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206 giorni senza Padre Gigi #Maccalli

di Davide Vairani

“Easter Workshippers". Letteralmente “adoratori della Pasqua”, come ci dice il Cambrige Dictionary, suggerendone l'utilizzo per indicare nella sostanza "fedeli che si recano in Chiesa per le celebrazioni pasquali", insomma "cristiani".

In realtà, a nessuno nel mondo anglosassone passarebbe per la testa di ricorrere ad un tale bizzarro ed ambiguo accostamento di termini: "Christians", molto più semplice e chiaro.

Non staremmo qui a discettare di semantica, se non fosse per il bailamme che ha scatenato sui social la scelta di utilizzare tale locuzione  da parte di Barack Obama e Hillary Clinton - in due tweet a breve distanza temporale l'uno dall'altro - per commentare l’atroce strage di matrice islamista compiuta in Sri Lanka.

“Easterworkshippers”adoratori della Pasqua, suona un po’ come “adoratori” di un culto primitivo, esotico, eccentrico, minoritario, come un insieme di persone da guardare con distacco misto a curiosità.

Perchè - dunque - l'ex presidente degli Stati Uniti, Obama, e la quasi presidente USA, Illary Clinton, hanno scelto proprio questa locuzione, in una occasione oltrettutto tragica e in un contesto temporale così importante per i cristiani quale è la Pasqua?

Non lasciamoci trascinare dalle spiegazioni (apparentemente) più semplici, perchè la realtà è più complessa della nostra esigenza di rendere tutto smart.

“Easter Workshippers” non è un neologismo da acrivere alla cristianofobia che da troppi anni viene perseguita dalle istituzioni internazionali per autogiustificare l'inerzia di fronte ai continui massacri di cristiani in terre governate da maggioranza musulmane.

O - almeno - non c'è solo questo.

Come si affretta a sottolineare "Open" di Enrico Mentana con uno dei suoi giornalisti (si veda: "Il significato di 'Easter worshippers» e i cristiani. L'inutile polemica contro Obama e Clinton", di David Puente, 23 aprile 2019"Barack Obama e Hillary Clinton non si sono inventati un nuovo termine e non hanno evitato di citare i credenti della religione cristiana colpiti all'interno dei luoghi di culto negli attentati in Sri Lanka".

"Il significato del termine easter workshippers è quello di 'credenti che hanno celebrato la Pasqua cristiana in un luogo di culto', sintetizzato in due parole, un riferimento più che evidente nei confronti di coloro che celebrano la festività seguendo la cerimonia religiosa rispetto ad altri credenti che invece la passano altrove" - scrive David Puente - . Non è una definizione affatto nuova e fa riferimento proprio ai credenti cristiani che festeggiano la Pasqua.

Cerchiamo di riassumere: la parola 'Worshippers' identifica coloro che vanno a una cerimonia religiosa o a un luogo di culto ('someone who goes to a religious ceremony to worship God'); la parola 'Easter' identifica la Pasqua cristiana ('a Christian religious holiday to celebrate Jesus Christ's return to life after he was killed', così come nell'inglese americano 'a Christian religious holiday that celebrates Jesus Christ’s return to life')".

E prosegue nel suo puntiglioso articolo con citazioni varie per dimostrare che "oltre a citare i credenti di religione cristiana" i due principali esponenti Dem americani "hanno fatto riferimento anche ai turisti e viaggiatori che si trovavano nei luoghi colpiti dagli attentatori e che potrebbero non essere per forza dei credenti. 

Come al solito, "la polemica" viene "avviata da un'area dei credenti cristiani" per motivazione "tipicamente politica", scrive "Open".

Stia tranquillo Mentana, noi credenti cristiani siamo un po' più intelligenti di quanto creda lui e non ci lasciamo inscatolare in contrapposizioni di natura politica Trump-Clinton, Democratici-Repubblicani, Sinistra-Destra, perchè qui la questione è più complessa ed esige spiegazioni più adeguate.

Non mi convince fino in fondo la spiegazione che fornisce Corrado Ocone su "Formiche.net" (si veda: "Se il politicamente corretto di Obama e Clinton dimentica i cristiani", di Corrado Ocone, "Formiche.net", 22 aprile 2019), per il quale la scelta di tale locuzione non sarebbe altro che "il risultato di un progetto culturale-politico ben preciso di cui Obama e Hilary sono stati e sono, all’una tempo, espressione e autori eminenti. Effetto e causa".

