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270 giorni senza Padre#Maccalli

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270 giorni senza Padre #Maccalli

di Davide Vairani

“Cerchiamo la risposta leggendo i segni che abbiamo davanti: la sua foto è collocata, a Genova, nella cappella della comunità, sull’altare africano e lo ritrae mentre alza il calice, in una Eucaristia concelebrata a questo altare una dozzina di anni fa con suo fratello, padre Walter.

Immagine fissata proprio in mezzo al gruppo scolpito dell’Ultima Cena”.

Lo racconta all’Agenzia Fides padre Lorenzo Rapetti, archivista provinciale della società per le Missioni Africane (SMA), confratello di padre Gigi Maccalli rapito in Niger il 18 settembre 2018.

270 giorni senza Padre Gigi #Maccalli.

“Ogni volta che leggo sulla torretta della nostra casa della Società per le Missioni Africane (SMA) a Genova, o davanti alla nostra casa di Feriole, ‘Liberate padre Gigi’ chiedo a me stesso e alla nostra comunità di porsi questa domanda: noi cosa facciamo per portare avanti la sua scelta?”.

Fa come da eco padre Lionello Melchiori, missionario SMA di Feriole, in occasione della prossima ricorrenza del rapimento di padre Gigi Maccalli dalla sua missione di Bomoanga, in Niger, avvenuta il 18 settembre 2018.

“Il 18 giugno – rileva - saranno nove mesi dal quel tragico giorno. Padre Gigi è sempre nei miei pensieri come in quelli di tante persone che gli sono vicine, che lo conoscono, apprezzano la sua scelta missionaria, il suo desiderio di stare e aiutare i più poveri, quelli del Niger, tra i paesi più poveri del mondo”.

Ricorda il confratello p. Melchiori:

“Testardo come l'ho conosciuto, alla maniera dei primi apostoli e dei primi missionari della SMA, innamorati di Gesù e del suo Vangelo, ha fatto questa sua scelta malgrado la perplessità che la sua proposta suscitava nella comunità: noi padri SMA italiani, ci sentivamo un piccolo gruppo ed eravamo tentati di raggrupparci nelle zone scelte fin dagli anni ‛60, là dove avevano cominciato i nostri primi confratelli. E ha vinto lui!”.

“Padre Gigi è stato il primo italiano a partire per andare proprio là dove c'era più bisogno di questo tipo di presenza missionaria”,  spiega il sacerdote.

“Voleva vivere vicino ai poveri, cercando di aiutarli nella loro precaria esistenza e così ha aperto una nuova missione, poi accettata da tutta la comunità SMA italiana”, osserva.

“Mi capita spesso di pensare al suo modo di essere missionario, di fare missione.

Ora, più dell'inizio, lo apprezzo come ‘testimone per i più poveri e i più abbandonati’, come il nostro Fondatore, Mons. De Brésillac, ci ha insegnato, con le sue scelte di vita e con i suoi scritti.

Padre Maccalli rimane un esempio di coerenza di una scelta missionaria, diventato, suo malgrado, un emblema per noi padri della SMA, una indicazione di quella che deve essere e sarà sempre la nostra scelta missionaria, soprattutto nell’anno 2019, anno in cui abbiamo riflettuto sulle scelte missionarie per rispondere ai bisogni della nostra società e a quelli delle zone dell‛Africa dove operiamo.”

“Mi capita speso di pensare e di vedere p. Gigi nella situazione di Gesù nell'orto degli ulivi, lasciato solo, nella sua sofferenza, e tentato di desistere dalla sua scelta”, riflette p. Melchiori.

“Seguendo l‛esempio di Gesù, sento che p. Gigi fa sue queste parole: Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo (Luca 22, 42-43).”

Continua il missionario:

“Il suo rapimento inaspettato mi ha colpito nel più profondo di me stesso, ha letteralmente cambiato la mia vita.

E‛ stato, anche per me ‘missionario’, colui che mi ha fatto scoprire una Parola di Dio che non conoscevo fino in fondo, quella della ‘pazienza nelle prove, la gioia nelle contrarietà, l'amore per i poveri e per i sofferenti’, come diciamo ogni giorno nella preghiera per l'Africa.

Quando ho la tentazione di lamentarmi del mio stato di vita, delle mie preoccupazioni per la salute, delle immancabili incomprensioni nelle relazioni in comunità, penso a lui.

Lo vedo come Gesù.

Solo, senza conforto, silenzioso missionario, testimone dell'Amore e del perdono, particolarmente per coloro che ‘non sanno quello che fanno’”.

“Nella mia preghiera, unita a quella di tante persone che invocano la sua liberazione, supplico la nostra Santa Madre Maria con il rosario, i nostri Santi missionari, i suoi cari defunti, soprattutto quelli che gli sono stati accanto, ma specialmente il suo Angelo custode.

E gli diciamo che siamo con il cuore accanto a lui”, conclude il missionario.

“Intorno alla foto abbiamo messo una speciale corona del Rosario, color rosso, fatta di un unico cordoncino annodato che parte dalla croce, percorre i misteri della vita di Gesù e Maria e ritorna alla croce, avvolgendo p. Gigi come in un abbraccio materno.

