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Liberarsi dal “veleno del cristianismo”

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Liberarsi finalmente dal "veleno del cristianismo" di Maurras

di Emiliano Fumaneri

#LaCroce quotidiano, 15 giugno 2019

Anche in Italia sono tornate di moda, dopo la non breve parentesi dell’ateismo devoto, le tesi del “cristianismo”1, l’ideologia diffusa in quei circoli politico-intellettuali che pretendono di difendere i “valori cristiani” e la “civiltà cristiana” senza però credere nella divinità di Gesù Cristo.

Meglio difendere i valori cristiani che combatterli!

È la risposta stereotipata dei cattolici sedotti dal cristianismo. Non discuto la loro buona fede. Ma non posso non ricordare loro che una forma di negazione pratica di Dio può ben coesistere con le glorificazioni esteriori e l’esaltazione degli elementi decorativi del sacro.

Maritain parla di una forma di ateismo che riconosce l’esistenza di Dio ma che lo trasforma in un idolo. Si accetta la forma, si svuota la sostanza. Dio così diventa l’ornamento della nazione, l’espressione della cultura di un popolo da usare contro altri popoli2.

Il cristianismo non è che un regresso alla teologia politica degli imperi pagani come quello di Roma. Secondo questa visione gli dèi (a cui non di rado gli stessi romani non credevano) erano garanzia del successo politico di Roma.

S. Agostino criticò aspramente questa “teologia politica”3.

La stessa critica è stata ripresa ai nostri tempi da Joseph Ratzinger:

"In Roma – e generalmente in ogni polis terrena – la città consiste innanzi tutto in una comunità di uomini che è una per la comunione in un determinato amore. Da questo amore essa si crea il suo dio. Dapprima esiste la civitas e poi essa si dà la propria religione. Primario quindi qui è l’amore e solo esso si costruisce poi la sua fede; primaria è la situazione e questa poi si crea il proprio oggetto. Oppure ci si può esprimere così: vera e propria divinità originaria, la madre di Dio è la civitas, cioè un unione di uomini e questi uomini fondano poi religione e dèi"4.

Per Sant’Agostino e per Ratzinger gli dèi di Roma rispecchiano Roma stessa, celebrano la sua gloria, la sua potenza. Quello della teologia politica di Roma è un amore terreno che genera una civitas mundi e i suoi dèi. Non è affatto l’amore di Dio (che genera invece la civitas Dei). E guardare al cristianesimo con questo spirito mondano equivale a sfigurarlo.

L’ideologia cristianista trova in Francia, a cavallo tra Otto e Novecento, uno dei suoi principali interpreti: Charles Maurras (1868 – 1952), forse il più celebre esponente dell’Action française.

Per Maurras il mondo pagano rappresenta il vertice della civiltà umana. Il politeismo antico, nella sua concezione, ha il merito di conservare intatto il senso della gerarchia. Il monoteismo, al contrario, trasmette il veleno della decomposizione.

Come il suo maestro Auguste Comte, Maurras individua nel monoteismo un pericolo mortale per la civiltà: predicando un intimo legame tra il divino e l’io individuale il monoteismo favorisce la tendenza del singolo ad assolutizzarsi. In questo modo all’interesse comunitario si sostituisce un individualismo anarchico che esalta sì l’uomo, ma così facendo lo isola profondamente dal resto dell’umanità.

Maurras mostra invece di apprezzare il cattolicesimo nella sua veste istituzionale.

Gli aggrada la Chiesa come organismo sociale. Egli perciò dà risalto alla capacità dell’istituzione ecclesiale di disciplinare l’anarchia monoteista.

"Il merito e l’onore del cattolicesimo", afferma, consiste nell’aver saputo "organizzare l’idea di Dio" purgandola dal "veleno" monoteistico5.

Poco alla volta, nel linguaggio maurrassiano il termine cattolico diventa sinonimo di tutto ciò che evoca l’ordine, l’organizzazione, la gerarchia, mentre cristiano giunge a coincidere col disordine, con la disorganizzazione e l’anarchia.

Giusto all’opposto di Simone Weil, Maurras esalta all’eccesso l’aspetto romano della religione cattolica: il cattolicesimo senza Cristo; Chiesa sì, Cristo no.

Nella prefazione di uno dei suoi primi libri, Le Chemin du Paradis (1895), Maurras condensa l’essenziale del suo pensiero su Cristo.

Il libro si apre con una prefazione divenuta celebre in cui il futuro leader dell’Action française dichiara il proprio debito sul piano filosofico nei confronti del paganesimo, in particolar modo verso Lucrezio.

Il pensiero maurrassiano si articola a partire da un epicureismo della giusta misura in tutto, nel piacere come nell’amicizia o nel governo di sé. Questa saggezza epicurea ricusa ogni eccesso, sia esso romantico, nordico o barbaro. Ma soprattutto rigetta il cristianesimo per la sua componente più squisitamente semitica.

Sorvoliamo qui sul marcionismo implicito che avrebbe prodotto effetti nefasti in Europa negli anni a venire. Resta il fatto innegabile che in Marraus l’elogio del cattolicesimo come baluardo della gerarchia e della tradizione fa da contrappeso alla denuncia del carattere sovversivo delle Scritture.

Di questo dualismo si trova traccia nella parte finale della prefazione:

"Degli intelligenti destini hanno fatto sì che i popoli civilizzati del sud dell’Europa non abbiano punto conosciuto queste turbolente scritture orientali se non troncate, rimaneggiate, trasposte dalla Chiesa nella meraviglia del Messale e dell’intero Breviario: è stato uno degli onori filosofici della Chiesa, unito al fatto di aver accompagnato al Magnificat una musica che ne attenuasse il veleno"6.

L’errore capitale del cattolicesimo senza Cristo di Maurras – la confusione tra religione, cultura e civiltà – è stato diagnosticato dal suo grande avversario: Jacques Maritain.

Il pensiero maurrassiano esalta Roma e le sue virtù civico-politiche. Ma il romanesimo di Maurras è ambiguo, dice Maritain. La mano che tende in difesa della Chiesa produce una sottile, ma non meno pericolosa, corruzione.

Ma lasciamo la parola a Maritain:

“Questo romanesimo vuole onorare la Chiesa, la Chiesa non vuole essere onorata senza Gesù Cristo. Il mistero che la rende in un certo qual modo il prolungamento e l’universo dell’Incarnazione, tutto ciò che è propria della sua essenza si trova.

Nel momento in cui viene ammirata senza credere in Dio né alla Chiesa, essa si presenta soltanto come il custode tutelare della civiltà, della civiltà come viene concepita da questo romanesimo: debitrice non verso Cristo, ma verso Minerva. […] La sua realtà centrale viene ricercata a livello del mondo della cultura, mentre questa si trova nell’ordine del mondo soprannaturale; anche rendendo omaggio alla sua universalità ci si inganna una volta ancora a suo riguardo: si crede «essenzialmente latina» l’«autorità» da cui essa dipende, si ritiene questa universalità come il risultato di uno sviluppo storico superiore, mentre essa discende da Dio, indipendente di per sé da ogni condizione culturale particolare.

Questa Chiesa, che non si riesce a vedere, si vorrà difenderla, difenderla nella maniera che si giudica buona.

E quando essa mostrerà che le sue vie non sono quelle in cui la si immaginava impegnata, e che orgogliosamente sono state indicate come le sole vie della civiltà, si pretenderà di restare fedeli, meglio di lei e contro di lei – alla testa di alcuni dei suoi figli rivoltatisi, e opponendo al suo Capo visibile una frenesia allo stato puro – alla sua missione storica e al suo spirito essenziale.

Vediamo oggi esplodere contro la Chiesa stessa – o meglio, contro lo spettro che ci si è costruiti a partire da essa e che in apparenza si continua ad onorare – un furore a lungo trattenuto contro il Vangelo di Gesù Cristo"7.

Nel Breve racconto dell’Anticristo, dato alle stampe nel 1899, pochi anni dopo le righe maurrassiane sul «veleno» del Magnificat, Vladimir Soloviev incastona in una cornice apocalittica la natura corruttrice – addirittura anticristica! – del cattolicesimo decristianizzato.

Per sincerarsene non serve che leggere la professione di fede posta da Soloviev sulla bocca dello starets Giovanni in risposta alla protezione offerta dall’Imperatore, cioè l’Anticristo sotto mentite spoglie, che si prodiga in mille piaggerie promettendo ai cristiani di realizzare quanto hanno di più caro – al prezzo però di svuotare la loro fede della sua stessa essenza:

“Grande sovrano!

Quello che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso.

Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, poiché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità.

Da te, o sovrano, noi siamo pronti a ricevere ogni bene, ma soltanto se nella tua mano generosa noi possiamo riconoscere la santa mano di Cristo.

E alla tua domanda che puoi tu fare per noi, eccoti la nostra precisa risposta:

confessa, qui ora davanti a noi, Gesù Cristo Figlio di Dio che si è incarnato, che è resuscitato e che verrà di nuovo;

confessalo e noi ti accoglieremo con amore, come il vero precursore del suo secondo glorioso avvento"8.

Il seguito è noto: l’Imperatore, sollecitato dallo starets a confessare la divinità di Cristo, rimane silenzioso, «però il suo volto, rabbuiato e col pallore della morte, era divenuto convulso, mentre i suoi occhi sprizzano scintille».

Quando lo starets riconosce in lui il Filius Perditionis, niente più trattiene il furore contro il Vangelo di Gesù Cristo: l’Anticristo lo folgora rivelando così la propria natura.

Maneggiare con attenzione, dunque, il cattolicesimo senza Cristo.


1 Il conio del termine si deve a Rémi Brague (Cfr. Cristiani e “cristianisti”, «30Giorni», n. 10, 2004). Ma a onor del vero già Igino Giordani – nel libello La rivolta cattolica (1925) – aveva operato una distinzione tra «cattolici» e «atei cattolicisti» ironizzando sulla posa solo apparentemente filocattolica dei secondi.

2 Jacques Maritain, Umanesimo integrale, Borla, Torino 1962, pp. 295-296.

3 Cfr. Massimo Borghesi, Critica della teologia politica, Marietti, Genova-Milano 2013, pp. 19- 20.

4 Joseph Ratzinger, Popolo e casa di Dio in Sant’Agostino, Jaca Book, Milano 1971, p. 278.

5 Charles Maurras, Trois idées politiques, H. Champion, Paris 1898, nota II, «Les dèistes», ora in Oeuvres capitales, t. II, Essais politiques, Flammarion, Paris 1954, p. 89; cit. in Jacques Prévotat, Les catholiques et l’Action française, Fayard, Paris 2001, p. 31.

6 https://maurras.net/2012/07/12/preface-du-venin/. L’ultimo passaggio, dopo «Breviario» fino a «veleno» sarà soppresso nella riedizione del libro nel 1921 per non irritare i cattolici che simpatizzavano per l’Action française.

7 Jacques Maritain, Clairvoyance de Rome (1929), in Jacques Maritain, Raïssa Maritain, Oeuvres completes (1924-1929), vol. III, Éditions Saint-Paul, Paris 1984, pp. 1091-1092.

8 Vladimir Soloviev, Breve racconto dell’Anticristo, Marietti, Genova 1996, p. 190

Il tempo estivo è anche un’occasione per leggere e approfondire la conoscenza.

Il Vangelo paragona il Regno di Dio ad un tesoro: qual è il tesoro prezioso?

Così risponde Soloviev:

"Con accento di tristezza, l’imperatore si rivolse a loro dicendo:

'Che cosa posso fare ancora per voi? Strani uomini! Che volete da me? Io non lo so.

Ditemelo dunque voi stessi, o cristiani abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi, condannati dal sentimento popolare; che cosa avete di più caro nel cristianesimo?'.

Allora simile a un cero candido si alzò in piedi lo starets Giovanni e rispose con dolcezza:

'Grande sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso.

Lui Stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità.

Da te, o sovrano, noi siamo pronti a ricevere ogni bene, ma soltanto se nella tua mano generosa noi possiamo riconoscere la santa mano di Cristo'.

Proponiamo la lettura de “Il racconto dell’anticristo” di Vladimir S. Soloviev che potete scaricare  in PDF cliccando qui.

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“Si apre un’estate di riflessione anche per noi de #LaCroce”

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"Si apre un'estate di riflessione anche per noi de #LaCroce quotidiano"

di Mario Adinolfi

"Si apre un’estate di necessaria riflessione anche per noi de La Croce.

Ripenseremo completamente la modalità della nostra comunicazione e abbiamo già in pentola idee importanti per la ripartenza settembrina.

Ci prenderemo qualche settimana in più di pausa (Giovanni Marcotullio a giorni diventa padre per la seconda volta ed è chiamato in famiglia ad un ruolo di supporto, io stesso ho bisogno di ricaricare le batterie visto che dal marzo 2014 quando è uscito Voglio la Mamma sono stato praticamente per più di cinque anni ininterrottamente in tour, lavorando in più quotidianamente alla costruzione del numero de La Croce) e invece della solita pausa agostana aggiungeremo anche il residuo del mese di giugno più il mese di luglio per poter ristrutturare con calma tutto ciò che va ristrutturato nella proposta informativa del quotidiano.

Dopo quattro anni e mezzo in cui abbiamo corso a tutta birra, facciamo un tagliando al prodotto studiando soluzioni che possano far arrivare il nostro lavoro a più persone, visto che è sempre più necessario che il messaggio che vogliamo portare avanti non risulti solo un messaggio di nicchia, destinato a incrociare l’interesse solo di chi è già d’accordo con noi.

Abbiamo bisogno di un quotidiano di opinione, abbiamo bisogno di tornare in qualche modo cartacei e c’è già un progetto in campo su questo, abbiamo bisogno di interessare una porzione di pubblico più vasta.

Abbiamo delle idee da mettere in pratica e questi settantacinque giorni che ci separano da settembre serviranno come test dei motori.

