo eccessivo di carne, acqua dolce, l'uso di pesticidi, fertilizzanti, l'acquisto compulsivo di beni di consumo.

Alcuni vorranno persino spingersi ancora più in avanti (in realtà, già lo vogliono oggi), vietare cioè all'umanità di riprodursi, per proteggere il resto delle specie viventi dalle devastazioni causate dai bisogni irrefrenabili della libertà umana.

Le tecnologie della previsione del comportamento, intelligenza artificiale,  videosorveglianza e di analisi genetica faciliteranno l'implementazione di questi divieti.

Ci arriveremo (o piuttosto ci torneremo, come nelle più antiche dittature), forse anche per considerare la libertà individuale un' eccezione e la proibizione la norma, per designare i diritti umani come nemici della civiltà e fare l'apologia della sottomisssione.

Alcune di queste sfide estreme alla libertà saranno necessarie. E ovviamente non dovremo rinunciare a proibire l'intollerabile; e, in particolare, non dovremo smettere di proteggere i più deboli dalle conseguenze di un'eccessiva libertà per i più forti.

Ma non dobbiamo andare troppo in avanti, non dobbiamo distruggere le libertà conquistate duramente.

I diritti umani, come definiti oggi, dovranno essere visti come un bene immateriale dell'umanità »

j@attali.com

Inquietante quanto vera, cioè corrispondente appieno alla realtà che stiamo vivendo in Europa. Vi invito a leggere più volte l'ultima "profezia" di Jacques Attali, ultima solo in ordine crologico.

L'ho trascritta in italiano dal suo Blog: 17 gennaio 2020, "Quelles libertés d’aujourd’hui seront demain des crimes?".

Inquietante leggere - riassunto in poche righe - la lucida predizione della fase finale della distruzione totale dell'umano.

Inquietante, perchè non sono le parole di un folle solitario qualunque, ma di un influente burocrate europeo.

Jacques Attali (classe 1943) è uno di quei tecnici che fanno funzionare la ' macchina dello stato ', un uomo dei cui servigi un governo, qualunque sia il suo colore politico, difficilmente si può privare. Per chi non lo conoscesse, prendo a prestito lo scrittore Emiliano Fumaneri:

"Attali è un ' enarca ', fa parte cioè di quella élite dalla mentalità ingegneristico-sociale uscita dall’École nationale d’administration (Ena), la scuola dove la République francese plasma la propria classe dirigente (e i cui membri sono soprannominati ' enarques ').

Nel 1981 viene nominato consigliere speciale della presidenza Mitterrand, diventando una specie di eminenza grigia del leader socialista.

Terminato il suo incarico all’Eliseo nei primi anni Novanta viene messo a capo della European Bank for Reconstruction and Development (Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo), l’organismo finanziario internazionale nato dopo la fine dell’Urss dalla volontà dei governi occidentali di accompagnare i paesi orientali nella transizione verso un sistema di libero mercato.

Nel 2007 il conservatore Nicolas Sarkozy lo pone alla guida della Commissione per la liberazione della crescita, un altra entità tecnocratica.

Negli ultimi anni Attali è ritornato alla ribalta per aver teorizzato il ' poliamore ' e, in tempi recentissimi, per essere stato lo ' scopritore ' di Emmanuel Macron, altro ' enarca ' come lui, che Attali ha presentato a François Hollande, del cui governo Macron è stato ministro prima di lanciarsi nella corsa per la presidenza francese.

A questa attività da funzionario di altissimo profilo Attali affianca quella di saggista, esperto soprattutto di materie economiche" (in: "Jacques Attali e la legalizzazione dell’eutanasia in Occidente", di Emiliano Fumaneri, #LaCroce quotidiano, 11 luglio 2017).

Vera, drammaticamente veritiera, corrispondente a ciò che vediamo ogni giorno. 

Rileggete Attali. Il dogma della libertà e dei diritti assoluti fa' a cazzotti con l'affermazione: "non dovremo rinunciare a proibire l'intollerabile; e, in particolare, non dovremo smettere di proteggere i più deboli dalle conseguenze di un'eccessiva libertà per i più forti".

Poliamore per tutti (a qualsiasi età, con chiunque e persino con cloni e avatar), eutanasia legalizzata, pratica dell'utero in affitto sdoganata, pedofilia e via di seguito, altro non rappresentano se non la legittimazione del mors tua, vita mea, dell'eugenetica e della selezione darwiniana della specie umana in una sola razza: i più forti.

