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Leggere e comprendere la #frase-choc dell’Avvocato

Leggere e comprendere la #frase-choc dell’Avvocato

di Gabriele Marconi

#LaCroce quotidiano, 01 marzo 2019

"Non è niente più che un semplice caso di penetrazione sessuale ordinaria cui il bambino non partecipa volontariamente né attivamente".

Hanno scosso molti le parole di Robert Richter QC, legale a capo della difesa del Cardinale Pell, all’udienza di mercoledì per la lettura del verdetto da parte della corte.

L’avvocato in serata si è scusato con tutte le vittime di abuso per la “terribile scelta di parole” impiegate per rispondere all’avviso del giudice, che a suo dire l’hanno tenuto sveglio la notte. In aula la risposta del giudice era stata un’immediata e severa reprimenda. "Dev’esserle chiaro che ora io mi sto sforzando di ricevere la sua richiesta. Considerando il suo argomento – e dunque?".

La “richiesta” del team difensivo cui faceva ricevimento il giudice Peter Kidd (in evidente automoderazione) era uno sconto della pena o, più propriamente, la non applicazione di “circostanze aggravanti” che porterebbe la pena al massimale previsto per i capi d’imputazione di cui la giura ha riconosciuto colpevole il cardinale.

Cinque, ognuno dei quali con una pena massima prevista di 10 anni, per un totale di 50 anni di carcerazione (ovvero ben oltre quanto rimane da vivere all’ex-Prefetto per la Segreteria dell’Economia vaticana).

"[Pell] aveva davvero in testa un qualche senso d’impunità" ha continuato il giudice. "In che altro modo poteva pensare di cavarsela? C’è stato un elemento di violenza qui… non sono neanche vicino ad un’incriminazione attenuata, nemmeno mi attraversa il pensiero".

Descrivendo la condotta di Pell come priva di pietà e di pudore, il giudice Kidd ha perciò liquidato la richiesta avanzata dai difensori del cardinale, sostanzialmente anticipando quanto sarà disposto nell’udienza del 13 marzo, quando la sentenza sarà letta con l’irrogazione della pena finora solo comminata.

Ma mentre il dibattito proseguiva nell’aula della Corte Distrettuale di Melbourne, fuori le parole di Richter avevano già raggiunto i dimostranti, per l’indignazione di quanti sostenevano la condanna di Pell e lo spaesamento di quanti auspicavano il proscioglimento, non riuscendo a comprendere a quale scopo il suo principale difensore si sia espresso in quei termini. Come quella anglofona, anche la stampa nostrana ha provveduto, non senza una qualche difficoltà linguistica, a mettere subito in risalto l’affermazione.

Ma, al contrario della gran parte degli organi d’informazione anglo-australiani o statunitensi, le testate italiche hanno per la gran parte descritto uno scenario decontestualizzato e surreale, in cui il penalista -ritenuto essere il difensore più tenace e brillante del foro australiano - avrebbe improvvisamente ammesso la colpa del proprio assistito.

Naturalmente non è avvenuto nulla del genere. Prima di definire così l’atto imputato (“plain vanilla sex penetration”, dove il riferimento al gusto vaniglia implica l’assenza di straordinarietà, cioè la convenzionalità), il legale aveva premesso: "La posizione del Cardinale è che egli è innocente. Io non sono nella posizione di affermare perché lui abbia commesso qualcosa che afferma di non aver commesso".

Ovvero, come sa chiunque abbia frequentato un tribunale, una premessa corrispondente alla formula “nella denegata e non creduta ipotesi in cui l’Ill.mo Giudice adito…”, l’equivalente giuridico di “ammesso e non concesso che…” nel momento in cui la corte propende per la colpevolezza dell’imputato che persevera nell’affermare la propria innocenza.

È strategia basilare di ogni impianto difensivo cercare un grado di gravità minore della condanna quand’essa appare inevitabile o quando si attende solo l’irrogazione della pena. Così, Richter ha cercato di sfidare i punti sui quali la pubblica accusa chiedeva le circostanze aggravanti, apparentemente la direzione della corte.

Il primo di essi riguardava proprio la violenza, intesa come la costrizione forzosa, brutale con cui si sarebbero consumati gli atti. Richter ha obiettato in quei termini perché, prendendo per buona la testimonianza della presunta vittima, non si ravvisa una violenza altra dall’atto in sé da quanto racconta testimonianza.

In secondo luogo, un fattore d’aggravio per l’accusa è la violazione del rapporto di fiducia che, secondo le vittime, è da imputarsi anch’esso a Pell come capo della Chiesa cui sono stati affidati. A questo elemento la difesa obiettava che l’allora arcivescovo non aveva alcun rapporto particolare, non conosceva le vittime e che non c’era perciò alcun fattore che ricadesse nella responsabilità personale dell’imputato.

Infine, sempre nell’ipotesi dell’accusa, la difesa ha contestato l’applicazione massimale delle pene rimarcando che nella testimonianza non c’è ombra di premeditazione e che, perciò, l’atto sarebbe stato eseguito dall’arcivescovo in preda ad un impulso irrefrenabile.

