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Il matrimonio non va più indebolito

Il matrimonio non va più indebolito

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 12 marzo 2019

Per Matteo Salvini il diritto di famiglia "va riformato". Il ministro degli Interni lo ha dichiarato rispondendo a una domanda sul ddl Pillon durante una conferenza stampa in Senato, insieme alla ministro Giulia Bongiorno e al sottosegretario Molteni nella giornata dell’8 marzo.

Concordo.

E’ proprio il senatore leghista “papà” del disegno di legge, Simone Pillon, a postare sulla sua pagina ufficiale di facebook la dichiarazione completa di Salvini:

“Il diritto di famiglia va riformato nell’interesse delle donne, degli uomini e dei bambini, così com’è oggi non funziona. Troppi uomini furbi non pagano gli alimenti nascondendo le loro proprietà, ma troppe donne utilizzano i minori con scopo ricattatorio: va riequilibrata la situazione a favore del minore usato come merce di scambio. Il ddl Pillon è un punto di partenza non di arrivo, si può migliorare, ma la parità di ex mogli ed ex mariti, e dei nonni che perdono i nipoti, è un punto su cui bisogna lavorare: troppo spesso i bimbi sono usati per le beghe degli adulti e questo mi fa imbestialire”.

Così Salvini. E Pillon condivide: “Grazie Matteo. Realista, come sempre. Ieri abbiamo finito le audizioni. Da oggi si lavora sul testo unificato. #ripresavaloriale”.

Concordo - in linea di massima - anche su queste ulteriori affermazioni.

Detto questo, verba volant et scripta manent.

E allora cambia tutto.

Sugli spartiti made in Lega sta scritta una musica che suona tutt’altra canzone.

Il Consiglio dei Ministri n. 48 del 28 febbraio 2019, su proposta del Presidente Giuseppe Conte, ha approvato dieci disegni di legge di delega per le semplificazioni, i riassetti normativi e le codificazioni di settore.

I testi approvati, alcuni dei quali sono collegati alla legge di bilancio per il 2019, fanno seguito e superano - ampliandone la portata - il disegno di legge in materia di semplificazione approvato in via preliminare dal Consiglio dei ministri n. 32 del 12 dicembre 2018.

Uno dei ddl reca la delega “per la revisione del codice civile”. All’art. 1 comma 1 lett. b) esso indica come oggetto di delega:

“consentire la stipulazione tra i nubendi, tra i coniugi, tra le parti di una programmata o attuata unione civile, di accordi intesi a regolare tra loro, nel rispetto delle norme imperative, dei diritti fondamentali della persona umana, dell’ordine pubblico e del buon costume, i rapporti personali e quelli patrimoniali, anche in previsione dell’eventuale crisi del rapporto, nonché a stabilire i criteri per l’indirizzo della vita familiare e l’educazione dei figli”.

Si tratta né più e né meno dei cosiddetti “accordi prematrimoniali”.

Mettiamo insieme il testo del ddl n. 735 - “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità” e il testo di quest’ultimo ddl appena citato e la domanda sorge spontanea: quale concetto di famiglia ha – realmente - in testa la Lega di Salvini?

A parte il metodo - inaccettabile - con il quale l’iniziativa dell’attuale Governo sintetizza in poche battute una materia delicata e dirompente come quella del diritto matrimoniale espropriando Camera e Senato di ogni possibile approfondimento.

A sostenerlo è il Centro Studi Livatino che in una nota uscita ieri sul proprio sito web “manifesta sconcerto per la scelta del Governo, in linea con l’intento dissolutorio dell’istituto familiare, perseguito nella precedente Legislatura con le leggi sul divorzio breve, sul divorzio facile, e sulle unioni civili”.

E aggiunge: “gli accordi prematrimoniali riducono il matrimonio a un contratto come tanti altri che, come per la somministrazione di un servizio, disciplina le modalità di conclusione prima ancora di iniziare, in un’ottica di privatizzazione mercantile che penalizza la parte più debole”.

Di accordi prematrimoniali se ne era infatti discusso durante il governo Renzi con la proposta di n. 2669 depositata dagli on. Alessia Morani (PD) e Luca D’Alessandro (FI).

Peccato che – come sottolinea sempre il Centro Studi Livatino – ci siano due differenze non marginali:

  1. “quella, nella sua inaccettabilità, per lo meno si sottoponeva al confronto parlamentare, tant’è che poi non è stata approvata, mentre l’iniziativa dell’attuale Governo sintetizza in poche battute una materia delicata e dirompente, espropriando Camera e Senato di ogni approfondimento;
  2. in quella gli ‘accordi prematrimoniali’ erano volti unicamente ‘a disciplinare i rapporti dipendenti dall’eventuale separazione personale e dall’eventuale scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio’, mentre la delega attuale riguarda, oltre ai rapporti personali e patrimoniali in previsione della crisi del rapporto, anche ‘i criteri per l’indirizzo della vita familiare e l’educazione dei figli’”.