Abbiamo aggiunto un’altra croce, fatta di lunghi chiodi di ferro, utilizzati una volta dai maniscalchi per ferrare buoi e cavalli, assemblati in forma di croce da Giovanni, papà di p. Gigi e offerta a tutti noi negli anni ‘90”, racconta padre Lorenzo Rapetti.

“Meditando alcuni misteri del Rosario pensiamo alla vita missionaria di p. Gigi, rivedendo la sua ‘basilica’ di Bomoanga, esempio di inculturazione nel popolo Gurmanché; ricordiamo i battesimi amministrati, i catechisti e gli animatori formati, ma anche i bambini sfamati, avviati alla scuola o curati nella salute come pure ai numerosi pozzi scavati che, come il buon vino di Cana, dissetano e vivificano la gente locale”, continua.

Padre Rapetti riferisce che la speranza di rivedere padre Maccalli resta viva:

“Come al suo paese di Madignano, anche noi abbiamo esposto un cartello per chiederne la liberazione, ma l’essenziale per lui lo facciamo qui in chiesa, pregando e sperando, davanti a p. Gigi che celebra l’Eucaristia della sua vita”.

E conclude:

“Il nostro confratello padre Gigi oggi è sostenuto dalla famiglia e dalla SMA, consolato dai suoi genitori e da tanti Missionari che hanno offerto la vita per l’Africa, accompagnato dal nostro ricordo affettuoso e dalla preghiera, avvolto da questo cordoncino rosso, abbracciato della Regina delle Missioni, e cammina al seguito di Gesù, che sale al Calvario portando la Croce.

Confidando in Dio, teniamo viva la speranza”.

270 giorni senza Padre #Maccalli.

Di lui, non gliene importa niente di niente a chi comanda, a chi ha il compito istituzionale di tutelare e proteggere i cittadini italiani.

Ovunque essi siano.

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Asia #Bibi ora è libera

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Asia #Bibi ora è libera

di Davide Vairani

"Asia Bibi: Christian woman acquitted of blasphemy finally leaves Pakistan for Canada": Asia Bibi ha (finalmente) lasciato il Pakistan.

La notizia viene battuta dalla "Reuters" e subito rimbalzata sui media online internazionali, in particolare da quelli in lingua inglese - come la "BBC", l'"Indipendent" e il "Daylimail" - e soprattutto da quelli più letti in Pakistan, come il "The News International" e il "Dawn".

Proprio il "Down" (quotidiano sia in lingua inglese che araba) titola: "Aasia Bibi has left Pakistan: FO source"

"Aasia Bibi, la donna cristiana che è stata assolta dalla Corte Suprema in un caso di blasfemia lo scorso anno, ha lasciato il Pakistan mercoledì, secondo una fonte attendibile del Foreign Office (FO)", si legge in prima pagina online.

"Aasia Bibi ha lasciato il paese, è una persona libera e ha viaggiato per la sua volontà indipendente", ha detto la fonte.

La fonte non ha specificato quale fosse la sua destinazione.

Aasia Bibi è stata prosciolta dalle accuse di blasfemia dalla Corte Suprema il 31 ottobre 2018, dopo aver trascorso nove anni in prigione nel braccio della morte.

La sentenza ha suscitato proteste in tutto il Pakistan da parte di gruppi religiosi-politici islamisti.

Dopo essere stata rilasciata da una prigione femminile a Multan il 7 novembre dell'anno scorso, Asia è stata portata a Islamabad con un aereo speciale e trasferita in una zona segreta.

Dopo sei mesi di annunci di false partenze e di minacce di morte, Asia Bibi finalmente è davvero libera.

Dove si sta recando?

Le notizie diffuse sembrano propendere per la direzione Canada, dove da tempo avrebbero trovato riparo le figlie della donna pakistana.

Ne è convinta la "Reuter", che ha pubblicato un lancio dal titolo: "Pakistani Christian woman Asia Bibi has left the country: lawyer and media".

"Ho chiesto informazioni sui canali disponibili e, secondo loro, è partita per il Canada", ha dichiarato alla "Reuters" l'avvocato di Bibi, Saif Ul Malook.

Anche i canali televisivi pakistani "Geo" e "ARY", citando fonti non identificate, hanno riferito che Bibi ha lasciato il paese.

Il ministero degli esteri del Pakistan non ha risposto alle richieste di commento.

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206 giorni senza Padre Gigi #Maccalli

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206 giorni senza Padre Gigi #Maccalli

di Davide Vairani

"Le ultime notizie risalgono a più di sei mesi fa, cioè quando p. Pier Luigi è stato rapito. Da allora non abbiamo nessuna notizia di lui. L’ultima volta che l’ho contattato è stato tramite un messaggio Whatsapp, il 15 settembre 2019, in cui p. Pier Luigi mi informava del suo rientro a Bomoanga e della festa programmata per la domenica seguente, per dare il saluto a una suora della parrocchia che si sarebbe trasferita in un’altra missione".

A parlare è padre Walter Maccalli, fratello del missionario padre Gigi Maccalli, originario della diocesi di Crema e missionario della Società missioni africane (Sma).