Le parole di Richter che tanto scandalo hanno provocato si collocano a livello della prima obiezione e contestano quella che è ritenuta una pena sproporzionata. E se pure possono sembrare prive di compassione verso chi abusi ne ha subiti per davvero (e tali sarebbero se fossero rivolte alle vittime), non va dimenticato che esse sono state pronunciate in un dibattimento tra la difesa e la corte, nell’ambito della determinazione del grado di dolo che la sentenza riconosce al crimine.

Come fatto notare dal prof. Jeremy Gans della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Melbourne, esperto e docente in Procedure Penali, appartiene alla dialettica processuale che le parti in causa facciano riferimento a diversi tipi di abusi per graduare la responsabilità penale degli imputati, sta poi alla corte – cui è in capo esattamente di determinare il grado del dolo – tracciare in corsa la limitazione di questa dialettica, come effettivamente è avvenuto.

"Nulla sarà qui ottenuto paragonando differenti forme di abuso sessuale su bambini. È certo che io debba pronunciare un giudizio circa la gravità complessiva del caso, ma c’è un limite a questo genere di comparazioni". La chiusura del giudice – che con altrettanta decisione ha rigettato l’idea dell’impulso irrefrenabile – sembra lasciare poco spazio ad un’applicazione minimale o comunque ribassata della pena. Né sono stati elargiti molti complimenti nel fare condurre il cardinal Pell in detenzione.

Ma anche qui c’è stata poca accuratezza sui media italiani. La libertà su cauzione di cui godeva non è stata revocata per disposizione della Corte, bensì perché Pell stesso ha richiesto ai suoi legali di ritirarla al termine dell’udienza, in attesa della sentenza del 13 marzo. È stato cioè per sua volontà che è stato portato all’Assessment Prison di Melbourne, in attesa che Kidd pronunci la sentenza di primo grado e riceva il ricorso in appello della difesa. I presenti riferiscono che in aula il Cardinale si è mosso senza scomporsi, facendo un breve cenno di saluto riverente verso il giudice, prima di dirigersi al furgono che l’ha scortato in carcere.

Le parole di Richter sono certamente state incaute in un processo le cui sorti sono così condizionate dall’opinione pubblica. Il legale ha la nomea di accompagnare ad uno smantellamento rigoroso e fin nei minimi dettagli degli argomenti della controparte, con interventi chirurgici e decisi, ad un’esposizione teatrale, variopinta dei propri. Quella che in effetti è una scelta espressiva quantomeno discutibile (in sé stessa sarebbe anche indifendibile) è in realtà parzialmente comprensibile nel contesto processuale, ma senza dubbio dimostra poca lungimiranza in senso strategico e si può probabilmente definire uno strafalcione.

Il comunicato di scuse diramato nella serata di mercoledì non manca comunque di far presente che il loro intento non era (e non poteva essere, a meno di un autoironico raptus di follia) di sminuire i drammi subiti dalle vittime di abuso, né minimizzare l’atto di abuso, bensì contestare la proporzionalità della pena comminata al suo assistito nei termini puramente ipotetici che la giuria ha decretato.

Sono parole che certamente hanno contrariato il giudice. Ma sovrastimarne l’impatto nel prosieguo dell’iter giudiziario sarebbe altrettanto errato che sottostimare quello sull’opinione pubblica. Poiché nel prossimo grado di giudizio non è dato che la sentenza venga affidata ad una giuria popolare, si apre la possibilità di un esito positivo per il cardinale.

Robert Richter ha annunciato che il ricorso in appello verrà supportato da tre argomenti: l’irragionevolezza, il divieto dell’utilizzo supporti video nell’arringa conclusiva e la composizione della giuria. Al Guardian AU hanno consultato il succitato prof. Gans e altri legali (anonimi) di alto profilo nello Stato di Victoria per capire la validità delle basi del ricorso.

Il giudizio emerso è che, sebbene gli ultimi due argomenti siano estremamente aleatori, quello dell’irragionevolezza del verdetto può ribaltare la condanna in primo grado. Per il prof. Gans:

"La pubblica accusa sarebbe del tutto preparata ad un appello basato sull’evenienza. Non è una base rara su cui costruire la vittoria. È il colpo migliore della difesa e porta con sé un vantaggio tale per cui, se vincono, quasi certamente non ci saranno altri processi. Nel momento in cui una corte stabilisce che il verdetto di colpevolezza è irragionevole, ciò implica che ritengono che nemmeno nel successivo processo il verdetto debba essere 'colpevole'. Quasi certamente lo proscioglierebbero. In sostanza su questa base d’appello, la corte decide se la giuria abbia avuto ragione".