Sul ddl Pillon è come sparare sulla croce rossa. Saranno pure finite le audizioni in commissione, ma se il testo è stato stroncato e bocciato da parte del Consiglio nazionale forense, da numerosi magistrati, dall’Unione nazionale delle Camere Civili, dal Forum delle Associazioni Familiari, dallo stesso Centro Studi Livatino, dall’AIAF (Associazione Italiana Avvocati per la Famiglia e per i Minori) e – non da ultimo - dall’Associazione “Maison Antigone”, ci sarà pure motivo di seria riflessione sul fatto che trattasi di un testo totalmente da riscrivere.

A tal proposito, consiglio a tutti la lettura del dossier di 240 pagine presentato dall’Associazione “Maison Antigone” in audizione alla II Commissione Giustizia del Senato il 15 gennaio scorso che smonta pezzo dopo pezzo tutta l’impalcatura sul quale è basato il ddl Pillon, a partire dal concetto di bigenitorialità, mostrando i disastri provocati in quei Paesi nel quale si è assunto tale principio a modello (qui allegato).

Tra i numerosi contributi tecnici allegati al dossier, ve ne sono molti a firma del presidente dell’Associazione, l’Avv. Michela Nacca (Avv. della Rota Romana e dello Stato Città del Vaticano).

A margine, vi è anche un testo a firma di Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale di Bioetica, che sostiene:

“Questo ddl sposa un modello familiare di tipo svedese, quello secondo cui ogni componente della famiglia è un individuo autonomo che non deve dipendere dagli altri e che ha dei diritti da far valere verso gli altri. Mentre gli obiettivi del ddl sono in sé condivisibili, non è accettabile il suo tentativo di imporre il modello antropologico individualista che è poi quello che domina i nostri tempi”.

E aggiunge:

“Lo Stato non può entrare nelle modalità di svolgimento dei rapporti tra le persone. Non può essere lo Stato a dirmi, perché possa funzionare una relazione tra padre e figlio, quali sono i tempi, quali le modalità. Questo è uno Stato autoritario, uno Stato etico, ed è la pericolosità più grande del Ddl Pillon”. “I proponenti della riforma- aggiunge Morresi- parlano dei diritti relazionali, cioè del fatto che la legge può entrare nella modalità dei rapporti tra genitori e figli, sia nell’organizzazione delle tempistiche, sia negli articoli 17 e 18, quando viene previsto l’allontanamento del bambino dal genitore voluto per metterlo in una struttura dove viene rieducato alla bigenitorialità”. Un aspetto “molto pesante”, precisa la professoressa, perché vuol dire “che è lo Stato a stabilire quali sono le modalità di rapporto tra genitori e figli”.

Vorrei capire in quale provvedimento, in quale proposta di legge, in quale testo presentato dalla Lega vi si ritrovino tracce della #ripresavaloriale della quale è così convinto il Sen. Pillon.

Su famiglia, matrimonio e investimento sui figli non se ne vede neppure l’ombra.

Al contrario. Ciò che ne esce è l’idea del matrimonio visto in funzione dell’autorealizzazione dei coniugi e non in funzione della responsabilità reciproca e verso i figli.

Viene de facto riproposta la logica che regola la rivoluzione antropologica in atto nella nostra società, i vissuti umani vengono messi in discussione in base ai propri interessi, alle proprie emozioni, sentimenti, (rapporto uomo donna, procreazione staccata dalla vera maternità e paternità, la dignità e i diritti dei bambini), il desiderio coincide con la pretesa, il voler bene con il possesso, il diritto all’autodeterminazione viene a valere più della vita, la misericordia sembra negare la giustizia.

Ci aggiungiamo altre due cosucce?

Primo. Tutti zitti quando il Comitato Nazionale di Bioetica ha dato il via libera all’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) all’utilizzo della triptorelina per bambini che hanno problemi di disforia di genere (con l’unico voto contrario di Assuntina Morresi), salvo ora stracciarsi le vesti e promettere interrogazioni parlamentari urgenti perché dal 25 aprile - data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale - il medicinale in oggetto è diventato totalmente mutuabile per l’utilizzo in tali situazioni. Ricordo che i componenti del CNB sono di nomina del Presidente del Consiglio.

Secondo. Sono otto mesi che stiamo attendendo dal Ministro dell’Interno Salvini “un parere all’avvocatura di Stato” in merito alla trascrizione all’anagrafe comunale di bambini acquistati all’estero con la pratica dell’utero in affitto.

Era infatti il 09 agosto 2018 quando Riccardo Cascioli domandava: “A suo tempo, il ministro Alfano ingaggiò un braccio di ferro con i Comuni per la trascrizione dei matrimoni gay. Finora da lei non è arrivata alcuna risposta”. E così rispondeva Salvini: “Ci stiamo lavorando, ho chiesto un parere all’avvocatura di Stato, ho dato indicazione ai prefetti di ricorrere. La mia posizione è fermamente contraria (...) E’ certo che farò tutto quello che è possibile al ministro dell’Interno e che comunque è previsto dalla Costituzione. Utero in affitto e orrori simili assolutamente no”.

(in “Salvini: con noi al governo sarà difesa la famiglia”, “La Nuova Bussola Quotidiana”, 09 agosto 2018)

Allegati

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Libro-torta anticipa il disco-torta

LIBRO-TORTA ANTICIPA IL DISCO-TORTA

di Andreas Hofer

#LaCroce quotidiano, 06 marzo 2019

Giuseppe, dopo le “Lettere a una moglie” hai pensato bene di scrivere direttamente un libro “con” la moglie. Come è nata questa idea?