In una intervista ad "Aiuto alla Chiesa che soffre", racconta di sè e di suo fratello, entrambi missionari.

"Non è facile definire la sua personalità, come persona e come missionario - dice di suo fratello -. È un missionario generoso, sempre pronto e disponibile a dare tutto, sensibile ai problemi delle persone ammalate, soprattutto bambini e neonati, con la speranza di poter dare loro cura e conforto. Per questo ha fatto sorgere il 'progetto maternità', ha contribuito ad aprire un ambulatorio medico, e ha iniziato un programma di lotta contro la malnutrizione".

Fratelli di sangue e fratelli nella vocazione a Cristo nel mondo.

"Non siamo stati insieme in missione - aggiunge - , e i nostri incontri avvenivano quando coincidevano i periodi delle nostre vacanze in Italia. Questi momenti sono sempre stati un tempo di condivisione e di incoraggiamento reciproco. L’ultimo tempo passato insieme risale all’estate scorsa: da parte mia, mi preparavo alla nuova esperienza di missione in Liberia, e da parte sua mi confidava la difficoltà ad accettare alcune esperienze non sempre a lieto fine, come la morte di Miriam, una bambina del Niger di 11 anni, che con fatica era riuscito ad far venire in Italia per una operazione al cuore, da effettuarsi al Bambin Gesù di Roma. Purtroppo, per alcune gravi complicazioni, è deceduta. Questo fatto l’aveva veramente scosso".

Alla domanda: "Abbiamo avuto l’impressione che in Italia si sia parlato meno del rapimento di suo fratello, rispetto ad altri casi. Lei è di questa opinione? Avete sentito vicina la comunità Italiana?", così risponde P. Walter:

"Non mi sembra che ci sia stata meno attenzione per il caso di mio fratello p. Pier Luigi. L’opinione pubblica si è fatta sentire subito dopo il suo rapimento. Anche la Farnesina si è mossa subito, e si è impegnata per stabilire contatti con i rapitori, ma purtroppo senza alcun esito positivo fino ad oggi. Anche i mass-media, hanno dato il loro sostegno. A volte il silenzio stampa è buono, per non intralciare i contatti e non creare pericoli alla vita della persona rapita.

Però devo dire che, dopo circa un mese dal suo rapimento, sono partito per la mia missione in Liberia, e dunque non sono più tanto informato su come i mezzi di comunicazione sociale stanno sostenendo e sensibilizzato il caso.

Il mio istituto missionario, la S.M.A., con le sue comunità di Genova, Padova e Roma, la diocesi di Crema e il suo centro missionario, e altre diocesi, non si stancano di tenere viva l’attenzione e di ricordarsi di p. Pier Luigi con veglie di preghiera e marce di solidarietà. In modo particolare vorrei ringraziare la comunità parrocchiale di Madignano, nostro paese nativo, che ogni giorno propone ai fedeli la recita del santo rosario per la liberazione di p. Pier Luigi.

Bella anche la solidarietà e la preghiera dei cristiani della diocesi di Niamey in Niger, che hanno pregato insieme alla comunità musulmana per sua liberazione.

Approfitto dunque per ringraziare tutte queste comunità, italiane e estere, che continuano nel loro impegno di preghiera, e chiedono a Dio con perseveranza la liberazione di p. Gigi e degli altri ostaggi. E grazie anche alla vostra organizzazione, sempre vicina ai cristiani che soffrono e che sono perseguitati a causa della fede. Che Dio vi benedica tutti".

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Come grido di sabbia. Padre Pierluigi Maccalli rapito da sei mesi

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Come grido di sabbia. Padre Pierluigi Maccalli rapito da sei mesi

di Mauro Armanino, "Avvenire", 16 marzo 2019

Proprio questa domenica, 17 marzo, sono sei mesi esatti dal rapimento di padre Pierluigi.

Un’eternità presa in ostaggio da sconosciuti che una notte di settembre l’hanno portato via.

Non sospettavano minimamente la portata del gesto che hanno compiuto: che Pierluigi Maccalli, missionario, diventasse testimone nel silenzio della sabbia del Sahel che lo custodisce come solo lei sa fare.

Tracce di Vangelo mai come adesso intessute di assenze crocifisse.

Un esodo di sabbia, come di sabbia sono le parole che accompagnano la traversata del deserto.

Una Quaresima prigioniera e dunque dal sapore di terra promessa, che solo da lontano si può scorgere.

Come in uno specchio che riflette l’immagine di una sconfitta che porta il sospetto, nascosto, di resurrezione. Sei mesi di vuoto che squarcia le apparenze che assediano la nostra vita odierna.

Prigionieri, in realtà, siamo noi, finti liberi di muoverci, parlare, agire e tradire. E non ci accorgiamo di essere, ormai da tempo, ostaggi delle paure e delle ipocrisie che ci fanno recitare ogni giorno a soggetto. La commedia dell’arte di vivere che abbiamo dimenticato nel copione delle connivenze coi poteri che ci pedinano.

Pensiamo di essere liberi eppure con l’umana tentazione di servitù volontarie che fanno amare catene, gabbie e prigioni.

