UNA SOCIETÀ CHE LOTTA PER LA #MORTE

#LaCroce del 28 Febbraio 2017
di #AntonioCasini

Il caso dell’infelice ex dj invita a riconsiderare i modelli di vita appetibile e gli standard di benessere minimi desiderabili

mio-12-759x1024 UNA SOCIETÀ CHE LOTTA PER LA #MORTEAncora una volta non si è lottato per la vita, per raccogliere migliaia di euro per incentivare ad esempio delle tecniche mediche rivoluzionarie sperimentali che avrebbero forse potuto dare una risoluzione al caso del povero Fabo. Ancora una volta si è scelto la morte e non la vita, per chi non rispondeva più agli standard di questo mondo edonistico e consumistico. Si è stabilito che siccome non poteva più partecipare alla vita frenetica notturna alle movide ed a un attivissimo caos disperante e disperato, allora non era vita, allora era meglio morire.

Non sapremo mai quanto la depressione chiarissima e ovvia che prende chi si ritrova nella situazione di Fabo lo abbia ottenebrato, ma sappiamo che chi lo ha portato in Svizzera non era un amico, perché non l‘ha aiutato, ma l’ha scaricato ed ora speriamo almeno lasci la sua memoria in pace.

La vita è tutto, lo hanno detto altri disabili messi peggio di Fabo, che vivono la loro VITA sì ripeto VITA in maniera serena, gioiosa, felice. Una felicità che chi vive un consumismo che oramai consuma le persone, non potrà capire. Spero lo possa in futuro. Il raccontare che se non si è in grado di fare bisboccia e ore piccole e vita frenetica notturna allora non si è vivi, può essere giustificato ripeto per la depressione che prende chi si trova in quelle condizioni, non per chi ora lo vorrebbe usare come una bandiera, come si è cercato di usare la povera Eluana morta di fame e di sete (fine che fece il martire padre Massimiliano Kolbe, insieme a tanti compagni di prigionia nel Campo di sterminio di Birkenau, delle SS tedesche) per cercare di farne una bandiera per la morte.

Tanta sollecitudine per portare a morire una persona, nessuna sollecitudine per garantire cure le più costose possibili almeno per tentare, per vedere se vi è un miglioramento nettissimo, o minimo, accettabile e migliorativo di tutta la situazione di chi invece, con tanta facilità, viene condotto verso la morte come fosse libertà, come fosse gioia e civiltà.

Non lo è. La vita di chi assiste un disabile in famiglia, è testimonianza che coloro che erano e sono nella situazione, a volte peggio, di Fabo, vivono, e vivono non come sono i nostri standard, ma vivono una vita gioiosa, non frenetica, no, non piena di serate a mille all’ora, ma di tutto l’opposto, ma è vita e non si può definire non vita, non si può inventare per calcolo ideologico mortifero, che sia da terminare e stabilire per
Legge che quella vita non è. È invece vita, lo è, quella di chi trasmette solo con pochi gesti, o uno sguardo di un corpo immobile, o mille e mille altre codificazioni che a volte solo la famiglia conosce, la gioia di esserci.

Chi ha lasciato solo Fabo? Chi gli ha dato tutt’altro che amicizia e valore di uomo portandolo a distruggersi invece che a rinascere, a capire che questa era una occasione per fermarsi e ricominciare in tutta un altro modo, la sua vita?

Fate un giro all’Associazione Risveglio ONLUS, ad esempio, ma è uno fra i tantissimi posti dove potreste andare, e questa assurda concezione consumistica dell’uomo vi sparirà dal cuore, dal cuore così confuso di chi crede che Fabo sia libero ora. Al di là della fine triste a livello umano, e di quella spirituale della sua anima per cui lo affidiamo, ed affidiamo chi ha cooperato a questa morte, alla Misericordia immensa di Dio, di un Dio che è però anche Giustizia infinita a cui non si sfugge, c’è che la visione chiara di questo momento è che abbiamo trattato un uomo come un oggetto rotto, da buttare via, e questo non è umano.
Seppure martellerete con falsa pietà le orecchie di chi vi dirà: no, la morte non deve vincere, non ci piegherete, non vi crederemo. Non vi ascolteremo né seguiremo quando vorrete fare passare l’idea che finché sei sano e puoi sballarti di musica ed emozioni nelle serate e nelle giornate frenetiche, allora sei vivo, allora devi restare vivo perché è vita che merita di essere vissuta, altrimenti no! Non vi crederemo perché sappiamo che la vita merita di essere vissuta sempre, comunque, non perché si ha una visione religiosa della vita ma perché della vita si ha una visione umana, che non tollera la morte per fame e sete che non si darebbe neanche ad un cane e se la si dà si viene giustamente perseguiti penalmente, che non tollera neanche la cosiddetta EUTANASIA, la buona morte, perché, la morte, buona non è mai.

Davanti alla morte, che è così lontana dalla vita, lo stesso Gesù ha tremato di pietà e dolore, sulla natura che era così decaduta, dalla divinità dalla quale eravamo creati, ma è su questo mondo, su questa palestra, che ci guadagniamo per la nostra parte il Dono della vita eterna. La morte non avrà l’ultima parola, per chi si affida alla Vita, e certo non è la morte che va cercata per chi con questa richiesta di morte in realtà chiedeva lo si sostenesse, gli si stesse vicini con tutte le energie possibili per portarlo fuori di quella situazione. Lui ha visto la via facile, immediata, del suicidio, gli altri avevano il DOVERE di portarlo alla vita, di farlo rinascere, non di portarlo alla morte. Lui chiedeva chi solidarizzasse con lui, con quel grido disperato di lasciarlo morire, chiedeva lo si portasse a vivere di nuovo, in modo nuovi, vie nuove, ma voleva vivere!

Non è stata pietà, non amicizia, non umanità, no, il portarlo a morire, il buttarlo via come un oggetto rotto.
Non è stata pietà, non lo sarà mai per chiunque si dovesse trovare a desiderare la morte, solo perché non ha chi fra i tanti intorno a lui che fanno finta con loro stessi di essere vivi, gli dia davvero di che amare la vita, e chi lo ami davvero con i fatti, fatti difficili e che costano il sangue di una vera amicizia che si spende e si batte per il valore della vita e dell’amicizia che dà vita e tempo e amore, quello vero, quello che non porta a morire ma a vivere.

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Chi sono Davide Vairani

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere.

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