"Questo progetto, che ha trovato espressione in una quantità di leggi e regolamenti sotto la presidenza Obama, e che non poco spiega il voto per reazione dato dagli americani a Donald Trump, è il 'politicamente corretto', espressione compiuta del pensiero radicale e liberal nel momento del suo apogeo. - scrive Ocone -. Un pensiero che, colto nella sua essenza più profonda, è, nonostante in molti pensino il contrario, profondamente illiberale e antioccidentale.

Prima di tutto, perché, nel momento in cui pone nel discorso pubblico e politico il tema di una presunta 'correttezza' e 'moralità', tende ad escludere i diversamente senzienti e pensanti e a porsi come 'pensiero unico'.

Secondariamente, perché, in nome di una astratta ragione e morale, depotenzia dall’interno la mostra identità e la nostra morale, cioè quegli elementi che in un travaglio storico plurisecolare, plasmato in quasi ogni sua parte dal cristianesimo, ci hanno portato alla democrazia, al liberalismo e alla laicità (cioè in concreta alla separazione del potere politico da quello religioso).

Ciò è particolarmente pericoloso nel momento in cui altre civiltà, fra cui quella islamica, non solo nelle sue espressioni più radicali, vuole prendersi una rivincita storica nei nostri confronti. Il rischio, anzi già quasi la realtà, è di farci trovare disarmati a questo appuntamento con la storia. Se prima noi non crediamo alla nostra Storia e ai nostri valori, perché gli altri dovrebbero rispettarci?

Non è forse il relativismo acuì siamo giunti prima ancora che il nostro essere 'infedeli' che arma la mano dell’islamismo politico e in genere quella di ogni nemico della nostra civiltà? Che dialogo alla pari possiamo intraprendere con gli altri se non abbiamo più una nostra identità o ci vergogniamo di essa

L’impressione è che prima che dal nemico esterno, l’Occidente sia oggi aggredito da un nemico interno che ne sta lentamente corrodendo i valori e l’essenza.

Mi sembra che, in quest’ottica, il neologismo usato da Obama e Clinton sia indicativo di un certo modo di pensare e della gravità non sempre percepita (e non a caso) dei tempi che stiamo vivendo".

C'è molto di vero in ciò che scrive Ocone, ma ho la sensazione che occorra fare uno sforzo e andare ancora più a fondo.

Don Mauro Leonardi su "AGI" propende per una spiegazione incentrata su dinamiche di politica interna americana (si veda: "Gli sconcertanti tweet di Obama e della Clinton sulla strage in Sri Lanka", di don Mauro Leonardi, "AGI", 22 aprile 2019).

"Perchè fa così Obama? Evidentemente perché teme che i musulmani da cui spera di raccogliere i voti si infastidiscano anche solo a sentire che venga fatto il nome di 'cristiano' e per ciò preferisce usare un giro di parole" - scrive don Leonardi.

L'ex presidente degli Usa e il suo ex segretario di Stato chiamano le vittime degli attentati non "cristiani" ma "adoratori della Pasqua", a differenza dei musulmani che hanno condannato l'attentato.

"Gli 'Easter worshippers' con i quali i due potenti americani solidarizzano infatti, sono semplicemente quelli che 'rendono culto nel giorno di Pasqua'; cioè, detto semplicemente, sono quelli che si trovavano dentro l'edificio di culto il giorno di Pasqua, e cioè quelli che vanno a Messa il giorno di Pasqua - scrive don Leonardi - . I due tweet sono quindi addirittura peggio di come sembrano. Essi sono qualcosa come: ci rammarichiamo con i musulmani 'buoni' perché i musulmani 'cattivi' hanno ucciso quelli che erano in Chiesa il giorno di Pasqua".

Don Leonardi riprende nel suo argomentare le osservazioni di Mohamad Tawhid, "un Imam australiano che ha studiato nelle scuole sciite prima dell'Iran e poi dell'Iraq, e che ha da sempre preso posizioni molto nette a favore della pace dedicando le sue migliori energie a dare forza a un Islam ragionevole e riformista".

"Tawhid, insomma, da attento studioso del rispetto religioso in tutte le sue dimensioni, vuole farci riflettere su qualcosa di molto importante - conlcude don Leonardi su "AGI" - . Mentre alcuni musulmani fanno strage di cristiani perché li ritengono in una tale continuità con la loro storia da reputarli colpevoli delle crociate, chi governa il mondo ora, mentre chiama gli adoratori di Allah 'musulmani', descrivere i cristiani solo come frequentatori di templi senza ritenere neppure meritevole delle loro scelte dare nome alla loro Fede e ciò perfino quando dare il culto della propria Fede li ha portati ad essere vittime di una strage".