Di più basso tenore l’argomento della simulazione video negata. Richter pensava che il video avrebbe reso evidente quanto impossibile sarebbe stato per Pell rimanere da solo dopo la messa abbastanza a lungo da commettere l’abuso. Il giudice non l’aveva consentito in quanto i giurati avrebbero potuto vederlo come l’introduzione di una nuova prova, e l’introduzione di nuove prove non è permessa nelle arringhe finali. Nella maggior parte dei casi il giudice se ne disinteresserebbe dicendo "Mostri il suo stupido video”. Ma la legge della Victoria non è chiara sull’utilizzo di supporti visivi durante la l’arringa finale, in definitiva è materia discrezionale del giudice, il quale ha consentito a Richter di usare una dimostrazione in PowerPoint, ma non l’animazione video. Anche nell’eventualità che la corte d’appello ritenga che il giudice avesse dovuto consentirne la proiezione, sarebbe incredibilmente difficile ordinare il rovesciamento della condanna su questa base.

Dimostrare pregiudizi sui giurati è forse anche più difficile. A meno che non sia possibile verificare situazioni come l’amicizia o la parentela del giurato con una vittima d’abuso, o che esso stesso ne sia stato vittima, o ancora una posizione pubblica di anticlericalismo e anticattolicesimo militante, mettere in discussione la composizione della giuria è una strategia dagli esiti imprevedibili. Non è perciò improbabile che il secondo e il terzo argomento addotto siano corollari alla tesi principale.

Secondo gli esperti consultati, l’affermazione intemperante di Richter che ha dato scandalo non compromette il suo ruolo a capo della difesa. Anzi, è proprio su approcci di questo tipo che Richter avrebbe costruito la sua carriera di successi, ma la sua poca esperienza in ambito di abusi sessuali non gli avrebbe fatto percepire immediatamente il rischio nel traslare tal quale la sua strategia regolare in un contesto dove verso le vittime si applica una diversa misura. Il ricorso in appello è in genere valutato in udienza da una corte di tre giudici.

Se il ricorso viene accolto e la condanna archiviata, la corte può disporre un nuovo procedimento, oppure direttamente prosciogliere l’accusato. La valutazione può richiedere dagli 8 ai 10 mesi, ma in casi di rilievo come quello di Pell (e in funzione dell’età e della salute dei testimoni) può risolversi anche in breve tempo. La decisione di archiviare la condanna richiede una maggioranza di 2 dei 3 giudici.

Secondo l’opinione di Gans ci sono diversi fattori che porterebbero probabilmente al successo in appello della difesa, tra tutti il fatto che il solo testimone chiave dell’accusa (nonché denunciante) sia una delle due presunte vittime e l’altra prima di morire abbia negato di aver subito un’aggressione sessuale. Il che tuttavia non pregiudica la liceità del pronunciamento della giuria, la cui maggioranza unanime sulla carta aveva ogni diritto di ritenere credibile anche quel solo testimone chiave. "Nessun giudice deciderebbe di non consentire il ricorso in appello in un processo con una posta così alta. La base del ricorso per irragionevolezza è solida".

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#PELL VERDICT: WHY I DON’T ACCEPT IT

#PELL VERDICT: WHY I DON'T ACCEPT IT

di Andrew Bolt, "Herald Sun", 26 febbraio 2019

Il cardinale George Pell è stato falsamente condannato per aver abusato sessualmente di due adolescenti.

Questa è la mia opinione, basata sulle evidenze schiaccianti.

E la mia opinione si basa anche su quante volte Pell è stato accusato di crimini e peccati che non ha chiaramente mai commesso.

Ma alla fine un po’ del carico di fango gettato contro di lui gli è rimasto addosso.

A questo si aggiunge che Pell, il cattolico più in vista d'Australia, è stato costretto a pagare per i peccati della sua chiesa e una campagna mediatica di denigrazione.

È un capro espiatorio, non un abusatore di bambini. Secondo me.

Precisazione: ho incontrato Pell forse cinque volte nella mia vita e lo apprezzo. Non sono Cattolico né Cristiano.

Ma ecco perché non posso credere a questo verdetto, che ha chiaramente scioccato i giornalisti quando è stato annunciato per la prima volta (ma soppresso) l'anno scorso, e che Pell sta appellando perché ingiusto.

Ci dicono di credere che Pell a metà degli anni '90 abbia trovato due ragazzi del coro nella sagrestia della Cattedrale di San Patrizio mentre bevevano il vino dell’altare subito dopo una Messa alla quale Pell aveva officiato.

Ci dicono di credere che Pell abbia costretto un ragazzo a fare sesso orale con lui mentre tratteneva l'altro, e poi abbia molestato entrambi.

Ed ecco perché non credo a questa storia gotica - o non abbastanza da pensare che questa condanna sia ragionevole.

