Sarco e la morte euforica

E se potessimo avere qualcosa di più della mera dignità ad attenderci nel nostro ultimo giorno di vita su questo pianeta?

E se avessimo il coraggio di immaginare che il nostro ultimo giorno potrebbe anche essere uno dei più eccitanti mai vissuti prima?

Dato che si vive e si muore una sola volta, perché non avere il meglio? L’ultimo giorno sulla Terra è – in fondo – speciale, difficilmente ci potrà capitare una seconda volta.

Nell’adagio popolare la “buona morte” è quella che non puoi programmare e che ti prende senza che te lo aspetti, pochi minuti di sofferenza per un attacco cardiaco che metta fine alla vita. Senza farmaci, senza supporti medici, senza implicazioni etiche di sorta.

L’inghippo è che non dipende da te, non te la puoi programmare.

E – in ogni caso – cosa ci sarebbe di eccitante? Scartata.

Ci pensa Sarco.

La madre di Vincent #Lambert: “Combatterò fino alla fine”

Viviane Lambert ha raccontato a LifeSiteNews le sofferenze di suo figlio e la sua stessa tristezza e sentimenti di “shock e rabbia” nel dover assistere all’uccisione lenta e crudele di Vincent davanti ai suoi occhi.

Ma anche la sua incrollabile fede e la volontà di “combattere fino in fondo”, per le 1.500 persone che in Francia si trovano nelle stesse condizioni di suo figlio Vincent.

“Vincent è morto: l’affaire non si ferma”

“Vincent è morto e gli è stata data degna sepoltura. Ma l’‘affaire’ non si ferma.
Ora dovremo tirare le fila di tutto quanto e capire che cosa ci insegna questa tragedia.
Non è tanto responsabilità della legge Leonetti che oggi scopriamo tutto il male che nasconde, quanto per il processo decisionale che si è voluto intraprendere: mancanza di definizioni precise dei concetti di trattamento e cura; così come mancanza di sfumature nella declinazione di cosa si intenda per trattamenti alimentari ed idratazione artificiale; come per la sua applicazione a persone disabili senza comorbilità.
Temo che molti – che hanno visto questa legge come un punto di equilibrio – debbano ora vedere che in realtà ha aperto la strada all’eutanasia per omissione; prima, forse, di dover accettare l’eutanasia attiva. C’è come la scoperta di un inganno. E la cosa è molto preoccupante”.

Jean Paillot, avvocato dei genitori di Vincent

#Lambert: cronaca di una uccisione annunciata

Ci sono vite che per misteriose ragioni lasciano un solco ben piantato nell’ethos di una società. A Vincent Lambert è toccato di diventare – suo malgrado – uno spartiacque nei sistemi legislativi e giuridici europei per quanto riguarda il tema del “fine vita”.

La sua vita terrena è stata soppressa il giorno 11 luglio 2019, quale esito finale di un lunga battaglia giudiziaria, che ha visto scendere in campo non solo i tribunali di ogni ordine e grado di Francia, ma anche la Commissione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e il Comitato per i diritti delle persone disabili (CRPD) dell’Onu.

Indipendentemente dalle vicende familiari che hanno innescato questo percorso, è importante non dimenticare e – al contrario – tornare a riflettere su quanto è accaduto negli ultimi sei anni, per comprenderne i possibili sviluppi e le minacce che si addensano come nubi gravide di pioggia per il destino terreno delle tante persone gravemente disabili e più in generale fortemente vulnerabili.

La cronografia puntigliosa che intendiamo offrire può essere un utile strumento iniziale per ripercorrere tappa dopo tappa quanto è accaduto da quel 2008, da quando il giovane infermiere psichiatrico francese si è trovato ad essere gravemente disabile a seguito di un incidente stradale.