Ciò che è accaduto in Sri Lanka è più complesso.

Sei esplosioni simultanee nella mattinata di Pasqua, e altre due più tardi, che hanno colpito tre chiese, tre hotel di lusso e un piccolo albergo.

Secondo le forze dell'ordine locali, ad agire domenica sono stati 7 kamikaze. I gruppii jihadisti locali, avrebbero agito con l'aiuto di una rete internazionale. E in giornata è poi arrivata la rivendicazione dell'Isis. C'è anche un'inchiesta sul perché non siano state prese più precauzioni da parte della polizia dopo un avvertimento dell'11 aprile quando un'agenzia di intelligence straniera aveva riferito che l'NTJ aveva pianificato attacchi suicidi contro le chiese.

Ieri si è verificata una nuova esplosione nei pressi di una chiesa della capitale Colombo. La detonazione è avvenuta in un furgone, mentre gli artificieri stavano cercando di disinnescare l'ordigno. Inoltre sono stati trovati 87 detonatori a basso potenziale esplosivo nella Bastian Mawatha Private Bus Station a Pettah, un quartiere della capitale Colombo.

E domenica sera un altro ordigno esplosivo è stato trovato e disinnescato su una strada di accesso all'aeroporto internazionale vicino la capitale Colombo.

Martedì mattina il ministro della Difesa Ruwan Wijewardene aveva detto in Parlamento che secondo le prime indagini gli attacchi "sono stati compiuti come ritorsione dopo quello di Christchurch", la strage delle moschee dello scorso marzo in Nuova Zelanda.

Intanto, il bilancio delle vittime del massacro  continua ad aggravarsi: 321 morti, di cui 45 bambini, secondo l'Unicef, e più di 500 feriti. Nella Chiesa di San Sebastiano, a Negombo, nel nord della città, martedì mattina sono cominciati i primi funerali di massa delle vittime.

Il governo ha dichiarato il lutto nazionale e lo stato di emergenza, dopo aver già introdotto il coprifuoco dalle 8 di sera alle 4 del mattino, mentre le forze dell'ordine hanno arrestato 40 persone sospettate di aver avuto un ruolo nell'organizzazione degli attentati.

"Un intricata rete di interessi contrapposti sta strangolando lo Sri Lanka - scrive Valter Maccantelli su "Alleanza Cattolica" (si veda: "Dentro il groviglio dello Sri Lanka" , 22 aprile 2019) - . India, Cina e Pakistan ne sono i protagonisti principali, anche se magari il lavoro sporco viene poi affidato a comparse locali o estemporanee.

"La pista jihadista è  tutt’altro che improbabile, ma da sola non rende giustizia alla straordinaria complessità dei giochi che si svolgono sopra e attorno questo Stato insulare nel bel mezzo dell’Oceano Indiano, complessità sviluppatasi nell’ultimo decennio e rimasta ai margini dell’attenzione mediatica.

Molte cronache fanno oggi riferimento alla guerra civile fra il governo centrale e la minoranza separatista Tamil, ma questo scontro si è concluso quasi dieci anni fa e, probabilmente, è del tutto estraneo ai fatti.

Tre sono invece gli scenari principali che potrebbero avere un collegamento con questa ondata di violenza: quello religioso, quello politico interno e quello geopolitico.

Gli attentati dei giorni scorsi hanno colpito due obbiettivi: la minoranza cristiana e i visitatori stranieri. Il doppio obbiettivo rimanda direttamente ai tre ultrafondamentalismi nazional-religiosi che stanno prendendo piede nell’area: islamico, hindu e buddhista.

Il trend positivo del fondamentalismo islamico nella regione viene del resto alimentato dal fatto che, in questo quadrante di mondo, i musulmani appartengono alla categoria delle minoranze discriminate e perseguitate dal radicalismo hindu e buddhista.

Tipico è il caso della minoranza Rohingya nel Myanmar.

Questa situazione fornisce cioè argomenti forti al fondamentalismo internazionale, che se ne serve per una chiamata allo jihad in difesa dei fratelli perseguitati.

Molte sono insomma le ganasce che potrebbero aver stritolato gli incolpevoli cristiani che quella mattina sono andati in chiesa per incontrare la Resurrezione e invece, per mano di ignoti assassini, hanno trovato la morte".