Uno dei ragazzi, ora morto, ha negato di essere stato abusato.
L'altro, la cui identità e testimonianza rimangono segrete, non ne ha parlato per molti anni.
L'abuso sarebbe successo subito dopo la messa, quando è noto che Pell ha l'abitudine di parlare ai fedeli che lasciano la chiesa.
Presumibilmente accadeva nella sagrestia, normalmente un ambiente molto trafficato, dove Pell sapeva che le persone sarebbero certamente potute entrare.
I ragazzi erano presumibilmente scappati via dalla processione dopo la messa per irrompere in sacrestia, ma nessuno degli altri coristi che ha testimoniato ha detto di averli notati mentre lo facevano, né li ha notati ricongiungersi successivamente al coro.
Pell era normalmente seguito dappertutto durante e dopo la messa dal maestro del cerimoniale, monsignor Charles Portelli, che ha testimoniato di aver scortato l'allora Arcivescovo dal momento in cui arrivò alla Cattedrale fino al momento in cui se ne andò. Ha definito l'abuso impossibile.
Non un singolo testimone di quella che era una Cattedrale affollata al momento del presunto abuso ha notato qualsiasi cosa durante i 10 minuti stimati di questo presunto abuso.
Non esiste alcuna storia o esempio di abusi simili da parte di Pell, a differenza dei veri pedofili della chiesa come Gerard Ridsdale, che ha violentato o aggredito almeno 65 bambini. Pell aveva 55 anni al momento del presunto abuso.

Non meraviglia che una prima Giuria non sia riuscita a condannare Pell. Non sono in grado di dire quanto sia stata molto vicina ad assolverlo prima di liquidare la faccenda perché arrivata a un punto morto. Oltre a ciò, l'uomo che conosco sembra non solo incapace di tali abusi, ma così intelligente e cauto da non poter mettere mai a rischio la sua brillante carriera e il suo buon nome in un assalto così folle in un luogo così pubblico. Ci saranno molte persone che risponderebbero con rabbia che bisogna sempre credere alle vittime, o almeno credere a questa.

Perché qualcuno dovrebbe fare una falsa accusa? Ma Pell è stato accusato molto spesso di gravi offese da parte di persone che si stavano chiaramente sbagliando. Forse ricordavano male. Forse miravano al tizio sbagliato. O forse cercavano qualcuno che pagasse per un trauma passato, e hanno scelto l'uomo che i media hanno diffamato da quando è emerso come il difensore più controverso e conservatore della Chiesa in questo Paese.

Queste accuse false o chiaramente inconsistenti includono diverse accuse cadute durante il processo di convalida, dopo essere state dimostrate infondate o troppo deboli per poter essere assegnate a qualsiasi giuria.

Ad esempio, è stato accusato di aver abusato di qualcuno durante una proiezione a Ballarat di Incontri ravvicinati del terzo tipo nel 1978 - sei mesi prima che il film arrivasse effettivamente in città.

Altre accuse per cui Pell avrebbe infastidito ragazzi in una piscina negli anni '70 mentre faceva saltare bambini dalle sue spalle. I pubblici ministeri oggi hanno abbandonato il caso - separandolo da quello per cui Pell è stato ora dichiarato colpevole - perché senza speranza di procedere.

La denuncia di un testimone alla Commissione Reale sugli Abusi sessuali su Minori, il quale avrebbe bussato alla porta del presbiterio di Pell a Ballarat quarant'anni fa per avvertirlo di un prete pedofilo. Pell viveva a miglia di distanza all’epoca, e quasi certamente lavorava nel suo ufficio del college a quell'ora del giorno.

Un'altra affermazione di un testimone che aveva avvisato Pell circa un prete molestatore a Ballart. Il passaporto di Pell dimostrò che viveva e studiava in Europa quell'anno.

Un reclamo di David Ridsdale, in seguito molestatore egli stesso, per cui Pell aveva cercato di corromperlo per impedirgli di dire alla polizia che era stato abusato da suo zio, il famigerato sacerdote pedofilo Gerald Ridsdale. L'ABC ha sostenuto questa affermazione, ma il consulente della Commissione Reale ha affermato che le prove non lo dimostravano.

Pell è sopravvissuto a così tante accuse false.

Ora è caduto per una delle più improbabili tra tutte.

Secondo me, questo è il nostro ‘caso OJ Simpson’, ma al contrario.

Un uomo è stato riconosciuto colpevole non sui fatti, ma sul pregiudizio.

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Pell condannato in primo grado, una brutta storia che va però ripercorsa

Pell condannato in primo grado, una brutta storia che va però ripercorsa

di Gabriele Marconi

#LaCroce quotidiano, 27 febbraio 2019

Un iter giudiziario lungo e tortuoso, quello che ha portato alla condanna per il cardinale australiano George Pell.
Lo ricostruiamo qui soprattutto a partire dal resoconto del gesuita Frank Brennan su The Australian, che ha seguito il caso per buona parte in presa diretta.
Ne emerge un quadro dettagliato.

L a notizia della condanna del cardinale George Pell non era certo inattesa, anticipata da più di due mesi di indiscrezioni semi-ufficiali, con un “suppression order” (un divieto di divulgazione) pendente sul processo sui casi degli anni ‘90, a tutela dei coinvolti di un secondo processo, come spesso avviene in casi del genere, in una seconda serie di accuse risalenti a quando Pell era sacerdote a Ballarat negli anni ’70.

Il 25 febbraio è stata rimossa l’ordinanza del giudice Peter Kidd, così sono emerse anche le prime certezze relative al processo contro il ministro delle finanze vaticane “in congedo”, ruolo che è comunemente noto come “il numero 3” della Santa Sede, dal già arcivescovo di Sidney e Melbourne ricoperto dal 2014 fino al 2017.
A giugno di quell’anno, di comune accordo con Papa Francesco, Pell decise di lasciare il Vaticano per la natia Australia.Lì voleva difendersi di fronte alle autorità giudiziarie nel processo denominato «cathedral trial», confidando di uscirne incolpevole. Una speranza razionalmente fondata e sorprendentemente disattesa.