"Ovviamente è tutta colpa di Anita, insisteva da tempo che scrivessi qualcosa perché si capissero meglio il nostro progetto e le nostre canzoni. Le donne sanno essere molto insistenti...

Alla fine l’ho fregata, ho accettato, ma le ho detto che però doveva scrivere anche lei, non solo io. Il libro è stata un’ottima occasione per litigare meglio, non bastavano i litigi alla base delle canzoni.

Il discorso della torta, invece, è venuto fuori guardando le classifiche di libri su Amazon: era pieno di libri di cucina. E motivazionali.

Insomma, tutti a dare ricette, per cucinare e per vivere, ma quasi nessuno che usa l’Ingrediente principale...

Così abbiamo pensato di confezionare un libro-torta che non dà ricette ma racconta di come l’Ingrediente principale possa cambiare l’esistenza delle persone. L’Ingrediente principale che per noi è Dio".

Un ingrediente che ai Mienmiuaif piace unire a tante altre cose creative. Alla musica ad esempio. Non è che per caso avete altri progetti musicali in ballo?

"Il libro torta in effetti anticipa di qualche mese il disco torta, che avrà lo stesso titolo,Mienmiuaif Cake”, e la copertina con la grafica uguale ma a colori invertiti.

Una raccolta di canzoni scritte e pubblicate chitarra e voce sui social in questi anni, riarrangiate e registrate in studio, più alcuni inediti e una sorpresa insieme ai Reale, una super band di christian music con cui abbiamo molto legato.

Un disco torta con tanti ingredienti e gusti diversi, un progetto a cui stiamo lavorando da tempo perché sia professionale e ben fatto sotto tutti i punti di vista, per essere al livello delle altre produzioni di oggi, motivo per cui sta per partire una raccolta fondi che ci servirà per raccogliere le risorse utili a portare a termine il tutto nel migliore dei modi.

Ci servono tante preghiere e aiuti concreti per portare avanti il nostro progetto e riuscire a comunicare certi temi anche fuori dai nostri ambiti".

"Mienmiuaif Cake": ne scriviamo qui:

Mi ami anche di notte – Mienmiuaif (Mia moglie ed io)

Mi pare di capire che con questo secondo album ci saranno delle novità sul piano dello stile musicale. Potete darci qualche anticipazione?

"Ci siamo divertiti a spaziare attraverso diversi generi, sempre un po’ a modo nostro ovviamente, e con l’aiuto di Federico Lopez per gli arrangiamenti, con cui abbiamo registrato anche 'Quando saremo piccoli'.

In particolare ci sarà un pezzo di apertura dell’album funk hip hop, non senza ironia... e qualche incursione nei territori dell’elettronica".

Quali sono i vostri riferimenti, musicali e spirituali?

"Ascoltiamo e leggiamo un po’ di tutto, comunque ad Anita piace molto una cantante di nome Lianne La Havas, poi legge i libri di Maria Valtorta e segue un po’ di youtuber cristiane americane...

Io vado matto per Brother Isaiah (in particolare l’ultimo videoclip 'Struggler'), il filosofo Hadjadj, Chesterton, Guareschi, Ratzinger.

A entrambi piacciono i film di Cotelo e ovviamente i libri di Costanza Miriano. E tanto altro, grazie a Dio c’è tanta bellezza in giro, nonostante un contesto culturale generale non esaltante per un cristiano...

Poi santa Teresina, di cui parliamo parecchio nel libro, e siamo legati in maniera speciale a Medjugorje e alle Monache del Cuore Immacolato, monache benedettine con cui c’è una bella affinità spirituale".

Quando saremo piccoli – Mienmiuaif (Mia moglie ed io)

Travolgimi · Reale

Un altro ingrediente a cui non rinunciate mai è l’umorismo, un tratto che del resto accomuna tanti dei riferimenti dei Mienmiuaif. Un’altra scelta controcorrente, se pensiamo al panorama musicale di oggi.

"Sì, in particolare in una coppia, se non c’è una buona dose di umorismo, è dura...

Anita per esempio dopo le 22 disattiva la modalità humour e comunica con me solo letteralmente, sono i momenti più duri della giornata.

Lo humour ci sta anche nella musica, prendersi troppo sul serio è pericoloso.

Non siamo una band 'comica', però riteniamo che l’umorismo sia un ingrediente importante della nostra torta".

Attraverso la musica e i libri testimoniate la vostra fede agli altri. Ma voglio rovesciare la prospettiva e chiedervi cosa ha trasmesso a voi questa esperienza di apostolato attraverso l’espressione artistica.

"Ci ha trasmesso la bellezza ma anche la fatica, sia dell’apostolato che dell’espressione artistica.

A un certo punto, dopo un primo periodo in cui la cosa era nata quasi per scherzo, abbiamo dovuto decidere se proseguire o meno.

Hanno iniziato a chiamarci in giro per l’Italia e al divertimento iniziale si è aggiunta la fatica di un progetto che stava diventando più complicato.