Perchè - dunque - l'ex presidente degli Stati Uniti, Obama, e la quasi presidente USA, Illary Clinton, hanno scelto proprio questa locuzione, in una occasione oltrettutto tragica e in un contesto temporale così importante per i cristiani quale è la Pasqua?

Ho la sensazione che Lucandrea Massaro abbia centrato appieno la risposta.

"Il tema è più sensibile e più complesso e la scelta delle parole non è casuale - scrive Massaro su "Aleteia" (si veda: "Perché 'libertà di fede' e 'libertà religiosa' non sono davvero sinonimi", di Lucandrea Massaro, "Aleteia", 23 aprile 2019).

I tweet di Obama e Hillary Clinton dopo la strage di cristiani in Sri Lanka sui 'Easter Worshippers' aprono ad un tema vero: le religioni che spazio devono avere nella società?

"La scelta delle parole non è casuale e non è nemmeno una caduta accidentale essendo stata scelta da entrambi i leader democratici che vivono la politica repubblicana come quella del 'partito che fa le cose per i cristiani e le chiese' e che – per contraltare – determina una speculare politica religiosa per i Dem americani: noi siamo le 'vittime' di questa politica (o di questa retorica) - scrive Massaro - .

Che dunque non sia casuale come uso delle parole, è abbastanza evidente.

Del resto ai tempi di Hillary Clinton segretario di Stato americano (qualcosa di più di un ministro degli esteri in Italia), i tentativi di cambiare la terminologia relativa alla libertà religiosa cambiando da “freedom of religion” a “freedom of worship” sono stati numerosi, come ricorda Pasquale Annicchino, ricercatore ed esperto giurista che all’epoca ha discusso più volte di questo tema con il Dipartimento di Stato.

Annicchino ricorda come lui e i suoi colleghi abbiano spiegato ai funzionari che quel cambiamento avrebbe minato la possibilità di riconoscere – in aree difficili del mondo – la possibilità per i fedeli di organizzarsi in chiese riconosciute, essere quindi formazioni sociali visibili con dei diritti e la possibilità di incidere nel dibattito sociale.

La dicitura “freedom of worship”, il diritto di credere, rientra esclusivamente nel foro interno, nei diritti della propria coscienza, ma è solo se si persegue e si difende la “freedom of religion” che è possibile legittimare le conversioni pubbliche, difendere i luoghi di culto, i diritti delle famiglie ad una istruzione religiosa per i figli.

Una decisione del genere in politica estera sarebbe funzionale ad una analoga in patria, che limiti uno dei capisaldi della cultura americana, la vitalità delle chiese (tutte le chiese) nel dibattito politico".

"Essi cercano difendere una idea di lungo periodo che releghi la religione alla sfera della libertà di parola, ma non a quella di legittimo comprimario nel discorso pubblico, qualcosa di già noto in Europa, ma molto meno negli USA, dove il pluralismo sociale è dovuto anche ad un differente sviluppo della modernità nel ‘700, dove il tema dirimente non è 'chi ha il potere', ma 'come faccio ad evitare che il potere si concentri'" - conclude Massaro.

Non cadiamo nelle trappole semplicistiche che troppi vogliono propinarci.

Lo scrivo anzitutto per me e per chi - come me - crede che la fede in Cristo doni la Grazia di uno sguardo libero su di sè e sul mondo, uno sguardo nel quale tutta la ragione nelle sue facoltà viene esaltata alla sua massima espressione, uno sguardo capace di un giudizio non "di parte, ma da ogni parte", uno sguardo catholicon, universale, perchè non ha padroni nè ideologie da difendere. Uno sguardo libero non per fede, ma a causa della fede in Cristo.

Troppi vorrebbero tirare la giacca ai cristiani e costringerci a schierarci o di qua o di là, in una sorta di chiamata alla guerra santa dell'Occidente cristiano contro il feroce Saladino e l'invasione islamica, chiamata alla quale se non rispondi "presente!" non sei un vero cristiano.

«Vorrei esprimere nuovamente la mia fraterna vicinanza al popolo dello Sri Lanka. Sono molto vicino al cardinale Malcolm Ranjith Patabendige e a tutta la Chiesa di Colombo. Prego per le numerosissime vittime» e invito a «non esitare a dare tutto l'aiuto necessario. Auspico altrettanto che tutti condannino questi atti terroristici disumani e mai giustificabili» ha detto il Papa al Regina Coeli del giorno di Pasquetta.

