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La famiglia non è una squadra di calcio

“La famiglia non è una squadra di calcio, è una realtà fondamentale che, anche partendo da sensibilità diverse, deve vederci uniti”.

Si respira aria fetida come da guerra civile in questi giorni di avvicinamento al XIII° Congresso Mondiale delle Famiglie (WCF XIII) che si terrà a Verona (29-31 marzo 2019).

E la cosa non mi piace affatto. Si sta pericolosamente andando ben oltre un clima da tifoserie avverse ed opposte: “la famiglia non è una squadra di calcio, è una realtà fondamentale che, anche partendo da sensibilità diverse, deve vederci uniti”, ammonisce il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, in una recente intervista a “Il Giornale” (“La Cei va all’attacco: ‘Per un cattolico è immorale ​vedere nei migranti un nemico’”, di Sergio Rame, “Il Giornale”, 20 marzo 2019).

“Il vero problema, come mi sembra evidente anche nel caso dell’appuntamento di Verona – aggiunge -, è che trasformiamo la famiglia in un’occasione di scontro e non di incontro. Da una parte chi la usa per legittimare le discriminazioni e le divisioni, dall’altra chi la considera ormai superata e retrograda… Ma in mezzo ci sono le famiglie vere, quelle che chiedono risposte, quelle che non arrivano alla fine del mese, le giovani coppie che vorrebbero mettere al mondo un figlio, quanti ancora sono costretti ad andare all’estero per trovare lavoro. Ecco, noi dovremmo dare risposte concrete a loro, andando oltre le rigide enunciazioni di principio o le provocazioni sterili”. 

Le osservazioni del cardinal Bassetti vanno dritte al punto e non riguardano (solo o tanto) i larghi segmenti della nostra società che considera la famiglia “ormai superata e retrograda”, ma sono riferite principalmente al variegato quanto frammentato arcipelago del mondo pro-life: si rischia di restare prigionieri di “rigide enunciazioni di principio”.

Fatemelo dire – perchè ce l’ho qui sul gozzo e non riesco a non tirarlo fuori – : ancora una volta si rischia di buttare a mare un’opportunità.

E aggiungo: avete tutti ragione eppure state sbagliando tutti.

Lo dico al “perimetro cattolico”: lo dico a Massimo Gandolfini, a Gianfranco Amato, a Filippo Savarese e lo dico anche a Mario Adinolfi.

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Festa del papà o festa al papà?

Oramai siamo a quella che io chiamo “uomofobia” o fobia del solo genere maschile in quanto uomo e in quanto padre.

La campagna che da anni i mass media, enti istituzionali e associazioni ci propongono è appunto quella del dogma che vuole tutti gli uomini/padri come esseri violenti, genitori inadeguati, primordiali e poco intelligenti.

E all’opposto tutte le donne/madri come esseri non violente, vittime, evoluti e molto intelligenti.

Un’antropologia sociale ed ideologica 2.0 inquietante che si pone talmente in violazione dei sacri principi costituzionali (articoli 2, 3, 29, 30 Cost., giusto per citare i principali) da non meritare neppure ulteriori dissertazioni.

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Come grido di sabbia. Padre Pierluigi Maccalli rapito da sei mesi

Proprio questa domenica, 17 marzo, sono sei mesi esatti dal rapimento di padre Pierluigi.

Un’eternità presa in ostaggio da sconosciuti che una notte di settembre l’hanno portato via.

Non sospettavano minimamente la portata del gesto che hanno compiuto: che Pierluigi Maccalli, missionario, diventasse testimone nel silenzio della sabbia del Sahel che lo custodisce come solo lei sa fare.

Tracce di Vangelo mai come adesso intessute di assenze crocifisse.

Un esodo di sabbia, come di sabbia sono le parole che accompagnano la traversata del deserto.

Una Quaresima prigioniera e dunque dal sapore di terra promessa, che solo da lontano si può scorgere.

Come in uno specchio che riflette l’immagine di una sconfitta che porta il sospetto, nascosto, di resurrezione. Sei mesi di vuoto che squarcia le apparenze che assediano la nostra vita odierna.

Niamey, 17 marzo 2019

Padre Mauro Armanino
“Avvenire”, sabato 16 marzo 2019

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PADRI OFFESI NELLE LIBRERIE “DE SINISTRA”

Entro in libreria per curiosare e un cartello promozionale posto in bella vista all’ingresso mi annuncia uno sconto del 15% su una selezione di libri, valido sia in libreria che online fino al 19 marzo. Non so resistere alla passione per i libri e mentre butto gli occhi sullo spazio promozione ne comprendo la ragione: la “Festa del Papà”!

Perfetto, ho la scusa giusta per comprarmi un libro, sono o non sono un papà? Poi mi viene di spostare lo sguardo sulla destra del cartello promozionale a sfondo tutto verde.

Si vede il disegno stile cartoon di un bimbo sulle spalle del proprio papà, un individuo barbuto: in alto la scritta “Festa del Papà” e più in basso un suo pensiero (del bambino): “Io comunque preferisco la mamma”.

Un messaggio sgradevole e stupido, oltre che offensivo e denigratorio nei confronti di tutti i papà. Non si comprende quale beneficio possa portare all’azienda una campagna di questo genere.

Evidentemente tante persone hanno provato lo stesso sentimento di indignazione se sul sito ufficiale della casa editrice è stata sostituita la pubblicità incriminata con un immagine di un ragazzo che legge un libro e sopra la scritta: “Il mio papà è un SUPER EROE-LETTORE”. Resta però la precedente pubblicità in tutti i 122 punti vendita italiani.

Banale errore di marketing o c’è dell’altro?

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