Maccalli è l’unico libero tra noi. Libero di lasciare che la verità torni a scrivere parole di sabbia nelle sue giornate assenti. Lui, testimone della follia e della menzogna della violenza che dal Golgota ha migrato nel Sahel. Anche la Resurrezione, comunque, si trova qui e sei mesi sono tre giorni oppure quarant’anni. Dalla roccia evade l’acqua e dalla sabbia la libertà.

Gridano i sassi e grida la sabbia. Gridano il suo silenzio mentre le nostre, troppo spesso, vane parole sono messe a tacere. Mai come adesso è Maccalli l’unico missionario sepolto nel vangelo di sabbia che poi è l’unico compatibile col Sahel. Le pietre non diventano pane e i regni, visti da qui, sono fugaci e ingannatori. L’essenziale è invisibile agli occhi e proprio per questo Pierluigi è l’unico a vedere la gloria che si nasconde nella povertà. Non è mai stato ricco come adesso, libero e custode dell’unico segreto che solo ai piccoli viene rivelato.

Beati sarete voi quando diventerete ostaggi dei poveri e non salverete nessuno.

Il regno di sabbia vi appartiene.

Chi ha occhi per vedere, veda e ascolti.

Niamey, 17 marzo 2019

Padre Mauro Armanino
"Avvenire", sabato 16 marzo 2019

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Liberate Padre #Maccalli

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Padre Gigi #Maccalli è stato rapito in Niger il 17 settembre 2018 . Dopo più di 5 mesi, un silenzio assordante avvolge la sua situazione.

Il missionario originario di Madignano (CR) sembra davvero non interessi a nessuno delle istituzioni pubbliche del nostro Paese.

Non è così nel cuore di migliaia di fedeli e di persone che hanno avuto modo di conoscerlo.

Uno striscione è apparso di fronte all’ingresso del Centro Missionario, in via Vescovado, a due passi dal Duomo di Padova. Sopra la mappa colorata del mondo, le parole, accorate: «Liberate padre Gigi!», il missionario della SMA rapito in Niger lo scorso 17 settembre.

Spiega la scelta don Raffaele Gobbi, Ufficio diocesano di pastorale della missione: «Non pochi animatori missionari della nostra diocesi hanno conosciuto ed apprezzato padre Pier Luigi Maccalli, che dal 1992 al 1998 ha fatto servizio pastorale nella comunità missionaria SMA-NSA di Feriole. Per questo come centro missionario diocesano abbiamo voluto testimoniare la nostra vicinanza alla sua congregazione e l'offerta delle nostre preghiere affiggendo all'esterno della sede del centro, presso Casa Pio X, uno striscione che invoca: "Liberate padre Gigi!"».

Don Raffaele ricorda: «Una delle sue lettere natalizie dalla missione in prima linea in Africa iniziava così: 'Quante volte ho detto e predicato che Dio è imprevedibile. Ci sorprende ed è sempre nuovo. Ma stavolta mi ha completamente spiazzato! Mai e poi mai me lo sarei aspettato così sorprendente'.

Davvero padre Gigi, come confidenzialmente veniva chiamato per la sua bella umanità, ora è alle prese con un modo tutto sorprendente di vivere la missione: testimoniare l'amore al nemico e la preghiera per il persecutore nella condizione di prigionia. E non vogliamo lasciarlo solo in questa sua testimonianza, in una situazione difficile, ma in cui si può fare una offerta di sé ancora più grande, umile e vera.

Padre Gigi, non ti dimentichiamo: ti vogliamo bene e ti siamo spiritualmente vicini!».

«Liberate padre Gigi!», dal settimanale Diocesi di Padova

“Padre Gigi #Maccalli è vivo!”

“Padre Gigi #Maccali è vivo”: lo afferma il Il Vescovo della diocesi di Niamey, Mons. Djalwana Laurent Lompo.

E’ quanto riferisce, in una nota pervenuta all’Agenzia Fides, p. Désiré Salako, di nazionalità beninese, Superiore del Distretto della Società per le Missioni Africane (SMA) di Benin-Niger, territorio di cui fa parte la missione di padre Pier Luigi Maccali.

Qualcosa si muove nella vicenda di padre Pierluigi Maccalli, 57 anni, di Madignano, nel cremasco, sequestrato rapito nella sua missione da otto ribelli, appartenenti a una tribù di pastori fulani lo scorso 17 settembre.

Da allora non era arrivata nessuna notizia, mentre oggi un timido ottimismo si fa strada.

«La situazione a Bomoanga sta diventando pericolosa – continuano dalla Sma – perché le bande di ribelli e banditi si stano moltiplicando e la gente non può vivere tranquilla. Può darsi che tutto questo porti i banditi a considerare l’opportunità di liberare il padre».

P. Désiré Salako è colui che per primo ha avuto la notizia del rapimento di p. Gigi il 17 settembre scorso, e da allora, come suo amico e confratello, e come suo superiore SMA, segue giorno dopo giorno l’evoluzione di questa vicenda, tenendo i contatti con le autorità del Niger a nome della SMA.