L’informazione ha giocato un ruolo deleterio nel manipolare i fatti riguardanti il caso. All’indomani della sentenza segretata, il 12 dicembre 2018, diversi media internazionali hanno violato l’ordine del giudice, per gettarsi in una competizione disinformativa (inevitabile, vista l’assenza dei loro giornalisti in aula) innescata dall’irresistibile notizia del prelato di più alto grado di sempre giudicato colpevole di abusi: tra loro la CNN, il Washington Post, il Daily Beast, vari media australiani locali e naturalmente diverse testate o blog di area cattolica.

La violazione ha avuto come conseguenza l’avviso a più di 100 giornalisti da parte del Pubblico Ministero della Victoria che minacciava un procedimento ai loro danni con pene fino alla carcerazione, per la cancellazione di gran parte degli articoli pubblicati a dicembre. Le lettere oltre che dal PM sono state emesse anche dal giudice Kidd, che ha definito l’onda mediatica come un tentativo di influenzare la sentenza del futuro processo sulla seconda serie di accuse.
La copertina dello Herald Sun, il tabloid di Melbourne, ha simboleggiato perfettamente il clima che si respirava.«Il mondo sta leggendo di una storia davvero importante, una storia rilevante per i Victorian. Al The Herald Sun è stato impedito di pubblicare di pubblicare dettagli riguardo questa notizia significativa. Ma, fidatevi di noi, è una storia che i Victorian meritano di leggere».
Tra gli otto giornalisti e reporter giudiziari presenti ai processi che non hanno violato l’ordine c’erano invece Melissa Davey e Emma Younger, delle divisioni australiane del Guardian e di ABC News. Entrambe hanno prodotto dei pezzi sostanziosi e spesso tendenti all’emotivo da cui si può ricavare una versione verosimilmente in buona parte aderente agli atti giudiziari, seppur filtrati da una prospettiva tesa a dar più spazio all’accusa e a marginalizzare gli elementi corroboranti l’impianto difensivo.

Il resoconto meglio circostanziato del dibattimento ci viene invece offerto da un articolo di padre Frank Brennan SJ su The Australian: il gesuita, eminente giurista e attivista per i diritti umani nell’isola, ha seguito il procedimento per la gran parte del suo svolgimento.

Incrociando i report, si offre qui un resoconto selezionato per delineare il quadro più esaustivo.

Il «Processo della Cattedrale» Pell è stato accusato e condannato per quattro capi d’accusa di atti osceni su un minore di età inferiore a 16 anni e per l’accusa di penetrazione sessuale sempre ai danni di un minori di 16 anni. L’accusa è stata condotta dal Pubblico Ministero Mark Gibson, secondo la quale i fatti si sarebbero verificati da dicembre 1996 all’inizio del 1997, nel giro di pochi mesi dalla nomina di Pell ad Arcivescovo di Melbourne (avvenuta a luglio), dopo la celebrazione delle messe solenni nella Cattedrale di San Patrick.
Vista la rilevanza del caso, ha presieduto la corte il giudice Peter Kidd, un magistrato sia a Capo della Corte dello Stato della Victoria, che membro della Corte Suprema d’Australia. L’iter si è svolto in due fasi, ovvero due processi distinti, ad Agosto e Novembre 2018. Il secondo processo è stato aperto a seguito dell’incapacità della giuria di 12 giurati di pervenire ad un verdetto unanime o forte di una maggioranza 11 a 1, dopo le 5 settimane del primo processo.
I 12 giurati e gli altri 2 di riserva (previsti per assicurare la presenza dei 12 durante tutto il periodo prolungato) sono stati inizialmente selezionati da un campione di 250. Il giudice Kidd aveva tra le proprie priorità la selezione di giurati che non avessero pregiudizi a favore o contrari rispetto alla Chiesa Cattolica, in un momento critico come quello attuale per l’opinione pubblica australiana. La difesa è stata affidata al legale Robert Richter, che gode del titolo di QC.

I processi contro il cardinale Pell erano accessibili al pubblico, posto che si sapesse in quale aula della Corte Distrettuale di Melbourne recarsi. Il pubblico ha potuto assistere a tutte le testimonianze e gli elementi presentati in forma integrale come prove dall’accusa, salvo la testimonianza di una delle due presunte vittime, che è pervenuta al pubblico solo tramite le citazioni dei rappresentanti dalle parti in causa o nella presentazione del capo d’imputazione del giudice alla giuria. La testimonianza della vittima è stata ricevuta a porte chiuse nel primo processo, presentata in registrazione come prova al secondo e l’identità del testimone è rimasta riservata: l’intero impianto accusatorio è basato su questa testimonianza. L’altra presunta vittima, deceduta nel 2014, non ha mai parlato dell’evento con nessuno e ha negato di essere stato oggetto di abusi quando la madre gliel’ha domandato anni dopo (sebbene alla giuria sia stato detto che è defunto in “circostanze accidentali”, la causa è stata un’overdose di eroina). Gli altri testimoni, tra cui più d’una dozzina di uomini che da bambini sono stati cantori nel coro della Cattedrale, sono stati chiamati allo scopo di avvalorare o smentire la testimonianza del denunciante.

La testimonianza chiave è stata ascoltata dalla giuria per due giornate e mezzo d’udienza in videocollegamento, per un giorno il rappresentante della difesa Robert Richter ha potuto controinterrogarlo (Richter ha la nomea d’essere uno dei legali più abili nel controinterrogatorio in Australia).
Al contrario, Pell non ha voluto presentare nessuna controprova, ma solo una registrazione di 45 minuti del suo interrogatorio con il Sergente Ispettore della Polizia dello stato della Victoria Christopher Reed, avvenuto all’Hilton Hotel dell’aeroporto Da Vinci di Roma nell’ottobre 2016. In quell’occasione il cardinale ascoltava attentamente le domande dell’ufficiale, screditandole una per una come «un carico di assoluta e vergognosa immondizia», «prodotto della fantasia», «falsità totali, follia», dicendosi sicuro che «con un poco di fortuna, saprò dimostrarne la controfattualità punto per punto» e prendendo nota per cominciare a preparare la propria difesa.

Pell non è perciò andato al banco dei testimoni in nessun momento dei due processi, con la difesa che si proponeva di confutare la tesi dell’accusa evidenziandone la debolezza intrinseca. L’abuso secondo la testimonianza

Il testimone racconta di due episodi che lo vedono vittima di Pell, cui riferiscono i 5 capi d’imputazione.
Il primo sarebbe accaduto verso mezzogiorno, al termine di una Messa Solenne - rintracciata nella memoria come svoltasi nella seconda metà del 1996 – quando lui ed un altro cantore del coro della Cattedrale di San Patrick, entrambi 13enni, si allontanano dalla processione d’uscita dalla navata, in vena di marachelle, per rientrare in cattedrale dall’ingresso sud ed attraversando i corridoi arrivano nelle sacrestie. Lì trovano una credenza aperta contenente vino per la consacrazione e ne bevono alcuni sorsi a testa, gratificati della propria trasgressione. Li sorprende l’arcivescovo Pell, in paramenti liturgici e solo. Sulla soglia chiede loro «Che state facendo qui? Oh… siete nei guai!» ed, entrando infila le mani sotto gli abiti, estrae il membro e afferra per il capo l’altro ragazzino.
Il testimone implora «Ci può lasciar andare? Non abbiamo fatto nulla», ma l’arcivescovo lo mette da parte e continua premendo il viso del ragazzino contro i propri genitali. La violenza prosegue per un minuto o due, mentre il primo ragazzino rimane attonito ad una distanza di non più di due metri. Dopodiché Pell si volge a lui, il testimone, costringendolo a subire una penetrazione orale e a svestirsi dei pantaloni, per tastargli i genitali. Terminato l’abuso, il testimone si riveste e i due ragazzini escono dalla sacrestia e si dirigono verso gli spogliatoi del coro e riconsegnano le tonache [secondo la Davey del Guardian, avrebbero tentato di ricongiungersi alla processione].

Più breve il secondo episodio, a distanza di qualche mese.
Sempre al termine di una Messa Solenne, l’arcivescovo avrebbe assalito il testimone nei corridoi della cattedrale, spingendolo contro il muro e tastandogli nuovamente i genitali senza proferir parola. L’atto si sarebbe consumato in pochi secondi. Il peso dell’evidenza, tra impossibile ed improbabile Accusa e difesa concordano che la prima Messa Solenne celebrata dall’Arcivescovo nella Cattedra di San Patrizio è quella del 15 dicembre. Ciò sulla base della documentazione diaristica che offre un ministrante prestante servizio in cattedrale, che dal 1973 ha annotato ogni celebrazione cui ha partecipato in San Patrick.
Nell’anno 1996 il suo diario documenta che Pell ha celebrato le Messe Solenni di mezzogiorno a partire dal 15 dicembre, avendo come unica altra data il 22 dello stesso mese. Secondo l’accusa è perciò una di queste due date quella in cui sarebbe avvenuto il primo abuso. Secondo la testimonianza, nel primo episodio Pell avrebbe praticato sia l’atto osceno che la penetrazione orale ancora vestito, in parte, del paramento liturgico, in specie facendo riferimento all’alba (il camice). In particolare, Pell avrebbe armeggiato sotto il paramento nel levarsi «i pantaloni o la cintura», recita la trascrizione; a quel punto avrebbe estratto il membro.

