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L’appello ai “liberi e forti”

L’appello ai "liberi e forti"e il programma del Partito Popolare, 1919 

di Davide Vairani

Don Luigi Sturzo diffonde l'”appello ai liberi e forti” al seguito del quale nasce ufficialmente il Partito Popolare italiano.

Sturzo definì se stesso “sognatore e uomo d’azione”.

E un sogno Luigi Sturzo lo aveva: trasformare il pensiero e l’atteggiamento dei cattolici italiani verso la vita moderna e i problemi sociali.

Per realizzarlo fondò un partito che chiamò “popolare”, non “cattolico”, perché, disse: “il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politico, è divisione”.

Così rivolse il suo Appello a “tutti gli uomini liberi e forti”, perché si unissero in una battaglia politica che mettesse al centro la persona, la libertà di religione e di insegnamento, che realizzasse una legislazione per il lavoro, le autonomie dei comuni, la famiglia, che desse il voto alle donne (cui allora neanche lo Stato liberale riconosceva quel diritto), che lottasse contro clientelismo, corruzione, mafia.

Il patrimonio di valori condivisi, di moralità e di partecipazione democratica ai destini di tutti, finì come un fiume carsico ad alimentare la lotta di molti contro il fascismo, quando Sturzo fu abbandonato dalla Chiesa stessa, tentata dalla sirena di Mussolini a stringere i patti del Laterano, e venne costretto all’esilio.

E come un fiume carsico contribuì a formare le coscienze di molti che avrebbero costruito la nuova Italia del dopoguerra.

Lui però, tornato dagli Stati Uniti, non legittimò gli uomini della DC come eredi e molti di essi disconobbero la sua paternità ideale.

Ma nessuno potè sminuire la portata e gli effetti rigeneratori che l’appello ebbe per ”tutti gli uomini liberi e forti” .

A cento anni da quel giorno, cosa ne resta?

”Appello ai liberi e forti”

A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà.

E mentre i rappresentanti delle Nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di una pace giusta e durevole, i partiti politici di ogni paese debbono contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei principi che varranno ad allontanare ogni pericolo di nuove guerre, a dare un assetto stabile alle Nazioni, ad attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali, del lavoro, a sviluppare le energie spirituali e materiali di tutti i paesi uniti nel vincolo solenne della «Società delle Nazioni».

E come non è giusto compromettere i vantaggi della vittoria conquistata con immensi sacrifici fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità civili, così è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società.

Perciò sosteniamo il programma politico-morale patrimonio delle genti cristiane, ricordato prima da parola angusta e oggi propugnato da Wilson come elemento fondamentale del futuro assetto mondiale, e rigettiamo gli imperialismi che creano i popoli dominatori e maturano le violente riscosse: perciò domandiamo che la Società delle Nazioni riconosca le giuste aspirazioni nazionali, affretti l’avvento del disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose contro ogni oppressione di setta, abbia la forza della sanzione e i mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffatrici dei forti.

Al migliore avvenire della nostra Italia – sicura nei suoi confini e nei mari che la circondano – che per virtù dei suoi figli, nei sacrifici della guerra ha con la vittoria compiuta la sua unità e rinsaldta la coscienza nazionale, dedichiamo ogni nostra attività con fervore d’entusiasmi e con fermezza di illuminati propositi.

Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i Comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private.

E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell’Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l’autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali.

Ma sarebbero queste vane riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova Società, il vero senso di libertà, rispondente alla maturità civile del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa, non solo agl’individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche.

Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività, che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo.

Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall’anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all’autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale.

Le necessarie e urgenti riforme nel campo della previdenza e della assistenza sociale, nella legislazione del lavoro, nella formazione e tutela della piccola proprietà devono tendere alla elevazione delle classi lavoratrici, mentre l’incremento delle forze economiche del Paese, l’aumento della produzione, la salda ed equa sistemazione dei regimi doganali, la riforma tributaria, lo sviluppo della marina mercantile, la soluzione del problema del Mezzogiorno, la colonizzazione interna del latifondo, la riorganizzazione scolastica e la lotta contro l’analfabetismo varranno a far superare la crisi del dopo-guerra e a tesoreggiare i frutti legittimi e auspicati della vittoria.

Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, inspirandoci ai saldi principii del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell’Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi di fronte a sconvolgimenti anarchici di grandi Imperi caduti, di fronte a democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni identità, di fronte a vecchi liberalismi settari, che nella forza dell’organismo statale centralizzato resistono alle nuove correnti affrancatrici.

A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell’amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl’interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito Popolare Italiano facciamo appello e domandiamo l’adesione al nostro Programma.

Roma, lì 18 gennaio 1919

LA COMMISSIONE PROVVISORIA

On. Avv. Giovanni Bertini – Avv. Giovanni Bertone – Stefano Gavazzoni – Rag. Achille Grandi – Conte Giovanni Grosoli – On. Dr. Giovanni Longinotti – On. Avv. Prof. Angelo Mauri – Avv. Umberto Merlin – On. Avv. Giulio Rodinò – Conte Avv. Carlo Santucci – Prof. D. Luigi Sturzo, Segretario Politico.

Il programma

  • I – Integrità della famiglia. Difesa di essa contro tutte le forme di dissoluzione e di corrompimento. Tutela della moralità pubblica, assistenza e protezione dell’infanzia, ricerca della paternità.
  • II – Libertà di insegnamento in ogni grado. Riforma e cultura popolare, diffusione dell’istruzione professionale.
  • III – Riconoscimento giuridico e libertà dell’organizzazione di classe nell’unità sindacale, rappresentanza di classe senza esclusione di parte negli organi pubblici del lavoro presso il comune, la provincia e lo Stato.
  • IV – Legislazione sociale nazionale ed internazionale che garantisca il pieno diritto al lavoro e ne regoli la durata, la mercede e l’igiene. Sviluppo del probivirato e dell’arbitrato per i conflitti anche collettivi del lavoro industriale e agricolo. Sviluppo della cooperazione. Assicurazioni per la malattia, per la vecchiaia e invalidità e per la disoccupazione. Incremento e difesa della piccola proprietà rurale e costituzionale del bene di famiglia.
  • V – Organizzazione di tutte le capacità produttive della nazione con l’utilizzazione delle forze idroelettriche e minerarie, con l’industrializzazione dei servizi generali e locali. Sviluppo dell’agricoltura, colonizzazione interna del latifondo a coltura estensiva. Regolamento dei corsi d’acqua. Bonifica e sistemazione dei bacini montani. Viabilità agraria. Incremento della marina mercantile. Risoluzione nazionale del problema del mezzogiorno e di quello delle terre riconquistate e delle province redente.
  • VI – Libertà ed autonomia degli enti pubblici locali. Riconoscimento delle funzioni proprie del comune, della provincia e della regione, in relazione alle tradizioni della nazione e alle necessità di sviluppo della vita locale. Riforma della burocrazia. Largo decentramento amministrativo ottenuto anche a mezzo della collaborazione degli organismi industriali, agricoli e commerciali del capitale e del lavoro.
  • VII – Riorganizzazione della beneficenza e dell’assistenza pubblica verso forme di previdenza sociale. Rispetto della libertà delle iniziative e delle istituzioni private e di beneficenza e di assistenza. Provvedimenti generali per intensificare la lotta contro la tubercolosi e la malaria. Sviluppo e miglioramento dell’assistenza alle famiglie colpite dalla guerra, orfani, vedove e mutilati.
  • VIII – Libertà ed indipendenza della chiesa nella piena esplicazione del suo magistero spirituale. Libertà e sviluppo della coscienza cristiana, considerata come fondamento e presidio della vita della nazione, delle libertà popolari e delle ascendenti conquiste della civiltà nel mondo.
  • IX – Riforma tributaria generale e locale, sulla base dell’imposta progressiva globale con l’esenzione delle quote minime.
  • X – Riforma elettorale politica con il collegio plurinominale a larga base con rappresentanza proporzionale. Voto femminile. Senato elettivo con prevalente rappresentanza dei corpi della nazione (corpi accademici, comune, provincia, classi organizzate).
  • XI – Difesa nazionale. Tutela e messa in valore della emigrazione italiana. Sfere di influenza per lo sviluppo commerciale del paese. Politica coloniale in rapporto agli interessi della nazione e ispirata ad un programma di progressivo incivilimento.
  • XII – Società delle nazioni con i corollari derivanti da una organizzazione giuridica della vita internazionale: arbitrato, abolizione dei trattati segreti e della coscrizione obbligatoria, disarmo universale.