La settimana scorsa p. Désiré Salako è giunto in visita alla casa provinciale a Genova, e ha voluto incontrare i familiari di p. Gigi a Madignano, in provincia di Cremona.

“La prima preoccupazione delle autorità del Niger, ma anche dell’ambasciata italiana a Niamey, è l’incolumità di p. Gigi, e ogni azione che verrà intrapresa non metterà in pericolo la sua vita” continua padre Salako.

“È desiderio di tutti che questa vicenda si concluda in modo pacifico, senza inutili violenze. Per questo, ha detto p. Desiré, è necessario avere pazienza. Il tempo che passa, l’apparente silenzio, la mancanza di notizie, non devono essere interpretati come segno di inattività. Al contrario, è il clima più fruttuoso perché le parti in causa possono entrare in contatto con discrezione e fiducia reciproca”.

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“World Watch List 2019”: è strage di cristiani nel mondo 

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"World Watch List 2019": è strage di cristiani nel mondo

di Davide Vairani

Porte Aperte ha pubblicato la WORLD WATCH LIST 2019 (WWL - periodo di riferimento ricerche 1 novembre 2017 – 31 ottobre 2018), la nuova lista dei primi 50 paesi dove più si perseguitano i cristiani al mondo.

Primo dato degno di nota: cresce ancora la persecuzione anti-cristiana nel mondo in termini assoluti, così come cresce il numero di paesi dove essa si verifica.

Oggi salgono ad oltre 245 milioni i cristiani perseguitati, sostanzialmente 1 cristiano ogni 9 subisce una forma di persecuzione a causa della propria fede.

Sui 150 paesi monitorati:

  • 73 hanno mostrato un livello di persecuzione definibile alta, molto alta o estrema (punteggio superiore a 41), mentre l’anno scorso erano 58;
  • il numero di cristiani uccisi per ragioni legate alla fede sale da 3.066 dello scorso anno a 4.305 del 2018, con la Nigeria ancora terra di massacri per mano soprattutto degli allevatori islamici Fulani, oltre che dei terroristi Boko Haram. Si contano infatti 3.731 cristiani uccisi in questa nazione, con villaggi completamente abbandonati dai cristiani, che alimentano il fenomeno degli sfollati interni e dei profughi;
  • 11 le nazioni che rivelano una persecuzione definibile estrema.

Al primo posto troviamo ancora la Corea del Nord, la quale, nonostante lo scongelamento delle relazioni seguito al vertice Trump-Kim Jong-un, non offre segnali di miglioramento: si stimano ancora tra i 50 e i 70 mila cristiani detenuti nei campi di lavoro di questo paese per motivi legati alla loro fede.

Anche Afghanistan (2°) e Somalia (3°) totalizzano un punteggio superiore ai 90, ma ovviamente per ragioni diverse rispetto alla Corea del Nord, connesse ad una società islamica radicalizzata e all’instabilità endemica di questi paesi.

La Libia (4°), stato diviso e fragile, peggiora leggermente: il blocco ulteriore dei flussi migratori attraverso il Mediterraneo comporta che molti cristiani in fuga dai disordini e dalle persecuzioni dell’Africa sub-sahariana rimangano bloccati in questo paese, rendendoli ancora più vulnerabili a pressioni o violenze.

La cronaca in Pakistan (5°) - vedasi il caso di Asia Bibi e i seguenti disordini - ha dimostrato ancora una volta il motivo per cui questa nazione si trovi ai vertici della WWList, con aggressioni, ingiusti incarceramenti, sentenze di pena di morte per blasfemia ed almeno 28 assassini documentati di cristiani.

A proposito di incarceramenti, registriamo 3.150 cristiani arrestati, condannati e detenuti senza processo, poco meno del doppio del 2017. Sono 1.847 le chiese (ed edifici cristiani direttamente collegati ad esse) attaccati nello stesso periodo.

Continua l’involuzione della situazione in Asia, dove includendo il Medio Oriente addirittura 1 cristiano ogni 3 è definibile perseguitato.

Ad accelerare questo processo è il peggioramento della situazione in Cina, risalita al 27° e al primo posto per incarceramenti di cristiani, e in India, la quale dall’ascesa al potere del Primo Ministro Modi è stata scenario di un costante aggravamento della condizione dei cristiani, fino ad entrare nella top 10 della WWL 2019.

Anche in tutto il vicino Nord Africa peggiora la condizione dei cristiani: oltre alla Libia, allarmano le chiusure di chiese in Algeria (22°), gli episodi di violenza in Egitto (16°), il malcontento generale in Tunisia (37°) e la ricomparsa del Marocco (35° - era uscito dalla WWList nel 2014).

Rimangono preoccupanti le situazioni in Medio Oriente (in particolare in Siria 11°), nella Penisola Araba (soprattutto nello Yemen 8°) e nel Corno d’Africa, dove l’accordo Etiopia-Eritrea per ora non ha migliorato la condizione dei cristiani in Eritrea (7°).

Non passa di certo inosservata la ricomparsa della Federazione Russa (41°), per motivi collegati a leggi sulla libertà religiosa sempre più restrittive e certamente agli attacchi di chiese avvenuti in Dagestan e Cecenia.