Agli abbonati a cui mancherà per qualche tempo la propria edizione quotidiana, assicuriamo un prolungamento trimestrale della validità dell’abbonamento in coda allo stesso come giusta mercede per questi due mesi e mezzo che concederanno ai nostri “esperimenti di ripartenza”.

Più in generale auguro a tutti una estate di riflessione che mi pare quanto mai necessaria.

Bisogna pensare, costruire un granaio di idee che apporti alle battaglie che ci attendono in autunno il decisivo sostentamento.

Il quadro politico generale non evolve verso una serena legislatura quinquennale, quindi occorre essere molto vigili e cogliere i segnali su quel che accadrà dopo le ferie estive.

Non credo, sinceramente, che questo governo giallo-verde possa avere più di otto-nove mesi di vita davanti a sé.

Se questo è vero significa che nuove elezioni politiche sono praticamente dietro l’angolo, non si arriverà alla prossima primavera senza averle celebrate.

Il Popolo della Famiglia e in generale tutta l’area dei profamily e dei prolife italiani deve arrivare con consapevolezza e forza organizzativa rinnovata a questo appuntamento.

Il Reddito di maternità è il fondamentale biglietto da visita da portare al centro del dibattito politico per debellare denatalità e aborto, c’è poi da condurre la battaglia contro la depenalizzazione dell’aiuto al suicidio che la Corte Costituzionale potrebbe propinarci a fine settembre.

Ci faremo trovare pronti senza dubbio, sapendo che ci sono anche appuntamenti elettorali fondamentali già nel 2019 come le elezioni regionali in Emilia Romagna, Umbria e Calabria.

Riposare, pensare, analizzare, proporre e comunque far crescere consapevolezza in noi stessi e in chi ci circonda deve essere il compito a cui dedicheremo la fase estiva".

Mario Adinolfi

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Posted in #Identità #LaCroce #Politica #uteroaffitto

#Zingaretti, il Pd e l’utero in affitto

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#Zingaretti, il Pd e l’utero in affitto

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 14 giugno 2019

Ricordate Nanni Moretti in Aprile, quando supplicava D’Alema di dire “qualcosa di sinistra”?

Fabbriche che chiudono, ecatombi di lavoratori, periferie degradate. Ma per “le sinistre” italiane la priorità è battersi per l’autodeterminazione di ogni essere umano in ogni settore della vita pubblica.

Affermazione che - fuori dai denti e per non prestare i fianchi ad alcuna confusione sul significato dei termini – si traduce stringi stringi nella battaglia per rivendicare i (presunti) diritti individuali (presunti) violati e calpestati delle comunità LGBTQIA+.

Perché sempre lì alla fine gira che ti rigira si torna. Lo aveva fatto Renzi nel Pd 2.0 con le unioni civili, lo rilancia Zingaretti nel nuovo PD “de sinistra”.

Così ha cinguettato sulle reti sociali Zingaretti:

"Aderiamo al Mese dei Pride, all’Onda Pride, alle mobilitazioni e alle manifestazioni che si stanno tenendo in tutta Italia per garantire pari diritti e pari dignità alla comunità lgbti. Noi ci siamo!".

Immancabile campeggiava l'arcobaleno delle sinistre fucsia.

Tafazzismo quello di Zingaretti, visto la fine che ha fatto il “bullo” di Firenze? Può essere, ma non credo proprio.

Delle strategie politiche interne al campo sinistro, poco mi cala. Mi interessa di più osservare le manovre che si innescano per saldare segmenti di mondi, lobby e culture di provenienza differenti e trasversali.

Constato – ad esempio – che sulla pratica dell’utero in affitto, mentre tutta la sinistra europea si schiera in modo inequivoco contro, senza se e senza ma, in Italia sta avvenendo esattamente l’opposto.

“Fecondazione medicalmente assistita e gestazione per altri: la possibilità di un figlio nel 2019” è il titolo del convegno che si terrà a Roma il 19 giugno prossimo nella sede nazionale della CGIL.

Convegno nel quale saranno presentate ben due proposte di regolamentazione della cosiddetta gestazione per altri, frutto del sodalizio tra Ufficio Nuovi Diritti della CGIL, Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, Famiglie Arcobaleno, Associazione Certi Diritti e il portale di informazione giuridica Articolo29.

Sodalizio indicativo di quanto il tema specifico non sia affatto scollegato da aborto ed eutanasia, in nome del sacro pilastro dell’autoderminazione di ogni essere umano.

“Nell’incontro del 19 presenteremo i due articolati all’opinione pubblica e li metteremo a disposizione dei e delle parlamentari che riterranno di farli propri avviando il conseguente iter nelle sedi istituzionali – si legge nel comunicato stampa di invito al convegno -. Discuteremo degli aspetti sociologici, legislativi e giurisdizionali connessi a questo tema e nel pomeriggio presenteremo le due bozze, con la ferma volontà di uscire dalle secche di un dibattito che negli ultimi anni è stato scomposto e urlato”.

I testi non sono ancora stati diffusi pubblicamente, ma non è difficile immaginare dove andranno a parare.

“Partiremo da alcuni presupposti ineludibili”, proseguono gli organizzatori.

“In primo luogo, la necessità di tutela delle bambine e dei bambini che già da anni vengono al mondo attraverso il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita e/o a percorsi di gestazione per altri/e, esistono e necessitano del pieno riconoscimento dei propri diritti;

in secondo luogo, la consapevolezza del nesso causale tra un cieco proibizionismo e la possibilità di abuso dei diritti, superabile solo attraverso una attenta regolamentazione nel rispetto del diritto alla salute, alla scienza e all’autodeterminazione di ogni essere umano”.

Se è questa la via imboccata dalle sinistre italiane, sentite condoglianze, per quel che mi appassiona il destino dei sub-eredi del “trionfi la giustizia proletaria”.

Che abbiano almeno la dignità di piantarla con quell’atavico atteggiamento di superiorità morale!

Qualcuno mi deve spiegare come si possa rispettare ragionevolmente il principio sbandierato dell’autodeterminazione di ogni essere umano sdoganando l’abominevole pratica dell’utero in affitto.

A parte il fatto che essere contro la gestazione per altri dovrebbe essere patrimonio comune di tutti e non si capisce perché dovrebbe - al contrario – essere terreno di contesa destra e sinistra.

Che ci sia del marcio in Danimarca lo mette nero su bianco Marina Terragni, femminista e di sinistra.

“Il 50 per cento di disoccupazione femminile è un bel problema: è in questa chiave che Cgil si attiva per consentire alle donne italiane di affittare l’utero a coppie etero e gay?” – scrive la Terragni su “Quotidiano Nazionale” (“Utero in affitto, sicuri che è di sinistra?”, 12 giugno 2019).

E conclude:

“L’iniziativa Cgil offre un ulteriore spunto di riflessione sulla deriva dirittistica, radicaloide e distopica della sinistra italiana. Deriva che peraltro, a giudicare dai numeri delle urne, non sta dando grandiosi risultati”.

E’ una coincidenza del fato che le proposte in tema di sdoganamento dell’utero in affitto cadano nel bel mezzo del mese dell’orgoglio gay?

E’ una coincidenza che gli organizzatori del Milano Pride 2019 - previsto nella seconda metà di giugno -abbia deciso un documento politico di rivendicazione nel quale si legge:

Esigiamo che vi sia libero accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) per tutte le persone, abrogando quindi il divieto dell’accesso a tali percorsi da parte di coppie di donne o single.

Rivendichiamo la necessità di iniziare un percorso di riflessione che, nel pieno rispetto della libertà di autodeterminazione e nella piena tutela delle persone coinvolte, porti anche in questo paese ad un inquadramento che disciplini la gestazione per altre e altri (GPA)”.

Promozione della dignità della donna e lotta contro la mercificazione del corpo devono fare un passo indietro nell’agenda delle priorità per potere lasciare spazio alla pratica dell’utero in affitto e fare contenti le galassie LGBTQIA+.

Aborto, famiglia, utero in affitto, suicidio assistito ed eutanasia fanno parte dell’intero pacchetto e l’uno (l’utero in affitto) non è sganciabile dagli altri.

Come in un effetto domino, buttato giù uno la strada è aperta affinchè tutto ciò su cui si fonda il patto sociale di un popolo salti per aria.

Non per caso, nel già citato manifesto politico del Milano Pride si legge anche:

Pretendiamo l’estensione degli istituti del matrimonio e dell’unione civile a tutte le persone, a prescindere da sesso biologico, identità di genere e orientamento sessuale, e il pieno ed effettivo riconoscimento della genitorialità da parte dello Stato e di tutte le istituzioni. Riteniamo indispensabile una riforma delle leggi sulle adozioni, volta a permettere l’accesso a questo istituto a tutte le persone maggiorenni ritenute idonee, a prescindere dal loro orientamento sessuale o dalla loro identità di genere.

L’adozione è una possibilità con cui un individuo può diventare genitore, slegata da quell’obbligo sociale a dover costituire una famiglia in modo biologico e con il mito di una fertilità necessaria e normativa.

Crediamo sia intollerabile che ‘il preminente interesse del minore’ non venga espressamente tutelato dallo Stato; riteniamo che questo compito sia proprio dello Stato e pretendiamo una legislazione chiara e completa sul riconoscimento alla nascita, in grado di garantire pieni diritti ai nostri figli e alle nostre figlie, diritti che dovranno riguardare anche figli e figlie già nati, pure in caso di coppie separate”.

Per concludere infine:

“Oggi, è più che mai fondamentale recuperare stretti legami e profonde sinergie con i movimenti studenteschi, le istanze femministe e le rivendicazioni per la tutela delle persone migranti, nei confronti delle quali è imperativo il riconoscimento da parte delle istituzioni della loro piena dignità di persone e dei loro diritti umani, civili, sociali e politici.

Le persone LGBTQIA+ non lottano solo per i propri diritti ma per i diritti di ogni essere umano: diritto al lavoro onorevolmente retribuito, diritto alla libertà di pensiero, di parola e di stampa, diritto ad una vita autodeterminata e assistita da tutte le necessità di cui uno Stato deve farsi carico per ogni cittadino.

Tutte le persone hanno diritto ad essere tutelati da uno Stato che agisca nel segno di una piena e reale laicità, che abbatta privilegi e precarietà legate a discriminazioni economiche, sociali, politiche, religiose, etniche, o basate sul genere e sull’orientamento sessuale.

È necessario essere uniti e lottare insieme per i diritti, che mai vanno dati per scontati, per acquisiti permanentemente o automaticamente disponibili per tutt*.

I diritti rivolti a un numero limitato di persone perdono la loro qualifica e diventano esclusivamente privilegi.

Dobbiamo essere sempre uniti, per essere più visibili, più forti e per poter incidere davvero sull’opinione pubblica e sulla politica”.

Tra parentesi: l’asterisco al posto della lettera “o” dell’aggettivo sostantivato “tutti” non è un errore di battitura, ma una delle tante piccole assurde regole della neo-lingua egualitarista che per non discriminare nessuno violenta le regole della grammatica.

Se il paradigma assoluto è l’autodeterminazione di ogni essere umano, per quale motivo quello dei bambini deve sempre essere evocato a parole e calpestato nei fatti?

Lo scrive nero su bianco l’Associazione Luca Coscioni a proposito dell’utero in affitto:

“noi riteniamo che le innovazioni in campo genetico, a cui è scientificamente e socialmente lecito potersi adeguare, propongono situazioni nuove e diverse nelle quali l’evento della nascita prescinde dall’accoppiamento, in cui la fecondazione cessa anche di essere un fatto naturale e spontaneo, frutto dell’atto sessuale dell’uomo e della donna.

E in ciò è difficile ravvisare una lesione della dignità della donna che non corrisponde al diritto di proprietà sul suo corpo, ma alla sua libertà di poterne disporre in piena autonomia”.

Se è vero che "nessuno mi può costringere ad essere felice a modo suo (come egli cioè si immagina il benessere degli altri uomini), ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona” – per usare le parole di Kant - è tuttavia altrettanto vero che dei limiti debbano essere posti:”purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo, in giusa che la sua libertà possa coesistere con la libertà di ogni altro secondo una possibile legge universale (cioè non leda questo diritto degli altri)"

Kant, Sopra il detto comune - questo può essere giusto in teoria ma non vale per la pratica, Utet, 2010, Torino.

Etica, diritto e bene comune non possono viaggiare su binari totalmente distinti e paralleli, perché il risultato che uscirebbe sarebbe da una parte l’anarchia dei doveri e dall’altra nessun diritto davvero esigibile.

I diritti non contengono in se stessi il proprio limite e, quindi, se lasciati a se stessi conducono ad una deriva inarrestabile: ci saranno sempre nuovi diritti da rivendicare perché ci saranno sempre nuove cose da fare o da avere e il diritto è, appunto, un poter fare o un poter avere.

E’ o non è un diritto del bambino avere un papà e una mamma?

Se lo è (come ritengo), che cosa fare quando il diritto dell’uno viene limitato o negato dal diritto di un altro (ad esempio, di una coppia dello stesso sesso a comprare un piccolo da una donna che non potrà mai essere sua madre se non sul piano esclusivamente biologico)?

Per questo diventa fondamentale, oggi, il tema del limite e alla politica si chiede sempre di più quale sia il limite davanti al quale essa si fermerebbe.

Davanti a quale legge che preveda quali diritti la politica farebbe obiezione di coscienza?

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Posted in #LaCroce #Storie #VincentLambert #Vita

Noa Pothoven & Vincent Lambert

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Noa Pothoven e Vincent Lambert

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 12 giugno 2019

Sappiamo come è finita la breve vita terrena di Noa Pothoven. Per quanto possa essere terribile anche il solo immaginarlo, la realtà è che questa ragazzina diciassettenne olandese, da tempo depressa a causa di violenze subite da bambina, si è “lasciata morire”, rifiutando cibo e acqua.

Il fatto che in Olanda l’eutanasia sia legale ha spinto molti giornalisti e commentatori a saltare alla conclusione che si fosse trattato di eutanasia. Il fatto che la stessa Pothoven avesse in effetti richiesto l’eutanasia (che però le era stata negata) ha complicato le cose.