Abbiamo deciso di proseguire, lasciando in parte i nostri lavori, e l’esperienza si è fatta gradualmente più intensa e difficile.

Però bella, viva.

Sia l’apostolato che l’espressione artistica richiedono sacrificio, anche un po’ di follia, ma riempiono la vita".

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Matrimonio, la ricetta impossibile

Matrimonio, la ricetta impossibile

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 06 marzo 2019

"Quanto più un’epoca è immersa nella notte del peccato e della lontananza da Dio,
tanto più c’è bisogno di anime unite a Dio.
E Dio non le lascia mancare.
Nella notte più oscura sorgono i più grandi profeti-santi"
Edith Stein, 'Nel castello dell'anima'

Alzi la mano chi sta vivendo - con profondo turbamento e strisciante pessimismo - quella che appare sempre più “un’epoca immersa nella notte del peccato e della lontananza da Dio”, che sembra travolgere anche la barca di Pietro?

Presente!, lo ammetto. Hai come la sensazione che il furbo e potente Berlicche stia come per vincere la partita e, gongolante, annunciare in pompa magna che Dio è morto e che se anche fosse vivo non c’entra nulla con la nostra vita: proprio gli uomini che si dicon di Dio, con i propri comportamenti scandalosi, sono lì a dimostrarlo.

Poi ti guardi intorno e nella complessa trama di relazioni interpersonali vedi quella “santità della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità”.

Solo duecento chilometri mi separano da due “fuori-classe della santità”, che - per me - hanno il volto di Anita Baldisserotto e Giuseppe Signorin, la marito-moglie band dal nome impronunciabile “Mienmiuaif”.

L’ultima uscita della collana “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio”, di Berica Editrice, dal titolo “Mienmiuaif Cake. Il libro che non ti insegna a cucinare” è un breviario di santità nella quotidianità che apre il cuore.

Lo scrive anche Costanza Miriano nella prefazione:

“Dovevo dirlo per onestà, e adesso forse la mia prefazione potrebbe non suonarvi affidabilissima, però è l'amore che ci fa conoscere davvero, dice sant'Agostino, quindi anche se li amo posso dire qualcosa di credibile su questo libro. Ecco, io dico che è un prezioso condensato di estetica - cioè la teoria dell'arte -, filosofia, teologia, umorismo, e soprattutto fede. È una specie di mappa per collocarsi nel mondo, c'è dentro tutto, c'è il senso della sofferenza e Netflix e i gatti, i libri e la musica, la Panda e la cheesecake, c'è Alfie e un matrimonio salvato da un'aspirina, le pentole bruciate nascoste e la Messa con le vecchiette, ci sono tecniche di preghiera da combattimento e cotolette e Radio Maria e Radio Deejay, c'è uno che non parla inglese e quasi finisce per confessarsi da un sacerdote americano, e non porta i meggins perché guida la Panda, c'è una che ha una voce d'angelo e fa morire dal ridere e piange molto”.

Il duo di Arzignano si è messo a quattro mani a scrivere le note di una storia d’amore, la loro.

“La vita è una torta ma questo non è un libro che ti insegna a cucinare”, sgombrano il campo Anita e Giuseppe.

E allora, che cos’è?

“Noi vogliamo proporre qualcosa di nuovo e un libro che non ti insegna a cucinare è sicuramente qualcosa di nuovo – proseguono-. Siamo una marito-moglie band con un nome assurdo, una cantante dalla voce angelica e uno pseudo chitarrista che non ci capisce granché di musica ma è molto ostinato e da anni costringe la sua dolce metà a non uscire dal gruppo come John Frusciante. Poi abbiamo un blog, facciamo video, selfie, usiamo i social, suoniamo in giro, la parte maschile del duo sta pure meditando di aprire una scuola di ballo. Oggi tutti vogliono insegnarti a cucinare, ma nessuno usa l'Ingrediente principale. Noi non ti insegniamo a cucinare, ma ti facciamo assaggiare una torta con l'Ingrediente principale. Buon appetito”.

Non è un manuale e neppure un bigino da copiare per essere felici. E’ come una miniera di pepite d’oro da imitare nel rileggere le trame della nostra quotidianità alla luce della Presenza di Dio.

Basta prendere in mano l’indice dei sette capitoli del libro e te rendi conto subito:

  1. “Il nostro libro non ti insegna a cucinare ma in compenso ti racconta come lo pseudo chitarrista dei Mienmiuaif ha abbordato la cantante (Anita)” - pag. 11;
  2. “Il nostro libro non ti insegna a cucinare ma in compenso affronta questioni estetiche mica da ridere (Giuseppe)” - pag. 45;
  3. “Il nostro libro non ti insegna a cucinare ma in compenso parla di un sacco di cose a caso che però in qualche modo riguardano l’Ingrediente principale (Mienmiuaif + special guest)” - pag. 67;
  4. “Il nostro libro non ti insegna a cucinare ma in compenso ha un capitolo introspettivo e conclusivo che invece di essere alla fine è adesso (Mienmiuaif)” - pag. 91;
  5. “Il nostro libro non ti insegna a cucinare ma in compenso è ripieno di cake news (InstaMienmiuaif)” - pag. 97;
  6. “Il nostro libro non ti insegna a cucinare ma in compenso ha una playlist di preghiere da paura come la barba hipster dello pseudo chitarrista (papi, santi, beati, autori sconosciuti, tutta gente in gamba comunque)” - pag. 107;
  7. “Il nostro libro non ti insegna a cucinare ma in compenso ha una ciliegina sulla torta in latino (Mienmiuaif)” - pag. 117.

