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Sarco e la morte euforica

E se potessimo avere qualcosa di più della mera dignità ad attenderci nel nostro ultimo giorno di vita su questo pianeta?

E se avessimo il coraggio di immaginare che il nostro ultimo giorno potrebbe anche essere uno dei più eccitanti mai vissuti prima?

Dato che si vive e si muore una sola volta, perché non avere il meglio? L’ultimo giorno sulla Terra è – in fondo – speciale, difficilmente ci potrà capitare una seconda volta.

Nell’adagio popolare la “buona morte” è quella che non puoi programmare e che ti prende senza che te lo aspetti, pochi minuti di sofferenza per un attacco cardiaco che metta fine alla vita. Senza farmaci, senza supporti medici, senza implicazioni etiche di sorta.

L’inghippo è che non dipende da te, non te la puoi programmare.

E – in ogni caso – cosa ci sarebbe di eccitante? Scartata.

Ci pensa Sarco.

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Sylviane Agacinski à la guerre della “PMA pour tous”

Nel dibattito francese sul nuovo testo di legge sulla bioetica che prevede – tra le varie proposte – l’apertura della PMA a coppie di donne e a donne single, si alza la voce “da sinistra” di Sylviane Agacinski.

Ex compagna del filosofo decostruzionista Jacques Derrida e moglie dell’ex primo ministro socialista Lionel Jospin, femminista, Sylviane Agacinski – filosofa e psicoanalista francese  – spiazza il dibattito, dichiarandosi a favore delle nozze gay, ma contro l’adozione dei figli, la teoria gender e pratiche come la maternità surrogata.

La Agacinski scende in campo nell’attualità del dibattito in Francia con una interessante intervista a Valentine Arama per il quotidiano “Le Point”.

Una intervista che vale la pena di leggere, per la capacità di usare la ragione con onestà e lealtà nel mettere a nudo le aporie e le contraddizioni che i falsi miti di progresso generano ogni qualvolta di mette mano alle legislazioni nazionali su temi eticamente sensibili.

Ci potrete trovare una felice e per certi versi sorprendente convergenza di visione dell’umano con il pensiero di ispirazione cattolica.

A ulteriore conferma del fatto che la difesa della persona al centro della politica e del mercato non sia una pretesa confessionale e dogmatica, ma una questione anzitutto di ragione e di affezione per l’umano.

Per questi motivi, vogliamo proporvela integralmente con una nostra traduzione dal francese.

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“Marchons Enfants!”

“Le jour J de la première grande réforme sociétale d’Emmanuel Macron est arrivé”, titola “Le Parisien”.

Molte volte rinviata per il ‘caso Benalla’, e poi per la crisi dei Gilets jaunes, il disegno di legge di riforma della bioetica è stato presentato mercoledì 24 luglio nel tavolo del Consiglio dei Ministri: nel prossimo settembre, l’Assemblea Nazionale sarà chiamata ad esprimersi su quella che la stampa estera ha definito l’“avancée cruciale pour les droits LGBT” per lo sdoganamento della “PMA pour tous”.

Il presidente francese auspica un “débat serein et apaisé, respectueux de toutes et tous”, ma sa bene che non sarà così. 

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#Lambert: una società che ha orrore della vulnerabilità

“La morte di Vincent Lambert è presentata come una vittoria del progressismo: vogliamo far credere che lasciare morire un paziente sia un progresso nella direzione della storia.

Il progressismo permette di déculpabiliser l’abbandono. La vulnerabilità è – al contrario – la vita nella sua nudità, la cui sopravvivenza dipende dalla compassione dell’altro.

La possibilità di essere ucciso sopravviene nel momento stesso nel quale la persona vulnerabile non è più guardata come il prossimo, ma come un altro che non ha nulla a che fare con me”.

Vogliamo una società così?

La rinuncia alla vulnerabilità è stata spesso nella storia “un sombre horoscope”, avverte Redeker: “il pave les chemins d’une barbarie encore plus grande”.

La rinuncia alla vulnerabilità ci ha consegnato l’immane tragedia dei totalitarismi del ‘900.

La società contemporanea che ha il terrore degli “scarti” umani, che difende come un dogma il diritto di tutti ad avere qualsiasi diritto e nessun dovere non è che la prosecuzione dei falsi miti di progresso in forme e modalità differenti eppure terribilmente simili all’orrore del comunismo e del nazional-fascismo.

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Fine-vita: che si fa?

Mancano 61 giorni alla mannaia del 24 settembre ed in tutta onestà assisto incredulo ad un silenzio assordante da parte dei partiti.

Ed in particolare penso – per ovvie ragioni – alla Lega di Salvini e a ruota Fratelli d’Italia e se vogliamo pure a Forza Italia (o quel che ne resta).

In generale, non c’è alcun dibattito pubblico in Italia in questo momento, tranne qualche rara voce che non smette (per fortuna) di farsi sentire fuori dall’agone partitico sia di maggioranza che di opposizione, come quella di Assuntina Morresi (componente del Comitato di Bioetica).

C’è anche – per dovere di cronaca – la voce del Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi a tuonare, ma come sappiamo nelle aule parlamentari non ha alcun deputato o onorevole.