La commissione provvisoria

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#Francesco si prepara a tornare dal Sultano

#Francesco si prepara a tornare dal Sultano

di Davide Vairani, #LaCroce quotidiano, 15 gennaio 2018

Una croce e una mezzaluna. Il verde e il rosso, ad evocare il Marocco; il giallo e il bianco (sullo sfondo) per il Vaticano. Sotto le immagini, il nome del Papa con il motto: "Servitore di Speranza". Scritta in arabo: Marocco 2019.

Prendi simboli, parole e colori, shakerale in grafica e ci ottieni un logo: il brand scelto per celebrare il prossimo viaggio apostolico di Papa Francesco in terra marocchina, il 30 e 31 marzo prossimi, su invito del Re Mohammed VI e dei vescovi del Paese.

Shakera i pixel e con un po' di suggestione immagina che cosa può evocare quel logo francamente bruttino.

La Mezzaluna islamica circonda e soffoca come una morsa la Croce di Cristo oppure (l'altra faccia della stessa medaglia) la Croce di Cristo - assediata dal simbolo dei saraceni e ottomani - buca l'orizzonte e fuoriesce vincitrice, schiacciando gli infedeli.

Seconda suggestione: Croce e Mezzaluna che si abbracciano e finiscono per mischiarsi e trasformarsi in una nuova sincretica religione, che prende un po' da questa e un po' da quell'altra.

Quale delle due?

Papa Francesco incontrerà anche il capo dei musulmani del Marocco: 800 anni dopo l'incontro di Francesco d'Assisi con il sultano al-Malik al-Kāmil a Damietta, a pochi chilometri di distanza dal Cairo.

Croce e Mezzaluna. Ieri come oggi. La guerra santa, invasioni e scorribande, scontri violenti. Il leone di Venezia con la spada in mano alla conquista dell'Asia; i velieri saraceni all'assalto dei cani infedeli occidentali.

“Allah akbar”, 'Allah è più grande di ogni cosa', nell'immaginario di tutti quanti noi è il grido dei folli kamikaze dell'Islam che infiamma di terrore il Vecchio Occidente e gli Stati Uniti.

Asia Bibi, cristiana condannata a morte per blasfemia, giudicata innocente dopo dieci anni di prigionia, è nascosta da qualche parte in Pakistan ostaggio dei fondamentalisti islamici che tengono in scacco il governo e non la vogliono fare uscire dal Paese.

Un cristiano ogni 7 vive in un Paese di persecuzione, due terzi dei quali in stati a maggioranza politica e religiosa musulmana.

"Oggi ci sono più martiri che nei primi secoli" - ebbe a dire lo stesso Papa Francesco in una Omelia a Santa Marta.

"I media non lo dicono perché non fa notizia, ma tanti cristiani nel mondo oggi sono beati perché perseguitati, insultati, carcerati.

Ce ne sono tanti in carcere, soltanto per portare una croce o per confessare Gesù Cristo! Questa è la gloria della Chiesa e il nostro sostegno e anche la nostra umiliazione".

Cambiano i nomi e i secolo, eppure sembra che la storia ci abbia come condannato ad un eterno scontro, i cui esiti sono sempre appesi ad un filo.

Il quadro geo-politico nel quale siamo immersi lo conosciamo tutti e tutti siamo sempre molto bravi nelle analisi.

il punto è tuttavia un altro: la pars costruens.

Torno all'interrogativo posto inizialmente e lo rilancio meglio: che ci va a fare quell'uomo vestito di bianco in bocca agli infedeli? Se così è, quale il compito della Chiesa cattolica?

"Il viaggio di Francesco in Maroco ha il logo della resa agli islamici", scrive Silvana De Mari su "La Verità" del 13 gennaio scorso.

Le fa eco il giornalista de "Il Foglio", Guido Meotti, che twitta: "A cosa porta questo sincretismo cattolico arrendista? In Medio Oriente, come nel logo, all'Islam che inghiotte il cristianesimo. Mi manca il Papa di Ratisbona che si rifiutò di andare ad Assisi".

Nel 1219 la guerra divampava tra i crociati e l’Islam. Due secoli prima, il sepolcro di Cristo era stato ridotto in macerie dalle truppe del sultano. Sulla piana egiziana di Damietta, nel delta del Nilo, le due armate si stavano fronteggiando. San Francesco incontra il Saladino. La vittoria dei crociati e la conquista di Damietta durò il soffio di due anni. Sappiamo come è finita la storia delle crociate. Così come ben sappiamo che la guerra e lo scontro non siano mai cessati, ce lo siamo già ripetuti milioni di volte.

Oggi è in atto la stessa guerra, condotta con armi e modi totalmente differenti: si chiama demografia. Non ci sarà bisogno di armi e conquiste di terre. Basterà attendere che il tempo passi e ci conduca per mano in un'Europa guidata dai figli dei figli dei popoli islamici.

Il successore di Pietro, il Servo dei Servi di Dio, "Servitore di Speranza".

"In quale punto del Vangelo è racchiusa la dizione 'servo della speranza' - si domanda Silvana De Mari - che si legge nel simbolo? Il vicario di Cristo deve essere servo dei servi di Dio. O è servo dei servi di Dio, o non è".

Il motto scelto per questa visita apostolica è preso dal titolo della lettera pastorale della Cerna – la Conferenza episcopale regionale del Nordafrica - data a Papa Francesco durante l'ultima visita ad limina del 2015.

"La nostra regione sta subendo profondi cambiamenti, la Chiesa universale conosce trasformazioni importanti e le nostre Chiese locali sono in evoluzione - scrivevano i vescovi nordafricani in quella lettera -: sentiamo un rinnovato appello del Signore a essere più che mai per l’Africa settentrionale dei ‘servitori di speranza’".

Trentatrè anni prima, a Casablanca ci andò un altro uomo vestito di bianco che - in uno stadio gremito di giovani - disse:

"L’uomo è un essere spirituale. Noi, credenti, sappiamo che non viviamo in un mondo chiuso. Noi crediamo in Dio. Siamo degli adoratori di Dio. Siamo dei ricercatori di Dio.

La Chiesa cattolica guarda con rispetto e riconosce la qualità del vostro cammino religioso, la ricchezza della vostra tradizione spirituale.

Anche noi, cristiani, siamo fieri della nostra tradizione religiosa.

Credo che noi, cristiani e musulmani, dobbiamo riconoscere con gioia i valori religiosi che abbiamo in comune e renderne grazie a Dio.

Gli uni e gli altri crediamo in un Dio, il Dio unico, che è pienezza di giustizia e pienezza di misericordia; noi crediamo all’importanza della preghiera, del digiuno e dell’elemosina, della penitenza e del perdono; noi crediamo che Dio ci sarà giudice misericordioso alla fine dei tempi e noi speriamo che dopo la risurrezione egli sarà soddisfatto di noi e noi sappiamo che saremo soddisfatti di lui.

La lealtà esige pure che riconosciamo e rispettiamo le nostre differenze.

Evidentemente, quella più fondamentale è lo sguardo che posiamo sulla persona e sull’opera di Gesù di Nazaret. Voi sapete che, per i cristiani, questo Gesù li fa entrare in un’intima conoscenza del mistero di Dio e in una comunione filiale con i suoi doni, sebbene lo riconoscano e lo proclamino Signore e Salvatore.

Queste sono differenze importanti, che noi possiamo accettare con umiltà e rispetto, in una mutua tolleranza; in ciò vi è un mistero sul quale Dio ci illuminerà un giorno, ne sono certo.

Cristiani e musulmani, generalmente ci siamo malcompresi, e qualche volta, in passato, ci siamo opposti e anche persi in polemiche e in guerre.