“Questa volta è davvero finita”

“Cari amici,
volevamo ringraziarvi tutti per la vostra amicizia,
per il vostro amore, per il vostro sostegno, per le vostre preghiere in tutti questi anni.
Non c’è più niente da fare
se non pregare e accompagnare il nostro caro Vincent, nella dignità e nel raccoglimento.
Siete con noi tutti con il pensiero e la preghiera presso Vincent.
Chiediamo ai giornalisti presenti davanti all’ospedale
di avere la decenza di rispettare la nostra privacy di famiglia in questi momenti così dolorosi”

Comunicato dei genitori, fratello e sorella di Vincent Lambert:

Pierre, Viviane, David e Anne

08 luglio 2019, ore 10.00

“Sentinella, quanto resta della notte?”

Fu nell’estate del 1939, quasi ottant’anni fa, che il Terzo Reich istituì il dispositivo Aktion T4 per eliminare le persone disabili fisici e mentali in Germania.

Se l’inizio ufficiale delle operazioni è il 1° settembre, all’inizio della guerra, la decisione era stata presa già in precedenza ed è probabile che la sua attuazione fosse stata preparata per tutta l’estate.

L’operazione, guidata dalla Cancelleria nazista, è stata denominata “T4” perché il nucleo principale si era insediato in una villa confiscata ad una famiglia ebrea in 4 Tiergartenstrasse (una delle vie principali) di Berlino.

“C’è un sospetto generale, confinante con la certezza, secondo cui queste molte inaspettate morti di persone malate di mente non avvengano naturalmente, ma siano intenzionalmente provocate, secondo la dottrina per la quale è legittimo distruggere una cosiddetta ‘vita senza valore’. Una terribile dottrina, che cerca di giustificare l’omicidio di persone innocenti, che legittima il massacro, che viola le persone disabili che non sono più in grado di lavorare, le persone paralizzate, gli anziani infermi e non più guaribili! […].

Se si pone e si mette in pratica il principio che gli uomini sono autorizzati a uccidere il loro prossimo improduttivo, allora guai a tutti noi, perché diventeremo vecchi e senili! Se è legittimo uccidere i membri improduttivi della comunità, guai agli invalidi che hanno sacrificato e perso nel processo di produzione la loro salute o le loro membra! […]

Se ammettiamo, una volta, che gli uomini hanno il diritto di uccidere il loro prossimo ‘improduttivo’ – anche se questo è attualmente applicato solo a pazienti pazienti poveri, indifesi e colpiti dalla malattia – allora si apre la strada per l’omicidio di tutti gli uomini e le donne improduttivi: il paziente incurabile, i disabili che non possono lavorare, gli invalidi dell’industria e della guerra.

La strada è aperta, anzi, per l’omicidio di tutti noi, quando diventiamo vecchi e infermi e quindi improduttivi”.

Sei credente? Non puoi adottare

Tutto questo avviene in Canada. Nelle pratiche di adozione sta cominciando ad avvenire un fenomeno impensabile fino a poco tempo fa, ma – se ci pensiamo bene – rischia di diventare prassi anche in Europa.

Vengono discriminate le coppie che hanno un’esperienza di appartenenza ad una fede religiosa, o per scelta diretta o anche solo per situazioni di provenienza familiare. Non possono diventare così famiglie adottive.

Qual’è il motivo che non le rende “idonee”, tanto da arrivare al punto di vedersi rigettare la domanda di adozione?

Il fatto che il bimbo loro affidato crescendo dovrà scegliere il proprio “orientamento sessuale” e – caso mai fosse omosessuale – verrebbe discriminato dalla famiglia adottante.

Insomma, per noi credenti – e solo per noi – il metro di giudizio non sono i fatti, l’osservazione delle capacità genitoriali ed educative, il benessere o meno dei nostri figli, ma il principio del dubbio anticamera del sospetto.

Era lo stesso metro di giudizio che usavano i rivoluzionari francesi prima di tagliare la testa a chiunque mostrasse parvenza di non essere dalla loro.