Cioè, nessuno. La distruzione dell'umano in perenne dichiarazione di guerra con l'altro, minaccia per le mie libertà, fino a quando non esisteranno più minacce, perchè sarà rimasto un solo uomo. Il Giardino dell'Eden all'incontrario: l'utopia delle dittature novecentesche, il Paradiso sulla terra, senza Dio.

"Ci arriveremo (o piuttosto ci torneremo, come nelle più antiche dittature) - scrive Attali -, forse anche per considerare la libertà individuale un'eccezione e la proibizione la norma, per designare i diritti umani come nemici della civiltà e fare l'apologia della sottomisssione. [...] I diritti umani, come definiti oggi, dovranno essere visti come un bene immateriale dell'umanità".

L'ultimo ostacolo da abbattere: l'éthos. Nel lucido disegno di Attali si pronuncia l'unica possibilità di salvezza dell'umano, ciò che - per lui -, al contrario, resta l'ultimo bastione, residuato bellico di un mondo che non esiste più: le nuove libertà verranno contestate "innanzitutto in nome di una morale: pertanto, qualsiasi azione percepita come un attacco alla dignità di una minoranza sarà progressivamente vietata; e giudicheremo così non solo i vivi ma i morti".

E' questo - davvero - il futuro che ci attende? 

Nel leggere le "profezie" di Attali, uno sguardo leale ed onesto non può che rileggere la cronaca degli ultimi 70 anni di lotte per i diritti  in una visione critica della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'uomo". 

L'euforia e l'entusiamo per la fine della seconda guerra mondiale, portò alla firma della Dichiarazione il 10 dicembre 1948. Pochi mesi dopo, Simone Weil portava in stampa"L'enracinement - Prélude à une déclaration des devoirs envers l'être humaiche", testo scritto a Londra nel 1943.

La posta in gioco fu chiara fin da subito a Simone Weil: e se anziché sui diritti avessimo puntato sui doveri?

Non è solo questione logica, ma di sostanza.

Perché tra affermare che ogni essere umano ha diritto a rispetto e libertà e che ogni essere umano deve rispettare l'altro, la sua dignità è la sua libertà, c'è uno scarto radicale.

Ontologico. Da un lato è la pretesa - rispettata o meno che sia - a fondare il "mio" diritto. Dall'altro è l'obbligo, il legame verso la persona a radicarlo. Cambiando l'ordine dei fattori (prima la pretesa o prima il diritto), il risultato cambia.

Chiunque sia chiamato a rivestire cariche pubbliche deve riconoscere il comune riferimento a una realtà trascendente. Perché, scriveva la Weil, proprio questa realtà è l’“unico fondamento del bene” e perché “unicamente da essa discende in questo mondo tutto il bene suscettibile di esistere, ogni bellezza, ogni verità, ogni giustizia, ogni legittimità, ogni ordine, ogni subordinazione del comportamento umano a degli obblighi”.

Nel saggio"La persona è sacra?", metteva in questione il carattere ‘sacro’ della persona: Simone Weil intendeva rimettere in discussione alcuni cardini della riflessione politica occidentale, e in particolare la visione illuministica dei diritti individuali.

“In ciascun uomo vi è qualcosa di sacro”, scrive in quelle pagine. Ma non è la sua persona. Non è neanche la persona umana. È lui, quest’uomo, molto semplicemente”. Ciò che rende ‘sacro’ ogni individuo è in altre parole solo il riferimento al bene, solo la proiezione verso il bene.

“Il bene è l’unica fonte del sacro. Di sacro non vi è che il bene e quel che è relativo al bene”.

È proprio alla luce di questa visione che maturava la condanna di quelle "passioni collettive", che conducono a sottomettere l’individuo al collettivo e così a dimenticare ciò che rende ‘sacro’ ogni singolo individuo. Ed è per lo stesso motivo che in quegli scritti la filosofa cercava di immaginare una nuova democrazia e nuove istituzioni politiche.

Contro la nozione di diritto inteso come pretesa, Simone Weil scriveva:

"La nozione di obbligo sovrasta quella di diritto, che le è relativa e subordinata. Un diritto non è efficace di per sé, ma solo attraverso l’obbligo cui esso corrisponde; l’adempimento effettivo di un diritto non proviene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono, nei suoi confronti, obbligati a qualcosa. L’obbligo è efficace allorché viene riconosciuto. L’obbligo, anche se non fosse riconosciuto da nessuno, non perderebbe nulla della pienezza del suo essere. Un diritto che non è riconosciuto da nessuno non vale molto.