Io credo che Dio c’inviti oggi, a cambiare le nostre vecchie abitudini.

Dobbiamo rispettarci e anche stimolarci gli uni gli altri nelle opere di bene sul cammino di Dio.
Voi sapete, con me, quale è il prezzo dei valori spirituali.

Le ideologie e gli slogan non possono soddisfarvi né risolvere i problemi della vostra vita. Solo i valori spirituali e morali possono farlo, ed essi hanno Dio per fondamento.

Auspico, cari giovani, che possiate contribuire a costruire un mondo in cui Dio abbia il primo posto per aiutare a salvare l’uomo.
Su questo cammino, siate certi della stima e della collaborazione dei vostri fratelli e sorelle cattolici, che io rappresento tra voi questa sera".

Giovanni Paolo II, Discorso con i giovani musulmani a Casablanca, 19 agosto 1985

Aprile 2017. Papa Francesco al Cairo abbraccia per la seconda volta il Grande Imam di Al-Azhar, il più prestigioso ateneo dell'Islam sunnita, Ahmed Al Tayyib.

Era la prima volta che un Papa visitava questa istituzione. Nel discorso alla conferenza internazionale di Pace promossa da Al Tayyib, di fronte al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, Papa Francesco ribadì con forza alcuni elementi.

"Tre orientamenti fondamentali, se ben coniugati, possono aiutare il dialogo: il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni.

Il dovere dell’identità, perché non si può imbastire un dialogo vero sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro;

il coraggio dell’alterità, perché chi è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come un compagno di strada, nella genuina convinzione che il bene di ciascuno risiede nel bene di tutti;

la sincerità delle intenzioni, perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione.

Educare all’apertura rispettosa e al dialogo sincero con l’altro, riconoscendone i diritti e le libertà fondamentali, specialmente quella religiosa, costituisce la via migliore per edificare insieme il futuro, per essere costruttori di civiltà.

Perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è la inciviltà dello scontro, non ce n'è un'altra.

E per contrastare veramente la barbarie di chi soffia sull’odio e incita alla violenza, occorre accompagnare e far maturare generazioni che rispondano alla logica incendiaria del male con la paziente crescita del bene: giovani che, come alberi ben piantati, siano radicati nel terreno della storia e, crescendo verso l’Alto e accanto agli altri, trasformino ogni giorno l’aria inquinata dell’odio nell’ossigeno della fraternità.

Senza cedere a sincretismi concilianti, il nostro compito è quello di pregare gli uni per gli altri domandando a Dio il dono della pace, incontrarci, dialogare e promuovere la concordia in spirito di collaborazione e amicizia.

Noi, come cristiani - e io sono cristiano - non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio. Fratelli di tutti.

Di più, riconosciamo che, immersi in una costante lotta contro il male che minaccia il mondo perché non sia più il campo di una genuina fraternità, quanti credono alla carità divina, sono da Lui [Dio] resi certi che la strada della carità è aperta a tutti gli uomini e che gli sforzi intesi a realizzare la fraternità universale non sono vani.

Anzi, sono essenziali: a poco o nulla serve infatti alzare la voce e correre a riarmarsi per proteggersi. Oggi c’è bisogno di costruttori di pace, non di armi; oggi c'è bisogno di costruttori di pace, non di provocatori di conflitti; di pompieri e non di incendiari; di predicatori di riconciliazione e non di banditori di distruzione.

Si levi il sole di una rinnovata fraternità in nome di Dio e sorga da questa terra, baciata dal sole, l’alba di una civiltà della pace e dell’incontro.

Interceda per questo san Francesco di Assisi, che otto secoli fa venne in Egitto e incontrò il Sultano Malik al Kamil".

Papa Francesco, Discorso ai partecipanti alla conferenza internazionale per la pace, Al-Azhar Conference Centre, Il Cairo, 28 aprile 2017

Sono - queste - parole che invocano un sincretismo religioso? Sono queste parole di sottomissione?

Mi si obietterà che le parole promunciate in contesti come questi lasciano il tempo che trovano.

Mi si obietterà che per incontrarsi occorre essere in due, occorre crederci e volerlo.

Mi si obietterà che trattasi solo di strategia di geo-politica.

Non ho la verità in tasca e - tantomeno - ho intenzione di accodarmi alla lunga lista degli apologeti e dei denigratori di Papa Francesco e della Chiesa.

Mi limito sommessamente ad invitare tutti - in particolare noi cattolici - a ragionare. Che Chiesa di Cristo vogliamo essere oggi? Che cristiani vogliamo essere oggi?

Le opzioni sono tre e la scelta dell'una esclude tutte le altre: vogliamo la chiamata alle armi per ingaggiare una guerra santa agli infedeli? vogliamo una pax terrena e - dunque - la sottomissione all'Islam con un bel patto di desistenza e la costruzione di una nuova religione sincretica?

Oppure vogliamo testimoniare fino in fondo le ragioni della nostra appartenenza a Cristo?

E' giusto ed sacrosanto richiamare - a questo proposito - il Discorso di Ratisbona di Benedetto XVI del 2016, perchè il Papa emerito in quell'occasione parlava essenzialmente a noi, a noi mondo occidentale.

"Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno - concludeva a Ratisbona Bendetto XVI davanti ai rappresnetanti della scienza-, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna.

Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati.

L’ethos della scientificità, del resto, è volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte delle decisioni essenziali dello spirito cristiano.

Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa.

Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle.

Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza.

In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell'università e nel vasto dialogo delle scienze".

E a questo punto del suo ragionare conclude:

"Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno.

Nel mondo occidentale domina largamente l'opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali.

Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall'universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime.

Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell'ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture.

E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l'intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche.

Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico.

Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia.

Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere.

L'occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno.

Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente".

"Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio", ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all'interlocutore persiano. "È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell'università".

Mai, in nessun caso, Ratzinger condannò il “pericolo della natura dell’Islam”, ma semmai ribadì che la minaccia del fondamentalismo "tocca indistintamente e mortalmente i credenti di tutte le religioni".

Tutto questo non significa negare che l’Islam, più delle altre religioni, abbia un problema con il fondamentalismo.

Per questo Papa Francesco ha voluto implorare

"i Paesi di tradizione islamica affinché assicurino libertà ai cristiani, affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede, tenendo conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei paesi occidentali!

Sarebbe bello che tutti i leader islamici – siano leader politici, leader religiosi o leader accademici – parlino chiaramente e condannino quegli atti,

perché questo aiuterà la maggioranza del popolo islamico a dire 'no'; ma davvero, dalla bocca dei suoi leader.

Noi tutti abbiamo bisogno di una condanna mondiale, anche da parte degli islamici, che hanno quella identità e che dicano: 'Noi non siamo quelli. Il Corano non è questo'" 

(Papa Francesco, Conferenza stampa durante il volo di ritorno dalla Turchia, 30 novembre 2014).

La sfida che abbiamo di fronte riguarda anzitutto noi cristiani.

In "Lectures on the Present Position of Catholics in England", John Henry Newman scriveva nel 1850:

“Ciò di cui io lamento la mancanza nei cattolici è il dono di esprimere cosa sia la loro religione.

Voglio un laicato colto, intelligente, ben istruito; non nego che lo siate già: ma intendo essere severo e, come qualcuno direbbe, esorbitante nelle mie domande.

Desidero che allarghiate la vostra conoscenza, coltiviate il vostro intelletto, che riusciate a discernere il rapporto di una verità con l’altra… a comprendere come fede e ragione si relazionano reciprocamente, quali sono le basi e i principi del cattolicesimo.

Il laicato è sempre stato la misura dello spirito cattolico: ha salvato la Chiesa in Irlanda tre secoli fa, come pure ha tradito la Chiesa in Inghilterra”.

Francesco d'Assisi voleva andare a tutti i costi tra i musulmani, tanto che per tre volte fece i suoi tentativi, senza scoraggiarsi dei fallimenti. Il terzo tentativo fu quello buono per l'incontro con Malek al- Kamel.

Di quell'incontro si sa poco di certo dal punto di vista storiografico.