Anche se - ad oggi - non sono del tutto chiare le modalità con le quali la piccola si sia “lasciata morire” (il governo olandese ha aperto una inchiesta a tal proposito), ciò che colpisce di più sta da un'altra parte e non tanto nella rapidità con cui alcune notizie sbagliate, false o fuorvianti, si diffondano, rimbalzando anche su testate rispettabili, e su come una storia irresistibile – per i clic che genererà, per i dilemmi più ampi a cui rimanda – spinga a volte ad abbassare la guardia.

E nemmeno mi colpiscono le strumentalizzazioni e le elucubrazioni che si sono costruite addosso alla “vicenda Noa” da una parte e dall’altra, nella logica delle tifoserie cui ci stiamo tutti in qualche modo assuefando.

In un'intervista rilasciata al quotidiano olandese “De Gelderlander”, Noa Pothoven ha descritto gli anni trascorsi in ospedali e centri sanitari specializzati.

La ragazza aveva provato a suicidarsi più volte e pertanto il trattamento è stato ordinato dal Tribunale di Arnhem.

"Mi sentivo come un criminale, mentre non rubavo una caramella da un negozio nella mia vita", ha descritto Noa il suo stato d’animo. Il giudice la mandò in una struttura medica ad Achterhoek, per sei mesi.

"È un inferno", Noa scelse una parola che non avrebbe potuto descrivere meglio la sua permanenza in quell’ospedale.

Risolvere il problema dell'anoressia o della depressione non era una priorità nell'ospedale, secondo Noa, si stavano solo prendendo cura di impedirle di suicidarsi. Quasi tutte le "notti, anche le mattine" venivano passate in isolamento. Dopo un mese fu trasferita in una struttura per il trattamento dei giovani, ma le sue condizioni non migliorarono.

"È solo un controllo dei sintomi ogni volta. Se il problema o la malattia non scompare, devi andare avanti. In un'altra clinica. ", si lamentava.

Sua madre, Lisette, ha detto che oltre agli ospedali, Noa è stata ammessa a tre diverse istituzioni sanitarie.

"Ma Noah dovrebbe essere in un reparto psichiatrico chiuso per curare tutti i suoi problemi", ha dichiarato. E questo risultò essere un problema.

"È pazzesco. Se hai problemi cardiaci gravi, andrai in chirurgia entro poche settimane. Ma se hai seri problemi psicologici, di solito dicono: 'purtroppo siamo pieni, iscriviti alla lista d'attesa'. E tu sai che in Olanda, uno su dieci pazienti con anoressia muore per disturbi alimentari ", ha detto Noa.

La ragazza è stata quindi seguita da casa. Ha frequentato un certo numero di esperti, ma le sue condizioni continuavano a peggiorare. Ha dedicato la sua vita rimanente all'attivismo. Voleva attirare l'attenzione sui problemi del trattamento dei disturbi mentali nei giovani. Il suo account Instagram è stato visto da migliaia di persone che stavano attraversando fasi depressive, traumi da stupro e anoressia.

Impressionante.

Lascia senza fiato vedere il grido disperato d’aiuto di un genitore preoccupato per la salute e la vita del proprio figlio e dall’altra l’inadeguatezza del sistema di cura nell’offrire una risposta adeguata.

“E se un caso come quello di Noa Pothoven capitasse in Italia?”: confesso di avere pensato immediatamente a che cosa sarebbe potuto accadere a me - da padre di una ragazzina della stessa età di Noa -, se mia figlia si fosse trovata a vivere così.

L'inchiesta di “Avvenire” sulle tante Noa italiane “che non ricevono cure e vanno incontro alla disperazione, come la giovanissima olandese che si è lasciata morire”, ci mostrano con drammatica evidenza che anche uno dei sistemi sanitari più organizzati e strutturati come quello italiano non è poi così dissimile da quello olandese.

Impressionante.

Lo è – forse – ancora di più “l’effetto Noa” (suo malgrado, ovviamente).

Nei Paesi Bassi – dove sappiamo bene che l’eutanasia è legale dal 2012 – la “vicenda Noa” non ha suscitato dibattiti pubblici, come in Italia, ma ha “generato” un aumento delle richieste eutanasiche presso le cliniche olandesi autorizzate dallo stato.

La clinica “Levenseindekliniek”“la seule institution néerlandaise à pratiquer l'euthanasie” -, quella che avrebbe rifiutato la richiesta di eutanasia da parte di Noa, “a reçu cette semaine des demandes émanant des quatre coins de la planète”, ha ricevuto richieste dai quattro continenti del pianeta solamente in questa settimana.

Steven Pleiter, responsabile della struttura, si è affrettata a dichiarare che non è loro intenzione innescare ed alimentare “un tourisme de l'euthanasie", per non incappare in possibili sanzioni del governo olandese.

"Nous essayons d'aider les gens à mettre fin à leur vie de manière décente". Aiutiamo le persone a mettere fine alla loro vita in modo decente.

“Ces sept dernières années, la Levenseindekliniek a reçu 12.000 à 13.000 demandes d'euthanasie, dont environ 3.500 ont été acceptées”: in questi ultimi sette anni, la clinica ha ricevuto 12/13 mila richieste d'eutanasia, delle quali circa 3.500 sono state accettate, leggasi eseguite.

Impressionante.

Non c’è un solo articolo di giornale nei Paesi Bassi che abbia avviato una inchiesta giornalistica, che si sia posto l’interrogativo di come sia possibile che nel XXI° secolo, nella progredita Olanda, una ragazzina di 17 anni “si lasci morire di fame e di sete”.

Restano come pugni nello stomaco le parole della stessa Noa: “Ma se hai seri problemi psicologici, di solito dicono: Purtroppo siamo pieni, iscriviti alla lista d'attesa. E tu sai che in Olanda, uno su dieci pazienti con anoressia muore per disturbi alimentari ".

Nulla di nulla nel dibattito pubblico olandese, mentre aumentano le richieste di farla finita.

Se vuoi farla finita un posto lo trovi, se vuoi vivere, no.

In Francia è diventata una sorta di tragica gara la persecuzione giudiziaria a voler fermare la vita di Vincent Lambert.

Come sappiamo, è il governo a scendere in campo e a presentare ricorso contro la decisione della Corte d’Appello di Parigi che aveva ordinato di ripristinare temporaneamente i trattamenti per lui vitali, in attesa delle prime conclusioni del Comitato Onu sui diritti delle persone disabili.

L'udienza si svolgerà il 24 giugno 2019 e quindi tutto potrebbe essere messo in discussione in pochi giorni.

Paradossale, no? L’eutanasia e il suicidio assistito in Francia non sono legali, eppure Vincent Lambert rischia seriamente di morire nella stessa identica maniera di Noa Pothoven, di fame e di sete.

Tra “lasciarsi morire di fame e di sete” disperato perché nessuno si prende cura davvero di te e morire perché ti sospendono nutrizione ed idratazione pur non avendolo chiesto ci sono forse differenze sostanziali?

Probabilmente una sola, e cioè provare meno dolore.

Una sedazione profonda e continuativa, quella che probabilmente a giro di breve somministreranno a Vincent Lambert, una iniezione perché la “dolce morte” lo accompagni in un sonno eterno, l’alibi per non dover ammettere di averlo volutamente aiutato a morire.

Noa Pothoven molto probabilmente è morta tra dolori lancinanti.

La situazione preferibile è che Vincent lasci un servizio di cure palliative che non è il suo (non beneficia di cure palliative, non è alla fine della sua vita, non c'è accanimento terapeutico o ostinazione irragionevole, non c'è sofferenza secondo gli esperti forensi), ma venga trasferito ad un servizio specializzato attrezzato per prendersi cura delle persone che si trovano nella sua situazione di grande fragilità, in particolare rafforzando gli stimoli, facendo le cure del fisico che non ha più.

Lo sappiamo bene.

E’ per il trasferimento ad un'unità idonea che i genitori e i loro avvocati si battono da sei anni e per il quale hanno depositato il 27 maggio scorso una denuncia contro il suo medico e ospedale di Reims “per omissione di soccorso”, per non avere mai deciso il suo trasferimento e per avere attivato le procedure di sospensione dei trattamenti nonostante il Comitato Onu avesse ordinato il contrario.

L'udienza è stata fissata per il 26 novembre 2019, senza sapere dove sarà Vincent e se sarà ancora vivo.

Paradossale, no?

Fondamentalmente, l'impossibile epilogo di questo dramma che è la storia di Vincent Lambert - così come il tragico epilogo della giovane Noa Pothoven - attesta la paura nel fare i conti con la vulnerabilità delle nostre vite.

Di fronte al dolore e alla sofferenza, il nostro cervello ha la necessità di fuggire altrove, dopo avere sperimentato i fallimenti uno dopo l’altro dei nostri tentativi esorcizzanti.

Il problema è che non siamo fatti per fuggire e il nostro cervello non funziona per sottrazione.

Manipolare il cervello per cancellare l’angoscia di un trauma? Impossibile.

Solo la nostra tendenza alla semplificazione ad ogni costo può pensare sia possibile.

Ogni tanto la scienza ci prova.

“Forse possibile ‘manipolare’ il cervello per cancellare i brutti ricordi”, titola “La Stampa”.

“Il neuroscienziato della Boston University Steve Ramirez, autore senior del lavoro, e Brian Chen, primo autore, oggi alla Columbia University, hanno scoperto che nell’ippocampo – una piccola porzione cerebrale a forma di anacardo che immagazzina le informazioni sensoriali ed emotive di cui sono fatti i ricordi – si nasconde una sorta di ’interruttore della memoria’.

Un interruttore flessibile, che cambia funzione a seconda di dove si trova.

Dopo avere identificato le cellule che partecipano alla costruzione dei ricordi, i test hanno infatti dimostrato che, stimolando artificialmente le cellule della memoria situate nella parte superiore dell’ippocampo, il trauma collegato ai cattivi ricordi si attenua; al contrario, stimolando le cellule della parte inferiore la paura che si prova richiamando alla mente memorie negative aumenta, a indicare che quest’area potrebbe essere iperattiva quando un ricordo diventa talmente angosciante da scatenare una malattia.

Almeno in teoria, dunque, spegnere questa iperattività potrebbe aiutare a trattare patologie come il Ptsd o i disturbi d’ansia”.

Poi leggi e vedi che trattasi dell’ennesimo esperimento Usa condotto sui topi, ma “promettente per future applicazioni sull’uomo nella terapia di depressione, ansia e stress post traumatico”.

La verità è che se vogliamo continuare a restare umani dobbiamo fare rientrare la morte nella vita, come è naturale che sia. Non c’è scienza, non ci sono terapie così efficaci da esorcizzarci la morte e la pretesa prometeica di vivere come se Dio non esistesse.

La vulnerabilità è inscritta nel dna di ciascuno di noi nel momento stesso nel quale veniamo messi al mondo. La promessa di vita non è esente dalla minaccia che l’esistenza stessa venga colpita da traumi interni ed esterni a noi.

Il rimedio non sta nel tentativo di semplificare la vita per accorciare la durata del tempo con il quale dolore e sofferenza ci spaccano in due al punto di essere tentati di farla finita.

Il rimedio sta nell’accogliere la vulnerabilità nel volto dell’altro.

Qualche giorno fa’, "Le Point" ha pubblicato una lettera del giornalista sportivo Jacques Vendroux (ex direttore del servizio sport di Radio France) che parla del suo amico calciatore, Jean-Pierre Adams, oggi 71 enne,  in coma da trentasette anni a causa di un errore di anestesia per quello che avrebbe dovuto essere un normale intervento al ginocchio il 17 marzo 1982.

Jean-Pierre restò così talmente affamato di ossigeno che subì danni cerebrali catastrofici e un massiccio arresto cardiaco.

Dopo poco più di un anno in ospedale, le autorità locali hanno suggerito alla moglie Bernadette che il posto migliore per suo marito sarebbe stata una casa di riposo.

Lei ha rifiutato e si è presa cura di lui da allora, dandogli assistenza 24 ore su 24 e raramente passando il proprio tempo senza il marito invalido.

Respira senza alcuna connessione.

Jacques Vendroux ha scritto:

"Egli ascolta, lui sobbalza quando c'è un rumore improvviso, forse capisce, ma non può più parlare”.

Disgustato dalla strumentalizzazione attorno all’affaire Vincent, il giornalista si rivolge alla moglie del suo amico:

"So che la gente è venuta a vederlo nella sua stanza, convinto che fosse collegato o che ci fosse una macchina nascosta sotto il materasso, ma non lo è.

Gli dai da mangiare, lui deglutisce di nuovo.

Bernadette, tu sei per me un'eroina: hai portato tuo marito con te, a casa. È sempre con grande rispetto che ti prendi cura di lui.

Non dici mai che ti prendi cura di lui, ma che lavori per il tuo Jean-Pierre.

(...) L'attaccante, [tuo nipote] viene regolarmente per dirgli i suoi obiettivi. Lì, possiamo vedere che sente, che ascolta.

(...) So che soffri nel vedere tuo marito prigioniero del suo silenzio, che sei sempre molto innamorata di lui e che i momenti sono difficili da vivere, ma io sono con te”.

Siamo ancora capaci di dire: “ma io sono con te”?

"Mia cara Bernadette,

nel bel mezzo della vicenda di Vincent Lambert, ho trovato la necessità di scriverti.

Sono passati 37 anni.

Da trentasette anni Jean-Pierre Adams, il tuo Jean-Pierre, è in coma dopo un errore di anestesia durante una semplice operazione al ginocchio.

Oggi ha 71 anni. Sente, sobbalza quando c'è un rumore improvviso, forse capisce, ma non può più parlare.

Ma so che cerchi sempre di essere positiva.

Jean-Pierre è in uno stato vegetativo, ma respira da solo.