Chiunque abbia una minima familiarità con gli abiti sacri si rende conto che questa descrizione è inattendibile: l’alba non può essere divisa, né sbottonata o aperta, le sole aperture sono in corrispondenza delle tasche laterali dei pantaloni. La difesa ha evidenziato l’incongruenza, facendo portare anche il camice nella corte ed esibendo l’impossibilità geometrica.
L’accusa ha allora corretto la testimonianza, sostenendo che il camice fosse stato spostato da parte. Anche quest’operazione è piuttosto ardua da praticare e, di nuovo, impossibile nel momento in cui il cingolo lega il paramento come prevede il vestiario liturgico. Il cingolo gioca un ruolo anche più stringente della conformazione del camice, in quanto è impossibile il prodursi di un’erezione finché esso è legato intorno alla vita.
Dalla testimonianza però è chiaro che la cintura cui il testimone si riferisce è quella dei pantaloni, non si può confonderla con il classico cordone (né l’accusa ha provato a re-interpretarla). Anche gli altri testimoni clericali o prestanti servizio di lungo corso hanno potuto assicurare che non c’è possibilità per un’erezione efficace all’atto sessuale nella situazione in cui l’allora arcivescovo si trovava, secondo l’accusa, non ancora svestito.
La sacrestia della Cattedrale durante gli atti sarebbe rimasta con la porta aperta. Secondo la ricostruzione sarebbe stato possibile vedere quegli atti consumarsi dai corridoi entro i 10 minuti successivi alla Messa Solenne nel luogo di culto cattolico più importante e frequentato dell’Australia. In più quella non era la sacrestia episcopale, che in quel periodo era in restauro secondo la testimonianza di mons. Charles Portelli, Cerimoniere della cattedrale all’epoca, bensì la sacrestia presbiterale, ove tutti i concelebranti, i diaconi, i ministranti e i sacerdoti che in cattedrale svolgevano altre funzioni si preparavano e si ritiravano prima e dopo le celebrazioni. Per non parlare del sacrista (Max Potter, in quel periodo), che secondo il protocollo doveva sempre essere presente prima che le sacrestie venissero usate, assicurandosi di chiudere gli armadi con le specie e le stanze stesse. Infine, anche trai laici c’è l’uso di frequentare le sacrestie per scambiare parole coi presbiteri. Il tutto in pieno periodo d’Avvento, uno dei tempi più impegnativi per i preparativi liturgici.
Le sacrestie sono state definite da varie testimonianze «un alveare di attività». Un rischio ancora più elevato è quello di assalire un fanciullo direttamente nei corridoi, com’è riportato per il secondo episodio. Eppure secondo l’accusa un rischio così alto (pressoché una certezza) di essere colto in fragranza non avrebbe fermato Pell. Anzi, secondo l’accusa la conferma di mons. Portelli che Pell in quel periodo facesse uso della sacrestia presbiterale sarebbe un elemento di rinforzo alla propria tesi: nell’arringa conclusiva verso la giuria Gibson ha pregato di tener conto di come il testimone abbia descritto parte dell’apparato decorativo ligneo (“i pannelli di legno”) e dove venivano conservate le specie per la consacrazione.

Se l’evidenza non si riscontra nell’abuso per come raccontato, anche il contesto fa sorgere numerosi dubbi.

Il primo riguarda l’effettiva presenza di due cantori che lasciano la processione finale della celebrazione senza che nessuno se ne avveda o li riprenda, né i responsabili del coro né chiunque altro di servizio nella cattedrale.
La processione è un momento con una certa visibilità nella chiesa e in San Patrick essa veniva curata con particolare ordine: i cantori si disponevano in fila per due, la sparizione di una coppia sarebbe stata difficile da giustificare. Secondo quelli che all’epoca erano piccoli cantori, si coglievano facilmente le occasioni di far scompiglio come per ogni studente (alcuni sostengono che, da un certo momento in avanti, era un po’ “tana libera tutti”), mentre gli adulti di allora ricordano un approccio ben disciplinato dalla fine della celebrazione fino all’ingresso negli spogliatoi.
Secondo l’opinione di Peter Finnigan, choir marshal e supervisore per i ragazzi, lui si sarebbe accorto se due cantori avessero lasciato la processione. Dietro domanda dell’accusa, Finnigan ha ammesso che, nel caso (che reputa improbabile) ci fossero riusciti senza farsi vedere, difficilmente se ne sarebbe potuto accorgere prima di rientrare negli spogliatoi, non tenendo l’appello. Ma più che l’improbabile fuga di due cantori, difficile è immaginare che l’arcivescovo lasci la processione al termine della Messa Solenne senza offrire una motivazione seria al suo Cerimoniere o a nessun altro.
La ricostruzione prevede infatti che Pell si sia allontanato a sua volta, solo, per recarsi nelle sacrestie. Ma la testimonianza di mons. Portelli, dall’accusa ritenuta credibile sull’impiego della sacrestia presbiterale da parte dell’arcivescovo, esclude che l’arcivescovo si dirigesse nelle sacrestie senza di lui, il suo Cerimoniere che gli forniva l’assistenza necessaria allo svestirsi dei paramenti (Portelli era descritto come “l’ombra” o “la guardia del corpo di Pell” in quegli anni). Il Cerimoniere non ricorda di aver trovato mai Pell solo in sacrestia e che, nelle rare occasioni in cui si doveva occupare di controllare le omelie per la messa vespertina, della svestizione si occupa il sacrista Potter.