Fu sicuramente un incontro storico, visto che tracciò la strada per una presenza - quella dei francescani - dura ancora oggi in Terra Santa.

Oggi si preferisce lungamente la vulgata che vede un Francesco d'Assisi militare e militante, in cerca del santo martirio, pronto a sfidare in ogni modo il sultano con l'ordalia del fuoco.

"I cristiani agiscono secondo massima giustizia quando vi combattono, perché voi avete invaso delle terre cristiane e conquistato Gerusalemme, progettate di invadere l’Europa intera, oltraggiate il Santo Sepolcro, distruggete chiese, uccidete tutti i cristiani che vi capitano tra le mani, bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla sua religione quanti uomini potete.

Se invece voi voleste conoscere, confessare, adorare, o magari solo rispettare il Creatore e Redentore del mondo e lasciare in pace i cristiani, allora essi vi amerebbero come se stessi".

N. 2691 delle Fonti Francescane

Come a voler chiamare di nuovo alle armi la cristianità che non c'è più, a voler di nuovo chiamare ad una resistenza contro l'invasione islamica, pronti alla difesa con ogni mezzo, politico, religioso e civile, lecito o illecito.

Nel 1924, due anni dopo la sua conversione al cattolicesimo, Gilbert Keith Chesterton pubblicava una serie di meditazioni su San Francesco.

Non era una biografia e nemmeno una ricostruzione dei fatti accaduti dal punto di vista storiografico.

Chesterton in quel libretto riconosce che la motivazione principale che spinse Francesco in Sira fosse la ricerca del martirio.

Ma non era la sola.

"(...) Egli voleva portare a conclusione le crociate, cioè mettere ad esse fine realizzandone il disegno. Ma voleva convincere e non conquistare: cioè con i mezzi intellettuali piuttosto che materiali. (...).

L'idea di Francesco era tutt'altro che fanatica o anche necessariamente irrealistica. (...) San Francesco partiva dal principio che è molto meglio fare dei cristiani che disfare degli infedeli. Non era a priori assurdo immaginare che si potessero convertire con il sangue di martiri missionari quelli che non si potevano vincere militarmente.

La Chiesa aveva conquistato in questo modo l'Europa, perché non avrebbe potuto conquistare allo stesso modo l'Africa e l'Asia

Incontestabilmente, una volta convertito l'islam, il mondo sarebbe stato più unito e più felice. Per parlare solo di guerre, avremmo evitato la maggior parte dei conflitti moderni".

L’eredità di quell'incontro 800 anni fa non è perduta. Si è fatta carne.

"C’è una sola cosa che il cristianesimo ha la possibilità e il dovere di insegnare agli europei di oggi: vedere l’umano anche là dove gli altri non vedono che del biologico da selezionare, dell’economico da sfruttare, del politico da manipolare, e così via", ha detto Rémi Brague, storico della filosofia autore di insuperabili saggi su cristianesimo ed Europa, nella lectio magistralis l'11 gennaio 2018 alla Pontificia Università Giovanni Paolo II di Cracovia.

Questo il compito di ciascuno di noi.

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Sul passatempo di manomettere le parole del Papa

Sul passatempo di manomettere le parole del Papa
di Davide Vairani, #LaCroce quotidiano, 08 gennaio 2018

Negli ultimi giorni del 2018, Papa Francesco ha fatto tre affermazioni che hanno suscitato più di un fiorire di mal di pancia: dapprima ha detto che Maria non è nata santa ma lo è diventata - perché santi non si nasce ma si diventa -; poi che il cristianesimo è rivoluzionario ed infine ha affermato che è meglio essere atei piuttosto che andare in Chiesa e poi comportarsi male.

Copia e incolla dai titoloni di giornale, sia chiaro. Così come le hanno riportate effettivamente non possono che condurre in una direzione: vi sarebbero indizi sufficienti per dubitare dell'eterodossia del Vicario di Pietro.

In un colpo solo, Papa Francesco smonta il cuore del cattolicesimo: via tutta la traditio mariologica (abrogate le “quattro parole” su Maria, la Theotókos, “Madre di Dio”; la Kecharitoméne, “colmata (da Dio) di grazia”; la Aeipárthenos, “sempre vergine” e la Kóimesis, la dormitio, assunta direttamente in cielo); via la Resurrezione di Cristo e la Salvezza eterna, perchè se Gesù è venuto per far rivoluzione, allora davvero ha vinto la modernità con il suo "Dio è morto", la progressiva ateizzazione della società dall'illuminismo ad oggi, il suo razionalismo, nichilismo e relativismo, con il conseguente "suicidio della rivoluzione" di delnociana memoria. La fede, così, diventa un’etichetta inutile, della quale alla fine sbarazzarsi o tenerne qualche valore, non la lampada per illuminare il reale e ciò che da sotto, spesso nascostamente, lo muove.

Qualcuno potrebbe obiettarmi una dialettica interpretativa esagerata e caricaturale, in fondo basata su titoli di giornale che - si sa - hanno indubbiamente il dono della sintesi ma peccano per mancanza di esaustività. Qualcun altro potrebbe - inoltre - obiettarmi la mancanza di un corretto metodo interpretativo: il metodo per giudicare è dettato sempre dall'oggetto, non da ciò che - pregiudizialmente - voglio che l'oggetto da indagare mi rimandi.

Che cosa ha - dunque - affermato davvero Papa Francesco?

L'occasione è data dalla catechesi sul "Padre Nostro" che Papa Francesco enuncia nella prima udienza del 2019.

"Beati i poveri, i miti, i misericordiosi, le persone umili di cuore…"- sottolinea il Papa, evidenziando il fatto che Matteo nel suo vangelo collochi il Padre Nostro nel contesto del discorso della montagna, delle Beatitudini. Qui sta la rivoluzione del Vangelo: "Questa è la rivoluzione del Vangelo. Dove c’è il Vangelo, c’è rivoluzione". Perchè usa il termine "rivoluzione"? Lo spiega subito dopo: "Il Vangelo non lascia quieto, ci spinge: è rivoluzionario. Tutte le persone capaci di amore, gli operatori di pace che fino ad allora erano finiti ai margini della storia, sono invece i costruttori del Regno di Dio. È come se Gesù dicesse: avanti voi che portate nel cuore il mistero di un Dio che ha rivelato la sua onnipotenza nell’amore e nel perdono!".

Il Vangelo impone da sè una rivoluzione nella storia, porta una cosa nuova:

"La Legge non deve essere abolita ma ha bisogno di una nuova interpretazione, che la riconduca al suo senso originario. Se una persona ha il cuore buono, predisposto all’amore, allora comprende che ogni parola di Dio deve essere incarnata fino alle sue ultime conseguenze. L’amore non ha confini: si può amare il proprio coniuge, il proprio amico e perfino il proprio nemico con una prospettiva del tutto nuova". La rivoluzione è Cristo incarnato. In Lui, nel Figlio di Dio che si è fatto carne, tutto acquista una consistenza ed un sapore nuovo. "Ecco il grande segreto che sta alla base di tutto il discorso della montagna: siate figli del Padre vostro che è nei cieli".

Ma è il passaggio successivo - a mio parere - il cuore dell'intervento di Papa Francesco:

"Apparentemente questi capitoli del Vangelo di Matteo sembrano essere un discorso morale, sembrano evocare un’etica così esigente da apparire impraticabile, e invece scopriamo che sono soprattutto un discorso teologico. Il cristiano non è uno che si impegna ad essere più buono degli altri: sa di essere peccatore come tutti. Il cristiano semplicemente è l’uomo che sosta davanti al nuovo Roveto Ardente, alla rivelazione di un Dio che non porta l’enigma di un nome impronunciabile, ma che chiede ai suoi figli di invocarlo con il nome di 'Padre', di lasciarsi rinnovare dalla sua potenza e di riflettere un raggio della sua bontà per questo mondo così assetato di bene, così in attesa di belle notizie".