Al termine dell'Incontro Interreligioso ad Abu Dhabi la firma del Documento sulla "Fratellanza Umana" di Papa Francesco e del Grande Imam di Al- Azhar. Gisotti: "Ad Abu Dhabi, Francesco e Al-Tayyib hanno indicato insieme una via di pace e riconciliazione su cui possono camminare tutti gli uomini di buona volontà, non solo cristiani e musulmani"

Pubblichiamo la riflessione di Kamel Abderrahmani, giovane studioso musulmano. (Traduzione a cura di AsiaNews).

Nella domenica di Pasqua, la festività più importante per i fedeli che commemorano la risurrezione di Gesù e che il Nuovo Testamento pone due giorni dopo la Passione – ovvero “il terzo giorno” – la barbarie anticristiana è tornata a colpire con forza in Sri Lanka. Una serie di attentati ha causato la morte di 310 persone ed il ferimento di almeno altre 500. Alberghi e chiese dove i fedeli, cattolici e protestanti, celebravano la messa sono divenute bersaglio per le sanguinarie forze islamiste. È una barbarie che agisce a volto scoperto. Non direi che questo gruppo non rappresenti l'islam, piuttosto ne rappresenta fedelmente una visione tra le altre: un islam ispirato a contesti storici contrastanti e testi spazio-temporali che non sono più validi.

Se tali atti sono commessi in nome del loro islam, nulla può sorprendermi perché questa religiosità superficiale di facciata è una malattia, una piaga e una macchina da guerra. Dico ‘questo loro islam’ perché il mio e quello di altri come me è diverso. È fede e spiritualità e rimane all’interno del dominio privato. Inoltre, noi siamo le prime vittime di questa visione medievale, ignorante e oscurantista della religione.

Dobbiamo attribuire alle cose il loro vero nome: quanto è appena accaduto in Sri Lanka è un atto di terrorismo islamico anticristiano. ‘Anticristiano’ perché non è la prima volta che i seguaci di Gesù subiscono tali atrocità solo perché sono cristiani. Lo abbiamo già visto con i copti e anche gli yazidi, giustiziati e cacciati in esilio dall'oscurantista Stato diabolico chiamato islamico. Non dobbiamo più tacere.

Oggi viviamo in un mondo malato, sofferente e che non ispira pace o convivenza. Un mondo in cui tutte le diverse comunità sono prese di mira: i cristiani in Sri Lanka, i musulmani in Nuova Zelanda e gli ebrei a Pittsburgh (Usa). Atti che ho denunciato e che continuo a condannare con fermezza e in modo assoluto.

Per chi non ne fosse a conoscenza, nel 2018 i cristiani sono stati la comunità religiosa più perseguitata al mondo. E se le cose continueranno così, è chiaro che nel 2019 l’oppressione nei loro confronti rischia di non placarsi a causa di tutti questi cristiano-fobici che, appartenenti ad altre fedi o anche senza religione, non smettono mai di insultarli o accanirsi sulle loro proprietà.

In quanto musulmano, considero i cristiani per quello che sono realmente: credenti che hanno la cultura del perdono e dell'amore, soprattutto nel giorno di Pasqua. Nonostante la risurrezione domenica si sia tramutata in morte, sono sicuro che essi manterranno intatta la loro fede e il loro amore; che l'odio non troverà posto nei loro cuori, pieni della grazia e dell'amore di Dio.

Unisco la mia umile voce a quella dei musulmani che come me hanno voluto esprimere la loro solidarietà e le loro condoglianze ai cristiani. Possa l'amore di Dio raccoglierci, nonostante vi siano persone che vogliono disunirci e seminare guerra tra noi. Parlo di quanti sono come me e voi, che credono nella convivenza e che lavorano per costruire ponti di amicizia e fratellanza tra diverse religioni e culture.

“Easterworkshippers”: letteralmente “adoratori della Pasqua”, come ci dice il Cambrige Dictionary.

Suona un po’ come “adoratori” di un culto primitivo, esotico, eccentrico, minoritario: come un insieme di persone da guardare con distacco misto a curiosità.

E' il termine che hanno utilizzato Barack Obama e Hillary Clinton - in due tweet a breve distanza temporale l'uno dall'altro - per commentare l’atroce strage di matrice islamista compiuta in Sri Lanka.

Non ci sono dubbi ormai che la mano terroristica appartenga ad uno dei tanti gruppi islamisti che seminano morte in nome di Allah. Lo Stato Islamico, attraverso la sua agenzia di propaganda, Amaq, ha infatti rivendicato gli attentati di Pasqua nello Sri Lanka che hanno causato almeno 321 morti, senza tuttavia fornire alcuna prova del suo coinvolgimento diretto.