“La gioia, che fu piccola appariscenza del pagano, è il gigantesco segreto del cristiano”, scriveva G.K. Chesterton nella parte finale di “Orthodoxy”, nel 1908.

Quello che mi colpisce di loro due è l’umorismo con il quale sanno vivere e che cosa c’è di più rassicurante che vedere che davvero si può vivere così?

A scanso di equivoci, l’umorismo cristiano non ha nulla a che spartire con quella comicità che si alimenta degli aspetti bizzarri della vita per divertire e divertirsi in un mondo senza speranza; e nemmeno si avvicina a quell’ironia sagace e sarcastica che prende tutto e tutti per il naso nell’illusione di sopravvivere così ad un destino cinico e baro.

L’umorismo cristiano è libero, ha in sé gli ingredienti per convertire il pessimismo in audacia, il disprezzo in pietà, l’insofferenza dei limiti in feconda accettazione. Questa benefica novità deriva dal fatto che, nell’ottica umoristica, l’esistenza e gli eventi ricevono senso e valore non in se stessi, ma in Dio che “sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere” (Salmi, 102, 14).

L’opposto dell’umorista è il corrucciato. Sprovvisto del senso del relativo, prende tutto sul serio, soprattutto se stesso. Dimentico della sostanziale debolezza umana, non sa compatire: il suo sorriso, quando c’è, è stentato; la sua presenza non suscita né fiducia né simpatia; parla di Dio come di un giudice e di un custode della legge più che di un padre. Quando un suo progetto fallisce o gli vengono meno gli amici, si lascia andare a un’amarezza che gli avvelena l’esistenza. Generalmente angosciato, è anche “pesante” perché carico dei propri punti di vista, dei propri umori, delle proprie disillusioni. Il cristiano che ha il sense of humour, invece, quando cozza contro la disillusione, comprende e sorride: comprende i suoi limiti e sorride del crollo delle sue illusioni. L’intelligenza del relativo lo sposta sul terreno dell’assoluto: può così collocarsi al suo giusto posto, in rapporto a un Altro immensamente più grande di lui, che lo avvolge con benevola Provvidenza.

“Mienmiuaif Cake” è attraversato da questo gusto per la vita.

Un assaggio?

Capitolo 3, pag.na 77: “Offri tutto: Gesù si prende anche la Coca Cola nel bicchiere sbagliato” (Capitolo scritto - escluso l’ultimo paragrafetto a sorpresa – dai Mienmiuaif insieme. Ma la penna rossa da maestrina ce l’aveva solo Anita).

“La scoperta delle scoperte – annotano il duo -. Perché quando le cose non vanno come vorremmo, quindi quasi sempre, ma in certi periodi proprio è un caos pazzesco, comunque possiamo offrire tutto a Dio. (…) Nulla va sprecato, se vissuto con Dio e per Dio. Tutto va in Cielo. Significa che se le cose vanno bene, si ringrazia, ma se le cose non vanno bene, si può ringraziare lo stesso perché si può offrire e Dio trasforma il male in bene. Se teniamo lo sguardo fisso in Alto, anche le cose di quaggiù, persino le peggiori, possono acquisire senso e valore. Noi offriamo tutto, sempre. Una giornata col mal di testa, a letto, che prima di incontrare Dio avremmo visto come sprecata, oggi assume un’altra forma. O come l'altra sera, in pizzeria, quando lo pseudo chitarrista ha versato la Coca Cola nel bicchiere sbagliato, il bicchiere con la candela. Era spenta, non si è nemmeno accorto, non fa parte della sua forma mentis un bicchiere di vetro con dentro una candela, ma la parte femminile del duo, quella arguta, ha visto tutto ed è riuscita a impedire in tempo che il marito mandasse giù pezzettini di cera corrosa da mezza lattina di Coca Cola. Anche cose così, offriamo tutto, Gesù si prende tutto. ‘Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio’. Ai tempi di san Paolo non c’era la Coca Cola, ma quello che disse agli amici Corinzi, perché non dovrebbe valere anche oggi per le bibite gassate? (…). Offrire tutto per il Paradiso, ecco, questo dà sapore anche alle cose di quaggiù. Sembra un paradosso, ma è quello che abbiamo sperimentato entrambi. Noi cristiani non perdiamo mai, perché quando viviamo una sconfitta, la offriamo come Cristo in croce, e la trasformiamo. Non esiste fallimento vero, per noi, perché quando falliamo, umanamente parlando, possiamo sempre offrire il fallimento. È stupefacente”.