Cristo non è venuto per un'etica, ma per rivoluzionare la nostra vita integralmente, in tutte le dimensioni che essa (la vita) esige di essere vissuta: nella famiglia, nella società, in politica, nel lavoro, a scuola.
Cosa altro può significare la frase che il Papa utilizza ("ogni parola di Dio deve essere incarnata fino alle sue ultime conseguenze") se non il fatto che "il cuore della nostra proposta è [...] l’annuncio di un avvenimento accaduto, che sorprende gli uomini allo stesso modo in cui, duemila anni fa, l’annuncio degli angeli a Betlemme sorprese dei poveri pastori. Un avvenimento che accade, prima di ogni considerazione sull’uomo religioso o non religioso" (don Giussani, in "Un avvenimento di vita, cioè una storia", Edit-Il Sabato, Roma-Milano 1993, p. 38)?

Le parole che usa Papa Francesco evocano in me - con prepotente urgenza di attualità - quanto don Luigi Giussani ha detto e fatto a partire dal '68.

Da qui provo a prendere il largo nel cercare di comprendere il senso delle parole del Papa.

"C’è un unico vero delitto - scriveva nel 1985 in 'Dio ha bisogno degli uomini' -, la dimenticanza del Dio che ha avuto bisogno di noi, che ha bisogno di noi. 'Sento che la mia nave – dice un buon poeta spagnolo, Juan Ramòn Jiménez – ha urtato là sul fondo in qualcosa di grande'. La nostra nave che sta navigando per l’Oceano della vita ha urtato là, sul fondo, in qualcosa di grande: Dio presente. E nulla accade. Nulla, quiete, onde. Tutto come prima, tutto è già accaduto e siamo già tranquilli nel diverso, ci siamo già rassegnati? Io auguro a me e a voi di non stare mai tranquilli, mai più tranquilli".

"Il Vangelo non lascia quieto, ci spinge: è rivoluzionario", ci ha ricordato Papa Francesco nei testi che stiamo provando a comprendere. Usa quasi gli stessi termini.

In una delle ultime interviste rilasciate poco prima di morire, don Giussani così rispondeva a Renato Farina sul perchè "questo hic et nunc, il qui ed ora (dell'avvenimento di Cristo), non è avvertito?" ("Parlare al sangue che bolle. Un don Giussani maestoso e tremendo", di Renato Farina, "Tempi", 17 gennaio 2016):

"Si tramanda un discorso corretto e pulito, alcune regole su come essere cristiani e uomini. Ma senza amore, senza il riconoscimento del Mistero vivificante, il singolo si spegne e muore – risponde Giussani -. La nostra speranza, la salvezza di Cristo non può essere qualcosa che abbiamo letto e sappiamo ripetere bene. Un discorso più o meno edificante o moralistico, ecco, a questo viene ridotto spesso l’annuncio. Bisognerebbe ribollire… Invece il mondo lo si lascia naufragare senza pastore… Non si comprende questo: ciò che risulta utile davvero è quanto investe il popolo e per cui il popolo è esaltato. Cioè l’unità come visibile segno di questo Mistero-Carità. Questo Mistero ha investito ed investe hic et nunc (qui, ora!) un popolo che talvolta non ha neanche più i suoi capi che se ne accorgono… Altrimenti essi accorrerebbero irruenti a mostrare e dimostrare la salvezza di Cristo".

La rivoluzione di Cristo non è di natura etica: "invece scopriamo che (i versetti di Marco) sono soprattutto un discorso teologico", dice Papa Francesco. Hanno cioè a che fare con il Destino che è Presenza già qui e ora. E che per essere Presenza attrattiva (cioè incidente) abbisogna necessariamente che i cattolici si sveglino dal torpore nel quale sono da troppi decenni immersi.

Occorre una rivoluzione.

Quando si usa il termine "rivoluzione" anche noi cattolici cadiamo nelle trappole della modernità che continuiamo a non voler sfidare realmente. Pensiamo ad esempio alla rivoluzione del '68, cioè ad una fase storica che ha potentemente coinvolto anche il nostro Paese nella quale l'imperativo era quello di distruggere tutto ciò che fino al giorno prima era stato costruito nel nome dell'idea di libertà dell'uomo da ogni retaggio e sovrastrutture che per secoli lo hanno soffocato (in primis Dio, Chiesa e famiglia).

Troppi - tuttavia - si dimenticano che il '68 visse anche un'altra – questa , autentica - rivoluzione.

"Un’urgenza di autenticità del vivere dettata da un’irrequietezza": nel giudizio di don Luigi Giussani è questa l'origine della rivoluzione sessantottina. Ed è proprio perchè capace di intuirne quell’urgenza che vi si nascondeva - dietro ai disastri che poi fece nel tessuto sociale - che Giussani prese sul serio la sfida.

In che modo? La tradizione della Chiesa - che fino a quel momento era stata pur in mezzo a molte lacune fonte di vita e di sostegno spirituale e morale - appariva ai giovani il retaggio di un passato oppressivo da superare. Occorreva un nuovo inizio, non un inizio nuovo. Lì iniziava la storia di quella che poi fu "Comunione e Liberazione", una vera e propria rivoluzione cristiana nel mondo contemporaneo.

Non si trattava di rinserrare le fila, nè di fare una contro-rivoluzione orizzontale, chiudendosi in una cittadella (come auspicavano settori del tradizionalismo cattolico), né tanto meno di assecondare il vento del potere – coperto dall’ideologia del “contro-potere” – come accadeva per i pseudo progressisti, ma di ricominciare secondo una dinamica che ricordava, per analogia, quella degli inizi del cristianesimo.

L'intuizione di don Giussani fu quella di capire che "non è più il discorso sulla tradizione, non è più la storia che fonda o che può fondare un richiamo e una adesione al fatto cristiano". Se all’inizio aveva detto ai "suoi" ragazzi "siamo nati in una tradizione cristiana, dunque dobbiamo innanzitutto impegnarci con essa", ora questa posizione non reggeva nel suo valore esistenziale.

"Infatti è un tempo, il nostro, che ha perso, che non ha più, che non ha assolutamente il senso della storia". Per questo, aggiungeva, "quello che, adesso, mi pare, possa costituire – unicamente – motivo d’adesione, è l’incontro con un annuncio, è il cristianesimo come annuncio, non come teoria. Un annuncio, cioè un certo tipo di presenza, una certa presenza carica di messaggio". L’incontro, nell’ora della fine della cristianità, costituiva il ritorno alla prospettiva del cristianesimo delle origini, quello dove la fede si comunicava per testimonianza, per l'”attrattiva Gesù”, e non per il peso glorioso di una tradizione (i virgolettati sono tratti da "Vita di don Giussani", di Alberto Savorana, ed. Rizzoli).

Per questo, affermerà nel 1976, "è venuto il tempo della persona".

La scelta della via antropologica centrata su Gesù Cristo. Sarà il contributo fondamentale del pontificato wojtyliano, così sintetizzato dal successore: "L’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell’uomo".

Questa posizione sfidava la modernità a partire da essa, cioè a partire dalle esigenze che muoveva, con una teologia dell'avvenimento capace da una parte di smontarne pezzo per pezzo le contraddizioni filosofico-culturali e sociali e dall'altra di offrire una proposta attrattiva e persuasiva capace di ridisegnare una presenza incidente ed incisiva dei cattolici nella cultura, nel pensiero, nella politica e nella scuola.

Ora, come non riconoscerne gli stessi tratti distintivi oggi? Come non avvertire - oggi - l'urgenza di andare oltre un "cristianesimo anonimo", archiviando anzitutto categorie auto-interpretative quali progressisti-tradizionalisti, attivisti-spiritualisti, cattolici di destra e cattolici di sinistra?

Se quanto ho scritto fin qui ha una parvenza di verità, allora davvero meglio essere atei piuttosto che andare in Chiesa e poi comportarsi male. Questa frase - che ha così scandalizzato teologi ed intellettuali cattolici - non per caso è lo sviluppo del medesimo testo di Papa Francesco sul quale stiamo ragionando.