Martedì mattina il ministro della Difesa Ruwan Wijewardene aveva detto in Parlamento che secondo le prime indagini gli attacchi "sono stati compiuti come ritorsione dopo quello di Christchurch", la strage delle moschee dello scorso marzo in Nuova Zelanda.

Il governo aveva anche rivelato che due gruppi islamisti locali sono sospettati dell'attentato: oltre al National Thawheed Jamaat, il cui nome era già circolato nelle scorse ore, ci sarebbe anche il Jammiyathul Millathu Ibrahim.

Il bilancio delle vittime del massacro  continua ad aggravarsi: 321 morti, di cui 45 bambini, secondo l'Unicef, e più di 500 feriti. Nella Chiesa di San Sebastiano, a Negombo, nel nord della città, martedì mattina sono cominciati i primi funerali di massa delle vittime.

Il governo ha dichiarato il lutto nazionale e lo stato di emergenza, dopo aver già introdotto il coprifuoco dalle 8 di sera alle 4 del mattino, mentre le forze dell'ordine hanno arrestato 40 persone sospettate di aver avuto un ruolo nell'organizzazione degli attentati.

“Easterworkshippers” - adoratori della Pasqua - non sarà nè un neologismo e neppure la volontà scientemente studiata per citare i credenti della religione cristiana colpiti all'interno dei luoghi di culto negli attentati in Sri Lanka senza usare il termine "cristiani", come si affretta a precisare "Open" di Enrico Mentana con uno dei suoi giornalisti (si veda: "Il significato di 'Easter worshippers» e i cristiani. L'inutile polemica contro Obama e Clinton", di David Puente, 23 aprile 2019)

"Barack Obama e Hillary Clinton non si sono inventati un nuovo termine e non hanno evitato di citare i credenti della religione cristiana colpiti all'interno dei luoghi di culto negli attentati in Sri Lanka, annota il giornalista di "Open".

Anzi, al contrario, i due principali esponenti del partito democratico americano hanno scelto il termine più appropriato: "Il significato del termine easter workshippers è quello di 'credenti che hanno celebrato la Pasqua cristiana in un luogo di culto', sintetizzato in due parole, un riferimento più che evidente nei confronti di coloro che celebrano la festività seguendo la cerimonia religiosa rispetto ad altri credenti che invece la passano altrove.
Non è una definizione affatto nuova e fa riferimento proprio ai credenti cristiani che festeggiano la Pasqua.

Cerchiamo di riassumere:
la parola 'Worshippers' identifica coloro che vanno a una cerimonia religiosa o a un luogo di culto ('someone who goes to a religious ceremony to worship God');
la parola 'Easter' identifica la Pasqua cristiana ('a Christian religious holiday to celebrate Jesus Christ's return to life after he was killed', così come nell'inglese americano 'a Christian religious holiday that celebrates Jesus Christ’s return to life')".

Come al solito "la polemica avviata da un'area dei credenti cristiani è tipicamente politica avendo di fronte una definizione che risulta corretta nei confronti di coloro, in quanto cristiani, festeggiano la Pasqua, e per coloro che si trovavano nel luogo degli attentati in quanto turisti".

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Un caffè in #compagnia: Settimana Santa 2019

S. Galdino; S. Atanasia; B. Sabrina Petrilli

Giovedì Santo

Es 12,1-8.11-14; Sal 115; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

Sette sono le frasi pronunciate da Gesù sul patibolo della Croce.

Messe in fila, paiono spezzoni giustapposti senza alcun nesso logico.

Eppure, una lettura meditata e attenta non può non cogliere una sostanziale unità di fondo che dà alle sette frasi quasi la parvenza di un testamento finale da parte del Cristo.

Scorrendole una ad una si odono risuonare in esse i contenuti peculiari dell’annuncio evangelico, che vedono il loro culmine proprio nella Pasqua di Gesù.

«DONNA, ECCO TUO FIGLIO! … ECCO TUA MADRE!»

Tutto il tumulto della più tragica giornata della storia sembra ora placarsi.

Sulla vetta del Golgota verso sera spiccano soltanto tre persone, tre esili figure: Gesù agonizzante, la Madre e Giovanni, il discepolo dal cuore vergine, capace di amare con totalità di dedizione, senza paura di morirne.

Come Maria. E si distinguono ormai soltanto alcune brevi parole: brevi ma intense, essenziali, cariche di potenza creatrice, perché cariche d’amore: «Donna, ecco tuo figlio!… Ecco tua madre!».