Non ha senso dire che gli uomini abbiano dei diritti e dei doveri a quelli corrispondenti. Queste parole esprimono solo differenti punti di vista. La loro relazione è quella da oggetto a soggetto. Un uomo, considerato di per se stesso, ha solo dei doveri, fra i quali si trovano certi doveri verso se stesso. Gli altri, considerati dal suo punto di vista, hanno solo dei diritti. A sua volta egli ha dei diritti quando è considerato dal punto di vista degli altri, che si riconoscono degli obblighi verso di lui. Un uomo, che fosse solo nell’universo, non avrebbe nessun diritto, ma avrebbe degli obblighi.

La nozione di diritto, essendo di ordine oggettivo, non è separabile da quelle di esistenza e di realtà. Essa appare quando l’obbligo entra nel campo dei fatti; di conseguenza essa comprende sempre, in una certa misura, la considerazione degli stati di fatto e delle situazioni particolari. I diritti appaiono sempre legati a date condizioni. Solo l’obbligo può essere incondizionato. Esso si pone in un campo che è al di sopra di ogni condizione, perché è al di sopra di questo mondo".

O si riparte da queste parole profetiche, o siamo morti. Finiti.

Qualcuno storcerà il naso, qualcun'altro ci darà dei moralisti, altri ancora ci additeranno con i peggiori epìteti. Lo faccio in ogni caso.

Andate a rileggervi i testi integrali degli interventi papali davanti alla platea delle Nazioni Unite.

"L'esperienza ci insegna che spesso la legalità prevale sulla giustizia quando l'insistenza sui diritti umani li fa apparire come l'esclusivo risultato di provvedimenti legislativi o di decisioni normative prese dalle varie agenzie di coloro che sono al potere", insisteva Benedetto XVI nel 2008.

"Quando vengono presentati semplicemente in termini di legalità, i diritti rischiano di diventare deboli proposizioni staccate dalla dimensione etica e razionale, che è il loro fondamento e scopo", sottolineava.

"Al contrario, la Dichiarazione Universale ha rafforzato la convinzione che il rispetto dei diritti umani è radicato principalmente nella giustizia che non cambia, sulla quale si basa anche la forza vincolante delle proclamazioni internazionali. Tale aspetto viene spesso disatteso quando si tenta di privare i diritti della loro vera funzione in nome di una gretta prospettiva utilitaristica.

Dato che i diritti e i conseguenti doveri seguono naturalmente dall'interazione umana, è facile dimenticare che essi sono il frutto di un comune senso della giustizia, basato primariamente sulla solidarietà fra i membri della società e perciò validi per tutti i tempi e per tutti i popoli.

Questa intuizione fu espressa sin dal quinto secolo da Agostino di Ippona, uno dei maestri della nostra eredità intellettuale, il quale ebbe a dire riguardo al Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a teche tale massima 'non può in alcun modo variare a seconda delle diverse comprensioni presenti nel mondo' (De doctrina christiana, III, 14).

Perciò, i diritti umani debbono esser rispettati quali espressione di giustizia e non semplicemente perché possono essere fatti rispettare mediante la volontà dei legislatori".

"Signore e Signori - concludeva -, mentre la storia procede, sorgono nuove situazioni e si tenta di collegarle a nuovi diritti. Il discernimento, cioè la capacità di distinguere il bene dal male, diviene ancor più essenziale nel contesto di esigenze che riguardano le vite stesse e i comportamenti delle persone, delle comunità e dei popoli.

Affrontando il tema dei diritti, dato che vi sono coinvolte situazioni importanti e realtà profonde, il discernimento è al tempo stesso una virtù indispensabile e fruttuosa.

Senza il riconoscimento di alcuni limiti etici naturali insormontabili e senza l’immediata attuazione di quei pilastri dello sviluppo umano integrale, l’ideale di 'salvare le future generazioni dal flagello della guerra' (Carta delle Nazioni Unite, Preambolo) e di 'promuovere il progresso sociale e un più elevato livello di vita all’interno di una più ampia libertà' (ibid.) corre il rischio di diventare un miraggio irraggiungibile o, peggio ancora, parole vuote che servono come scusa per qualsiasi abuso e corruzione, o per promuovere una colonizzazione ideologica mediante l’imposizione di modelli e stili di vita anomali estranei all’identità dei popoli e, in ultima analisi, irresponsabili.

La guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente. Se si vuole un autentico sviluppo umano integrale per tutti, occorre proseguire senza stancarsi nell’impegno di evitare la guerra tra le nazioni e tra i popoli".

Nelle parole del Papa Emerito sono riassunte le perplessità critiche della Chiesa cattolica, da sempre.

"Questa è la quinta volta che un Papa visita le Nazioni Unite. Lo hanno fatto i miei predecessori Paolo VI nel 1965, Giovanni Paolo II nel 1979 e nel 1995 e il mio immediato predecessore, oggi Papa emerito Benedetto XVI, nel 2008", l'incipit del discorso di Papa Francesco alle Nazioni Unite nel 2015.

"Ho iniziato questo intervento ricordando le visite dei miei predecessori", concludeva il suo intervento. "Ora vorrei, in modo particolare, che le mie parole fossero come una continuazione delle parole finali del discorso di Paolo VI, pronunciate quasi esattamente 50 anni or sono, ma di perenne valore.

'È l’ora in cui si impone una sosta, un momento di raccoglimento, di ripensamento, quasi di preghiera: ripensare, cioè, alla nostra comune origine, alla nostra storia, al nostro destino comune. Mai come oggi [...] si è reso necessario l’appello alla coscienza morale dell’uomo [poiché] il pericolo non viene né dal progresso né dalla scienza: questi, se bene usati, potranno anzi risolvere molti dei gravi problemi che assillano l’umanità' (Discorso ai Rappresentanti degli Stati, 4 ottobre 1965).

Tra le altre cose, senza dubbio, la genialità umana, ben applicata, aiuterà a risolvere le gravi sfide del degrado ecologico e dell’esclusione.

Proseguo con le parole di Paolo VI: ' Il pericolo vero sta nell’uomo, padrone di sempre più potenti strumenti, atti alla rovina ed alle più alte conquiste!' (ibid.).

La casa comune di tutti gli uomini deve continuare a sorgere su una retta comprensione della fraternità universale e sul rispetto della sacralità di ciascuna vita umana, di ciascun uomo e di ciascuna donna; dei poveri, degli anziani, dei bambini, degli ammalati, dei non nati, dei disoccupati, degli abbandonati, di quelli che vengono giudicati scartabili perché li si considera nient’altro che numeri di questa o quella statistica. La casa comune di tutti gli uomini deve edificarsi anche sulla comprensione di una certa sacralità della natura creata.

Tale comprensione e rispetto esigono un grado superiore di saggezza, che accetti la trascendenza, rinunci alla costruzione di una élite onnipotente e comprenda che il senso pieno della vita individuale e collettiva si trova nel servizio disinteressato verso gli altri e nell’uso prudente e rispettoso della creazione, per il bene comune .

Ripetendo le parole di Paolo VI, ' l’edificio della moderna civiltà deve reggersi su principii spirituali, capaci non solo di sostenerlo, ma altresì di illuminarlo e di animarlo' (ibid.).

Il Gaucho Martin Fierro, un classico della letteratura della mia terra natale, canta:' I fratelli siano uniti perché questa è la prima legge. Abbiano una vera unione in qualsiasi tempo, perché se litigano tra di loro li divoreranno quelli di fuori'.

Siamo una minoranza, lo sappiamo, eppure siamo chiamati ad essere rumorosi.

Mai come oggi attuali le parole profetiche di G.K. Chesterton:

"Le verità si trasformano in dogmi nel momento in cui vengono messe in discussione. Pertanto, ogni uomo che esprime un dubbio definisce una religione. E lo scetticismo del nostro tempo non distrugge realmente le credenze, ma anzi le crea, conferendo loro dei limiti e una forma chiara e provocatoria.

Un tempo, noi liberali consideravamo il liberalismo semplicemente una verità ovvia. Oggi che è stato messo in discussione, lo consideriamo una vera e propria fede. Un tempo noi che crediamo nel patriottismo pensavamo che il patriottismo fosse ragionevole e nulla più.
Oggi sappiamo che è irragionevole e sappiamo che è giusto. Noi cristiani non avevamo mai conosciuto il grande buonsenso filosofico insito in quel mistero, finché gli scrittori anticristiani non ce l’hanno mostrato.

La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle.
È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli.
Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro.
Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate.

Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l'incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto.
Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili.
Guarderemo l'erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio.

Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto".

G.K. Chesterton, Eretici, Lindau, Torino, 2010, pp. 242-243 (originale del 1905)

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