"Ecco dunque come Gesù introduce l’insegnamento della preghiera del 'Padre nostro'- dice il Papa -. Lo fa prendendo le distanze da due gruppi del suo tempo. Anzitutto gli ipocriti: 'Non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente' (Mt 6,5). C’è gente che è capace di tessere preghiere atee, senza Dio e lo fanno per essere ammirati dagli uomini. E quante volte noi vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno lì tutta la giornata o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente. Questo è uno scandalo! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo. Ma se tu vai in chiesa, vivi come figlio, come fratello e dà una vera testimonianza, non una contro-testimonianza. La preghiera cristiana, invece, non ha altro testimone credibile che la propria coscienza, dove si intreccia intensissimo un continuo dialogo con il Padre: 'Quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto' (Mt 6,6)".

Poi Gesù prende le distanze dalla preghiera dei pagani: 'Non sprecate parole […]: essi credono di venire ascoltati a forza di parole' (Mt 6,7). Qui forse Gesù allude a quella 'captatio benevolentiae' che era la necessaria premessa di tante preghiere antiche: la divinità doveva essere in qualche modo ammansita da una lunga serie di lodi, anche di preghiere. Pensiamo a quella scena del Monte Carmelo, quando il profeta Elia sfidò i sacerdoti di Baal. Loro gridavano, ballavano, chiedevano tante cose perché il loro dio li ascoltasse. E invece Elia, stava zitto e il Signore si rivelò a Elia. I pagani pensano che parlando, parlando, parlando, parlando si prega. E anche io penso a tanti cristiani che credono che pregare è – scusatemi – 'parlare a Dio come un pappagallo'. No! Pregare si fa dal cuore, da dentro. Tu invece – dice Gesù –, quando preghi, rivolgiti a Dio come un figlio a suo padre, il quale sa di quali cose ha bisogno prima ancora che gliele chieda (cfr Mt 6,8). Potrebbe essere anche una preghiera silenziosa, il 'Padre nostro': basta in fondo mettersi sotto lo sguardo di Dio, ricordarsi del suo amore di Padre, e questo è sufficiente per essere esauditi".

Per inciso: non è per caso che più volte Papa Francesco sia intervenuto sui rischi devastanti di un ritorno al pelagianesimo ed allo gnosticismo in certi ambienti cattolici. Qui sarebbe troppo lungo approfondire, ma teniamo presente anche questa cifra del pensiero del Papa.

Ma non ha forse ragione? Non descrive quell’ipocrisia di sta sempre con la ragione e mai con il torto? Non descrive – cioè – il peccato che tutti (a partire da me) commettiamo di essere ipocriti, sepolcri imbiancati?

E’ il senso del peccato al quale ci vuole richiamare Papa Francesco, quel senso del peccato, quella fragilità che ci strugge e che tuttavia non ci annienta perché certi della Misericordia di Dio, quello stesso Dio che in Cristo ci ha liberato dal giogo della morte. L’ipocrita è colui che sceglie di esserlo, esercitando tutta la propria volontà, ragione e libertà.

Abbiamo - come cattolici - un immenso patrimonio dal quale riattingere che sarebbe davvero una bestemmia non volerlo fare, non osare un di più. Aldilà dei gusti e delle sensibilità di ciascuno, penso al filosofo Augusto Del Noce, allo scrittore Eugenio Corti e al patrimonio del popolarismo sturziano (per restare sul terreno socio-culturale e politico).

A patto che ci liberiamo una volta per tutte da categorie interpretative incapaci di misurarsi con e nella modernità.

"La crisi del marxismo è irreversibile, il liberalismo che sembra trionfare prendendone il posto è anch’esso in decomposizione - diceva cinquant’anni fa’ Augusto Del Noce, secondo quanto riportato da Vittorio Messori in 'Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana', Paoline, 1992 -: e, alla pari del marxismo, lo è non perché sia fallito, ma proprio perché si è realizzato, capovolgendosi. E’ in crisi anche la Chiesa cattolica, ma non perché non sia più credibile o sia ormai impraticabile il suo messaggio, ma perché ci si è allontanati da esso. Basterebbe rifare chiarezza, rimettersi sui giusti binari per offrire a un mondo disperato la prospettiva di salvezza cui ha bisogno. Mio dovere è indurre i credenti alla riflessione, alla comprensione che la buona volontà non solo non basta, ma può essere dannosa se indirizzata verso percorsi sbagliati. Madre dell’eresia non è solo la superbia ma, secondo l’insegnamento dei padri, anche l’ignoranza: molti uomini di Chiesa ignorano letteralmente quale sia la prospettiva cattolica, assumendo schemi e punti di riferimento non cattolici, anzi talvolta non cristiani, senza neppure averne consapevolezza".

Per lui essere filosofo (e filosofo della politica, disciplina che aveva insegnato prima all’Università di Trieste, poi in quella di Roma) significava andare alle radici, non fermarsi alla superficie dei problemi quotidiani ma sondarne le cause profonde, individuare la deriva delle idee le quali, nella lunga durata, partendo da certi presupposti, portano inevitabilmente a certe conseguenze.

"Proprio questo, secondo lui, mancava ai credenti d’oggi - racconta Messori -. Mi disse: 'Sempre il pensiero cattolico ha elaborato una sua teologia della storia. Ma, forse, gli ultimi che vi di dedicarono furono i grandi pensatori controrivoluzionari dell’Ottocento, posti di fronte alla sfida della modernità. Oggi sono rarissimi i cattolici che si preoccupano di leggere davvero il proprio tempo partendo dalla fede e dalla Tradizione come da postulati essenziali. La crisi del mondo cattolico deriva dal distacco tra la prospettiva di fede (spesso ormai sconosciuta) e l’azione politica, sociale, culturale (che è necessariamente allo sbando). Messi davanti ai problemi della nostra epoca, i cattolici ne recepiscono i quadri interpretativi da altre culture, senza scendere ai fondamenti ultimi".

Sto divagando? Sto andando oltre il testo di Papa Francesco – e me ne rendo conto -, ma penso che debba essere proprio questo il nostro compito: sviluppare, procedere, senza mai oscurare il porto da cui siamo salpati nel nostro ragionare.

"L’uomo – ricorda Eugenio Corti citando l’insuperabile capolavoro di teologia della storia di Sant’Agostino -, vive nella storia il dramma causato dal peccato originale, che lo spinge verso l’edificazione di una città terrena incapace di trovare il proprio equilibrio nel riconoscimento dei diritti di Dio, in quanto, egoisticamente sbilanciata verso l’esaltazione dell’autonomia dell'uomo da Dio". È questa costante, continua tensione tra queste due forze, che si fronteggiano nel corso del tempo e della storia. E questa tensione continua, che si sposta ora verso l’uno, ora verso l’altro polo, è quella che determina le grandi mutazioni storiche, le grandi epoche, la nascita e la morte delle civiltà umane (in "Civiltà cristiana e dissoluzioni rivoluzionarie", di Claudio Forti per "Libertà e Persona, 24 giugno 2018).

"Possiamo dire - aggiunge Corti - che il processo di distacco dell’uomo da Dio, che si manifesta con inusitata chiarezza soprattutto a partire dal XV secolo, e che prosegue con caratterizzazioni differenti fino ai nostri giorni, può essere definito, secondo alcune autorevoli scuole di pensiero, come rivoluzione, intendendo con questo termine il rovesciamento dell’ordine naturale creato da dio, e del disegno salvifico, anche storico e temporale, perseguito dal Signore Gesù in riparazione del peccato. In questo senso, noi parleremo e parliamo di rivoluzione. E a ben vedere, queste radici del processo rivoluzionario che si dipana nel corso della storia, non possono essere individuate solo a partire dalla metà del secondo millennio cristiano".

Come non ribollire di fronte ad una società che sta perdendo del tutto il senso della dignità della persona, che sacrifica vite fragili, sofferenti e "fallate" sull'altare dell'auto-determinismo individuale, aprendo dighe ad eutanasia, suicidio assistito, utero in affitto e ad ogni sorta di manipolazione genetica al punto da non possedere più alcun barlume di parole come "communitas" e "societas", che vive sempre più di rancorose rabbie senza più sogni, se non quelli disperati di costruire cittadelle fortificate nelle quali non ci può abitare nessun altro se non chi dico e voglio io?

Come non ribollire di fronte alla sistematica distruzione della famiglia e della scommessa sul futuro possibile di una società e di un Paese senza più figli, cieco al punto da non comprendere che senza investire su famiglia e figli non si investe sul futuro?

E di fronte a queste provocazioni, noi cattolici stiamo a perderci per dividerci nel fare le pulci pregiudiziali alle virgole e contro-virgole di ciò che dice e scrive Papa Francesco? Ma davvero potete pensare che il Papa sia contrario ai dogmi mariani (era questa la terza affermazione dalla quale siamo partiti nel nostro ragionare)? Ma di cosa si sta ragionando?

Papa Francesco ai dipendenti della Santa Sede e del Vaticano in occasione degli auguri natalizi (21 dicembre 2018):

"Mi è venuta in mente quella espressione dello scrittore francese Léon Bloy: 'Non c’è che una tristezza, […] quella di non essere santi' (La donna povera, Reggio Emilia 1978, p. 375; cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 34) - dice il Papa -. Dunque, il contrario della tristezza, cioè la gioia, è legata all’essere santi. Anche la gioia del Natale. Essere buoni, almeno avere il desiderio di essere buoni. Guardiamo il presepe. Chi è felice, nel presepe? Questo mi piacerebbe chiederlo a voi bambini, che amate osservare le statuine… e magari anche muoverle un po’, spostarle, facendo arrabbiare il papà, che le ha sistemate con tanta cura! 

Allora, chi è felice nel presepe? La Madonna e San Giuseppe sono pieni di gioia: guardano il Bambino Gesù e sono felici perché, dopo mille preoccupazioni, hanno accolto questo Regalo di Dio, con tanta fede e tanto amore. Sono 'straripanti' di santità e quindi di gioia.

E voi mi direte: per forza! Sono la Madonna e San Giuseppe! Sì, ma non pensiamo che per loro sia stato facile: santi non si nasce, si diventa, e questo vale anche per loro. [...]

Il mio augurio è questo: essere santi, per essere felici. Ma non santi da immaginetta, no, no. Santi normali. Santi e sante in carne e ossa, col nostro carattere, i nostri difetti, anche i nostri peccati – chiediamo perdono e andiamo avanti –, ma pronti a lasciarci 'contagiare' dalla presenza di Gesù in mezzo a noi, pronti ad accorrere a Lui, come i pastori, per vedere questo Avvenimento, questo Segno incredibile che Dio ci ha dato.

Cosa dicevano gli angeli? 'Ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo' (Lc 2,10). Andremo a vederlo? O saremo presi da altre cose?".

Insisto: è davvero ambiguo, incomprensibile, eretico, ciò che vuole intendere il Papa con quel suo "santi non si nasce, si diventa e questo vale anche per loro (San Giuseppe la Madonna ndr.)"? Stà scientemente costruendo un linguaggio nuovo e dunque una nuova dottrina, come qualche illustre teologo ha scritto?

Non spreco molte parole su questo. Mi rifaccio solamente (ancora una volta) ad un uomo innamorato di Cristo e della Madonna come don Giussani. Consiglio a tutti di leggere, pregare e meditare un librettino: "Il Santo Rosario", ed. San Paolo, 2003. Un libretto che contiene le riflessioni di Giussani ai misteri del Santo Rosario (già stati pubblicati nel maggio 2001 in "Litterae Communionis-Tracce" con il titolo “Il Santo Rosario”).

"La Madonna sentiva che la creatura che aveva in seno sarebbe dovuta, un giorno, morire - e questo ogni madre, cercando di non pensarlo, lo sente -, ma non che sarebbe risorto - è la meditazione al primo mistero doloroso del Rosario -. Questo è l'avvenimento che unicamente è paragonabile al mistero dell'inizio; come si è formato il seme dentro il suo seno, così, raggiunta la maturità del tempo, sarebbe risorto; quell'uomo sarebbe risorto. Ma lei non lo sapeva. 'Avvenga di me secondo la tua parola' sulla bocca della Madonna è lo stesso che: 'Signore, sia fatta la tua volontà' sulla bocca di Cristo. La corrispondenza tra l'Angelus e la Croce è nel fatto che tutti e due dicono: 'Avvenga di me secondo la tua parola'. è il gesto dell'obbedienza nella sua essenzialità pura. La sua essenzialità pura fa strappare da qualche cosa che Dio chiede, per passare attraverso una croce e una resurrezione da cui scaturisce una fecondità senza limite, una fecondità col limite del disegno di Dio. La fecondità scaturisce dalla verginità. Non si può concepire la verginità che così".

A meno di tacciare anche don Giussani per eretico, la santità di Maria non ha nulla a che fare con la pre-determinazione.

"Santità: 'Vieni, perché mi manca'. Mi manca: mi manchi e mi manca. La santità è tale proprio perché è Mistero. È la misteriosità di Dio che nella parola 'santità' si enuncia, si declina: in qualsiasi momento è considerabile. Santità vuol dire abbandono a una Presenza che ci supera in tutti i sensi e che non è neanche legata alle possibilità che il Mistero ci dà di rispondere a quelle sollecitazioni a cui ci tende"

(da "Appunti da una conversazione di Luigi Giussani con un gruppo di Memores Domini", 21 aprile 2002).

La tota pulchra, la piena di grazia, concepita senza peccato originale, Maria, è tale in quel "sì" che ha cambiato il mondo. In quel "sì", scelto e voluto da una donna quale corripondenza al proprio Destino, sta tutto il Mistero di un Dio che ci ama a tal punto da sacrificare Suo Figlio per i nostri peccati. "Verbum caro factum est", lo abbiamo pronunciato solo qualche giorno fa': il Mistero del Dio bambino che si incarna. Dio ci ama a tal punto da "fermarsi" di fronte alla nostra libertà anche di rifiutarlo.

Questo vale per ciascuno di noi ed è valso anche per Maria (perchè Maria non è stata un robot oppure un ologramma).

“Immaginate, al contrario, uno che resiste… Questo è il cristiano, nella storia questo è il cristiano, e se non è così non è cristiano…. Resistenti bisogna essere.

Come resistenti? Resistenti, resistenza…rivoluzione: è un rivoluzionario, e un rivoluzionario deve essere combattivo.
Qual è l’unica risposta all’omologazione? Fare la rivoluzione.

Non è un concetto mio, è un concetto di Gesù, è la prima parola detta da Gesù: ‘Cambiate mentalità’, cambiate modo di giudicare, di vedere, di sentire, di gustare, di amare, di fare le cose. (…)

Cosa vuol dire, dunque, essere contrari alla omologazione generale?

Se sei contrario alla omologazione generale non potrai essere riconosciuto, non potranno lodarti, i giornali non parleranno di te, a meno di far scandalo contro di te, le televisioni non riprenderanno la tua faccia (…).

Se sei così, tutto il mondo sarà contro di te, eppure capirai che lo scopo della vita e il gusto della vita starà proprio nel continuamente gridare al mondo, incominciando da chi ti è vicino di banco, quello che il tuo cuore e i cuori di tutti desiderano dalla loro origine (…).

Non puoi non essere perseguitata, amica mia, non puoi non essere odiata.

Ma è nel dolore di questa persecuzione che tu coverai il seme luminoso e caldo della messe finale, del significato ultimo del mondo, che un giorno tutti – tutti! – riconosceranno, tutti dovranno riconoscere e diranno: ‘Aveva ragione, aveva ragione!’. Al di fuori di questo scopo non c’è più né affezione, né amicizia”

(in Don Luigi Giussani, "Realtà e giovinezza. La sfida", Ed. Rizzoli, riedito nel 2018).

Levàntate, pueblo, levàntate!

Fonti:

Posted in #Moments of life

“Siamo qui a seppellire #Staino, non a celebrarlo”

"Siamo qui a seppellire #Staino, non a celebrarlo"

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 24 ottobre 2018

Sergio Staino ha interrotto il suo "Jeus" con il quotidiano della Cei, "Avvenire".

La stiscia "satitica" che da un anno accompagna l'edizione domenicale di "Avvenire" ha deposto le armi.