La consegna della Madre al discepolo è il supremo testamento d’amore lasciatoci da Gesù. Nelle tenebre del Venerdì Santo una luce rifulge; in un raccapricciante scenario di morte avviene un mirabile atto creativo. Maria rappresenta qui la nuova Eva dalla quale nasce una prole nuova: la stirpe dei figli di Dio. Donna, ecco tuo figlio!

Mentre sta presso la croce e consuma nel cuore l’immenso dolore della Passione del Figlio, dal Figlio stesso Maria è investita di una maternità spirituale e universale che la rende davvero grande più di ogni altra creatura.

Diventa madre di tutta l’umanità, perché – come dice sant’Agostino – Gesù, in forza del suo amore, essendo unico presso il Padre non ha voluto rimanere solo (cfr. Discorsi, 194,3).

Ecco tua madre! Quale pegno e quale responsabilità!

Giovanni la prende con sé per riceverne le cure quale figlio, ma anche per averne cura come di una madre cui è dovuto immenso amore, profonda riverenza e devozione.

Da questo momento Maria è la Madre della Chiesa; è la nostra Madre nella misura in cui noi instauriamo con Gesù una relazione vitale, prendendo parte al suo mistero di redenzione come membra del suo stesso corpo. La nostra vita ha quindi le sue radici nella croce di Gesù, nella stabilità di Maria, nella fedeltà di Giovanni.

Siamo nati là, in quell’ora, dal cuore trafitto di Cristo e siamo stati affidati da lui al cuore della Madre.

Così siamo nati quali figli di Dio e siamo nati anche come Chiesa; perciò siamo nati anche come madri, perché Maria è Madre e Figlia della Chiesa, com’è Madre e Figlia del suo Figlio.

Affidati a lei, riceviamo a nostra volta in lei e da lei la santa Chiesa; la riceviamo come Madre da amare, da onorare; la riceviamo per darle ascolto, per obbedire ai suoi suggerimenti, per camminare con la sua guida nella via della luce quali veri figli di Dio.

Meditazione di Madre Anna Maria Canopi

+ Dal Vangelo secondo Giovanni 13,1-15

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.

Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita.

Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto.

Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».

Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

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Un caffè in #compagnia: Settimana Santa 2019

S. Simeone Bar S.; S. Acacio; S. Kateri Tekakwhita

Settimana Santa

Is 50,4-9a; Sal 68; Mt 26,14-25

Sette sono le frasi pronunciate da Gesù sul patibolo della Croce.

Messe in fila, paiono spezzoni giustapposti senza alcun nesso logico.

Eppure, una lettura meditata e attenta non può non cogliere una sostanziale unità di fondo che dà alle sette frasi quasi la parvenza di un testamento finale da parte del Cristo.

Scorrendole una ad una si odono risuonare in esse i contenuti peculiari dell’annuncio evangelico, che vedono il loro culmine proprio nella Pasqua di Gesù.

"OGGI CON ME SARAI NEL PARADISO"

Sull’alto monte del Calvario, quasi alberi nudi contro il cielo primaverile, si stagliano tre croci.

La tradizione artistica, con giusta intuizione, ha sempre voluto che quella posta al centro fosse più alta; su di essa si impone all’attenzione una scritta: «Costui è il re dei Giudei».

Gesù è là, inchiodato alla croce tra due malfattori, provocato e deriso dai capi e dai soldati, abbandonato dai discepoli, guardato da lontano dalla folla che prima l’aveva seguito, ascoltato e osannato per le sue parole e i suoi miracoli: ecco ora il più inconcepibile scandalo dell’impotenza.

Un «re da burla» che non si difende e che non è difeso da nessuno, nemmeno con una parola…

È una condizione estremamente umiliante, ma è la vera via regale scelta da Cristo per sé e da lui proposta ai suoi discepoli: «Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore» ( Gv 12,26). E ancora: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» ( Mt 11,29).

Soltanto la fede ci fa intuire che in tale stato di povertà e di umiliazione, di spogliazione e di morte è nascosto un grande mistero di grazia, una realtà bella e desiderabile.

Fu questa la fede del «buon ladrone» che, solo, riconobbe nel suo compagno di sventura un vero re, un re paziente, che pativa ingiustamente misconoscimento e ingratitudine da parte di coloro – noi tutti – che egli non si vergognava di chiamare fratelli.