So che la gente è venuta a vederlo nella sua stanza, convinto che fosse collegato o che ci fosse una macchina nascosta sotto il materasso, ma non lo è.

Gli dai da mangiare, lui deglutisce di nuovo.

Bernadette, tu sei per me un'eroina: hai portato tuo marito con te, a casa.

È sempre con grande rispetto che ti prendi cura di lui.

Non dici mai che ti prendi cura di lui, ma che lavori per il tuo Jean-Pierre.

I bambini e i nipoti vengono a vederlo.

Laurent e Frédéric, i tuoi due figli, sono l'immagine sputata del loro padre.

Noah, tuo nipote, condivide anche la passione di Jean-Pierre per il calcio. Attaccante, viene regolarmente per raccontargli i suoi obiettivi.

Lì, possiamo vedere che sente, che ascolta.

Marius Trésor, che ha giocato con lui nella nazionale francese - loro due sono stati chiamati 'la guardia nera' - è ancora molto presente per lui.

So che il caso di Vincent Lambert ti ricorda ricordi terribili, tu che sei contro l'eutanasia.

So che soffri di vedere tuo marito prigioniero del suo silenzio, che sei ancora molto innamorato e che i momenti sono difficili da vivere, ma io sono con te"

Jacques Vendroux *

* Ex capo del dipartimento sportivo di 'Radio France', e oggi giornalista presso 'France Info' e 'France Bleue', Jacques Vendroux è la voce del calcio in Francia

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L’affaire #Lambert e il piano inclinato

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L'affaire #Lambert e il piano inclinato

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 08 giugno 2019

Il progetto di legge sulla bioetica dovrebbe essere presentato ufficialmente il prossimo 26 luglio, data dell'ultimo incontro di gabinetto del governo francese dell'anno scolastico.

Il progetto di legge sarebbe stato calendarizzato congiuntamente dal Ministro della giustizia e dal Ministro della salute francesi, secondo quanto riportato dal quotidiano "La Croix".

Dall'estate del 2018, la presentazione di questo disegno di legge è stata posticipata più volte, ma pare assai probabile che l'estate 2019 sarà decisiva per una revisione ufficiale dell'attuale legislazione francese sulla bioetica.

Dopo diversi mesi audizioni e relazioni di esperti, la Francia riparte dal testo del corposo rapporto della missione di informazione sulla revisione della legge sulla bioetica ampiamente adottato il 15 gennaio scorso: solo quattro deputati su venti membri della missione si sono opposti.

Trecento pagine, firmate dal deputato LREM Jean-Louis Touraine quale presidente di Gruppo di studio dell'Assemblea nazionale sul fine vita, con 60 proposte scritte di suo pugno che toccando tutti i temi oggetto della revisione legislativa: estendere la PMA a coppie di donne dello stesso sesso e a donne single; una riforma sul tema della pratica dell'utero in affitto; l'autorizzazione dell'autoconservazione degli ovociti e la possibilità per le persone nate da una donazione di gameti di potere accedere alle informazioni relative ai loro genitori biologici.

E - naturalmente - una serie di proposte di modifica alla legislazione sul fine vita.

La campagna elettorale per le elezioni europee è finita ed indipendentemente dai risultati il campo è sgombro da impedimenti.

E ancora una volta l'affaire Vincent Lambert diventa il cavallo di Troia per spingere nella direzione di aprire la Francia all'eutanasia e al suicidio assistito.

Come abbiamo avuto modo di scrivere, il governo francese è ricorso alla Corte di Cassazione il 31 maggio scorso affinchè si esprima in merito alla decisione assunta dalla Corte d'Appello di Parigi di riprendere immediatamente i trattamenti vitali per Vincent Lambert.

Jean-Louis Touraine - da sempre sostenitore della libertà di scelta di morire - non ha perso l'occasione per ribadire quale sarà la linea politica del governo francese nel merito:

"Proponiamo di legiferare ancora su questi temi sul fine vita, per dare una definizione più precisa di ciò che significhi 'ostinazione irragionevole'", ha dichiarato il 1° giugno su "France Info".

Il piano inclinato diventerà un'autostrada che punterà dritta dritta alla legalizzazione del principio di autodeterminazione della propria vita e della propria morte.

Con tempi e modalità differenti, lo stesso triste scenario che pare profilarsi anche per l'Italia.

La prima persona in Francia a presentare una legge in questo settore fu il senatore Henri Caillavet, nel 1978: "Legislazione sul diritto di vivere la propria morte", una formulazione quanto meno contraddittoria, per usare un eufemismo.

Il senatore, un alto dignitario del Grande Oriente di Francia [Massoneria], non esitava a citare p. Riquet, p. Teilhard de Chardin, o Pio XII. Era un radicale e fu anche presidente per ben due volte dell'Association pour le droit de mourir dans la dignité (ADMD) fondata da Jean-Luc Romero.

All'epoca il progetto fu severamente criticato dalla relazione del senatore Jean-Marie Girault, che spiegava che la legislazione in questo campo non è assolutamente raccomandabile.

Scriveva: "Una legge passata a causa dell'ambiguità di certi termini a volte dà luogo a molteplici difficoltà. La tecnica legislativa qui è inappropriata ed è la natura del soggetto che lo renderebbe tale. L'esame intrinseco del testo lo illustra bene: creando definizioni, categorie e situazioni legali, moltiplichiamo i problemi più che risolverli".

Aggiunse infine che "questa relazione sociale suprema: famiglia-medico-persona in fine vita è specifica e particolare. Troppo specifica e particolare per accettare un legalismo moltiplicato da eventuali decreti o ordini di applicazione che si aggiungono alla legge".

Le parole del saggio senatore non furono ascoltate.

Il 30 novembre 2004, l'Assemblea Nazionale francese approvava all'unanimità e in prima lettura la "Legge relativa ai diritti dei pazienti e alla fine della vita".

L'unica legge della Quinta Repubblica approvata all'unanimità con voti espressi. È stata poi promulgata il 22 aprile 2005.

La legge mirava a rafforzare i diritti del paziente nel proibire "l'ostinazione irragionevole" e riconoscere diritti specifici ai pazienti al termine della vita: rifiuto dei trattamenti, un processo medico "collegiale" per i pazienti in condizione di non coscienza. Dava l'obbligo al medico di fare tutto il possibile per alleviare il dolore.

Infine, offriva al paziente l'opportunità di esprimere in anticipo i propri desideri sotto forma di direttive anticipate o di nominare una persona di fiducia per esprimere i propri ultimi desideri in queste circostanze.

I principi ultimi invocati dal legislatore erano due: il rispetto della dignità della persona e della sua qualità di vita.

Ma questa legge presentava delle zone d'ombra, come sottolineato dal Comitato consultivo nazionale per l'etica (CCNE) nelle sue osservazioni al Consiglio di Stato del 5 maggio 2014.

In particolare, l'articolo L1110-5 del codice di sanità pubblica, come modificato dalla legge, che così recitava: "Gli atti di prevenzione, indagine o trattamento non devono essere proseguiti con ostinazione irragionevole. Quando sembrano inutili, sproporzionati o non hanno altro effetto che la conservazione artificiale della vita, possono essere sospesi".

La legge Claeys-Léonetti del 2 febbraio 2016 aggiunse poi: "la nutrizione e l'idratazione artificiale costituiscono trattamenti che possono essere fermati in conformità con il primo paragrafo di questo articolo".

Che cosa si intende per "ostinazione irragionevole" e "mantenimento artificiale della vita"?

Non esisterà mai una legge in grado di disciplinare ciò che riguarda la fine della vita esattamente come l'inizio della vita. Ogni legislazione su questi temi presterà i fianchi a differenti interpretazioni attuative soggettive difficilmente sanzionabili e - soprattutto - darà la stura a continue e progressive revisioni in relazione al mutare del sentimento comune e delle maggioranze politiche che di volta in volta avranno i numeri ed il consenso per farlo.

La legge attuale francese - per come è articolata - si applica in situazioni estremamente diverse tra loro: sia a pazienti in una fase terminale di una condizione grave e incurabile o alla fine della vita che a pazienti nella fase avanzata di tale malattia, indipendentemente dal fatto che essi siano in grado di esprimere la propria volontà in entrambi i casi.

La legge tende a confondere e mischiare tra loro "cure ordinarie" e "trattamenti".

Per definizione, le prime non possono essere arrestate per rispetto della dignità del paziente, mentre i secondi può essere sospesi o non attuati.

La nutrizione e l'idratazione - ad esempio - sono emblematici da questo punto di vista: la prima preoccupazione deve essere l'assistenza medica umana.

Per evitare questa interpretazione, la legge Claeys-Léonetti (2016) ha aggiunto un paragrafo speciale per descriverle come trattamenti.

Così si arriva a questa assurdità: è vietato interrompere le cure di conforto per aiutare il paziente con bisogni corporei di base, ma è lecito sospendere cibo e bevande.

Un'altra ambiguità è la qualifica di "inutile" e "sproporzionato" applicati ai "trattamenti" (cioè alla nutrizione ed idratazione).

Il significato non è lo stesso per il legislatore e per il medico. Per la legge, un trattamento è inutile quando non migliora lo stato di salute e afferma di essere sproporzionato rispetto ai rischi incorsi dal paziente. Ma per un medico, questo significa che il trattamento non è conforme alle buone pratiche mediche.

Quale medico degno di questo nome usa trattamenti che sa essere inutili o comportano rischi sproporzionati rispetto al beneficio atteso?

Altro termine: "manutenzione artificiale della vita", cosa significa?

L'insulina viene assunta da una dialisi diabetica o renale, che durerà una vita: è questa una manutenzione "artificiale"?

Se una persona è alla fine della vita, la nozione di manutenzione artificiale può assumere un certo senso: fermare una terapia riconosce l'impotenza della medicina e fa morire il paziente in modo naturale. D'altra parte, rimuovere questo elemento "artificiale" significherebbe decidere sulla morte di un paziente.

Inoltre, quando una ostinazione diventa "irragionevole"?

La condotta medica ragionevole implica la conoscenza della terapia medica e la conoscenza pratica delle circostanze per questo o quel paziente.

Ma come distinguere ciò che è ragionevole da ciò che non lo è, quando questa decisione diventa irreversibile, cioè quando la cessazione di trattamenti che mantengono in vita una persona che non è alla fine della vita vengono comunque disposti?

Come potrebbe la cura che la legge richiede di fornire alla persona in condizione di estrema dipendenza escludere la nutrizione, nel nome della dignità e della qualità di vita della persona?

Eppure questo è ciò che viene affermato come un diritto fondamentale dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

E' esattamente la situazione che sta vivendo da dieci anni Vincent Lambert, sia sul piano medico che giuridico.

Il braccio di ferro tra il governo francese e il Comitato Onu non è altro che la trasposizione plastica del fatto che ci sia qualcosa che non funziona, per usare un eufemismo.

Attenzione, tuttavia.

La domanda da porsi a questo punto è una sola: è la legge che non funziona e va cambiata, nel nome della dignità e della qualità di vita della persona?

La mia personale risposta è "no".

L'intenzione della legge Leonetti voleva essere quella di escludere l'accanimento terapeutico e l'eutanasia.

Vogliamo eliminare dalla legge la sospensione dei trattamenti quando davvero non c'è più nulla da fare ed ogni tentativo di curare e mantenere in vita una persona sono risultati inutili?

E' questo che davvero si vuole?

Sarebbe disumano insistere con terapie che servono solo a prolungare in modo penoso, oltre i suoi limiti naturali, la vita di un malato, senza dargli speranza né di guarigione né di migliorare la qualità della sua vita.

La stessa morale cattolica pone limiti non solo all’accanimento in senso stretto, ma anche a tutti gli interventi che risultassero in qualche modo impraticabili o insostenibili per un malato perché troppo dolorosi, o perché gravati di pesanti effetti collaterali, o perché economicamente impossibili o perché configurano una sproporzione evidente fra mezzi impiegati ed effetti conseguiti.

È ragionevole e, in questo senso, doveroso per una persona mantenersi in vita e in salute perché la vita e la salute sono beni naturali che permettono alla persona di esprimersi in pienezza, ma questo non significa che bisogna usare sempre e ad ogni costo tutti i mezzi clinicamente disponibili.

A questo proposito, il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che può essere legittimo sospendere o rifiutare terapie "gravose, pericolose straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi" (CCC, n. 2278).

La decisione di rinunciare a praticare un certo intervento terapeutico, per essere moralmente accettabile, non deve essere mossa dalla volontà di dare o darsi la morte.

Procurare la morte sia attivamente (con un veleno, per esempio) sia passivamente (omettendo cure doverose) è eutanasia. La morale cattolica, pertanto, non può accettare, in quanto contrario al bene della persona, che non si inizino o che, se iniziate, si interrompano cure e terapie, con l’intento di procurare la morte.

Il punto non sta in ciò che prevede la legge, ma in ciò che di essa non viene attuato o viene applicato malamente.

La legge francese prevede l'attuazione di un piano nazionale di cure palliative, al fine di permettere alle persone in fine vita di potere vivere al meglio possibile ogni istante di vita soffrendo il meno possibile e con i propri cari. In Francia esistono soltanto 150 unità specializzate a fronte di un bisogno dieci volte superiore a quanto messo in campo. Stiamo parlando di una legislazione giovanissima - nemmeno tre anni dalla sua promulgazione - , che necessita di tempo ed investimenti continuativi e strutturali in tale direzione. Sarebbe davvero miope sostenere che su questo piano la legge non funziona e modificarla per l'ennesima volta. Ma perchè si sviluppi una grande rete territoriali di cure palliative occorre che vi sia una cultura della vita che non anteponga il diritto a morire al diritto di vivere.

La legge Claeys-Lèonetti è diventata al contrario un'arma per promuovere l'eutanasia nascondendosi dietro uno spettacolo di finzione.