Il sospetto che viene è che l’intenzione della Lega sia quello di traccheggiare e lasciare che la responsabilità se la prenda tutta la Corte, i giudici.

Una roba mostruosa, me ne rendo conto. Sarebbe un precedente molto pericoloso – se così fosse – che il potere giudiziario fagociti quello legislativo che spetta solo ed esclusivamente al Parlamento.

Non voglio fare il processo alle intenzioni, ma – detta fuori dai denti – fatico a capire come se ne esce fuori.

Le vie non sono molte, ce ne sono due, forse tre.

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Sei credente? Non puoi adottare

Tutto questo avviene in Canada. Nelle pratiche di adozione sta cominciando ad avvenire un fenomeno impensabile fino a poco tempo fa, ma – se ci pensiamo bene – rischia di diventare prassi anche in Europa.

Vengono discriminate le coppie che hanno un’esperienza di appartenenza ad una fede religiosa, o per scelta diretta o anche solo per situazioni di provenienza familiare. Non possono diventare così famiglie adottive.

Qual’è il motivo che non le rende “idonee”, tanto da arrivare al punto di vedersi rigettare la domanda di adozione?

Il fatto che il bimbo loro affidato crescendo dovrà scegliere il proprio “orientamento sessuale” e – caso mai fosse omosessuale – verrebbe discriminato dalla famiglia adottante.

Insomma, per noi credenti – e solo per noi – il metro di giudizio non sono i fatti, l’osservazione delle capacità genitoriali ed educative, il benessere o meno dei nostri figli, ma il principio del dubbio anticamera del sospetto.

Era lo stesso metro di giudizio che usavano i rivoluzionari francesi prima di tagliare la testa a chiunque mostrasse parvenza di non essere dalla loro.

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Se avessi previsto tutto questo …

Il piano inclinato della “dolce morte” per Vincent Lambert sembra giungere a destinazione. I media francesi pare non attendano altro che archiviare una volta per tutte l’affaire Lambert. Occorre prima chiudere definitivamente il lungo calvario dei procedimenti legali e questo è – in sostanza – quanto quanto chiesto lunedì 24 giugno dalla Procura della Cassazione, dopo un’audizione dinanzi alla più alta corte che è durata poco più di due ore.

Un’audizione particolarmente tecnica, perché formalmente i giudici sono stati chiamati ad esaminare una questione di meccanica legale e non la giustificazione o meno della sospensione dei trattamenti. “Oggi la Corte non è chiamata a decidere sul tema del fine della vita di Vincent Lambert. Questo processo non è alla legge Leonetti”, ha insistito François Molins.

Il responso è atteso per venerdì 28 giugno alle ore 17.00.

La verità è tuttavia un’altra e lo sappiamo tutti quale sarà il verdetto finale.

La Corte metterà fine ai corsi e ricorsi giudiziari nel stabilire che tecnicamente la Corte d’Appello di Parigi è uscita fuori dalle righe delle proprie competenze; che la sospensione dei trattamenti per Lambert è perfettamente legale per il sistema giuridico francese, sistema che in 30 dibattimenti nelle aule dei tribunali di ogni ordine e grado non ha mai accolto la richiesta degli avvocati dei genitori di Vincent di trasferirlo in una unità specializzata nel prendersi carico di una persona gravemente disabile ma non in fine vita e che al contrario ha sempre sentenziato nella direzione dell’ostinazione irragionevole nel mantenere in vita un corpo senza più vita; che – di conseguenza – l’ospedale di Reims non ha commesso alcun reato ed alcuna illegittimità nel sospendere i trattamenti il 20 maggio scorso; che il Comitato Onu dei diritti delle persone disabili se ne faccia una ragione, dato che le sue decisioni hanno un valore meramente consultivo e non impositivo sulle legislazioni nazionali; che – in conclusione – Vincent deve morire.

Il resto non conta. Lo ha detto chiaramente il Procuratore  Molins al termine della seduta:“consacrer le droit à la vie comme valeur suprême aurait pour effet de remettre en cause les lois Leonetti ou relatives à l’IVG”.  Considerare il diritto alla vita come valore supremo avrebbe come effetto quello di mettere in discussione le fondamenta delle leggi Leonetti (la legge sul fine vita francese) o le fondamenta del sistema legislativo sull’aborto.

Il diritto, il sistema legislativo, viene prima del diritto alla vita di una persona, capito il messaggio?

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“Feto durante il travaglio è persona”: e prima, allora?

Il feto inizia a essere considerato persona dall’“inizio del travaglio”, e non già dal successivo momento del “distacco dall’utero materno”.

Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza 27539/2019, depositata giovedì sera, sostanzialmente confermando l’orientamento inaugurato nel 2008.

Una decisione storica, un ulteriore tassello nella direzione del riconoscimento giuridico dell’embrione come persona.

Nel contesto attuale “di totale ampliamento della tutela dei diritti della persona e della nozione di soggetto meritevole di tutela, che dal nascituro e al concepito si è poi estesa fino all’embrione”, il feto, “benchè ancora nell’utero”, deve essere considerato un “uomo” durante il travaglio della gestante, nel momento cioè della “transizione dalla vita uterina a quella extrauterina”.

Se giuridicamente il feto viene riconosciuto “uomo” durante la fase del travaglio, che cosa era prima se non ancora un “uomo”?

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