L’oppressione islamica continua ad essere la fonte principale di persecuzione dei cristiani, ma l’ascesa del nazionalismo religioso, con le 2 connotazioni induista in India e buddista in stati come il Myanmar, si presenta come prorompente fonte di discriminazione anti-cristiana (e di altre minoranze).

La recrudescenza dell’opposizione comunista/post-comunista in nazioni come Cina e Vietnam conclude il quadro delle maggiori fonti di persecuzione, anche se degni di nota rimangono Messico (39°) e Colombia (47°), nazioni cristiane dove l’intolleranza arriva soprattutto quando i leader delle chiese sfidano la corruzione e i cartelli della droga, e nelle aree rurali per ragioni connesse all’antagonismo tribale.

Sin dal 1983 esiste la base italiana di Open Doors/Porte Aperte impegnata in mobilitare la Chiesa italiana al sostegno dei perseguitati e a informare sulla loro condizione.

Partita da un gruppo di volontari, capeggiati dal missionario olandese Cornelio, vide la pubblicazione del numero zero della rivista di Porte Aperte già dal 1981. Presto la rivista divenne uno strumento essenziale per pregare per i perseguitati, per conoscere la loro situazione e per scrivere loro lettere di incoraggiamento. Era la fase pionieristica di questa agenzia missionaria, che vedeva anche alcuni credenti italiani viaggiare oltre la Cortina di Ferro per portare Bibbie ai perseguitati del regime comunista.

La visione di equipaggiare la Chiesa affinché potesse essere luce nei luoghi oscuri del pianeta non è mai cambiata nei decenni.

Mentre Open Doors International cresceva e allargava i suoi orizzonti impegnandosi in paesi dove esplodeva la persecuzione (come mondo islamico, Africa, ecc.), anche la base italiana allargava la rete di sostenitori in Italia, conferendo sempre più credibilità all’opera di questa missione.

Con la World Watch List, poi, sono iniziati i contatti anche con i media, e dopo anni di paziente opera, finalmente oggi anche in Italia si parla di persecuzione dei cristiani.

Porte Aperte/Open Doors in Italia oggi ha una rete ampia di volontari impegnati nella causa dei perseguitati, così come un team interno impegnato full-time nell’opera missionaria.

Word Watch List 2019: Top5

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Più di 500 imam schierati contro il fanatismo: fanno il tifo per Asia #Bibi

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Più di 500 imam schierati contro il fanatismo: fanno il tifo per Asia #Bibi

di Davide Vairani 

Quando meno te lo aspetti, i miracoli accadono. Lo scrivo con una certa prudenza, ma mi piace pensare che sia il frutto misterioso del dolore silenzioso ed orante di Asia Bibi. Per Grazia.

Più di 500 predicatori islamici pakistani hanno firmato la “Dichiarazione di Islamabad” contro il terrorismo islamico, le violenze compiute in nome della religione e le “fatwa” (editti) emanate in maniera indiscriminata dagli ulema radicali.

La dichiarazione è stata siglata domenica nella capitale del Pakistan, nel corso della “Seerat-e-Rehmat-ul-Alameen (SAW) Conference”, riunita sotto l’egida del Consiglio pakistano degli ulema (Puc).

La notizia - appena rilanciata in Italia da "AsiaNews" - "rappresenta una svolta storica per la repubblica islamica del Pakistan, segnata di continuo da attentati contro le minoranze: non solo cristiani, ma anche membri di sette considerate 'infedeli', come gli ahmadi e gli sciiti".

"Il documento contiene anche un riferimento eccezionale su Asia Masih, meglio conosciuta come Asia Bibi, la madre cristiana condannata a morte e assolta dall’accusa di blasfemia dopo nove anni passati in prigione: il suo caso, per il quale i radicali hanno ottenuto una revisione, deve essere ascoltato con assoluta priorità".

Sui quotidiani pakistani di lingua inglese si può leggere la medesima notizia con lo stesso tono ottimista tenuto dall'agenzia "AsiaNews".

Il documento si compone di sette punti e contiene elementi rilevanti per la libertà religiosa.

Al punto n. 1, esso condanna gli omicidi compiuti “con il pretesto della religione”, affermando che tutto questo “è contro gli insegnamenti dell’islam”. La dichiarazione afferma che nessun leader religioso ha il diritto di criticare i profeti (n. 2) e nessuna setta deve essere dichiarata “infedele” (n. 3): pertanto nessun musulmano o non musulmano può essere dichiarato “meritevole” di essere ucciso tramite sentenze pronunciate al di fuori dei tribunali e i fedeli di ogni religione o setta hanno il diritto costituzionale di vivere nel Paese in base alle proprie norme culturali e dottrinali.

Da questo aspetto, deriva anche il diritto a organizzare in maniera autonoma le proprie congregazioni con il consenso delle amministrazioni locali (n. 4) e il divieto totale di pubblicare materiale (libri, opuscoli, audio) che incitino all’odio religioso (n. 5).