L'affaire Lambert lo dimostra. Il legislatore giudica la cessazione della nutrizione come eutanasia "passiva", in altre parole, lasciando che la natura faccia il suo corso, ma si oppone all'eutanasia "attiva", infliggendo la morte direttamente iniettando una sostanza letale. Se la legge venisse applicata fino alla fine, il paziente morirà di fame e sete, ma conserverà la sua dignità e la sua qualità di vita. Riceverà la sedazione e un'analgesia prescritta dalla legge, tutto in un modo silenzioso e ordinato.

Il caso Lambert viene utilizzato in Francia come cavallo di Troia per dimostrare che la legge attuale debba essere cambiata proprio nel nome della dignità della persona e della qualità della sua vita.

Vincent Lambert è il simbolo di una palese ingiustizia, non per il fatto che un uomo gravemente disabile venga condannato a morire di fame e sete, ma per il motivo che nulla di scritto esista in merito alle sue reali volontà di scelta.

Il fatto che sia disabile, cerebroleso, depresso o realmente in fine vita oppure trattasi di una persona che per mille motivi sia giunto alla conclusione ponderata che non valga più la pena vivere non appare elemento sostanziale e dirimente.

Il fattore essenziale è il diritto alla libertà di scelta palesemente violato.

Le decisioni sulle cure e sulle terapie devono essere prese dal paziente, in dialogo con i medici, nel contesto di una relazione sincera fra persone, la cosiddetta alleanza terapeutica di cui è parte integrante il consenso informato previsto dalla legislazione francese.

Se il paziente, tuttavia, non è in grado di prendere queste decisioni, perchè in stato vegetativo o di semi-coscienza, come per Vincent Lambert, subentrano i suoi familiari o altri soggetti, secondo quanto previsto dalle leggi, che valuteranno quello che è meglio per lui, tenendo conto delle indicazioni eventualmente date dal paziente ovvero cercando di interpretarne i legittimi desideri (CCC 2278).

L'affaire Lambert mostra le lacune e le zone d'ombra dell'attuale legislazione anche su questo piano.

I sostenitori della libertà di scelta, infatti, utilizzano lo scontro tra i genitori di Vincent e sua moglie nel merito. Vincent non ha lasciato alcuna testimonianza scritta delle proprie volontà e non ha affidato ad alcuna persona di fiducia disposizioni in merito.

La moglie Rachel - che ne è diventata tutore legale - sostiene che la posizione dell'ex infermiere psichiatrico francese fosse chiara e netta, posizione dallo stesso manifestata più volte durante la vita di coppia, sostenendo che mai avrebbe voluto continuare a vivere in una condizione di totale dipendenza. Viviane e Pierre, i genitori di Lambert, si appellano al fatto che non vi sia nulla di scritto e che il loro figlio avrebbe voluto vivere fino all'ultimo istante possibile.

La decisione collegiale (articolo R. 4127-37 del Codice di sanità pubblica) prevista dalla legge francese specifica che, se il paziente è incosciente e alla fine della vita, il medico può prendere una decisione terapeutica solo dopo aver consultato la direttiva avanzata, se esistente, o dopo aver ricevuto il parere della persona di fiducia designata dal paziente, e in mancanza di ciò, della famiglia.

Ma se la famiglia non concorda, che si fa? Chi si prende la decisione? Il medico.

Questo significherebbe consegnare nelle mani di una persona un potere quasi assoluto di vita o di morte per un paziente, il che viola palesemente il diritto inalienabile della libertà di autodeterminazione.

Il caso Lambert viene usato come cavallo di Troia perchè la legge stabilisca con chiarezza e con quale ordine e grado i parenti stretti che debbano essere interpellati dal medico e solo in ultima estrema ratio sia il medico a decidere per chi non è in grado di esprimere la propria volontà di scelta.

Il presidente dell'Associazione per il diritto di morire con dignità (ADMD), Jean-Luc Romero, ha reagito alla decisione del medico dell'ospedale universitario di Reims di interrompere i trattamento di Vincent Lambert con una intervista a "France Info".

"È drammatico, perché questa famiglia è stata distrutta per undici anni, quindi sì, è tempo che finisca - dichiara -. Ma ciò che è triste è che i politici non hanno fatto nulla.

Sappiamo che esiste un'ostinazione irragionevole, ma la domanda che conta è: chi decide? Questo è il punto cruciale del problema oggi.

Per me, i medici devono indicare se siamo in un'ostinazione irragionevole, è la loro missione.

Ma colui che deve avere l'ultima parola è la persona stessa e se è incosciente è la persona più vicina.

La questione è che la moglie non è d'accordo con i genitori di Vincent Lambert.

Ecco perché chiedo al legislatore di avere coraggio e di fare ciò che i belgi hanno fatto. In Belgio, quando sei in un coma irreversibile, è prima il marito e, se non c'è il coniuge, sono i genitori e se non ci sono, i suoi figli.

Oggi dobbiamo uscire da tutto ciò, perché domani di Vincent Lambert potrebbero essercene altri, quindi non abbiate paura a legiferare.

È chiaro che la legge Leonetti non risponde a tutte le situazioni. Vediamo che non funziona, che non mette la persona al centro della decisione".

Il piano inclinato è sempre più inclinato.

Non solo in Francia, ma anche in Italia.

Il giorno nel quale la Corte d’appello di Parigi, interpellata dai genitori Lambert, ha ordinato di riprendere le procedure di alimentazione e idratazione per mantenerlo in vita fino a quando sul caso non si sarà pronunciato il comitato dell’Onu, Mina Welby rilascia questa intervista:

"E’ un caso molto difficile.

Il caso di Piergiorgio era molto diverso, perché tutta la famiglia era d’accordo, lui con la sua voce fino all’ultimo aveva chiesto di sospendere la ventilazione artificiale e quando è successo lui è morto felice.

Il caso di Lambert invece somiglia a quello di Eluana Englaro.

Però nel caso di Englaro tutta la famiglia era d’accordo con la sua volontà. Nel caso di Lambert invece i genitori sono contrari, vogliono ancora il corpo vivo“.

Così Mina Welby, co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, è intervenuta ai microfoni de ‘L’Italia s’è desta’ su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano.

"In queste condizioni possiamo dire che è vivo soltanto un organismo. Tuttavia - prosegue Mina Welby- capisco le ragioni dei genitori di Lambert, perché vedono i suoi gesti, gli sguardi, che però potrebbero essere riflessi neurologici che si rispecchiano sul viso, ma non sono sentimenti che lui esprime.

Questa non può essere una certezza, anche perché gli stati vegetativi sono ancora sotto ricerca.

Uno avrebbe sempre la voglia di far stare meglio la persona cara, ma con Piergiorgio sapevamo che non c’era più speranza.

Provava dolori pazzeschi per la ventilazione che gli pompava dentro l’aria.

Credo che ci saranno sempre dei casi molto difficili“.

E' la stessa posizione di Romero in Francia e quella di tutti coloro che in nome della dignità della persona e della sua qualità di vita fanno di tutto affinchè venga legalizzata la "dolce morte" anzichè battersi per avere cure più adeguate, relazioni di prossimità, strumenti per alleviare il dolore e permettere di vivere fino all'ultimo istante di vita.

Come si può sostenere la tesi che Vincent sia "soltanto un organismo", che i gesti e gli sguardi di Lambert siano dei semplici riflessi neurologici, e al tempo stesso ammettere che "gli stati vegetativi sono ancora sotto ricerca"?

Se la scienza e la medicina non sono in grado di conoscere in maniera matematica il funzionamento del nostro cervello e del nostro corpo in condizioni di semi-coscienza, accertato che il paziente non soffra, perchè scegliere la morte anzichè la vita?

Il piano inclinato diventa sempre più inclinato.

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Vincent Lambert, prospettive e rischi

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Vincent Lambert, prospettive e rischi

di Giovanni Marcotullio

#LaCroce quotidiano, 23 maggio 2019

Statica e quasi immobile per anni, la vicenda di Vincent Lambert ha avuto nella giornata di lunedì un colpo e un contraccolpo formidabili.

Di buon mattino il primario Vincent Sanchez ha notificato ai membri delle famiglie del disabile, a mezzo di una scarna email, che aveva sedato l’uomo. E ciascuno dei destinatari poteva con ciò intendere che la procedura terminale era stata avviata.

Dichiarazioni e disposizioni

Nel pomeriggio, alle 17, l’avvocato dei genitori di Vincent, Jean Paillot, ha introdotto un’istanza d’urgenza presso la Corte d’Appello di Parigi. Alle 22 c’è stato il verdetto, che accoglieva l’appello, e pochi minuti dopo un altro legale, Jérôme Triomphe, ne ha annunciato trionfante l’esito alle svariate centinaia di manifestanti raccoltesi a Parigi questa sera: la Francia deve rispettare la decisione del comitato delle persone handicappate dell’Onu.

L’alimentazione e l’idratazione di Vincent saranno immediatamente ristabilite.

È un’immensa vittoria. Certo, considerando come stamattina pensassimo che non avremmo mai più rivisto gli occhi di Vincent aperti, l’immediato ristabilimento dei sostegni vitali è “un’immensa vittoria”, ma bisogna capire bene la sua portata 1 .

Il testo integrale della sentenza non è stato ancora pubblicato, ma da France Presse abbiamo il passaggio fondamentale: la corte "ordina allo Stato Francese […] di prendere tutte le misure al fine di far rispettare le misure provvisorie richieste dal Comitato internazionale dei diritti delle persone handicappate il 3 maggio 2019, tendenti al mantenimento dell’alimentazione e dell’idratazione".

Il CDPH, comitato dell’Onu, aveva chiesto alla Francia di soprassedere quanto all’arresto dei trattamenti in attesa di un esame del dossier (la sentenza non è però riaggiornata sine die: è stato posto un termine di sei mesi per l’indagine del Comitato).

Venerdì, in prima istanza, il tribunale di Parigi si era dichiarato incompetente per far applicare questa domanda. La Corte d’Appello, da parte sua, ha giudicato che indipendentemente dal carattere obbligatorio o coercitivo della misura di sospensione domandata dal Comitato, lo Stato francese si è impegnato a rispettare questo patto internazionale.

Viviane, la madre di Vincent, ha esultato apertamente, dichiarando all’AFP: "Stavano eliminando Vincent, è una grandissima vittoria! Adesso torneranno ad alimentarlo e a dargli di nuovo da bere. Per una volta, sono fiera della giustizia".

E si resta colpiti dall’apparente sproporzione tra lo sforzo sovrumano che questi due anziani genitori titanicamente oppongono al Leviatano e l’esiguità della contropartita: un bicchiere d’acqua, una flebo di fisiologica.

François, uno dei nipoti di Vincent favorevoli alla soppressione dello zio, ha lamentato la decisione della Corte: "per una volta ci stavo credendo… È veramente sadismo puro, da parte del sistema medico-giudiziario".

È sempre la stessa storia: quelli che fanno tutti questi ricorsi devono goderci.

È noto – ma basta anche questa sola dichiarazione – che il dramma di Vincent si consuma e si amplifica all’interno di una famiglia dilaniata: uno dei suoi fratelli e una delle sue sorelle si oppongono all’arresto di nutrizione e idratazione. Dall’altra parte ci sono la moglie Rachel, il nipote François e cinque fratelli e sorelle dell’uomo divenuto suo malgrado la pietra d’inciampo della casa: questi vedono nella semplice sopravvivenza di Vincent l’effetto di un accanimento terapeutico e - pure in mancanza di disposizioni anticipate - qualcosa in più di un momentaneo respiro.

La politica sullo sfondo

C’è poi da considerare il peso che in tutto ciò gioca la politica, intesa nel duplice aspetto degli interessi (anche economici) legati al business dell’eutanasia e delle prese di posizione alle imminenti elezioni europee.

François-Xavier Bellamy, il giovane candidato repubblicano – brillante al punto da essere contestato anche nel partito – ha preso posizione al fianco della famiglia pur non stressando eccessivamente la vicenda sul piano propagandistico.

Resta peraltro dubbia l’applicabilità della legge Leonetti al caso di Vincent, non essendo quest’ultimo in alcun modo un malato terminale2: oltretutto la Francia ha vissuto nei mesi scorsi un travagliato processo di “Stati generali della bioetica”, che da molti analisti è stato giudicato una montagna che partorisce un topolino.

Grandi aspettative, grandi dichiarazioni programmatiche, e poi – malgrado le vistose spinte in favore di una legiferazione pro-eutanasia – è prevalsa una linea attendista e tuzioristica (con l’avallo personale, almeno apparentemente, di Macron).

Anche i vescovi di Francia hanno prodotto un loro peculiare contributo al dibattito, e in tutto ciò la figura di Vincent Lambert, quasi immobile nel suo letto d’ospedale, assumeva sempre più un valore simbolico.

Da una parte e dall’altra, in molti hanno creduto che l’ostinazione con cui il dottor Sanchez ha avviato la procedura letale incrociasse i già menzionati interessi politici.

Tra Gulliver e Aktion T4

È presto, insomma, per cantare vittoria, ma non per tirare un legittimo sospiro di sollievo: Vincent resterà (salvo diverse disposizioni concordate con l’Organismo internazionale) al Sébastopole di Reims e il suo quadro clinico verrà studiato con lo specifico obiettivo di determinare se la sua pauci-relazionalità (ovvero il c.d. stato di “coscienza minimale”) sia sufficiente a considerarlo un handicappato.

C’è innegabilmente un che di malsano e di alienante, in questa impostazione: il modello antropologico sotteso ammette implicitamente l’ipotesi che in forza del trauma cranico subito e dei conseguenti danni permanenti riportati Vincent non sia (più) una persona umana.

Questo strano modo di ragionare farebbe sorridere, assomigliando alle distopie dei saggi di Lapuzia di cui narra Gulliver, ma vi sono utopie più vicine nel tempo, le cui cicatrici solcano ancora il corpo dell’Europa, che tolgono in qualche modo forza alla pungente ironia di Swift… sembra che qualcuno non si rassegni a lasciar cadere i deliri eugenetici.

