#Suicidio assistito, i medici si fanno da parte: liberi tutti

Suicidio assistito: liberi tutti

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 11 febbraio 2020

Il piano inclinato diventa sempre più inclinato.

L'ordine dei medici aggiorna il codice deontologico: dopo la sentenza Cappato, non potrà essere comminata alcuna sanzione ai medici che presteranno le proprie azioni in situazioni di suicidio assistito.

La decisione è stata presa da Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri). Dunque non sarà punibile dal punto di vista disciplinare, dopo attenta valutazione del singolo caso, il medico che liberamente sceglie di agevolare il suicidio, ove ricorrano le condizioni poste dalla Corte Costituzionale.

“La libera scelta del medico di agevolare, sulla base del principio di autodeterminazione dell’individuo, il proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi da parte di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, che sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli (sentenza 242/19 della Corte Costituzionale e relative procedure), va sempre valutata caso per caso e comporta, qualora sussistano tutti gli elementi sopra indicati, la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare”.

E' il testo degli indirizzi applicativi all’articolo 17 del Codice di Deontologia medica (Atti finalizzati a provocare la morte), approvato all'unanimità dal Consiglio nazionale di Fnomceo (composto dai 106 presidenti degli Ordini territoriali), come riporta una nota della federazione.

Effetto della sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale e della conseguente assoluzione - in data 23 dicembre 2019 - di Marco Cappato dal processo di Milano, nel quale era imputato per violazione dell'art. 530 del codice penale: assolto perchè "il fatto non sussiste".

Non c'è stato alcun reato nell'atto di aiutare materialmente Fabiano Antoniani a raggiungere la clinica svizzera nella quale è stato lasciato a morire con un cocktail di pentobabital ed analgesici.

Secondo la Fnomceo, la recente sentenza della Corte Costituzionale "ha individuato una circoscritta area in cui l'incriminazione per l'aiuto al suicidio non è conforme alla Costituzione".

"Si tratta dei casi nei quali l'aiuto riguarda una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale (quali, ad esempio, l'idratazione e l'alimentazione artificiale) e affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma che resta pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Se ricorrono tutte queste circostanze, oltre ad alcune condizioni procedurali, l'agevolazione del suicidio non è dunque punibile da un punto di vista penale".

Ma cosa succede se, a prestare aiuto, è un medico?

“Abbiamo scelto di allineare anche la punibilità disciplinare a quella penale – spiega il Presidente della Fnomceo, Filippo Anelli – in modo da lasciare libertà ai colleghi di agire secondo la legge e la loro coscienza. Restano fermi i principi dell’articolo 17, secondo i quali il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte.

E ciò in analogia con quanto disposto dalla Corte, che, al di fuori dell’area dell’area delimitata, ha ribadito che l’incriminazione dell’aiuto al suicidio ‘non è, di per sé, in contrasto con la Costituzione ma è giustificata da esigenze di tutela del diritto alla vita, specie delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento intende proteggere evitando interferenze esterne in una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio’”.

E cosa cambierà, dunque, nella pratica?

“I Consigli di disciplina saranno chiamati a valutare ogni caso nello specifico, per accertare che ricorrano tutte le condizioni previste dalla sentenza della Corte Costituzionale – spiega Anelli -.

Se così sarà, il medico non sarà punibile dal punto di vista disciplinare. In questo modo abbiamo voluto tutelare la libertà di coscienza del medico, il principio di autodeterminazione del paziente e, nel contempo, l’autonomia degli Ordini territoriali nei procedimenti disciplinari, correlandoli con la perfetta aderenza ai dettami costituzionali”.

Nel frattempo, è stato rinviato al 18 marzo prossimo il processo davanti alla Corte d'Assise che vede imputati Marco Cappato e Mina Welby per la morte di Davide Trentini, il 53enne massese morto il 13 aprile 2017 in Svizzera col suicidio assistito.

A chiedere il rinvio la difesa della co-presidente e del tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, per poter ascoltare il proprio consulente tecnico, Mario Riccio, il medico anestesista che staccò la spina a Piergiorgio Welby, impossibilitato ad intervenire in udienza per un legittimo impedimento.

"Ascolteremo il consulente tecnico della difesa che, suppongo, vorrà incentrare l'attenzione sul fatto che le condizioni di salute di Trentini ricadevano nello stesso caso preso in considerazione dalla Corte costituzionale - ha dichiarato il pm Marco Mansi - . Solo dopo avere ascoltato questa testimonianza la Procura deciderà come agire.