La “Dichiarazione di Islamabad” riconosce che il Pakistan è un Paese multi-etnico e multi-religioso: perciò, in accordo con gli insegnamenti della sharia, al punto n. 6 sottolinea che “è responsabilità del governo proteggere la vita e le proprietà dei non musulmani che vivono in Pakistan. Il governo deve trattare con fermezza gli elementi che minacciano i luoghi sacri dei non musulmani residenti in Pakistan”.

L’ultimo punto del documento (n. 7) ribadisce l’importanza di applicare il Piano d’azione nazionale nella lotta al fondamentalismo.

Non solo. Per contrastare le violenze, i religiosi decretano il 2019 come l’anno dedicato a “sradicare il terrorismo, l’estremismo e la violenza settaria dal Paese”. I leader deplorano anche le fatwa contro i servitori dello Stato e affermano che ogni “incauta decisione politica” nei rapporti tra Arabia saudita e Pakistan “non sarà tollerata”. Da ultimo, ribadiscono che “tutti i non musulmani residenti in Pakistan hanno propri diritti e il governo deve assicurare i diritti fondamentali delle minoranze”.

Si aprono - dunque - prospettive concrete non solo per la liberazione effettiva di Asia Bibi, ma perchè si inneschi un processo di democratizzazione in Pakistan e la conseguente riduzione della pesante influenza del fondamentalismo islamico nel sistema giuridico-istituzionale del Paese.

Ne è convinto anche Saif ul-Malook, l’avvocato musulmano che ha difeso Asia Bibi e che è stato costretto ad abbandonare il Pakistan direzione Olanda per evitare di essere ammazzato nel clima infuocato del post-sentenza della Corte pakistana che ha giudicato Asia innocente.

"Certamente le cose stanno cambiando in Pakistan" - ha dichiarato proprio oggi in lungo articolo pubblicato sul "DailyTimes" nel quale ripercorre le tappe della vicenda Bibi.

"Penso che quando il governo starà in piedi da solo e non permetterà a nessuno di condizionare le istituzioni civili, le cose miglioreranno", ha aggiunto.

Ciò comporta molte riforme interne e sistemiche in Pakistan, un processo che - secondo Malook - può essere rafforzato attraverso il sostegno internazionale: "Se lavoriamo tutti insieme, il mondo occidentale e gli Stati Uniti e parliamo con una sola voce, è possibile fare ulteriori progressi verso il cambiamento".

Sempre da Malook, apprendiamo che Asia Bibi sta bene e "ha trascorso il Natale in una cella sicura a Islamabad".

"Il governo del primo ministro Imran Khan - ha poi aggiunto - sembra determinato a garantire la sicurezza di Asia e di suo marito, Ashiq Masih, e delle due figlie, finché un altro Paese non accetterà di accoglierli. Il Canada è la loro destinazione più probabile".

"Contrariamente alle notizie trapelate sul suo terribile trattamento in carcere - ha proseguito -, Asia era riuscita ad ottenere una buona forma di convivenza con le sue guardie, che le hanno concesso anche un televisore e più tempo al di fuori della sua cella rispetto a quelli concessi ai detenuti condannati a morte".

"Asia non è una persona sofisticata. È nata 47 anni fa in una povera famiglia in un polveroso villaggio agricolo nella provincia del Punjab.

In questi dieci anni di prigionia, è stata aiutata dalla sua forte fede religiosa.

Penso che dovrò stare lontano dal Pakistan per almeno due anni prima che possa tornare al sicuro. Fino ad allora, vivrò con amici in Olanda o con mia figlia in Gran Bretagna. Ma desidero tornare a casa, per continuare a difendere le vittime delle leggi sulla blasfemia".

Se questo non è un miracolo ...

Fonti:

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Uccisi per il nome di Gesù

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Uccisi per il nome di Gesù

di Davide Vairani 

«Lo Spirito Santo vi renda capaci di proclamare senza timore il Vangelo sino agli estremi confini della terra.

Maria vi aiuti a restare saldi nella fede, costanti nella speranza, perseveranti nella carità»

Benedetto XVI, 22 febbraio 2006

Se scandisco il nome di Thérèse Deshade Kapangala, vi dice qualcosa?

Probabilmente no, come lo è stato per me fino a prima di scorrere uno ad uno l'elenco dei missionari uccisi nell'anno 2018 redatto dall'Agenzia Fides.

Una ragazza di 24 anni che aveva deciso di iniziare la strada della vita religiosa nella Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia di Bergamo. Invece è morta il 21 gennaio 2018, crivellata dai proiettili sparati delle forze di polizia fuori dalla chiesa di San Francesco di Sales a Kintambo, un comune a Nord Est di Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo.

"Dopo la messa ho deciso con i sacerdoti presenti di accompagnare la marcia dei laici", così ha raccontato a La Croix Afrique lo zio di Thérese, Padre Joseph Musubao: "Non appena siamo usciti, siamo stati attaccati dalla polizia. Siamo tornati in parrocchia, stando attenti a chiudere il cancello. Ma hanno iniziato a sparare".

Thérèse è una delle sei persone morte nelle manifestazioni anti governative promosse nella Repubblica democratica del Congo dal Comité laïc de coordination: una delle tante marce pacifiche di protesta contro l’ostinazione del presidente Joseph Kabila che – a mandato scaduto e nonostante i tentativi di mediazione della Chiesa – non aveva alcuna intenzione di lasciare il potere.