In tal senso, vale la pena di ricordare qualche paragrafo del documento che un anno fa per Vincent Lambert firmarono 70 medici e paramedici specializzati nell’assistenza a disabili paucirelazionali (come l’uomo di cui stiamo parlando… e come Michael Schumacher – ricordato da mons. Aupetit – che nessuno si sogna di far morire di fame e di sete):

"[…] Alcuni tra noi hanno potuto visionare un breve video, scene girate nel giugno 2015, il quale permette di affermare che il signor Vincent Lambert è sì in stato iporelazionale, e cioè non è in coma, non richiede alcuna misura di rianimazione e ha capacità di deglutizione e vocalizzazione.

Se ci è impossibile pronunciarci sull’esatto livello di coscienza e sulle sue capacità relazionali, per contro il signor Vincent Lambert ci sembrar avvicinabile ai pazienti afferenti alle nostre unità EVC-EPR, e a quelli che neppure hanno la tracheotomia.

È evidente che non è in fin di vita.

La sua sopravvivenza nelle condizioni e nel contesto che lo circondano – disintegrazione famigliare, procedure giuridiche interminabili, scatenamento mediatico, assenza di progetto di vita con abbandono di ogni rieducazione o uscita o momento in sedia a rotelle, isolamento sensoriale e relazionale nella sua camera, dov’è rinchiuso a chiave da quattro anni… – testimonia anzi ai nostri occhi la sua tenace pulsione di vita.

Come non tenere conto del fatto che il signor Lambert è sopravvissuto nel 2013 a trentuno giorni senza alimentazione e con un’idratazione ridotta al minimo, mentre per la nostra unanime esperienza questo fatto è incomprensibile con una volontà di morte?

Quando non vogliono più vivere, questi pazienti muoiono in pochi giorni, a volte in poche ore.

Questa sopravvivenza per trentuno giorni testimonia al contrario un’incontestabile pulsione di vita che avrebbe dovuto fondare da cinque anni a questa parte una nuova presa in carico imperniata su un progetto di vita e che non si riduca a cure da balia.

Le esperienze mediche, anche praticate da eminenti specialisti, riposano sempre su esami praticati in un tempo necessariamente limitato. Esse non sono adattate alla situazione di questi pazienti, dei quali bisogna conquistare la fiducia prima di poter ottenerne una qualunque manifestazione di presenza cosciente.

Questa valutazione non può essere convalidata che da un’équipe pluridisciplinare, in condizioni di vita variegate, lungo un arco temporale sufficientemente lungo, di più settimane, in contatto con i membri presenti della famiglia. Questo è impossibile in un contesto di reclusione senza progetto di vita.

Ora, la nostra esperienza incrociata di praticanti specializzati con questo tipo di pazienti ci porta a constatare che lo stato detto vegetativo cronico, nel senso di un paziente che non sarebbe capace di alcuna relazione, non esiste: tutti i pazienti diagnosticati vegetativi che sono passati nei nostri centri di cura hanno in realtà una coscienza minima che bisogna saper individuare e sfruttare in stretta sinergia con la famiglia.

Presi in carico in ospedale o in strutture specializzate, questi pazienti fanno spesso progressi sbalorditivi che sorprendono sempre gli attendenti alle cure, e tutti si sono rivelati essere capaci di relazioni interpersonali con il loro entourage, più o meno elaborate ma sempre esistenti e verificate. […]".

Si veda:

Due piste d’approfondimento… e un sentiero sfuggente

Ma per ora si aprono sei mesi di respiro e di luce, nei quali il padre e la madre di Vincent potranno rivedere il figlio e cercare di riportarlo al culmine della sua forma psicofisica possibile, almeno quanto basta per provare che l’applicazione della legge Leonetti al suo caso comporterebbe ipso facto un abuso præter legem.

Un aspetto della dinamica di questa giornata che sarebbe interessante ed utile approfondire riguarda i video: perché solo lunedì sono stati divulgati quei brevi e semplici video che hanno mostrato urbi et orbi, e al di là di tecnicismi da azzeccagarbugli, come Vincent sia vivo, vigile e tutt’altro che assente a sé stesso.

Viene da pensar (male: si fa peccato ma spesso ci si azzecca) che a Viviane sia stato fatto espresso divieto di divulgare quei materiali, probabilmente anche lasciando intravedere delle sanzioni, ma che la stessa abbia deciso di calare tutte le carte nella mano che sembrava decisiva.

Se così stessero le cose, però, bisognerebbe capire con quali motivazioni si potevano porre simili vincoli a referenti di un paziente che – dato il caso di pubblico interesse – intendessero offrire all’opinione pubblica elementi per costruire opinioni informate.

Un altro versante che sarebbe utilissimo approfondire riguarda l’opinione pubblica francese, che a tratti è sembrata più zelante nel “tifare morte” che nel ricercare la verità delle cose.

Certamente occorre previamente verificare se e in che misura gli esaltati che popolano la blogosfera siano un campione attendibile dell’attuale popolazione francese; tuttavia sarebbe un problema a sé (e non trascurabile) anche se si dovesse riscontrare che tutti i matti di Francia vivono sui social – perché all’affermazione che Vincent piangesse domenica "per la gioia di essere alfine liberato" si può ancora concedere il beneficio della buona fede, ma l’incitazione a "staccare la presa ai suoi genitori" ricorda troppo da vicino quella crudeltà gratuita che davvero speravamo di aver sepolto dopo la Guerra, magari tra la Dichiarazione del 1948 e il Concilio.

Infine, un’annotazione a margine, quasi una confessione personale.

Lunedì pomeriggio io ritenevo che il duplice ricorso d’urgenza dei genitori di Lambert (uno alla CEDU e uno alla Corte d’Appello di Parigi) non avesse speranze di sortire qualche effetto positivo: ritenevo insomma che fosse “naturale”, giusto e perfino bello che gli anziani genitori non si dessero per vinti e che non stessero ad aspettare il trapasso del figlio con le mani in mano, ma non pensavo che ne avrebbero ottenuto qualcosa al di là del piano morale.

E invece, se la CEDU ha immediatamente respinto il ricorso, dalla Corte d’Appello è insperatamente giunto il ribaltamento fattuale (ovvero la sospensione, ma la partita sembra riaperta…) della sentenza del Consiglio di Stato.

Ciò non cessa di sembrarmi un fatto straordinario e, come tale, di stupirmi: certo, è difficile parlare di “influenze” su entità di magistratura, ma la ragione addotta dalla Corte nell’accoglimento dell’istanza rimanda appunto alla natura (pure non vincolante!) dei trattati internazionali (la Santa Sede non è membro dell’Onu, ma pure vi ha un “osservatore permanente”), e lì potrebbe essersi aperto lo spiraglio per l’azione diplomatica di una forza super partes e amica della vita, priva di secondi fini e capace di lavorare nell’ombra senza rivendicare – che stile inconsueto e rivoluzionario! – le proprie vittorie.

Insomma, forse non un vero e proprio deus ex machina… ma quasi.


1. Che comunque appare – almeno a me che pure non speravo molto nella Corte d’Appello – qualcosa in più di un momentaneo respiro.

2. L’estensore materiale del testo legislativo, però, l’ex deputato repubblicano Jean Leonetti, ha dichiarato domenica che l’arresto delle cure si sarebbe ben iscritto nel quadro della sua norma.

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“Ne pleure pas, #Vincent”

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“Ne pleure pas, #Vincent"

#LaCroce quotidiano, 21 maggio 2019

di Davide Vairani

La procedura di sospensione dei "trattamenti" per Vincent Lambert è stata attivata formalmente dall'ospedale di Reims.

"Dalla settimana del 20 maggio 2019", aveva annunciato il Dr. Sanchez: data ed ora precise non comunicate, per "motivi di sicurezza". Puntuali: ore 8.30 del mattino di lunedì 20 maggio 2019, procedura attivata. Hanno fretta di chiudere definitamente l'affaire Lambert.

"Lo stanno uccidendo, senza averci detto nulla, sono dei mostri", dichiara in lacrime Viviane, la madre di Vincent alla "BFM-TV":

"non hanno potuto nemmemo dargli l'ultimo addio - si legge in comunicato stampa sul sito del Comitato di sostegno "Je suis Vincent" -.

Ieri sera (domenica ndr) Vincent stava piangendo, perché aveva capito che non li avrebbe più rivisti".

"Lo abbiamo appreso questa mattina via email (lunedì 20 maggio ndr) che avevano iniziato la sedazione profonda e continua" fino alla sua morte, aggiunge ancora Viviane, mentre il suo legale, Jean Paillot, denuncia uno "scandalo assoluto".

“Je suis Vincent Lambert”, scandivano domenica i 200 manifestanti accorsi al presidio davanti all'Ospedale Sebastopolos di Reims. “O Eternel, ne leur pardonne pas car ils savent ce qu’ils font”, pregavano altri. I giornalisti si accalcavano per intervistare Viviane, la madre di Vincent. Sono sfiniti Pierre, 90 anni, e Viviane, 73 anni, ma non intendono arrendersi.

"Vincent muove la testa, ho molti video, ma nessuno vuole vederli", dice Viviane davanti ai microfoni e alle telecamere.

"La Francia regredisce, ma Vincent resiste. Chiedo che Vincent venga trasferito in una unità specializzate. È rinchiuso nel braccio della morte, è orribile".

Non riesce a trattenere le lacrime, questa madre indomita che da sei anni ostinatamente chiede soltanto questo per il proprio figlio.

"Certo che abbiamo ancora speranza (...) Combatteremo ancora (...) No, non lo uccideranno. Lo stanno uccidendo. E' un'eutanasia mascherata", continua in lacrime Viviane.

"Nous allons a battre", continuiamo a combattere.

"Tre nuovi ricorsi" contro l'interruzione prevista delle cure, senza specificare in quale giurisdizione, annunciavano domenica gli avvocati di Pierre e Viviane.

"I genitori di Vincent Lambert vogliono denunciare le autorità competenti e le corti interessate con un reclamo disciplinare allo scopo di colpire il dott. Sanchez e di avviare un procedimento penale contro di lui", hanno aggiunto gli avvocati Jean Paillot e Jérôme Triomphe in una dichiarazione, in merito al medico che dirige il dipartimento di cure palliative e l'unità per cerebrolesi dell'ospedale Sevastopol di Reims dove Vincent Lambert è ricoverato.

Alle 17.00 di lunedì 20 maggio, visto il rapido evolversi della situazione, hanno deciso di presentare l'ennesimo ricorso urgente alla Corte d'Appello di Parigi, affinchè venga bloccata la procedura di morte per Lambert.

Sino a qui la cronaca di questi ultimi due convulsi giorni di vita per Vincent Lambert.

E ora?

Il protocollo di "sedazione profonda e continua" fino alla morte prevede l'utilizzo per via endovenosa del midazolam, un farmaco della famiglia delle benzodiazepine potente e ad azione rapida che dovrebbe servire per evitare ogni forma di dolore e sofferenza fino all'ultimo istante di vita.

Con la contemporanea cessazione dell'idratazione e della nutrizione, la morte può avvenire in ogni istante, ma "mediamente ci vuole almeno una settimana", come spiega ad Agencie France Presse (SFP) il dott. Bernard Devalois, specialista in cure palliative presso l'ospedale di Bordeaux Bagatelle.

Come sarà la sua morte? "Gli organi smetteranno di funzionare dopo l'interruzione dei trattamenti - spiega il dott. Bernard Devalois -. Il ruolo dei reni è essenziale: a causa dell'insufficienza renale, il potassio si accumula nel sangue e finirà per causare un arresto cardiaco.

"Questa è un'applicazione esemplare della legge Claeys-Leonetti, che proibisce l'accanimento terapeutico", secondo il dott. Devalois.

"Non ha nulla a che fare con l'eutanasia dell'iniezione letale, come quella che è prevista legalmente in Belgio".

"Ce n’est pas un arrêt des soins, c’est un arrêt du maintien artificiellement en vie", conclude

(si veda: "France : l’arrêt des soins de Vincent Lambert a débuté au CHU de Reims", su "RTBF.Be", AFP, 19 maggio 2019).

Mentire anche davanti all'evidenza: tutto questo è folle.

Sette sentenze. Ci sono volute sette sette sentenze per mandare a morte Vincent Lambert, innocente di qualsiasi crimine.

La morte che, a prescindere da ciò che ci raccontano i media, sarà ben lungi dall'essere "naturale", calcolata, voluta, programmata, provocata e infine amministrata.

In questo modo, camici bianchi e merletti neri sono diventati complici di un'infamia senza precedenti nella storia moderna francese.

La prima sentenza è quella sul piano medico, quella dalla quale ha origine il lunghissimo iter giudiziario fatto di ricorsi da parte dei genitori di Vincent Lambert.

E occorre tornarci, per capire che cosa poi è accaduto davvero.

Tutto è iniziato con un fatale errore di valutazione, quando nel corso dell'inverno 2012-2013, il team del Dipartimento di cure palliative dell'Ospedale universitario di Reims ritiene che Vincent Lambert manifesti una "volontà di morire".

Passo indietro. Il 29 settembre 2008 il 32enne Vincent Lambert, infermiere psichiatrico del Centro Ospedaliero di Châlons-en-Champagne, subisce l’incidente stradale che gli sarà poi fatale: cade in uno stato di coma profondo, viene ricoverato immediatamente nel reparto di terapia intensiva del Centro Ospedaliero di Châlons-en-Champagne.

Esce poi dal coma, per ritrovarsi in quello che clinicamente viene indicato come “stato-pauci-relazionale” o stato di “coscienza minima”. Nei mesi successivi viene tentato ogni sforzo possibile in diversi ospedali francesi.

Nel luglio del 2011, su richiesta della sua famiglia, Vincent è ammesso al Coma Science Group (Università di Liegi, Belgio), guidato dal Prof. Steven Laureys, per una relazione medica.

Steven Laureys è uno specialista in neurologia e medicina palliativa,   uno dei maggiori esperti mondiali nei meccanismi e nei gradi di coscienza.