"Chi si consegna senza ritorno al Signore viene da Lui scelto come strumento per costruire il suo regno […] - scrive Edith Stein ne ‘Nel castello dell'anima’-. I testi ufficiali di storia tacciono di queste forze invisibili e incalcolabili. La fiducia del popolo credente e il giudizio della Chiesa, a lungo provato e attentamente ponderato, però le conosce. E il nostro tempo si vede sempre più costretto, quando tutto il resto viene a mancare, a sperare l’ultima salvezza da queste sorgenti nascoste". Quali sono queste sorgenti nascoste? Sono anime in cui "la consegna amorosa, illimitata, a Dio e il reciproco dono divino, l’unione totale e continua, è la massima elevazione del cuore per noi raggiungibile, il più alto grado di preghiera. Le anime che lo hanno raggiunto sono realmente il cuore della Chiesa: in esse vive l’amore sommosacerdotale di Gesù. Con Cristo nascoste in Dio, non possono che irraggiare l’amore divino, di cui sono ricolme, negli altri cuori e così collaborare alla perfezione di tutti all’unità di Dio, che era ed è il grande desiderio di Gesù".

Anita e Giuseppe sono fatti così e lo sanno trasmettere in tutto ciò che scrivono, producono e fabbricano.

E il fatto che in qualche modo impattino con la mia vita mi aiuta non poco ad imparare da loro l’umorismo di Dio che solo ti viene da una familiarità con Cristo.

La familiarità con Cristo da cui nasce l’evidenza della sua parola come unica che dia senso alla vita, come possiamo viverla oggi?

Io conosco un solo modo, il metodo di Cristo, quel metodo che - con fatica e anche dolore - ho imparato a vivere da Don Luigi Giussani:

"Il modo c’è: la compagnia che da Cristo è nata ha investito la storia: è la Chiesa, suo corpo, cioè modalità della sua presenza oggi. È perciò una familiarità quotidiana di impegno nel mistero della sua presenza entro il segno della Chiesa. Di qui può nascere l’evidenza razionale, pienamente ragionevole, che ci fa ripetere con certezza ciò che Lui, unico nella storia dell’umanità disse di sé: Io sono la via, la verità, la vita".

E la Chiesa ha il volto concreto di donne ed uomini che - come Anita e Giuseppe – appartengono a quella lunga schiera della “classe media della santità”.

E’ proprio vero: “Nella notte più oscura sorgono i più grandi profeti-santi”.

Dimenticavo: “Mienmiuaif Cake. Il libro che non ti insegna a cucinare” è disponibile in formato cartaceo, ePub e Kindle su Amazon, nel sito di Berica Editrice e nelle principali librerie digitali.

Dimenticavo: “Mienmiuaif Cake. Il libro che non ti insegna a cucinare” è disponibile in formato cartaceo, ePub e Kindle su Amazon, nel sito di Berica Editrice e nelle principali librerie digitali.

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Leggere e comprendere la #frase-choc dell’Avvocato

Leggere e comprendere la #frase-choc dell’Avvocato

di Gabriele Marconi

#LaCroce quotidiano, 01 marzo 2019

"Non è niente più che un semplice caso di penetrazione sessuale ordinaria cui il bambino non partecipa volontariamente né attivamente".

Hanno scosso molti le parole di Robert Richter QC, legale a capo della difesa del Cardinale Pell, all’udienza di mercoledì per la lettura del verdetto da parte della corte.

L’avvocato in serata si è scusato con tutte le vittime di abuso per la “terribile scelta di parole” impiegate per rispondere all’avviso del giudice, che a suo dire l’hanno tenuto sveglio la notte. In aula la risposta del giudice era stata un’immediata e severa reprimenda. "Dev’esserle chiaro che ora io mi sto sforzando di ricevere la sua richiesta. Considerando il suo argomento – e dunque?".

La “richiesta” del team difensivo cui faceva ricevimento il giudice Peter Kidd (in evidente automoderazione) era uno sconto della pena o, più propriamente, la non applicazione di “circostanze aggravanti” che porterebbe la pena al massimale previsto per i capi d’imputazione di cui la giura ha riconosciuto colpevole il cardinale.

Cinque, ognuno dei quali con una pena massima prevista di 10 anni, per un totale di 50 anni di carcerazione (ovvero ben oltre quanto rimane da vivere all’ex-Prefetto per la Segreteria dell’Economia vaticana).

"[Pell] aveva davvero in testa un qualche senso d’impunità" ha continuato il giudice. "In che altro modo poteva pensare di cavarsela? C’è stato un elemento di violenza qui… non sono neanche vicino ad un’incriminazione attenuata, nemmeno mi attraversa il pensiero".

Descrivendo la condotta di Pell come priva di pietà e di pudore, il giudice Kidd ha perciò liquidato la richiesta avanzata dai difensori del cardinale, sostanzialmente anticipando quanto sarà disposto nell’udienza del 13 marzo, quando la sentenza sarà letta con l’irrogazione della pena finora solo comminata.

Ma mentre il dibattito proseguiva nell’aula della Corte Distrettuale di Melbourne, fuori le parole di Richter avevano già raggiunto i dimostranti, per l’indignazione di quanti sostenevano la condanna di Pell e lo spaesamento di quanti auspicavano il proscioglimento, non riuscendo a comprendere a quale scopo il suo principale difensore si sia espresso in quei termini. Come quella anglofona, anche la stampa nostrana ha provveduto, non senza una qualche difficoltà linguistica, a mettere subito in risalto l’affermazione.