E per quella sua fede il ladro ebbe il coraggio, in mezzo alle bestemmie e alle parole irrisorie, di chiamarlo per nome, di riconoscerlo «salvatore» e di rivolgergli un’umile preghiera di supplica: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno», rubando così all’ultimo istante il passaporto per entrare nel più bello di tutti i regni e ricevere in eredità una ricchezza incalcolabile.

Ebbe, infatti, la grazia di sentirsi dire: «Oggi con me sarai nel paradiso» ( Lc 23,43).

Il ladrone entra con il Re nel regno della gloria! Così il Cristo esercita la sua regale autorità.

Nell’umiltà del suo amore egli arriva all’estremo sacrificio per dare all’uomo la libertà, la salvezza, la vita nel suo regno glorioso.

Un inno della Liturgia delle Ore così ci fa cantare: «Egli non con stragi, con violenza e terrore ha soggiogato i regni: sollevato sull’alto della croce, tutto ha tratto a sé con forza d’amore».

Meditazione di Madre Anna Maria Canopi

+ Dal Vangelo secondo Matteo 26,14-25

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: "Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli"». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito! Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto».

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Un caffè in #compagnia: Settimana Santa 2019

S. Bernardetta Sourbirous; S. Benedetto G. Labre

Settimana Santa

Is 49,1-6; Sal 70; Gv 13,21-33.36-38

Sette sono le frasi pronunciate da Gesù sul patibolo della Croce.

Messe in fila, paiono spezzoni giustapposti senza alcun nesso logico.

Eppure, una lettura meditata e attenta non può non cogliere una sostanziale unità di fondo che dà alle sette frasi quasi la parvenza di un testamento finale da parte del Cristo.

Scorrendole una ad una si odono risuonare in esse i contenuti peculiari dell’annuncio evangelico, che vedono il loro culmine proprio nella Pasqua di Gesù.

"Padre, perdonali. Non sanno quel che fanno"

Dopo aver detto, con lacrime e sudore di sangue, il suo sì filiale al Padre, Gesù acquista forza ed è pronto ad affrontare la Passione tacendo davanti alla menzogna e all’umiliazione, deciso a portare a compimento la sua missione salvifica.

Condannato a morte senza un regolare processo, si avvia, portando la croce, verso il Calvario.

Durante la faticosa salita, egli è il buon Pastore che porta sulle sue spalle non tanto una croce di legno quanto l’umanità, ossia la pecorella smarrita che è venuto a cercare per riportarla nell’ovile del Padre sulle proprie spalle.

Siamo dunque noi la sua vera croce.

Il Calvario, luogo della più ingiusta esecuzione capitale, in forza di questo «più grande» amore, spinto fino all’estremo dono di sé, si trasforma nel monte del sacrificio redentore, nel monte dell’intercessione e del perdono.

Colui che durante il processo «non aprì la sua bocca» e, spogliato delle sue vesti, si rivestì di sacro silenzio – «Jesus autem tacebat», dice l’evangelista Matteo usando qui l’imperfetto a sottolinearne la profondità e la durata – ora che è reso del tutto impotente ed è là sospeso tra cielo e terra, inchiodato e senza alcuna difesa, in una disfatta che sembra totale, ora egli parla.

E la prima parola che udiamo da lui sulla croce è perdono, vale a dire «per-dono», dono al superlativo, dono di quell’amore che l’ha spinto lì: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».

Commenta l’abate Elredo di Rievaulx:

«’Padre’, dice, ‘perdonali’. Che cosa si poteva aggiungere di dolcezza, di carità a una siffatta preghiera? Tuttavia egli aggiunse qualcosa.

Gli sembrò poco pregare, volle anche scusare.

‘Padre, disse, perdona loro perché non sanno quello che fanno’. E invero sono grandi peccatori, ma poveri conoscitori. Perciò: ‘Padre, perdonali’.

Crocifiggono, ma non sanno chi crocifiggono, perché ‘se l’avessero conosciuto, giammai avrebbero crocifisso il Signore della gloria’ (cfr. 1Cor 2,8); perciò: ‘Padre, perdonali’.

Lo ritengono un trasgressore della legge, un presuntuoso che si fa Dio, lo stimano un seduttore del popolo. ‘Ma io ho nascosto loro il mio volto, non riconobbero la mia maestà’.

Perciò: ‘Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno’»

( Specchio della carità III,5)

Meditazione di Madre Anna Maria Canopi

+ Dal Vangelo secondo Giovanni 13,21-33.36-38

In quel tempo, mentre era a mensa con i suoi discepoli, Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l'un l'altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte. Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire». Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte».