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CEDU: nessuna pietà per #Vincent

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CEDU: nessuna pietà per #Vincent

di Davide Vairani

Il 30 aprile 2019 la Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) respinge la richiesta dei genitori di Vincent #Lambert.

La notizia viene confermata dal Comitato "Je soutien Vincent", che sul sito web e sui social pubblica un comunicato rilasciato dagli avvocati dei genitori di Lambert.

"La Corte europea dei diritti dell'uomo ha appena rigettato la richiesta di provvedimenti provvisori presentata dai genitori di Vincent Lambert - si legge -, sulla base del fatto che una decisione in merito è già stata emessa dalla medesima Corte in data 5 giugno 2015, nonostante la natura delle rimostranze oggi siano radicalmente differenti".

Il testo del comunicato spiega per la prima volta l'oggetto specifico della requête presentata alla Corte di Strasburgo:

"I genitori di Vincent, infatti, hanno semplicemente chiesto alla CEDU di valutare se esistano le condizioni di violazione del diritto ad avere un processo equo, pilastro sul quale i cittadini devono esere garantiti quando si trovano a dovere sostenere un procedimento all'interno del sistema giurisprudenziale, specialmente quando i tribunali sono chiamati a pronunciarsi su questioni che riguardano la vita di una persona".

Pesano come un macigno le accuse rivolte alla magistratura francese, accuse che in più di una occasione sia gli avvocati che i genitori stessi di Vincent hanno messo nero su bianco durante le fasi processuali e che non sono mai state prese sul serio da nessuno, nè dal tribunale di Nantes cui si erano rivolti per spostare il dibattimento e tanto meno dai media francesi.

"Dunque, con questa decisione di diniego - prosegue il comunicato -, la CEDU ci sta dicendo che il procedimento processuale 2018-2019 è stato un puro e mero atto di forma, quando al contrario si è trattato di una nuovo pronunciamento, con nuovi medici, riguardante una nuov situazione, rispetto al 2015".

"Poco contano le deplorevoli (lamentables) condizioni nelle quali si sono svolte tutte le fasi, dal dibattimento alla perizia medica e in generale di tutta la procedura dinanzi al tribunale amministrativo di Chalons-en-Champagne, nonchè la richiesta formale di mise en cause (di sfiducia) di alcuni dei suoi giudici che avevano mostrato palesemente una rara parzialità".

Con questa decisione della CEDU, le flebili speranze di vita per Vincent si assotigliano sempre di più.

"Se non possiamo che deplorare questa decisione della CEDU che condanna Vincent Lambert alla morte per la quinta volta - concludono gli avvocati - , è dalla Convention relative aux droits des personnes handicapées (CIDPH) che ci aspettiamo che i diritti di Vincent Lambert vengano finalmente difesi.

A differenza di tutte le giurisdizioni nazionali e internazionali, si tratta infatti dell'unico organismo internazionale specializzato nella protezione dei diritti delle persone con disabilità".

"In attesa della sua decisione, resta lancinate l'interrogativo sul perché un paese civilizzato, sia dai suoi medici che dai suoi giudici, abbia rifiutato per sei anni il trasferimento di Vincent Lambert in un'unità specializzata, per lasciarlo abbandonato, senza alcuna cura per la stimolazione, rinchiuso nel sinistro braccio della morte che è diventato il servizio di cure palliative dell'Ospedale Universitario di Rèims".

La Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (CDPD) è stata adottata il 13 dicembre 2006 a New York dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite ed è entrata in vigore il 3 maggio 2008.

Oggi risulta sia stata adottata da 160 nazioni in tutto il mondo, mentre è stata firmata da 160 e ratificata da 88 e presenta una particolarità: è la prima convenzione internazionale a cui ha aderito l'Unione europea.

Ed è anche la prima a trattare nello specifico i diritti delle persone con disabilità.

La Convenzione non introduce nuovi diritti per le persone con disabilità, bensì concretizza e specifica la portata dei diritti fondamentali dei vari strumenti di tutela dei diritti umani, rapportandoli alla particolare situazione delle persone con disabilità.

Lo scopo è permettere ai disabili di esercitare i propri diritti nella stessa misura dei normodotati. Essa contempla quindi diritti civili, politici, economici, sociali e culturali.

La CDPD è rivolta soprattutto agli stati che l'hanno ratificata e contiene perlopiù disposizioni di carattere programmatico che lasciano loro un ampio margine di manovra.

Queste disposizioni non contengono diritti che i singoli individui possono far valere direttamente adendo le vie legali, bensì obiettivi che devono essere realizzati dagli stati medesimi. Spetta infatti a questi ultimi adempiere progressivamente agli obblighi assunti in conformità alla Convenzione, integrandoli nelle legislazioni nazionali e impiegando le risorse a loro disposizione

Il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (Committee on the Rights of Persons with Disabilities - CRPD) è l'organo che ha il compito di vigilare sull’applicazione della Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità.

C'è - davvero - qualche speranza concreta, dunque?

Con tutta franchezza ed onestà, ne dubito fortemente.

E' evidente che il braccio di ferro ingaggiato dai genitori di Vincent in questi sei anni è una questione politica che nessuno intende sbrogliare.

Inutili le tre lettere che Viviane - la mamma di Vincent Lambert - ha indirizzato personalmente agli ultimi due presidente francesi, Hollande e Macron.

Inutili  i ricorsi presentati ad ogni ordine e grado della giustizia francese, come inutili sono stati i due ricorsi alla Corte di Strasburgo, il primo nel 2015 ed il secondo quello che stiamo commentando in questo momento.

Da un punto di vista formale, è vero che esiste un Protocollo opzionale alla Convenzione (entrato in vigore il 3 maggio 2008) che permette alle persone con disabilità degli stati che lo hanno ratificato di avviare procedure di ricorso individuale presso il Comitato con sede a Ginevra.

Adottato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite contemporaneamente alla Convenzione, il Protocollo opzionale è un trattato di diritto internazionale a sé stante e la Francia lo ha ratificato, così come l'Italia.

Ma non tutti gli stati membri dell'UE lo hanno fatto.

L'aver sottoscritto la convenzione obbliga le istituzioni dell'EU (come la Commissione, il Parlamento, il Consiglio e la Corte di Giustizia a sostenere i diritti della disabilità), ma non implica che lo stesso succeda automaticamente in tutti gli Stati membri. È infatti necessario che ciascun Stato, in atto e futuro, provveda ad una adesione formale specifica.

La questione è politica e l'unica speranza per Vincent si gioca sullo scacchiere internazionale.

Ci sarà qualche stato che avrà il coraggio di battere i pugni sui tavoli della politica europea, prima che l'eutanasia di persone disabili diventi di fatto legalizzata in Francia?

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Posted in #LaCroce #Politica #uteroaffitto

Utero in affitto, dalla CEDU un’operazione mirata

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Utero in affitto, dalla CEDU un’operazione mirata

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 12 aprile 2019

Il parere emesso dalla Corte europea dei diritti umani (Cedu) in data 10 aprile 2019 - per quanto formalmente di natura consultiva - ha il sapore di una operazione mirata a costringere gli Stati membri - nei quali giuridicamente la pratica dell'utero in affitto è vietata ed è un reato - a legittimarla.

Un'operazione squisitamente politica, che non compete affatto alla Corte di Strasburgo.

Operazione molto pericolosa, perchè capace di innescare effetti a catena in molti stati europei laddove potenti lobby e partiti politici spingono per legittimare una pratica abominevole quale l'utero in affitto.

Sollecitati dalla Corte di cassazione francese sul nodo specifico della trascrizione anagrafica della "madre intenzionale" non biologica, i giudici europei hanno sostenuto l’obbligo per gli Stati di un riconoscimento con soluzioni rapide di questo legame filiale, sia pure non necessariamente attraverso trascrizioni pedisseque fra registri di stato civile.

Una posizione che rischia ancor più di legittimare nei fatti la pratica dell'utero in affitto anche laddove è vietata, come in Francia e in Italia.

Francia che - è bene sottolinearlo - si accinge a modificare la lesgislazione nazionale sulla bioetica dopo due anni di dibattiti, confronti, procedure e sentenze degli organi giurisdizionali competenti, sia di natura consultiva che deliberativa.

Ho letto diverse ricostruzioni giornalistiche di questo parere della Corte di Strasburgo, spesso discordanti tra loro: motivo per il quale me lo sono scaricato e tradotto in italiano.

Anzitutto, occorre brevemente riepilogare i principali antefatti, perchè difficilmente si può comprendere il senso di questo intervento a gamba tesa della CEDU.

Tutto parte dalla scelta di una coppia francese, Sylvie et Dominique Mennesson, eterosessuale e regolarmente sposata (questo per la cronaca dei fatti), coppia che nel 2000 fa ricorso alla pratica dell'utero in affitto in California (dove è legale) per avere dei figli.

Sylvie Mennesson, a causa di una malformazione congenita, non può avere figli. Così, nel 1998, la coppia decide di "faire appel à une mère porteuse" negli Stati Uniti.

Dagli spermatozoi di Dominique e dagli gli ovociti "donati" da un amica della coppia francese, dall'utero di questa "mère porteuse" nascono due gemelle, Fiorella e Valentina, oggi maggiorenni.

Dall'altra parte dell'Atlantico, la legge riconosce i loro genitori senza problemi: Dominique è il "padre biologico" e Sylvie è la "madre legale".

I problemi della famiglia iniziano quando la coppia vuole trascrivere i certificati di nascita sui registri dello stato civile francese. La pratica dell'utero in affitto è vietata in Francia e pertanto il consolato di Los Angeles si rifiuta di produrre i certificati di nascita e di registrare le due ragazze sul libretto di famiglia.

I Mennesson tornano in Francia con le due gemelle, grazie ai passaporti americani di Fiorella e Valentina.

Nonostante i procedimenti contro la coppia a causa del motivo di "mediazione a fini di gestazione per conto di altri", l'accusa ha ordinato nel 2002 la trascrizione dei certificati di nascita degli Stati Uniti. Ma meno di un anno dopo, il 16 maggio 2003, il tribunale di Créteil ha archiviato l'accusa, sostenendo che era lui che aveva autorizzato la trascrizione degli atti, prima di cambiare idea. Una decisione confermata due anni dopo dalla Corte d'appello di Parigi, che afferma che "la mancata trascrizione dei certificati di nascita avrebbe conseguenze contrarie all'interesse superiore dei bambini". Il caso sembra chiuso.

Ma la Corte di cassazione francese annulla la sentenza della Corte d'appello, tornando al punto di partenza: i certificati di nascita non possono essere trascritti sul libretto di famiglia. Il giudice rileva che l'argomento del "supremo interesse del minore" non può essere evocato per "validare un processo condotto a posteriori", illegale in Francia.

La coppia Mennesson si appella in Cassazione. Invano. La Corte respinge il loro appello, rilevando che il certificato di nascita delle gemelle è basato su "disposizioni che colpiscono principi essenziali della legge francese".

E a questo punto, andiamo a leggere il parere della Corte di Strasburgo del 10 aprile 2019.

La CEDU riepiloga due importanti passaggi giudiziari:

"In Mennesson v. Francia (n. 65192/11) del 26 giugno 2014, due bambine nate in California tremite GPA e i 'genitori intenzionali' si lamentavano di non poter ottenere in Francia il riconoscimento di filiazione stabilito legalmente negli Stati Uniti.

La Corte aveva concluso che non vi era stata violazione del diritto dei richiedenti al rispetto della loro vita familiare, ma che vi era stata una violazione del diritto dei bambini al rispetto della sua vita privata.

Nella sua richiesta di parere consultivo, la Corte di Cassazione ha indicato che la sua giurisprudenza si era evoluta in seguito alla sentenza Mennesson.

La trascrizione del certificato di nascita di un bambino nato da GPA praticata all'estero è ora possibile, a condizione che questo atto designi il 'padre intenzionale' come il padre del bambino quando esso è il 'padre biologico'. La trascrizione rimane impossibile per quanto riguarda la maternità intenzionale.

Il 16 febbraio 2018, il tribunale civile (di Nantes - ndr) ha accolto la richiesta di riesame del ricorso in cassazione presentato contro la sentenza della Corte d'appello di Parigi del 18 marzo 2010 che aveva annullato la trascrizione sui registri dello stato civile francese dei certificati di nascita americani dei bambini dei Mennesson".

Che cosa chiede - allora - la Corte di Cassazione francese alla CEDU?

"La Corte di cassazione indirizza alla Corte le seguenti domande:

"1. Rifiutandosi di trascrivere nei registri di stato civile il certificato di nascita di un bambino nato all'estero a seguito di maternità surrogata - nel quale viene designata come sua 'madre legale' la 'madre intenzionale' -, nonostante il fatto che la trascrizione dell'atto è stato ammesso in quanto il 'padre intenzionale' corrisponde al padre biologico del bambino, lo Stato va oltre il margine di discrezionalità a sua disposizione, ai sensi dell'articolo 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali? A tal proposito, è necessario effettuare delle distinzioni in relazione al fatto che il bambino sia stato concepito o meno con i gameti della 'madre intenzionale'?"

"2. In caso di risposta positiva a una delle due domande precedenti, la possibilità per la 'madre intenzionale' di adottare il figlio del coniuge che ne è padre biologico – quale metodo per riconoscerne la genitorialità -, soddisfa i requisiti dell'articolo 8 della Convenzione?".

Leggiamo le risposte della Corte di Strasburgo alle due precise domande poste dalla Corte di Cassazione francese.

"Sul primo punto

La Corte fa riferimento al principio essenziale secondo cui, ogni volta che è in gioco la situazione di un minore, debba prevalere l'interesse superiore del minore.

Rileva che la mancanza di riconoscimento di una relazione genitore-figlio (lien de filiation) tra un bambino nato attraverso GPA praticata all’estero e la 'madre intenzionale' abbia conseguenze negative su molti aspetti del diritto del bambino al rispetto della sua vita privata (sur plusieurs aspects du droit de l’enfant au respect de la vie privée).

E’ consapevole del fatto che, nel contesto di una GPA, il miglior interesse del minore non si limiti al rispetto di questi aspetti del suo diritto alla sua vita privata. Comprende altri elementi fondamentali, (qui ne plaident pas nécessairement en faveur de la reconnaissance d’un lien de filiation avec la mère d’intention) che non giocano necessariamente in favore del riconoscimento di una relazione di filiatione con la madre intenzionale, come la protezione contro il rischio di abusi con la GPA e l'opportunità di conoscere le proprie origini".

In considerazione delle conseguenze negative per il diritto alla vita privata del minore e del fatto che l'interesse superiore del minore include anche il riconoscimento giuridico delle persone che hanno la responsabilità di prendersi cura del bambino, di garantirne il soddifacimento dei bisogni e del benessere personale e l'opportunità di vivere e crescere all’interno di in un ambiente stabile, la Corte ritiene che l'impossibilità generale e assoluta di ottenere il riconoscimento del legame tra un bambino nato Un GPA all’estero e la 'madre intenzionale' non sia conciliabile con il miglior interesse del bambino, il che richiede almeno la valutazione caso per caso, di ciascuna situazione nelle circostanze particolari e specifiche che le caratterizzano".

E poi aggiunge:

"Per quanto riguarda il 'caso' Mennesson, la Corte ha ricordato che l'estensione del margine di discrezionalità disponibile per gli Stati varia a seconda delle circostanze. Quindi, specialmente quando – come su questo tema -, non c'è un consenso unanime negli Stati membri del Consiglio d'Europa, e quando il caso solleva delicate questioni morali o etiche, il margine di discrezionalità è ampio. Tuttavia, la Corte ha ricordato che quando - come nella fattispecie in cui si tratta del legame di genitorialità - è in gioco un aspetto particolarmente importante dell'identità di un individuo, il margine lasciato allo Stato è di solito più ristretto.

La Corte ha concluso pertanto che il margine di discrezionalità disponibile per lo Stato debba essere mitigato. Tenuto conto delle esigenze dell'interesse superiore del minore e della riduzione del margine di discrezionalità, la Corte è del parere che, in una situazione come quella per la quale la Corte di Cassazione ha sollevato i propri interrogativi, il diritto al rispetto della vita privata di un bambino nato all'estero con maternità surrogata richieda che la legge nazionale offra la possibilità di riconoscere un rapporto di filiazione tra questo bambino e la madre intenzionale, madre intenzionale che è stata designata nel certificato di nascita legalmente stabilito all'estero come '"madre legale'".

Fermiamoci un attimo su questa prima risposta della CEDU.

Ambigua e in parte contradditoria. In Francia, il riconoscimento nei registri di stato civile dei bambini nati con la pratica dell'utero in affitto all'estero e dei relativi legami filiali resta "il simbolo della frontiera sfumata fra il divieto formale della pratica e l’accettazione indiretta sempre più estesa della stessa surrogata", scrive correttamente il gioanlista Daniele Zappalà su "Avvenire" (si veda: "Utero in affitto, la sentenza ambigua della Corte europea dei diritti umani", "Avvenire", 10 aprile 2019).Infatti, come avete potuto notare, la trascrizione dei bambini allo stato civile si è parzialmente diffusa nella scia di una sentenza europea della stessa Cedu nel 2014, proprio sul caso Mennesson. Lo ammette la stessa Corte di Cassazione francese. "Ma per quanto riguarda le madri - aggiunge Zappalà -, i fori transalpini hanno difeso il principio della 'realtà del parto', ribadito nel 2017 dalla Corte di cassazione, dunque il divieto di trascrivere nei registri la 'madre intenzionale', al di là delle diciture negli atti di nascita stranieri". Faccio inoltre notare due ulteriori aspetti. La CEDU sta affermando che di fatto la pratica dell'utero in affitto sia una sorta di "male minore" se serve perchè un bambino possa avere riconosciuti legalmente padre e madre anche se non sono i genitori biologici. Pazienza se con l' utero in affitto si vadano a ledere "altri elementi fondamentali" - come la stessa CEDU ammette -, quali il "rischio di abusi con la GPA e l'opportunità di conoscere le proprie origini". Il secondo elemento è una domanda (retorica, si intende): se la pratica dell'utero in affitto fosse davvero condannata dall'Unione Europea (come lo è in tantissimi stati membri), per quale motivo dovrebbe essere prevalente un ordinamento giuridico di uno stato estero nel quale essa è legalizzata rispetto all'ordinamento comunitario?

Andiamo avanti e leggiamo le risposte della CEDU alla seconda domanda posta dalla Corte di Cassazione francese.

"Sul secondo punto

È nell'interesse del bambino nato da un GPA praticata all'estero, concepito con i gameti di un terzo donatore, che la durata dell'incertezza in cui il bambino si trova in relazione alla situazione di genitorialità con la 'madre intenzionale' sia la più breve possibile. Tuttavia, non si può da qui dedurne che gli Stati membri siano obbligati a optare per la trascrizione dei certificati di nascita legalmente stabiliti all'estero.

La Corte osserva che non esiste un consenso europeo su questa questione e osserva altresì che l'identità dell'individuo è meno direttamente in gioco quando si tratta dei mezzi da utilizzare per riconoscere la filiazione.

Ritiene pertanto che la scelta dei mezzi per consentire il riconoscimento del vincolo figlio-genitore rientri nel margine di discrezionalità degli Stati membri (le choix des moyens pour permettre la reconnaissance du lien enfants-parents d’intention tombe dans la marge d’appréciation des Etats).

La Corte ritiene inoltre che l'articolo 8 della Convenzione non imponga un obbligo generale agli Stati di riconoscere ab initio un rapporto di filiazione tra il bambino e la madre intenzionale.

Ciò di cui il bambino ha bisogno è che il legame, legalmente stabilito all'estero, possa essere riconosciuto al più tardi quando si è concretizzato.

Non spetta alla Corte, ma alle autorità nazionali valutare, alla luce delle particolari circostanze dei singoli casi, se e quando tale connessione si sia materializzata.

Non si può dedurre dal miglior interesse del bambino che il riconoscimento del rapporto genitore-figlio tra il bambino e la 'madre intenzionale' richieda agli Stati membri di trascrivere il certificato di nascita straniero che designa la madre intenzionale come madre legale.

Altre vie possono essere percorse per rispettare appieno il supremo interesse del minore, compresa l'adozione che, per quanto riguarda il riconoscimento di questo legame, 'produit des effets de même nature que la transcription de l’acte de naissance étranger', produce effetti della stessa natura quali quelli che produrrebbero la trascrizione del certificato di nascita straniero".

È importante, tuttavia, che le modalità previste dalla legislazione nazionale garantiscano l'efficacia e la rapidità della loro attuazione, nel rispetto dell'interesse superiore del minore".

Questa seconda risposta è un capolavoro di abilità politica. In un colpo solo, la Corte di Strasburgo stabilisce che non sia affatto necessario effettuare delle distinzioni in relazione al fatto che il bambino sia stato concepito o meno con i gameti della 'madre intenzionale' nell'intimare agli Stati membri di stabilire un legame di filiazione, con adozione o con qualsiasi altro mezzo, fondandosi unicamente sul fatto compiuto di una surrogata all’estero. Questa posizione ambigua ostacola la realizzazione del divieto di qualsiasi surrogata e fornisce l'escamotage a qualsiasi coppia che ne abbia fruito: basta che la coppia si presententi davanti all'ufficio anagrafico di qualsiasi comune francese con in mano questo parere e lo mette di fronte al fatto compiuto. Che succede a quel punto? Semplice: la coppia diventa a tutti gli effetti padre e madre legali e legittimi sul certificato anagrafico di famiglia dei bimbi nati con la pratica dell'utero in affitto. Non ci vuole un esperto di giurisprudenza internazionale per capirlo. Lo spiega benissimo "Le Monde" nel riportare l'esultanza di vittoria da parte della famiglia Mennesson. "Questo parere della CEDU riconosce che l'interesse superiore del minore deve essere applicato per primo e che il giudice deve assicurarsi che i mezzi per stabilire una doppia filiazione siano efficaci e rapidi", dichiara Dominique Mennesson.

"Nel caso della coppia Mennesson, la battaglia legale sarà ora quello di stabilire un'affiliazione materna, non con l'adozione - che sarebbe completamente grottesca per loro - ma attraverso il possesso di uno status che è stato loro riconosciuto [2018] dall'Alta Corte di Nantes, cioè essere a tutti gli affetti padre e madre", dichiara Patrice Spinosi, avvocato della coppia (si veda "GPA: la CEDH impose l’obligation de reconnaître une filiation avec la mère d’intention", di Solène Cordier, "Le Monde", 10 aprile 2019).

Che cosa chiede - allora - la Corte di Cassazione francese alla CEDU?

"La Corte di cassazione indirizza alla Corte le seguenti domande:

"1. Rifiutandosi di trascrivere nei registri di stato civile il certificato di nascita di un bambino nato all'estero a seguito di maternità surrogata - nel quale viene designata come sua 'madre legale' la 'madre intenzionale' -, nonostante il fatto che la trascrizione dell'atto è stato ammesso in quanto il 'padre intenzionale' corrisponde al padre biologico del bambino, lo Stato va oltre il margine di discrezionalità a sua disposizione, ai sensi dell'articolo 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali? A tal proposito, è necessario effettuare delle distinzioni in relazione al fatto che il bambino sia stato concepito o meno con i gameti della 'madre intenzionale'?"

"2. In caso di risposta positiva a una delle due domande precedenti, la possibilità per la 'madre intenzionale' di adottare il figlio del coniuge che ne è padre biologico – quale metodo per riconoscerne la genitorialità -, soddisfa i requisiti dell'articolo 8 della Convenzione?".

Leggiamo le risposte della Corte di Strasburgo alle due precise domande poste dalla Corte di Cassazione francese.

"Sul primo punto

"La Corte fa riferimento al principio essenziale secondo cui, ogni volta che è in gioco la situazione di un minore, debba prevalere l'interesse superiore del minore.

Rileva che la mancanza di riconoscimento di una relazione genitore-figlio (lien de filiation) tra un bambino nato attraverso GPA praticata all’estero e la 'madre intenzionale' abbia conseguenze negative su molti aspetti del diritto del bambino al rispetto della sua vita privata (sur plusieurs aspects du droit de l’enfant au respect de la vie privée).

E’ consapevole del fatto che, nel contesto di una GPA, il miglior interesse del minore non si limiti al rispetto di questi aspetti del suo diritto alla sua vita privata.

Comprende altri elementi fondamentali, (qui ne plaident pas nécessairement en faveur de la reconnaissance d’un lien de filiation avec la mère d’intention) che non giocano necessariamente in favore del riconoscimento di una relazione di filiatione con la madre intenzionale, come la protezione contro il rischio di abusi con la GPA e l'opportunità di conoscere le proprie origini".

"In considerazione delle conseguenze negative per il diritto alla vita privata del minore e del fatto che l'interesse superiore del minore include anche il riconoscimento giuridico delle persone che hanno la responsabilità di prendersi cura del bambino, di garantirne il soddifacimento dei bisogni e del benessere personale e l'opportunità di vivere e crescere all’interno di in un ambiente stabile, la Corte ritiene che l'impossibilità generale e assoluta di ottenere il riconoscimento del legame tra un bambino nato Un GPA all’estero e la 'madre intenzionale' non sia conciliabile con il miglior interesse del bambino, il che richiede almeno la valutazione caso per caso, di ciascuna situazione nelle circostanze particolari e specifiche che le caratterizzano".

E poi aggiunge:

"Per quanto riguarda il 'caso' Mennesson, la Corte ha ricordato che l'estensione del margine di discrezionalità disponibile per gli Stati varia a seconda delle circostanze.

Quindi, specialmente quando – come su questo tema -, non c'è un consenso unanime negli Stati membri del Consiglio d'Europa, e quando il caso solleva delicate questioni morali o etiche, il margine di discrezionalità è ampio. Tuttavia, la Corte ha ricordato che quando - come nella fattispecie in cui si tratta del legame di genitorialità - è in gioco un aspetto particolarmente importante dell'identità di un individuo, il margine lasciato allo Stato è di solito più ristretto.

La Corte ha concluso pertanto che il margine di discrezionalità disponibile per lo Stato debba essere mitigato.

Tenuto conto delle esigenze dell'interesse superiore del minore e della riduzione del margine di discrezionalità, la Corte è del parere che, in una situazione come quella per la quale la Corte di Cassazione ha sollevato i propri interrogativi, il diritto al rispetto della vita privata di un bambino nato all'estero con maternità surrogata richieda che la legge nazionale offra la possibilità di riconoscere un rapporto di filiazione tra questo bambino e la madre intenzionale, madre intenzionale che è stata designata nel certificato di nascita legalmente stabilito all'estero come 'madre legale'".

Fermiamoci un attimo su questa prima risposta della CEDU.

Ambigua e in parte contradditoria.

In Francia, il riconoscimento nei registri di stato civile dei bambini nati con la pratica dell'utero in affitto all'estero e dei relativi legami filiali resta "il simbolo della frontiera sfumata fra il divieto formale della pratica e l’accettazione indiretta sempre più estesa della stessa surrogata", scrive correttamente il giornalista Daniele Zappalà su "Avvenire" (si veda: "Utero in affitto, la sentenza ambigua della Corte europea dei diritti umani", "Avvenire", 10 aprile 2019).

Infatti, come avete potuto notare, la trascrizione dei bambini allo stato civile si è parzialmente diffusa nella scia di una sentenza europea della stessa Cedu nel 2014, proprio sul caso Mennesson.

Lo ammette la stessa Corte di Cassazione francese.

"Ma per quanto riguarda le madri - aggiunge Zappalà -, i fori transalpini hanno difeso il principio della 'realtà del parto', ribadito nel 2017 dalla Corte di cassazione, dunque il divieto di trascrivere nei registri la 'madre intenzionale', al di là delle diciture negli atti di nascita stranieri".

Faccio inoltre notare due ulteriori aspetti.

La CEDU sta affermando che di fatto la pratica dell'utero in affitto sia una sorta di "male minore", se serve perchè un bambino possa avere riconosciuti legalmente padre e madre anche se non sono i genitori biologici.

Pazienza se con l' utero in affitto si vadano a ledere "altri elementi fondamentali" - come la stessa CEDU ammette -, quali il "rischio di abusi con la GPA e l'opportunità di conoscere le proprie origini".

Il secondo elemento è una domanda (retorica, si intende): se la pratica dell'utero in affitto fosse davvero condannata dall'Unione Europea (come lo è in tantissimi stati membri), per quale motivo dovrebbe essere prevalente un ordinamento giuridico di uno stato estero nel quale essa è legalizzata rispetto all'ordinamento comunitario?

Andiamo avanti e leggiamo le risposte della CEDU alla seconda domanda posta dalla Corte di Cassazione francese.

"Sul secondo punto

"È nell'interesse del bambino nato da un GPA praticata all'estero, concepito con i gameti di un terzo donatore, che la durata dell'incertezza in cui il bambino si trova in relazione alla situazione di genitorialità con la 'madre intenzionale' sia la più breve possibile.

Tuttavia, non si può da qui dedurne che gli Stati membri siano obbligati a optare per la trascrizione dei certificati di nascita legalmente stabiliti all'estero.

La Corte osserva che non esiste un consenso europeo su questa questione e osserva altresì che l'identità dell'individuo è meno direttamente in gioco quando si tratta dei mezzi da utilizzare per riconoscere la filiazione.

Ritiene pertanto che la scelta dei mezzi per consentire il riconoscimento del vincolo figlio-genitore rientri nel margine di discrezionalità degli Stati membri (le choix des moyens pour permettre la reconnaissance du lien enfants-parents d’intention tombe dans la marge d’appréciation des Etats).

La Corte ritiene inoltre che l'articolo 8 della Convenzione non imponga un obbligo generale agli Stati di riconoscere ab initio un rapporto di filiazione tra il bambino e la madre intenzionale.

Ciò di cui il bambino ha bisogno è che il legame, legalmente stabilito all'estero, possa essere riconosciuto al più tardi quando si è concretizzato.

Non spetta alla Corte, ma alle autorità nazionali valutare, alla luce delle particolari circostanze dei singoli casi, se e quando tale connessione si sia materializzata.

Non si può dedurre dal miglior interesse del bambino che il riconoscimento del rapporto genitore-figlio tra il bambino e la 'madre intenzionale' richieda agli Stati membri di trascrivere il certificato di nascita straniero che designa la madre intenzionale come madre legale.

Altre vie possono essere percorse per rispettare appieno il supremo interesse del minore, compresa l'adozione che, per quanto riguarda il riconoscimento di questo legame, 'produit des effets de même nature que la transcription de l’acte de naissance étranger', produce effetti della stessa natura quali quelli che produrrebbero la trascrizione del certificato di nascita straniero.

È importante, tuttavia, che le modalità previste dalla legislazione nazionale garantiscano l'efficacia e la rapidità della loro attuazione, nel rispetto dell'interesse superiore del minore".

Questa seconda risposta è un capolavoro di abilità politica.

In un colpo solo, la Corte di Strasburgo stabilisce che non sia affatto necessario effettuare delle distinzioni in relazione al fatto che il bambino sia stato concepito o meno con i gameti della 'madre intenzionale' nell'intimare agli Stati membri di stabilire un legame di filiazione, con adozione o con qualsiasi altro mezzo, fondandosi unicamente sul fatto compiuto di una surrogata all’estero.

Questa posizione ambigua ostacola la realizzazione del divieto di qualsiasi surrogata e fornisce l'escamotage a qualsiasi coppia che ne abbia fruito: basta che la coppia si presententi davanti all'ufficio anagrafico di qualsiasi comune francese con in mano questo parere e lo mette di fronte al fatto compiuto.

Che succede a quel punto?

Semplice: la coppia diventa a tutti gli effetti padre e madre legali e legittimi sul certificato anagrafico di famiglia dei bimbi nati con la pratica dell'utero in affitto.

Non ci vuole un esperto di giurisprudenza internazionale per capirlo.

Lo spiega benissimo "Le Monde" nel riportare l'esultanza di vittoria da parte della famiglia Mennesson.

"Questo parere della CEDU riconosce che l'interesse superiore del minore deve essere applicato per primo e che il giudice deve assicurarsi che i mezzi per stabilire una doppia filiazione siano efficaci e rapidi", dichiara Dominique Mennesson.

"Nel caso della coppia Mennesson, la battaglia legale sarà ora quello di stabilire un'affiliazione materna, non con l'adozione - che sarebbe completamente grottesca per loro - ma attraverso il possesso di uno status che è stato loro riconosciuto [2018] dall'Alta Corte di Nantes, cioè essere a tutti gli affetti padre e madre", dichiara Patrice Spinosi, avvocato della coppia (si veda "GPA: la CEDH impose l’obligation de reconnaître une filiation avec la mère d’intention", di Solène Cordier, "Le Monde", 10 aprile 2019).

L'escamotage fornito dalla CEDU è quello di continuare a giocare su ricorsi giuridici sia a livello di stato membro che ricorrendo di nuovo alla CEDU.

Mi si permetta un'ultimo interrogativo (sempre retorico).

Premessa.

L'adozione rende a tutti gli effetti padre e madre legali la coppia che - risultata idonea, secondo le modalità stabilite da ogni stato membro dell'UE - giunga al termine di un lunghissimo iter burocratico di azione di un minore. Diventano padre e madre, indipendentemente dallo status biologico del legame genitoriale.

Mi spiegate - dunque - come si può chiudere gli occhi e sostenere che il ricorso ad altre vie, come l'adozione, possa essere equiparabile al ricorso alla pratica dell'utero in affitto?

Perchè questo sostiene la CEDU:

"Altre vie possono essere percorse per rispettare appieno il supremo interesse del minore, compresa l'adozione che, per quanto riguarda il riconoscimento di questo legame, 'produit des effets de même nature que la transcription de l’acte de naissance étranger', produce effetti della stessa natura quali quelli che produrrebbero la trascrizione del certificato di nascita straniero".

Allora ha pienamente ragione Nichi Vendola nello spottone sull'utero in affitto fornitogli da "La7" in due recenti interviste Tv, una a "Piazza Pulita" di Formigli e una a "L'Aria che tira" di Myrta Merlino.

In un articolo a firma dello stesso Formigli apparso su "Elle" in data 04 aprile 2019 dal titolo "Tobia figlio dell'amore", testuali parole:

"Raramente mi è capitato di ricevere reazioni più forti che dopo aver intervistato Nichi Vendola sulla sua paternità, giovedì scorso a Piazzapulita - scrive Formigli -.

Si era alla vigilia del Congresso internazionale sulla famiglia di Verona e Nichi, assente da molto tempo dalla scena politica, ha accettato il mio invito per raccontare la sua vicenda personale.

Sposato con Ed, è diventato padre attraverso la gestazione per altri: una donna ha donato l’ovulo da fecondare, un’altra ha tenuto il feto in grembo.

Così è nato Tobia, con due mamme (americane) e due papà, all’incrocio fra natura, tecnologia e desiderio".

"Vendola ha spiegato di aver accettato la gestazione per altri a patto che le due donne continuassero a vedere il bambino. Tobia, appena sarà un po’ cresciuto, conoscerà tutto di loro.

Ho chiesto a Nichi cosa pensasse dell’espressione 'utero in affitto', mi ha risposto che lui e suo marito non hanno affittato un utero ma costruito una relazione con due donne con le quali si scambiano foto, videochiamate e presto anche visite.

Che cosa pensa, ho insistito, del fatto che molti, anche nella sinistra laica alla quale lui appartiene, sono contrari alla gestazione per altri (Gpa) per il suo spirito mercantile, per il fatto di prevedere uno scambio di denaro?

La sua risposta è una domanda: 'Perché si parla dello scambio di soldi nelle Gpa e non nelle adozioni internazionali quando si acquistano bambini dalle famiglie dei Paesi più poveri?'.

La ragione per Nichi è semplice: perché nelle Gpa sono coinvolti quei gay che si vuole ancora discriminare".

Se fossi una associazione che si occupa di adozioni internazionali o una famiglia che dopo lunghe trafile burocratiche e spendendo di tasca propria decine di migliaia di euro giunge finalmente ad adottare un bambino, non avrei alcuna remora a denunciare Nichi Vendola per diffamazione.

Non è accettabile, no, paragonare l'utero in affitto con l'adozione internazionale: è un insulto, oltre che una volgare menzogna.

E' la stessa ratio utilizzata dalla CEDU.

Chiunque abbia anche una semplice infarinatura di che cosa sia una adozione (nazionale od internazionale, non sposta la questio), sa benissimo che trattasi - questa sì- di un atto d'amore e di un dono nei confronti di minori che non hanno i propri genitori.

Che c'azzecca l'utero in affitto con l'adozione?

C'azzecca, se si vuole a tutti i costi sdoganare la pratica dell'utero in affitto come una pratica tutto sommato accettabile.

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Posted in #Cristianofobìa

E l’Europa “consegna” Asia #Bibi ai fondamentalisti

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E l'Europa "consegna" Asia #Bibi ai fondamentalisti

di Davide Vairani

Corte dei Diritti Umani di Strasburgo: va bene utilizzare Gesù e Maria ad uso pubblicitario, mentre è vietato criticare Maometto.

E' quanto si può dedurre confrontando in particolare due sentenze della CEDU:

La prima sentenza.

La "Sekmadienis Ldt" è una azienda lituana che produce vestiti e che nel 2012 decide di lanciare una campagna pubblicitaria utilizzando la foto di un uomo e una donna con l'aureola.

Due giovani modelli: lei interpreta Maria, lui Gesù. I claim recitano: "Gesù, che pantaloni"; "Cara Maria, che vestito"; "Gesù e Maria, che cosa indossate".

A seguito di numerose proteste inviate all'Agenzia nazionale per la difesa dei diritti dei consumatori, la medesima -dopo aver consultato e segnalato il caso all'Agenzia di concessione della pubblicità e alla Conferenza episcopale lituana - ha concluso che le pubblicità non rispettavano la religione e quindi erano una violazione della morale pubblica e ha imposto all'azienda una multa di 580 euro.

L'azienda, dopo aver percorso senza successo tutti i gradi di giudizio in Lituania, si è rivolta alla Corte europea dei diritti umani che ora le ha dato ragione.

Secondo Strasburgo, la Lituania ha violato la libertà d'espressione dell'azienda.

Tra le motivazioni della sentenza, il fatto che la pubblicità non appare di per sè gratuitamente offensiva o profana, non incita all'odio su basi religiose, nè attacca in modo palese la religione cristiana.

Appare dunque impossibile, secondo la Corte, interpretare le immagini come lesive della pubblica morale anche perchè, si legge, le autorità nazionali non hanno fornito alcuna ragionevole motivazione a supporto dell'accusa, limitandosi a bollare come "inappropriato" e "superficiale" l'uso dell'iconografia cristiana fuori dal contesto religioso.

Lo stilista Robert Kalinkin dell'azienda lituana commentò la buona notizia postando su Instagram una delle foto 'incriminate' sulla quale campeggia a caratteri cubitali la scritta 'Solved' (risolto).

L'uomo, parlando all'emittente baltica Bns dichiarò: "Accogliamo la decisione favorevole, ma né allora né adesso voglio offendere o ridicolizzare le persone che credono a questa o quella religione".

La seconda sentenza è proprio di questi giorni e non può che fare riflettere, se pensiamo a quanto contestualmente sta accadendo in Pakistan ad Asia #Bibi.

La Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) ha stabilito che la critica di Maometto, il fondatore dell'Islam, costituisce un incitamento all'odio e pertanto la libertà di espressione non viene tutelata.

Con la sua decisione senza precedenti, la Corte di Strasburgo ha di fatto legittimato un codice in cui la blasfemia contro l'Islam è reato, allo scopo di "preservare la pace religiosa" in Europa.

Il caso riguarda Elisabeth Sabaditsch-Wolff, una donna austriaca che nel 2011 è stata dichiarata colpevole di aver "denigrato gli insegnamenti religiosi" dopo aver tenuto una serie di conferenze sui pericoli dell'Islam fondamentalista.

Il problemi legali della signora Sabaditsch-Wolff sono iniziati nel novembre 2009, quando la donna tenne un seminario in tre parti sull'Islam presso il Bildungsinstitut der Freiheitlichen Partei Österreichs, un istituto politico legato al Partito della libertà austriaco (FPÖ) – che oggi fa parte della coalizione governativa governo austriaca.

Un settimanale di sinistra, News, infiltrò un giornalista tra i presenti al seminario affinché registrasse furtivamente i contenuti.

In seguito, i legali della rivista consegnarono le trascrizioni alla procura di Vienna come prova dei discorsi di incitamento all'odio contro l'Islam, ai sensi dell'art. 283 del Codice penale austriaco (Strafgesetzbuch, StGB).

Le parole offensive consistevano in un commento estemporaneo espresso dalla signora Sabaditsch-Wolff sul fatto che Maometto era un pedofilo perché aveva sposato sua moglie Aisha quando lei aveva solo 6 o 7 anni.

Le reali parole pronunciate dalla signora viennese erano: "Un 56enne e una bambina di 6 anni? Come chiamarlo, se non un caso di pedofilia?"

In effetti, la maggior parte degli hadith (la raccolta di detti e fatti della vita di Maometto) confermano che Aisha era in età prepuberale quando Maometto la sposò, e aveva solo 9 anni quando il matrimonio fu consumato.

Le azioni di Maometto sarebbero oggi illegali in Austria, pertanto i commenti espressi dalla signora Sabaditsch-Wolff erano di fatto, se non politicamente, corretti.

Le accuse formali mosse contro Elisabeth Sabaditsch-Wolff furono archiviate nel settembre 2010 e il suo processo, presieduto da un giudice e senza giuria, ebbe inizio a novembre.

Il 15 febbraio 2011, la donna fu ritenuta colpevole di aver "denigrato gli insegnamenti religiosi di una religione legalmente riconosciuta", ai sensi dell'art. 188 del Codice penale austriaco.

Il giudice motivò razionalmente che il contatto sessuale avuto da Maometto con Aisha di 9 anni non poteva essere considerato un atto di pedofilia perché il suo matrimonio con Aisha durò fino alla morte del Profeta.

Secondo questa linea di pensiero, Maometto non aveva alcun desiderio esclusivo per le minorenni; era anche attratto donne più grandi perché Aisha aveva 18 anni quando Maometto morì.

Il giudice ordinò alla signora Sabaditsch-Wolff di pagare una multa di 480 euro o di scontare una pena alternativa di 60 giorni di reclusione. Inoltre, fu tenuta al pagamento delle spese processuali.

La donna impugnò la sentenza di condanna alla Corte di Appello di Vienna (Oberlandesgericht Wien), ma l'istanza fu rigettata il 20 dicembre 2011.

La richiesta di un nuovo processo fu respinta dalla Corte Suprema austriaca l'11 dicembre 2013.

Allora la signora si è rivolta alla Corte europea dei diritti umani.

Basandosi sull'art. 10 (libertà di espressione) della Convenzione, la signora Sabaditsch-Wolff si è lamentata del fatto che i tribunali austriaci non esaminarono la sostanza delle sue osservazioni tenuto conto del suo diritto alla libertà di espressione.

Se lo avessero fatto, ella ha arguito, non le avrebbero considerate come meri giudizi di valore, ma come giudizi di valore basati sui fatti.

Inoltre, le critiche da lei mosse all'Islam si inserivano nel contesto di una discussione obiettiva e vivace che contribuì a promuovere un dibattito pubblico e non avevano lo scopo di diffamare Maometto.

La signora Sabaditsch-Wolff ha anche aggiunto che i gruppi religiosi dovevano tollerare anche aspre critiche.

La Cedu ha stabilito che gli stati potrebbero limitare il diritto alla libertà di espressione sancito dall'art. 10 della Convenzione, se quanto espresso "è suscettibile di incitare all'intolleranza religiosa" e "rischia di turbare la pace religiosa nel loro paese".

Il Tribunale ha aggiunto:

"La Corte ha osservato che i tribunali nazionali hanno ampiamente spiegato il motivo per cui i commenti dell'attrice siano riusciti a destare una giustificata indignazione; in particolare, non erano stati espressi in maniera oggettiva, che contribuisse a promuovere un dibattito di interesse pubblico (ad esempio sui matrimoni precoci), ma potevano essere intesi solo come miranti a dimostrare che Maometto non fosse degno di devozione.

La Corte ha convenuto con i tribunali nazionali sul fatto che la signora S. doveva essere consapevole che le sue affermazioni fossero in parte basate su fatti non veritieri e suscettibili di destare indignazione negli altri.

I tribunali nazionali hanno rilevato che la signora S. aveva tacciato soggettivamente Maometto di pedofilia, come suo orientamento sessuale generale, e che non era riuscita a fornire informazioni in modo neutrale alla sua platea in merito al contesto storico, il che di conseguenza non ha consentito un serio dibattito su tale questione.

Pertanto, la Corte ha ritenuto che non vi fosse motivo di discostarsi da quanto sentenziato dai tribunali nazionali in merito alle affermazioni contestate come giudizi di valore considerati tali in base a un'analisi dettagliata dei commenti espressi".

"La Corte ha constatato infine che nel caso in esame i tribunali nazionali hanno bilanciato con attenzione il diritto dell'attrice alla libertà di espressione con il diritto degli altri di tutelare i sentimenti religiosi e mantenere la pace religiosa nella società austriaca.

"La Corte ha inoltre stabilito che anche in una vivace discussione era incompatibile con l'art. 10 della Convenzione porre affermazioni incriminanti nell'involucro di una espressione di opinioni altrimenti accettabili e affermare che questo rendeva accettabile quelle affermazioni che superavano i limiti ammissibili di libertà di espressione.

"Infine, poiché la signora S. è stata condannata a pagare un'ammenda moderata, che si collocava nella parte inferiore del novero delle pene previste dalla legge, la sanzione penale non poteva essere considerata sproporzionata.

"In queste circostanze, e tenuto conto del fatto che la signora S. ha fatto diverse affermazioni incriminanti, la Corte ha ritenuto che i tribunali austriaci non hanno superato l'ampio margine di discrezionalità nel caso in esame quando hanno ritenuto colpevole la signora S. di denigrare le dottrine religiose. Complessivamente, non c'è stata alcuna violazione dell'art. 10".

La sentenza stabilisce - in pratica - un pericoloso precedente giuridico che autorizza i paesi europei a ridurre il diritto alla libertà di espressione, se quanto espresso è considerato offensivo per i musulmani e costituisce quindi una minaccia per la pace religiosa.

Ha ragione Giulio Meotti quando su "Il Foglio" commenta:

"In pratica, i giudici di Strasburgo hanno incorporato le norme sulla 'blasfemia' in vigore nell’islam, la stessa accusa per cui Asia Bibi è in carcere e gli islamisti vorrebbero spedirla al patibolo (anche Asia era stata accusata da alcune donne di aver 'offeso Maometto'). La stessa Corte europea dei diritti dell’uomo aveva difeso l’uso dei simboli religiosi cristiani nelle pubblicità e aveva condannato la Lituania perché aveva multato un’azienda che si era servita di Gesù e Maria per vendere vestiti. In quella sentenza di Strasburgo si legge che la Corte ritiene che 'la libertà di espressione costituisce uno dei fondamenti essenziali di una società democratica'. Essa, inoltre, 'si estende a idee che scioccano, offendono o disturbano'".

Per la Corte dei diritti umani farsi beffe dei simboli cristiani è parte di una sana vita democratica, mentre i simboli dell’islam sono intoccabili.

Pare che vada bene così, dato che ad oggi non si registrano prese di posizione significative ne da parte dei maitre a penser  ne da parte delle istituzioni e nemmeno da parte di esponenti della Chiesa cattolica.

A confronto, la querelle della pubblicità dei jeans con l'immagine di Gesù e Maria appare una bagatella.

Eppure allora ci furono molte alzate di scudi.

Ricordo bene Umberto Folena su "Avvenire" e Monsignor D’ Ercole, ad esempio (si veda i link in fondo).

Mons. D'Ercole disse:

”E’ una sentenza pazzesca e non ho alcun timore di affermarlo. Penso che sia la sintesi di un senso di impazzimento collettivo e generale”.

Impazzimento?

”Certo. E, come affermavo, collettivo. Si è perso il senso del confine tra vero e falso, tra bene e male e quando non si crede più in questo, accadono cose simili. Siamo nel tempo del relativismo più estremo”. 

"Questa sentenza, molto bizzarra per essere buoni, è il trionfo del laicismo, che non è laicità. Sono due concetti molto diversi”.

Che cosa si può fare?

”Duole dirlo, ma molto poco. Magari pregare il Padreterno che faccia recuperare saggezza e buon senso”.

La sentenza riguardava l’uso delle immagini di Gesù e di Maria. Se avessero usato espressioni di altre fedi?

"Su Maometto mai nella vita sarebbe stato possibile e state certi, non si sarebbero azzardati ed ovviamente la Corte avrebbe deciso in senso contrario.

Quando invece ci sono di mezzo simboli e valori cristiani tutto è consentito, perchè si sa che non si rischia nulla, è nota la nostra mitezza associata alla tolleranza”.

Quale il rimedio?

”Saper difendere e proclamare con coraggio la identità cristiana, il suo valore e il suo senso”.

Capisco il politically correct, la prudenza e la geo-politica.

Ma a tutto c'è un limite.

Questa volta, non si può stare in silenzio e non gridare la verità.

Stride il fatto che con la mano destra ci si stracci le vesti per la sorte di Asia #Bibi e con la sinistra si faccia come lo struzzo che mette la testa sotto la sabbia per non vedere la realtà.

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