Il suo rapporto conclude lo stato di “coscienza minima” di Vincent. Raccomanda di provare a stabilire un codice di comunicazione con Vincent, prova che è vivo e vegeto.

Torniamo a Reims, quando il 16 novembre 2011 Vincent viene trasferito nel reparto cure palliative dell’ospedale Sebastopolos, il cui direttore sanitario è il Dr. Eric Kariger, geriatra.

Un complesso di 250 posti all’interno dell’Ospedale Universitario di Reims: una unità di cure palliative, i cui letti sono riservati ai pazienti pauci-relazionali, incluso quello di Vincent.

In quel letto di quel reparto a Reims Vincent ci resterà per tutti gli anni a venire, sino alla sua morte attuata lunedì 20 maggio 2019.

Torniamo alla (presunta) "volontà di morire", che il Dr. Kariger avrebbe registrato da parte di Vincent.

Di per sé, una dichiarazione “strana”.

Delle due l’una, tertium non datur: o Vincent era allora in grado di manifestare la propria volontà in modo inequivocabile (e dunque era cosciente); oppure -come al contrario venne decretato all’unanimità dagli esperti, nonostante le riserve di qualcuno in merito ai progressi riscontrati -, Vincent si trovava in uno stato di coscienza alterata, dunque incapace di manifestare un tale desiderio di morire.

Questa evidente contraddizione non impedisce all’équipe medica dell’ospedale di Reims di decidere la sua morte.

L'ordine, datato 20 aprile 2013, è semplice: si limita a prescrivere la privazione totale della nutrizione fino a quando non si verifichi la morte. Come se Vincent, negli occhi dello staff infermieristico, avesse già smesso di esistere come paziente e come uomo.

E' la prima procedura medico collegiale decisa per evitare una "ostinazione irragionevole" nel mantenere in vita artificiale una persona che è ormai un "corpo sofferente", per usare l'espressione letterale del Dr. Vincent Sanchez, il medico che prese il posto del Dr. Kariger all'ospedale di Reims e che attivò le successive ulteriori tre procedure collegiali.

Viviane Lambert fa visita a suo figlio, come fa con suo marito più volte all’anno per 15 giorni di seguito.

Come sempre, chiede di parlare con il medico per fare un bilancio. Il 5 aprile 2013, le disse che avrebbe dovuto iniziare a pensare alla possibilità di “lasciar andare” Vincent.

Viviane propone di tornare con suo marito Pierre (in convalescenza) per parlarne di nuovo.

L’appuntamento è fissato per il 15 maggio 2013 a Reims dal Dr. Kariger. In nessun momento le dice che è già stata presa la decisione di provocarne la morte per sospensione dell’alimentazione.

Il 10 aprile 2013, senza attendere l’appuntamento, l’equipe medica, con l’unico accordo di sua moglie Rachel, esegue la decisione di avviare il processo di eutanasia di Vincent, sospendendo l’alimentazione e riducendo l’idratazione (200 ml/24 ore).

Per giustificare questa decisione di ucciderlo, la sua dieta è chiamata “trattamento”.

Solo Rachel, la moglie, è informata. Nessuno dei genitori o fratelli sono informati.

E' il 20 aprile 2013, quando per caso, durante una visita,  uno dei fratelli di Vincent scopre che non è stato nutrito da 17 giorni.

Informa i suoi genitori. Da quel momento, la fiducia con il medico di Vincent si interrompe. Ed inizia la battaglia di verità per Pierre e Viviane.

Eppure, Vincent è vivo e vegeto.

Gravemente handicappato, certo, ma vivo, come quasi duemila altre persone in Francia, pazienti molto particolari, che hanno bisogno di cure adeguate, a volte a casa, come prescritto da una circolare ministeriale del maggio 2003, che non fa distinzione tra "état d’éveil non répondant" ed  "état pauci relationnel", stato di risveglio non cosciente e stato pauci relazionale, ne regola la presa in carico.

Vincent è talmente vivo che persino resiste trentuno giorni senza nutrizione.

L'unica prescrizione medicalmente davvero necessaria fin dall'inizio è una prescrizione per fisioterapia, logopedia, stimolazione sensoriale e un trasferimento urgente a un'unità specializzata nella cura di tali pazienti.

Ce ne sono almeno sette in Francia che si sono dichiarate disposte a prendersi in carico Vincent.

Questa prescrizione nessun medico la scriverà e, poiché il paziente Lambert non muore, la successiva prescrizione, più drastica, aggiungerà alla privazione del cibo quella di qualsiasi idratazione accompagnata da una sedazione profonda e continua, come sancito dalla legge dal 2016, che consente legalmente una rapida morte.

La seconda sentenza appartiene alla sfera giuridica.

La giustizia, in uno scoppio di coscienza, ha, più volte, sospeso l'esecuzione della prescrizione medica fatale, sulla base di un attaccamento alla vita e di errori tecnici nella conduzione delle procedure collegiali.

Dopodichè, l'idratazione artificiale della nutrizione si  trasformata in farmaco, la sedazione per angoscia incontrollabile si trasforma in sedazione terminale e la presunta volontà di Vincent ha preso il posto delle direttive anticipate che non ha mai messo nero su bianco.

Alla fine di questo lungo iter giudiziario, si può tranquillamente affermare che la caratterizzazione di "ostinazione irragionevole" nel continuare a lasciare vivere Vincent sia più un'ostinazione della legge che  medicina.

Per quali ragioni?

E' la terza sentenza, quella sul piano dell'interpretazione legislativa.

Perché era necessario piegare la legge, adattarla all'"affaire Lambert", in modo che si potesse uccidere Vincent impunemente.

E dopo di lui, presto o tardi, tutti quelli che condividono la sua condizione.

Perché, non appena il legislatore ha stabilito che alcune vite devono essere ritenute "indegne", "vane", "oltraggiose", oggi è il turno di Vincent Lambert, ma domani, forse, il tuo, il mio o quello di qualcuno che ami, a non meritare di essere vissuto.

Quanto tempo ci vorrà per proibire qualsiasi spesa sanitaria a favore di questi "inutili"?

E di molti altri ancora, perché nessuno può dire dove si fermeranno i "risparmi", se è vero che il prossimo futuro della Francia e dell'Europa sarà caratterizzato da un aumento esponenziale di persone con malattie degenerative, come l'Alzheimer, che necessitano di ingenti quantità di denaro a fronte di un welfare sempre più ristretto.

La quarta è una sentenza politica.

Perché è davvero lo Stato francese che persiste nell'ottenere l'esecuzione dello stop e la messa a morte di uno dei suoi cittadini.

L'attuale Ministro della Salute, commentando la richiesta di sospendere temporaneamente la decisione di arrestare i trattamenti per Vincent presentata dalla Commissione internazionale dell'ONU su ricorso genitori di Vincent, non ha esitato ad affermare che Vincent non è una persona disabile.

Affermazione come minimo sorprendente, poiché, innegabilmente, Vincent, a causa del danno cerebrale causato dal suo incidente nel 2008, soffre di un duplice handicap motorio e cognitivo.

Ancora una volta, e fino al livello più alto dello stato francese, si gioca sulle parole, quando disturbano, quando possono - soprattutto - portare i francesi a farsi domande.

La quinta sentenza riguarda i media francesi.

Mai come nell'affaire Lambert si è assistito ad un potere mediatico a senso unico: Vincent è in una condizione irreversibile e non è umano lasciarlo vivere in queste condizioni.

Rispondendo alle domande della giornalista Cecilia Bouanchaud il 10 giugno 2015 su “Europe 1”, il Dr. Eric Kariger (colui che per primo ha avviato una procedura di sospensione delle cure per Vincent) stigmatizzò duramente la messa in onda televisiva di un breve video amatoriale girato con un cellulare da un amico di Vincent e disse:

"Si chiama manipolazione. Ho le lacrime agli occhi. È doloroso, è drammatico. È soprattutto irrispettoso per il paziente, per sua moglie e sua figlia, che non possono piangere”.

La mediatizzazione implica necessariamente una parte di strumentalizzazione e, quindi, di manipolazione da entrambe le parti.

Ciò che è drammatico - e la reazione di cui sopra del dottor Eric Kariger ne è chiaro esempio - è che lui parla di "lutto" come se Vincent fosse già morto.

È sicuro, anzi certissimo, che i parenti prossimi di persone in gravi condizioni di vita vivano un inferno: è un cambiamento radicale della vita, una trasformazione che devasta i progetti di vita, che è pesante da portare, che può anche far morire di crepacuore, ma il punto non sta qui.

La questione di fondo non è sostenere che per rimuovere le tragiche condizioni di vita di persone care si debba rimuovere la persona medesima.

È il rispetto per la persona umana e per la dignità umana che vi sono coinvolte.

La legge sul fine vita francese è per alleviare il dolore delle persone alla fine della vita, non per alleviare la coscienza dei propri cari, facilitare le loro vite devastate psicologicamente e materialmente da questa dipendenza della persona amata.

Quel video era la prova delle menzogne e delle assurdità che erano state ripetute fin dall'inizio, la palese dimostrazione che Vincent non era in coma, che non era moribondo, che nessuna macchina lo manteneva artificialmente vivo, quindi non c'era nulla da disconnettere.

Quanti francesi poi scoprirono, sbalorditi, che Vincent, lungi dall'essere il "vegetale" che era stato loro descritto e persino odiosamente caricaturato, era un essere umano come loro, capace di aprire gli occhi, girare la testa, ingoiare cibo.

Era così imbarazzante ammetterlo?

E perché gli stessi media, commentando gli ultimi colpi di scena del "caso Lambert", quasi all'unanimità, hanno scelto di ripetere solo un pezzo di verità?

Hanno preso un parte, una sola, dell'ultima valutazione clinica ufficialmente condotta sullo stato di salute di Vincent: "irreversibile".

Che non si tratti di accanimento terapeutico, lo hanno scritto a chiare lettere i tre esperti nominati dal tribunale amministrativo di Châlons-en-Champagne nel rapporto consegnato ai giudici in data 22 novembre 2018.

Tre professionisti francesi, il Dr. Philippe Coubes (neurochirurgo presso l'Ospedale Universitario di Montpellier), il Dr. Favrice Parker (neurochirurgo presso il Kremelin Bicetre di Parigi) e la Dr.ssa Virginia Woisard-Bassols (medico odontoiatra specializzata in problematiche della deglutizione presso l'Ospedale universitario di Tolosa).

Vincent Lambert si trova in "un état végétatif chronique irréversible" - scrivono i tre esperti - , tanto che la sua condizione è molto grave: "Vincent Lambert est dans un état d'incapacité fonctionnelle psycho-motrice totale en 2018 comparable cliniquement à celui enregistré en 2014", al punto che "des éléments minimes d'aggravation ont été enregistrés".

E annotano: la sua "situation d'impotence fonctionnelle totale du fait des lésions encéphaliques irréversibles" gli impedisce "toute qualité de vie" e non gli permette "plus d'accès possible à la conscience".

La situazione clinica di Vincent è quella di una persona gravemente disabile, estramente dipendente: una limitazione totale delle funzioni di comunicazione, movimento, una condizione che non può che essere dichiarata irreversibile.

Eppure, sono gli stessi medici a scrivere successivamente: "Les experts considèrent que la réponse aux besoins fondamentaux primaires (alimentation, hydratation, émonctoires, prévention cutanée, hygiène de base) ne relève pas pour certains patients en état végétatif avéré, tel que Vincent LAMBERT, de l’acharnement thérapeutique ou d’une obstination déraisonnable"(p. 24 della relazione).

"La condition médicale de Monsieur LAMBERT n’est pas unique, ne pose pas de difficultés de prise en charge dans notre pays,n’appelle aucune mesure d’urgence. Il existe en France des structures pouvant l’accueillir jusqu’à sa disparition si le maintien au CHU de Reims s’avérait impossible pour des raisons autres que relevant de la simple technique médicale" (p. 24).

Dunque, sul piano clinico, Vincent Lambert è una persona tetraplegica, in una condizione di irreversibilità, gravemente disabile e - pur tuttavia - nutrire Vincent Lambert non pone alcun problema di presa in carico, non prevede alcuna misura d'urgenza e non costituisce, nel senso medico, un'"ostinazione irragionevole".

La sesta sentenza riguarda la famiglia di Lambert.

Fino a maggio 2013, nessuno nella famiglia di Vincent aveva intenzione di ucciderlo.

Al contrario, i suoi parenti lo circondarono con lo stesso amore e lo stesso desiderio di aiutarlo a riabilitarsi.

Nessuno di loro aveva mai dichiarato la volontà di Vincent di non volere essere tenuto più in vita qualora si potesse si fosse mai trovato in questa condizione di estrema dipendenza.

In quella data, la terribile e mortale decisione medica di smettere di alimentarlo ha fatto in modo che la sua famiglia si spaccasse in due: alcuni portati via dalla fiducia che si tende a consegnare in mano ai medici, altri guidati dal loro amore intatto, intangibile, e dalla necessità di proteggere i più deboli.

La settima sentenza riguarda ciascuno di noi.

Hanno parlato, hanno parlato tutti. Medici, giudici, legislatori, ministri, media.

Parlavano tutti, anche quando non sapevano cosa stavano dicendo, anche quando disinformavano, anche quando non erano a proprio agio con la verità.

Vincent non è un mostro, Vincent non è un vegetale, Vincent non è alla "fine della vita". Vincent è vivo.

Vincent, handicappato, rimane comunque, e forse ancor più a causa della sua debolezza e della sua miseria, uno di noi.

Spetta a noi, in ultima analisi, dire se accettiamo o meno l'inenarrabile tradimento di tutti i nostri valori e della nostra intera civiltà.

Domani sarà troppo tardi.

Non solo per Vincent, ma per ciascuno di noi, perché questa scelta fatale è una di quelle dalle quali indietro non si torna.

"Non piangere ..."

In un breve video, gli ultimi momenti di Vincent Lambert con sua madre Viviane.