Ma, al contrario della gran parte degli organi d’informazione anglo-australiani o statunitensi, le testate italiche hanno per la gran parte descritto uno scenario decontestualizzato e surreale, in cui il penalista -ritenuto essere il difensore più tenace e brillante del foro australiano - avrebbe improvvisamente ammesso la colpa del proprio assistito.

Naturalmente non è avvenuto nulla del genere. Prima di definire così l’atto imputato (“plain vanilla sex penetration”, dove il riferimento al gusto vaniglia implica l’assenza di straordinarietà, cioè la convenzionalità), il legale aveva premesso: "La posizione del Cardinale è che egli è innocente. Io non sono nella posizione di affermare perché lui abbia commesso qualcosa che afferma di non aver commesso".

Ovvero, come sa chiunque abbia frequentato un tribunale, una premessa corrispondente alla formula “nella denegata e non creduta ipotesi in cui l’Ill.mo Giudice adito…”, l’equivalente giuridico di “ammesso e non concesso che…” nel momento in cui la corte propende per la colpevolezza dell’imputato che persevera nell’affermare la propria innocenza.

È strategia basilare di ogni impianto difensivo cercare un grado di gravità minore della condanna quand’essa appare inevitabile o quando si attende solo l’irrogazione della pena. Così, Richter ha cercato di sfidare i punti sui quali la pubblica accusa chiedeva le circostanze aggravanti, apparentemente la direzione della corte.

Il primo di essi riguardava proprio la violenza, intesa come la costrizione forzosa, brutale con cui si sarebbero consumati gli atti. Richter ha obiettato in quei termini perché, prendendo per buona la testimonianza della presunta vittima, non si ravvisa una violenza altra dall’atto in sé da quanto racconta testimonianza.

In secondo luogo, un fattore d’aggravio per l’accusa è la violazione del rapporto di fiducia che, secondo le vittime, è da imputarsi anch’esso a Pell come capo della Chiesa cui sono stati affidati. A questo elemento la difesa obiettava che l’allora arcivescovo non aveva alcun rapporto particolare, non conosceva le vittime e che non c’era perciò alcun fattore che ricadesse nella responsabilità personale dell’imputato.

Infine, sempre nell’ipotesi dell’accusa, la difesa ha contestato l’applicazione massimale delle pene rimarcando che nella testimonianza non c’è ombra di premeditazione e che, perciò, l’atto sarebbe stato eseguito dall’arcivescovo in preda ad un impulso irrefrenabile.

Le parole di Richter che tanto scandalo hanno provocato si collocano a livello della prima obiezione e contestano quella che è ritenuta una pena sproporzionata. E se pure possono sembrare prive di compassione verso chi abusi ne ha subiti per davvero (e tali sarebbero se fossero rivolte alle vittime), non va dimenticato che esse sono state pronunciate in un dibattimento tra la difesa e la corte, nell’ambito della determinazione del grado di dolo che la sentenza riconosce al crimine.

Come fatto notare dal prof. Jeremy Gans della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Melbourne, esperto e docente in Procedure Penali, appartiene alla dialettica processuale che le parti in causa facciano riferimento a diversi tipi di abusi per graduare la responsabilità penale degli imputati, sta poi alla corte – cui è in capo esattamente di determinare il grado del dolo – tracciare in corsa la limitazione di questa dialettica, come effettivamente è avvenuto.

"Nulla sarà qui ottenuto paragonando differenti forme di abuso sessuale su bambini. È certo che io debba pronunciare un giudizio circa la gravità complessiva del caso, ma c’è un limite a questo genere di comparazioni". La chiusura del giudice – che con altrettanta decisione ha rigettato l’idea dell’impulso irrefrenabile – sembra lasciare poco spazio ad un’applicazione minimale o comunque ribassata della pena. Né sono stati elargiti molti complimenti nel fare condurre il cardinal Pell in detenzione.

Ma anche qui c’è stata poca accuratezza sui media italiani. La libertà su cauzione di cui godeva non è stata revocata per disposizione della Corte, bensì perché Pell stesso ha richiesto ai suoi legali di ritirarla al termine dell’udienza, in attesa della sentenza del 13 marzo. È stato cioè per sua volontà che è stato portato all’Assessment Prison di Melbourne, in attesa che Kidd pronunci la sentenza di primo grado e riceva il ricorso in appello della difesa. I presenti riferiscono che in aula il Cardinale si è mosso senza scomporsi, facendo un breve cenno di saluto riverente verso il giudice, prima di dirigersi al furgono che l’ha scortato in carcere.

Le parole di Richter sono certamente state incaute in un processo le cui sorti sono così condizionate dall’opinione pubblica. Il legale ha la nomea di accompagnare ad uno smantellamento rigoroso e fin nei minimi dettagli degli argomenti della controparte, con interventi chirurgici e decisi, ad un’esposizione teatrale, variopinta dei propri. Quella che in effetti è una scelta espressiva quantomeno discutibile (in sé stessa sarebbe anche indifendibile) è in realtà parzialmente comprensibile nel contesto processuale, ma senza dubbio dimostra poca lungimiranza in senso strategico e si può probabilmente definire uno strafalcione.