Appena usciti dalla chiesa hanno trovato l’esercito ad attenderli che ha iniziato a sparare.

Non è bastato neanche tornare a cercare rifugio dentro la chiesa: gli spari sono continuati comunque e hanno colpito proprio Thérèse, mentre cercava di proteggere una ragazzina.

Cantava nel coro e – legatissima alla preghiera del Rosario – faceva parte del gruppo della Legione di Maria.

"Era una persona dolcissima, che si prendeva cura di tutti nella nostra casaha raccontato il fratello -. È una martire, è morta per il nostro Paese".

Thérèse è una dei 40 missionari uccisi nel solo 2018 in tutto il mondo, secondo i dati del report annuale curato dall’Agenzia Fides e appena reso pubblico: quasi il doppio rispetto ai 23 dell’anno precedente.

"Dopo otto anni consecutivi in cui il numero più elevato di missionari uccisi era stato registrato in America, nel 2018 è l’Africa ad essere al primo posto di questa tragica classifica", annota l'Agenzia Fides.

"Ad ogni latitudine sacerdoti, religiose e laici condividono con la gente comune la stessa vita quotidiana, portando la loro testimonianza evangelica di amore e di servizio per tutti, come segno di speranza e di pace, cercando di alleviare le sofferenze dei più deboli e alzando la voce in difesa dei loro diritti calpestati, denunciando il male e l’ingiustizia.

Anche di fronte a situazioni di pericolo per la propria incolumità, ai richiami delle autorità civili o dei propri superiori religiosi, i missionari sono rimasti al proprio posto, consapevoli dei rischi che correvano, per essere fedeli agli impegni assunti.

Una donna, giovane, morta mentre manifestava per i diritti civili del suo amato Paese.

Ammazzata dalla polizia di uno dei tanti regimi dittatoriali del continente africano.

Non ricordo di averla mai sentita nominare. Non ricordo di avere mai letto un articolo di giornale, una presa di posizione da parte del mondo femminista occidentale.

Non ricordo che in sua memoria si mai levata una mano.

Non mi stupisce, perchè Thérèse è una ragazza cristiana. E allora non fa notizia nel Vecchio Mondo.

Un cristiano ogni 7 vive in un Paese di persecuzione: 300 milioni di persone, "il gruppo di fede maggiormente perseguitato".

Ce lo ricorda il "Rapporto sulla libertà religiosa"di "Aiuto alla Chiesa che Soffre", giunto alla sua XIVma edizione.

"Il successo delle campagne militari contro ISIS ed altri gruppi iper-estremisti  - sottolinea "Aiuto alla Chiesa che Soffre" - ha in qualche modo 'celato' la diffusione di altri movimenti militanti islamici in regioni dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia".

"Il fondamentalismo di matrice islamica è presente in 22 Paesi, in cui vivono in totale un miliardo e 337 milioni di persone.

Se Boko Haram in Nigeria sembra perdere terreno, nel periodo in esame sono aumentate le violenze da parte dei pastori militanti islamici di etnia fulani.

Violenti attacchi anticristiani continuano a verificarsi in Egitto, dove ai quattro gravi attentati avvenuti nel periodo in esame al Cairo, Alessandria, Tanta e Minya, si aggiunge l’attacco terroristico del 2 novembre scorso al bus di pellegrini copti a Minya.

Un’altra piaga che affligge la comunità cristiana egiziana è il rapimento e la conversione forzata all’Islam di adolescenti, ragazze e donne cristiane.

Almeno sette ragazze copte sono state rapite e convertite nell’aprile 2018. La stessa sorte spetta ogni anno a circa 1000 ragazze cristiane e indù in Pakistan.

Quello delle violenze ai danni delle donne è un tema che ACS ha più volte portato all’attenzione e che è denunciato anche dal presente Rapporto. Gruppi militanti islamici che agiscono in Africa e in Medio Oriente, quali ISIS e Boko Haram utilizzano lo stupro e la conversione forzata delle donne come un’arma".

E mentre tutto ciò accade con una recrudescenza che aumenta negli ultimi anni, non si può tacere:

"la cortina di indifferenza dietro la quale le vulnerabili comunità di fede continuano a soffrire, mentre la loro condizione viene ignorata da un Occidente secolarizzato.

La maggior parte dei governi occidentali non ha provveduto a fornire la necessaria e urgente assistenza ai gruppi di fede minoritari, in particolare alle comunità di sfollati che desiderano tornare a casa nelle rispettive nazioni dalle quali sono stati costretti a fuggire".

Non dimentichiamo il volto di Thérèse Deshade Kapangala: impariamo che cosa significa dare letteralmente la vita in nome di Cristo.

Leggiamo i nomi e le vite di questi martiri e invochiamo la loro intercessione, perchè possiamo avere la lealtà qui, in questo Vecchio Occidente che vuole cancellare dal cuore dell'uomo il desiderio di infinita felicità, di testimoniare senza sosta che è davvero possibile vivere così.

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