Mentre il CHU Reims ha avviato la procedura di arresto della cura (idratazione e dieta) e ha posto Vincent Lambert in profonda sedazione, la sua famiglia lo ha visitato domenica sera.

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Chiesa di Francia a testuggine: salvare #Vincent

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Chiesa di Francia a testuggine: salvare #Vincent

di Davide Vairani

La Chiesa di Francia non si tira indietro e scende in campo apertamente a difesa delle persone più fragili e vulnerabili della società: schierata come a testuggine per salvare la vita di Vincent Lambert.

"La nostra società francese non si impegni sulla via dell’eutanasia", ha denunciato nei giorni scorsi l’Arcivescovo di Reims, mons. Éric de Moulins-Beaufort (da poco eletto anche presidente della Conferenza episcopale francese) insieme al vescovo ausiliare mons. Bruno Feillet, a proposito dell’affaire Vincent Lambert.

Il compito della società è di non "lasciare che uno dei suoi membri muoia di fame e di sete, facendo di tutto allo stesso tempo per garantire cure adeguate fino alla fine", ha dichiarato in un comunicato stampa il 13 maggio scorso.

Come riporta "La Croix", pochi giorni dopo, è Mons. Javier Malle, Vescovo di Gap e Embrun, ad intervenire pubblicamente sul caso di Vincent Lambert in un articolo pubblicato giovedi, 16 maggio sul sito della sua diocesi,

Altri vescovi hanno anche espresso le loro convinzioni su questo paziente ricoverato in uno stato vegetativo presso l'Ospedale universitario di Reims e la cui cura dovrebbe essere interrotta il 20 maggio, con decisione medica.

"Il signor Vincent Lambert mette in discussione la coscienza di tutti noi", scrive Mons. Javier Malle.

"Non possiamo giungere a decisioni affrettate", avverte: rispondendo alla domanda in merito alla nutrizione e idratazione quali inesorabilità terapeuticche, sottolinea che Vincent Lambert "non è alla fine della vita".

Anche il vescovo di Gap e Embrun ha puntato il dito sul perchè Lambert non sia stato trasferito "in una strttura specializzata capace di accoglierlo, come nel caso di centinaia di altre persone disabili, delle quali il nostro Paese ne fa giustamente un vanto ".

"Dobbiamo concordare che sia la giustizia, attraverso dei giudici, a decidere chi ha il diritto di vivere e chi il dovere di morire? Chi è degno di vivere e chi no?", aggiunge il Vescovo Xavier Malle.

"È triste notare che Vincent Lambert venga strumentalizzato, in particolare da parte dei promotori dell'eutanasia".

Infine, invita a seguire la "linea di accompagnamento per le persone con disabilità, cure palliative per le persone alla fine della vita, quindi l'accettazione della morte che deve avvenire come un fatto naturale".

Su twitter - e con un tono più virulento -, Marc Aillet, Vescovo di Bayonne, mostra tutta la propria indignazione:

"Nessuno ha il diritto di causare la morte di altri, né il potere medico né il potere giudiziario.

La pena di morte è stata abolita. Sarà necessario chiedere a Emmanuel Macron la grazia presidenziale per Vincent Lambert?".

Il vescovo Raymond Centène, Vescovo di Vannes, ha invitato a pregare per Vincent Lambert.

In un messaggio, pubblicato il 16 maggio per le veglie per la vita, dice che "il nostro fratello Vincent è oggi il volto di tutti coloro che, come lui, in Francia e nel mondo, si trovano in una situazione chiamata vegetativa o pauci-relazionale".

Secondo lui, non deve essere "il primo di loro a essere bandito dal vivere".

Scende in campo anche il Gruppo di bioetica della Conferenza Episcopale francese con un documento intitolato "Une ambition: la protection des plus fragiles", pubblicato il 18 maggio sul sito web della CEF.

"Perché questa fretta di portarlo a morire?", scrive Mons. Pierre d’Ornellas, Arcivescovo di Rennes e responsabile del Gruppo di Bioetica della CEF, deplorando il fatto che il governo voglia ignorare l'opinione del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CIDPH) che raccomanda che la decisione di interrompere il trattamento venga temporaneamente sospesa.

Nel documento viene messa in discussione la base giuridica ed etica alla base di questa decisione.

"Perché lo Stato francese, che ripone come elemento d'onore la promozione dei diritti umani, vuole eludere il rispetto di questa Convenzione nel caso di Vincent Lambert? Perché questa fretta di portarlo a morire? - si legge  -. Possiamo pensare che la decisione presa dalla Francia riguardi esclusivamente Vincent Lambert, perché la sua situazione è unica e complessa.

Ma chi garantirà che tutte le persone che condividono una disabilità simile alla sua saranno effettivamente protette dallo Stato che, pur firmando ufficialmente la Convenzione internazionale sui diritti delle persone con disabilità, oggi intende non rispettarla?

La credibilità dello stato dipende dal rispetto della parola data.

Sembra quindi saggio e necessario attendere la risposta nel merito da parte del Comitato delle Nazioni Unite".

Sul piano etico, il Gruppo sostiene che "in effetti, alcuni interrogativi nel merito rimandono come sospesi e senza una risposta:

  • Perché il signor Vincent Lambert non è stato trasferito in un'unità di cura specializzata adattata alle sue condizioni?
  • Porta con sè una sofferenza continua che non può essere placata?
  • Non ha il diritto ad essere nutrito e idratato per via artificiale, dato che queste sono le cure di base delle quali ogni essere umano ha diritto?
  • In quali casi eccezionali la sua attuale idratazione e nutrizione corrispondono a un'ostinazione irragionevole?
  • Inoltre, come facciamo a sapere con sufficiente certezza la volontà di Vincent Lambert in un contesto familiare in cui vi è un profondo disaccordo?"

Interrogativi che necessitano una risposta per il bene di una convivenza umana, interrogativi che non riguardano solo un caso isolato e complesso come quello di Lambert, ma di migliaia di altre persone che vivono nelle medesime condizioni di estrema dipendenza e che oggi sono seriamente minacciate di essere considerate vite non più degne di essere vissuti.

Interrogativi le cui risposte non possono essere lasciate in mano ai giudici e ai medici:

"Insieme, possiamo essere più capaci di affrontare queste grandi domande più di quanto potremmo immaginare rispetto alla nostra personale fretta ed ansia di eluderle come per nasconderle".

"Une ambition : la protection des plus fragiles"

Vincent Lambert, nella sua immensa fragilità, ci richiama tutti a rispettare l'etica e lo stato di diritto.

Prendiamoci il tempo per pensare.

1. Iniziamo con lo stato di diritto.

Vincent Lambert ha il diritto ad una protezione adeguata, proprio come qualsiasi persona disabile. Ogni persona disabile, non importa quanto fragile, ha gli stessi diritti di qualunque altra persona.

La Francia lo sa bene, perché ha ratificato la Convenzione internazionale sui diritti delle persone con disabilità. Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CIDPH) è stato chiamato ad intervenire in merito alla situazione di Vincent Lambert e ha risposto che il ricorso presentato è ammissibile.

Il Comitato ha chiesto che i trattamenti vitali per Vincent Lambert siano mantenuti il tempo necessario per valutare la situazione e addivenire ad una decisione nel merito.

Il Governo francese ha espresso il suo parere al Comitato, affermando che la richiesta di mantenimento delle cure non è opzione fattbile, perché 'priverebbe il paziente del diritto a non non subire un accanimento terapeutico' (subir d’obstination déraisonnable).

A seguito di tale rifiuto, il CIDPH ha sollecitato di nuovo il governo francese affinche nutrizione ed idratazione per Vincent Lambert 'non vengano sospesi durante la fase di valutazione del suo dossier' (ne soient pas suspendues pendant le traitement de son dossier).

Perché non aspettare la risposta sostanziale del Comitato delle Nazioni Unite?

Il signor Vincent Lambert è un cittadino che, come tale, ha il diritto che vengano rispettate le regole democratiche regole, il cui minimo da garantire è la coerenza con le convenzioni e i trattati internazionali sottoscritti e ratificati.

Perché lo Stato francese, che ripone come elemento d'onore la promozione dei diritti umani, vuole eludere il rispetto di questa Convenzione nel caso di Vincent Lambert?

Perché questa fretta di portarlo a morire?

Possiamo pensare che la decisione presa dalla Francia riguardi esclusivamente Vincent Lambert, perché la sua situazione è unica e complessa.

Ma chi garantirà che tutte le persone che condividono una disabilità simile alla sua saranno effettivamente protette dallo Stato che, pur firmando ufficialmente la Convenzione internazionale sui diritti delle persone con disabilità, oggi intende non rispettarla?

La credibilità dello stato dipende dal rispetto della parola data.

Sembra quindi saggio e necessario attendere la risposta nel merito da parte del Comitato delle Nazioni Unite.

2. Veniamo all'etica.

La protezione delle persone più fragili sarà sempre il segno e la misura dell'umanità di una società. Questa protezione richiede il miglior supporto possibile e le cure più appropriata per ogni situazione di fragilità. Questa protezione richiede la solidarietà attiva di un'intera società e un'ambizione internazionale.

Per legge, la nostra società ha affidato ai medici la missione di prendersi cura della salute fisica e mentale di ogni persona fragile.

La legge francese fornisce loro un quadro generale ed un sistema atto a fare in modo che queste cure siano erogate nel miglior modo possibile, evitando ogni situazione di ostinazione irragionevole.

Per i medici che si prendono cura del signor Vincent Lambert, lo stato francese ha stabilito che non hanno infranto la legge.

Tuttavia, lo stato non si è pronunciato in merito alla dimensione etica di una tale decisione: interrompere l'idratazione e l'alimentazione artificiale e attuare una sedazione continua e profonda fino alla morte. Fortunatamente, né lo stato né i giudici hanno il potere di pronunciarsi su questo piano!

Rimane la questione etica propriamente detta.

Si può presumere che i medici, circondati dallo staff infermieristico e dalla famiglia,  abbiano pensato attentamente e che abbiano preso la loro decisione secondo la legge etica del rispetto della vita e della preoccupazione per la persona vulnerabile nel caso di Vincent Lambert, come previsto dall'articolo 16 del codice civile.

Tuttavia, dal momento che questa decisione ha un impatto che va ben oltre lo spazio limitato di un ufficio e una stanza d'ospedale, sarebbe cosa buona e giusta tutti noi potessimo capire le ragioni della decisione dei medici, in modo da poterli sostenere fino in fondo nella loro delicata ed indispensabile missione.

In effetti, alcuni interrogativi nel merito rimandono come sospesi e senza una risposta:

  • Perché il signor Vincent Lambert non è stato trasferito in un'unità di cura specializzata adattata alle sue condizioni?
  • Porta con sè una sofferenza continua che non può essere placata?
  • Non ha il diritto ad essere nutrito e idratato per via artificiale, dato che queste sono le cure di base delle quali ogni essere umano ha diritto?
  • In quali casi eccezionali la sua attuale idratazione e nutrizione corrispondono a un'ostinazione irragionevole?
  • Inoltre, come facciamo a sapere con sufficiente certezza la volontà di Vincent Lambert in un contesto familiare in cui vi è un profondo disaccordo?

Da un punto di vista etico, sarebbe bene se la coscienza dei cittadini non fosse disorientata né dalla decisione inspiegabile che suggerisce che il Signor Vincent Lambert sia stato condotto a morire, sia dal non rispetto della parola che lo Stato ha dato con la firma della Convenzione internazionale.

Il Difensore dei diritti ha stabilito che lo Stato potrebbe derogare alla richiesta del Comitato delle Nazioni Unite "giustificando circostanze eccezionali" e "che non è in grado di risolvere questo possibile conflitto di giurisdizione" tra la Corte europea di giustizia Diritti umani (CEDU) e il Comitato internazionale sui diritti delle persone con disabilità (CIDPH).

Pertanto, non è urgente trovare una giusta via etica?

In questo modo, si potrebbe risolverebbe il conflitto di leggi internazionali su una questione essenziale del nostro vivere comune, al fine di contribuire a rinsaldare le nostre comunità già troppo disgregate e frammentate.

In modo del tutto evidente, la decisione presa riguardo al signor Vincent Lambert ha una portata molto più ampia rispetto alla risoluzione di un semplice dilemma medico.

Rispettare i diritti delle persone più vulnerabili e più deboli - nostri fratelli e nell'umanità -, accompagnare e prendersi cura di ciascuno secondo la propria condizione di vita richiederà sempre più coraggio.

Le domande esistenziali e dolorose sollevate da tali situazioni sono davvero pesanti da portarsi addosso.

Questo coraggio è vissuto ogni giorno da molte famiglie verso i loro cari e dallo staff infermieristico nei confronti dei pazienti, nonché nell'accompagnamento come nel processo decisionale.

Insieme, sosteniamo questo coraggio vissuto nella discrezione e osiamo affrontare queste pesanti domande che ci provocano ad essere sempre più umani. Insieme, possiamo essere più capaci di affrontare queste grandi domande più di quanto potremmo immaginare rispetto alla nostra personale fretta ed ansia di eluderle come per nasconderle.

Pensando alla sofferenza vissuta da ciascuno di coloro che si trovano ad occuparsi del signor Vincent Lambert, preghiamo per tutti coloro che sono direttamente implicati nelle decisioni che lo riguardano e prima di tutto per lo stesso Vincent Lambert.

Mons. Pierre d'Ornellas,
Arcivescovo di Rennes,
Responsabile del Gruppo di Bioetica della Conferenza dei Vescovi di Francia

Vescovo Pierre-Antoine Bozo
vescovo di Limoges

Mons. Olivier de Germay
vescovo di Ajaccio

Hervé Gosselin
vescovo di Angoulême

Vescovo Vincent Jordy
vescovo di Saint-Claude

Rev.mo Matthieu Rougé
vescovo di Nanterre

Padre Brice de Malherbe
Collège des Bernardins a Parigi

Padre Bruno Saintôt
Centro Sèvres a Parigi

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