Il comunicato di scuse diramato nella serata di mercoledì non manca comunque di far presente che il loro intento non era (e non poteva essere, a meno di un autoironico raptus di follia) di sminuire i drammi subiti dalle vittime di abuso, né minimizzare l’atto di abuso, bensì contestare la proporzionalità della pena comminata al suo assistito nei termini puramente ipotetici che la giuria ha decretato.

Sono parole che certamente hanno contrariato il giudice. Ma sovrastimarne l’impatto nel prosieguo dell’iter giudiziario sarebbe altrettanto errato che sottostimare quello sull’opinione pubblica. Poiché nel prossimo grado di giudizio non è dato che la sentenza venga affidata ad una giuria popolare, si apre la possibilità di un esito positivo per il cardinale.

Robert Richter ha annunciato che il ricorso in appello verrà supportato da tre argomenti: l’irragionevolezza, il divieto dell’utilizzo supporti video nell’arringa conclusiva e la composizione della giuria. Al Guardian AU hanno consultato il succitato prof. Gans e altri legali (anonimi) di alto profilo nello Stato di Victoria per capire la validità delle basi del ricorso.

Il giudizio emerso è che, sebbene gli ultimi due argomenti siano estremamente aleatori, quello dell’irragionevolezza del verdetto può ribaltare la condanna in primo grado. Per il prof. Gans:

"La pubblica accusa sarebbe del tutto preparata ad un appello basato sull’evenienza. Non è una base rara su cui costruire la vittoria. È il colpo migliore della difesa e porta con sé un vantaggio tale per cui, se vincono, quasi certamente non ci saranno altri processi. Nel momento in cui una corte stabilisce che il verdetto di colpevolezza è irragionevole, ciò implica che ritengono che nemmeno nel successivo processo il verdetto debba essere 'colpevole'. Quasi certamente lo proscioglierebbero. In sostanza su questa base d’appello, la corte decide se la giuria abbia avuto ragione".

Di più basso tenore l’argomento della simulazione video negata. Richter pensava che il video avrebbe reso evidente quanto impossibile sarebbe stato per Pell rimanere da solo dopo la messa abbastanza a lungo da commettere l’abuso. Il giudice non l’aveva consentito in quanto i giurati avrebbero potuto vederlo come l’introduzione di una nuova prova, e l’introduzione di nuove prove non è permessa nelle arringhe finali. Nella maggior parte dei casi il giudice se ne disinteresserebbe dicendo "Mostri il suo stupido video”. Ma la legge della Victoria non è chiara sull’utilizzo di supporti visivi durante la l’arringa finale, in definitiva è materia discrezionale del giudice, il quale ha consentito a Richter di usare una dimostrazione in PowerPoint, ma non l’animazione video. Anche nell’eventualità che la corte d’appello ritenga che il giudice avesse dovuto consentirne la proiezione, sarebbe incredibilmente difficile ordinare il rovesciamento della condanna su questa base.

Dimostrare pregiudizi sui giurati è forse anche più difficile. A meno che non sia possibile verificare situazioni come l’amicizia o la parentela del giurato con una vittima d’abuso, o che esso stesso ne sia stato vittima, o ancora una posizione pubblica di anticlericalismo e anticattolicesimo militante, mettere in discussione la composizione della giuria è una strategia dagli esiti imprevedibili. Non è perciò improbabile che il secondo e il terzo argomento addotto siano corollari alla tesi principale.

Secondo gli esperti consultati, l’affermazione intemperante di Richter che ha dato scandalo non compromette il suo ruolo a capo della difesa. Anzi, è proprio su approcci di questo tipo che Richter avrebbe costruito la sua carriera di successi, ma la sua poca esperienza in ambito di abusi sessuali non gli avrebbe fatto percepire immediatamente il rischio nel traslare tal quale la sua strategia regolare in un contesto dove verso le vittime si applica una diversa misura. Il ricorso in appello è in genere valutato in udienza da una corte di tre giudici.

Se il ricorso viene accolto e la condanna archiviata, la corte può disporre un nuovo procedimento, oppure direttamente prosciogliere l’accusato. La valutazione può richiedere dagli 8 ai 10 mesi, ma in casi di rilievo come quello di Pell (e in funzione dell’età e della salute dei testimoni) può risolversi anche in breve tempo. La decisione di archiviare la condanna richiede una maggioranza di 2 dei 3 giudici.

Secondo l’opinione di Gans ci sono diversi fattori che porterebbero probabilmente al successo in appello della difesa, tra tutti il fatto che il solo testimone chiave dell’accusa (nonché denunciante) sia una delle due presunte vittime e l’altra prima di morire abbia negato di aver subito un’aggressione sessuale. Il che tuttavia non pregiudica la liceità del pronunciamento della giuria, la cui maggioranza unanime sulla carta aveva ogni diritto di ritenere credibile anche quel solo testimone chiave. "Nessun giudice deciderebbe di non consentire il ricorso in appello in un processo con una posta così alta. La base del ricorso per irragionevolezza è solida".

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