Al momento mi sento di dire che la pronuncia della Corte costituzionale conferma indirettamente che il nostro esercizio dell'azione penale era giustificato".

La cultura della vita si sgretola sempre di più in Italia. So come andrà a finire questo nuovo processo a Marco Cappato: assolti, perchè "il fatto non sussiste".

Scrivevo queste righe il 05 febbraio 2020, data fissata per l'udienza davanti alla Corte di Massa Carrara, poi rinviata, come abbiamo detto.

E' soltanto una questione di tempo, determinata dalla variabile di un possibile nuovo appello alla Corte Costituzionale oppure dall'assunzione diretta di responsabilità giuridica della Corte d'Assise di Massa nello stabilire l'equivalenza tra le circostanze.

Tecnicamente simili.

Per Fabiano Antoniani - come per Davide Trentini - stiamo parlando di suicidio assistito, entrambi consumati in una clinica svizzera a breve distanza temporale l'uno dall'altro (il 27 febbraio 2017 nella clinica Dignitas per Dj Fabo e a Basilea il 13 aprile 2017 per Trentini), con l'ausilio di medici che preparano il cocktail di barbiturici e sedativi, li amministrano ad entrambi i pazienti e lasciano ai diretti interessati azionare lo stantuffo per l’iniezione letale.

Marco Cappato - e in questo caso anche Mina Welby - non hanno fatto altro che raccogliere una decisione di suicidio precedentemente assunta da entrambi in maniera autonoma e libera da condizionamenti ed aiutarli a compiere il tragitto di strada in Svizzera e a raccogliere i soldi necessari per il pagamento del loro suicidio.

Fine delle trasmissioni, l'esito del processo è sostanzialmente già scritto.

Se le circostanze, le motivazioni e le dinamiche sono de facto equivalenti, tuttavia, non lo sono le condizioni di Fabiani e di Trentini all'epoca dei fatti.

Cappato lo sa benissimo e proprio per questo motivo la decisione della Corte d'Assise di Massa segnerà un'ulteriore passo per l'introduzione del diritto a morire nelle forme e modalità scelte da ogni singola persona.

Temo sia già tutto prevedibile. E - da questo punto di vista - la decisione della Fnomceo di aggiornare il codice deontologico non va nella direzione di un giudizio critico ed etico della giurisprudenza di morte che si sta frettolosamente formando anche in Italia.

Marco Voleri - correttamente - scriveva su Avvenire che occorrerebbe una riflessione che "non può che partire dal testo dei giudici costituzionali": quale sarà la reale portata della sentenza 242 della Corte Costituzionale, che ha (parzialmente) aperto al suicidio assistito?

"I giudici costituzionali rilevano qui due particolari prescrizioni - annota Voleri su Avvenire -: la prima è quella secondo cui non è punibile per violazione dell'articolo 580 del Codice penale chi aiuti a morire il paziente affetto da una malattia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche da lui ritenute intollerabili, che sia già stato sottoposto a un percorso di cure palliative, che sia in grado di assumere decisioni libere e consapevoli, la cui sopravvivenza dipenda da specifici trattamenti vitali e a cui sia già stata fornita un'adeguata assistenza psicologica".

La seconda "è quella che precisa come l'assistenza nel suicidio prestata prima della sentenza depositata lo scorso novembre possa andare esente da pena pur se 'prestata con modalità [...] diverse da quelle indicate', a patto che esse siano state 'idonee [...] a offrire garanzie equivalenti'".

Questa sentenza scaturisce dal procedimento in Corte d'Assise di Milano contro lo stesso Cappato, che sempre nel 2017 aveva accompagnato alla morte in Svizzera dj Fabo: cieco, tetraplegico, tenuto in vita (anche) da un respiratore artificiale. Proprio da questa vicenda, a sua volta, sgorgano le condizioni della Consulta, che a fine dicembre hanno portato all'assoluzione milanese di Cappato.

"Diverso è il caso di Trentini - insiste Voleri -, la cui malattia non imponeva la somministrazione di trattamenti vitali".

Come abbiamo provato a scrivere, tuttavia, la cultura di morte sembra prevalere anche nella recente giurisprudenza italiana.

In nome della libera auto-determinazione: giudici della Corte Costituzionale, giudici del Tribunale di Milano e federazione nazionale dei medici chirurghi ed odontoiatri.  

E - a breve - giudici della Corte d'Assise di Massa Carrara.

Lascia un tuo commento

Please Login to comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

  Subscribe  
Notificami