Deo Gratias!

Il "tafazzismo" in salsa cattolica ha così un alfiere in meno.

E un "martire" in più.

Un "martire" bruciato sull'altare dei catto-integralisti, tutto broncio e formalità, incapaci di un sorriso e pronti a tacciare qualsiasi "novità" di "blasfemia".

Non l'ha presa bene il direttore di "Avvenire", Marco Tarquinio. Non ha preso bene le diffuse e trasversali critiche di molti lettori alla sua scelta di ospitare vignette a firma Sergio Staino sul quotidiano dei Vescovi italiani.

Oggi il "saluto" di Staino alla fu collaborazione artistica nella rubrica 'Il direttore risponde' .

"Certo il mio Jesus non risponde completamente ai canoni tradizionali - scrive lo steso Staino - : suona il basso, legge 'internazionale' e ha la mamma ancora giovane che forse vede su Netflix qualche serial di troppo, ma, nelle mie intenzioni, mantiene tutta la carica rivoluzionaria contenuta nel messaggio evangelico.

Per questo mi piaceva, da non credente, essere al fianco di quel grande rinnovamento che osserviamo oggi nella chiesa cattolica guidata da Francesco.

Non pensavo assolutamente che qualcuno potesse prenderla così male anche se so benissimo che la satira e il fumetto, con la loro ironica ambiguità, possono facilmente risultare poco comprensibili da chi, per età e formazione, non è abituato a frequentarli.

Ma adesso è troppo. Adesso le voci dissonanti, a volte al limite della volgarità sono troppe ed investono, sfruttando strumentalmente il mio lavoro, la tua figura, il valore del giornale da te diretto, fino, oserei dire a colui che oggi guida il mondo cattolico.

È chiaro che in questa situazione è ben difficile lavorare: prendere la matita in mano sapendo bene che qualunque cosa io disegni verrà passata sotto microscopio alla ricerca di punti o sfumature che possano esser letti come offensivi o blasfemi, fa sì che venga a mancare quella serenità di fondo che permette di far incontrare il sorriso fraterno laico con un sorriso fraterno cattolico.

Per questo, caro Marco, è forse meglio chiudere qui o se vogliamo essere ottimisti, sospendere qui la nostra esperienza comune.

Sergio Staino".

"Caro Sergio,
quando abbiamo avviato questa collaborazione, giusto un anno fa, pensavo a tutto meno che a metterti in una condizione che ti avrebbe tolto serenità... - riponde Tarquinio - . E invece è andata in questo modo.

Ti ringrazio per la tua schiettezza e il tuo rigore morale. E mi dispiace, mi dispiace davvero. Così come mi dispiace che altre persone, turbate e in qualche caso eccitate anche solo dall’idea di un 'ateo che disegna per 'Avvenire'', abbiano perso la loro serenità fino a concepire e scrivere invettive come quella che citi. Anche passandosi parola. Terribile, ma purtroppo per me non sorprendente.

Proprio come la lente da microscopio ostile che hai sentito addosso, soprattutto per dimostrare che 'Staino deride Gesù', sebbene il 'tuo' Jesus abbia fatto e faccia pensare e sorridere in modo dolce o amaro sulla vita, sulle ingiustizie, sul prezzo dell’amore per la verità, sulle scelte dei potenti, e mai sia oggetto e vittima di sberleffo, come fu fin sulla croce... Sappi, però, che non somigliano, quelle parole arse e brucianti, ai pensieri e alle parole di tanti cattolici accanto ai quali io cammino dentro le pagine di questo giornale 'uguale e speciale', ma prima ancora, e ormai da una vita, nella Chiesa e sulle strade del mondo. Strade che non sono solo nostre e lungo le quali incontriamo e affianchiamo donne e uomini che vengono da altre direzioni, ma hanno voglia di parlare la stessa lingua, di riconoscere il bene, di capirsi e di appassionarsi insieme per l’umanità e soprattutto per i più poveri e i più piccoli. Ognuno porta la luce che ha, e accende quella che trova o che gli viene donata lungo il cammino. Tu sei così.
Grazie, caro Sergio".

Veda, direttore, non la faccia fuori dal vaso e sappia prendere per buono ogni tanto ciò che le può apparire come un piccolo fallimento personale.

Capita a tutti di sbagliare nelle proprie scelte, no? Basterebbe semplicemente questo. Dire: "ho sbagliato".

Ma - mi creda - non ne faccia un "martire". Non faccia di Staino e del suo "Jesus" bocciato dai lettori un "martire" sacrificato sull'altare dello stereotipo del "cattolico che non sorride mai e si prende troppo sul serio".

La invito a riprendersi in mano una ad una tutte le strisce pubblicate su "Avvenire" in questo anno di collaborazione con Staino. Con serenità. Scoprirà - forse - una cosa banale: non facevano nè "pensare e sorridere in modo dolce o amaro sulla vita, sulle ingiustizie, sul prezzo dell’amore per la verità, sulle scelte dei potenti" e - al contrario di ciò che lei sostiene - apparivano talvolta "sberleffo".

"Sberleffo" non ai potenti, ma agli stessi cattolici. Quasi una presa in giro. Tutto qui.

E dato che non passa giorno che un quotidiano sì e un altro sì non perdano occasione per ironizzare e denigrare (anche con vignette satiriche) la visione del mondo dei cattolici su aborto, eutanasia e famiglia (tanto per fare un esempio), anche il "fuoco amico" no, grazie.

I cristiani oggi non sono capaci di ironia ed umorismo?

Mah. Dipende da cosa si intende per ironia ed umorismo.

C'è umorismo ed umorismo.

L'umorismo riesce a sdrammatizzare gli eventi, a sottolineare la relatività di ogni cosa, a eliminare ogni patina di fatalità, e tutto collocare in una giusta prospettiva. Grazie al suo famoso sense of humour, espressione della speranza cristiana e di una fede viva, sir Thomas More è riuscito a sdrammatizzare anche la sua morte. Salendo la vacillante scaletta del patibolo, esclama:  "Per favore, messer luogotenente, volete darmi una mano per farmi salire sicuro? Poi, per scendere, lasciate pure che mi arrangi da solo". Incoraggia anche il carnefice:  "Su, amico, fatti animo, e compi il tuo ufficio senza timore. Ma guarda che ho il collo piuttosto corto:  perciò sta' attento a colpire diritto, per non macchiare il tuo buon nome".

L'umorismo è un mezzo regale per stabilirci nella serenità. Esso fa parte della saggezza che è dono dello Spirito Santo; "occupa un posto molto importante nella vita religiosa", anzi "è il sale della vita, e in un certo senso è il sale della vita religiosa, il quale la preserva da ogni guasto". Padre Benson non esitava a definire l'umorismo di santa Teresa d'Avila "dono divino", dono che ha reso la vita di tanti santi un'avventura piena di fascino: si pensi a Francesco di Sales, Tommaso Moro, Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Papa Giovanni, Giorgio La Pira. Il Roche arriva ad affermare che "la storia di tante eresie è in molta misura una storia di perdita del senso dell'umorismo. Non si potrebbero altrimenti spiegare, lasciando da parte l'opera del demonio, certe loro aberrazioni e assurdità".

C'è umorismo e umorismo. Altro è l'umorismo di George Bernard Shaw, intriso di amara ironia, altro quello di Gilbert Keith Chesterton, sapido di saggezza umana e cristiana; altro l'umorismo di Voltaire, corrosivo e chiuso a ogni trascendenza, altro quello di Tommaso Moro, benevolo e illuminato da una sapienza superiore; altro l'umorismo di Cervantes, espressione dell'anima religiosa, altro quello degli scrittori dell'assurdo, riso amaro e soffocato.

Insomma, direttore, lo vuole un consiglio?

Pubbichi su "Avvenire" estratti di sano umorismo ed ironia falle tante pagine di donne e uomini come quelli sopra citati, nei modi e nelle forme che la sua creatività la aiuterà a formulare. La stupirà - forse - apprendere che i cattolici sono capaci (eccome!) di sorridere e anche prendersi in giro.

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