La testimonianza di Portelli è particolarmente dettagliata, egli dichiara di ricordarsi il periodo bene perché le prime Messe Solenni celebrate da Pell servivano all’arcivescovo anche per rimuovere le imperfezioni (“iron out the bugs in the system”) che poteva incontrare nella nuova ritualità episcopale. Uno degli elementi più chiari nella testimonianza è l’abitudine di Pell di fermarsi al termine della processione conclusiva sul sagrato della cattedrale e salutare i fedeli, abitudine che è stata confermata da tutte le testimonianze. L’accusa ha speculato che l’arcivescovo potesse non aver ancora cominciato nel suo primo periodo di ministero a Melbourne, ma non ha offerto elementi in tal senso.

Il verdetto sorprendente Richter ha perciò affermato, nella sua arringa conclusiva alla giuria, non solo che l’unico elemento a supporto dell’accusa è la testimonianza del denunciante, non solo che l’accusa non è riuscita a dimostrare che i fatti sono avvenuti, ma nemmeno che sono potuti accadere: «Vi hanno raccontato storie così piene di inconsistenze artefatte e di modifiche, che non ci appendereste un pollo allo spiedo, figuriamoci il destino di un uomo».

Dichiarando la tesi dell’accusa “la teoria dell’uomo folle”, echeggiava la sua arringa iniziale «La questione principale è che ciò è impossibile nella pratica. […] Nulla avrebbe impedito ad uno dei ragazzi di fuggire gridando mentre l’altro veniva abusato. Come poteva sapere Pell che ciò non sarebbe avvenuto? Come poteva sapere che uno non sarebbe scappato dando gli allarmi, correndo via dalla stanza in lacrime?».

Insediato da poco, se fosse stato un pedofilo Pell avrebbe davvero rischiato in una circostanza del genere, piuttosto che convocare i due ragazzini in un ufficio? Dopo le arringhe il giudice Kidd ha avvisato i giurati: «Questo processo non riguarda la Chiesa Cattolica. Pell non è qui per risponde delle colpe di altri chierici, ma delle proprie, per appurare se abbia commesso atti abominevoli. Questa non può essere l’occasione di trovare un capo espiatorio per le colpe della Chiesa Cattolica. Dovete sempre tenere a mente che la difesa non deve provare nulla. È in capo al pubblico ministero l’onere di provare ognuna delle accuse, dal principio alla fine. Potreste credere a tutti, ad alcuni o nessuno degli elementi presentati dai testimoni. Non cercate indizi da me, non ve ne darò alcuno, questo ve lo posso assicurare. Il mio compito non è esprimere in un senso o nell’altro sulla colpevolezza dell’accusato».

Il giudice ha così lasciato intendere che non avrebbe in nessun modo interferito col verdetto della giuria. Lo Stato della Victoria è il solo in Australia in cui un simile caso viene affidato ad un collegio giudicante di cittadini anziché ad un singolo magistrato.

Alla pronuncia della parola “colpevole” il team difensivo di Pell è descritto come allibito, si è così affrettato a chiedere una dilazione dell’applicazione per poter permettere al Cardinale di sottoporsi ad un intervento al ginocchio.

Come prosegue la vicenda?

La condanna espressa nel verdetto è di primo grado, oggi 27 febbraio si attende la lettura della sentenza del giudice in udienza, poi sarà il ricorso in appello, già annunciato dai suoi legali. Ma lo scenario non è benevolo.

I rilievi avanzati dalla difesa sembravano mettere l’accusa in una situazione di totale discredito, eppure dopo 3 giorni di delibera la giuria ha raggiunto l’unanimità contro l’accusato.

Né il giudice si è azzardato a rovesciare il verdetto come pure sarebbe nei suoi poteri in casi eccezionali.

Il giudice potrà dunque anche decidere che non ci sono le basi per il ricorso in appello?

Se la condanna si dimostrasse definitiva, ci troveremmo di fronte ad una sentenza pronunciata senza alcuna evidenza, anzi contro pesanti margini pregiudiziali, secondo cui i fatti come esposti sono se non impossibili, radicalmente improbabili, a danno di un membro del Collegio Cardinalizio.

La Santa Sede ha comunicato ieri attraverso il direttore della Sala Stampa di aver «confermato le misure cautelari già disposte nei confronti del Cardinale George Pell […]. Ossia che, in attesa dell’accertamento definitivo dei fatti, al Cardinale Pell sia proibito in via cautelativa l’esercizio pubblico del ministero e, come di norma, il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».

Nella nota si «prende atto» della condanna in primo grado nei confronti del cardinale, «una notizia dolorosa» che «ha scioccato moltissime persone, non solo in Australia».

La Santa Sede ribadisce perciò «il massimo rispetto per le autorità giudiziarie australiane». E proprio «in nome di questo rispetto», ha sottolineato Gisotti, «attendiamo ora l’esito del processo d’appello, ricordando che il cardinale Pell ha ribadito la sua innocenza e ha il diritto di difendersi fino all’ultimo grado». Al «massimo rispetto per le autorità giudiziarie australiane» espresso dalla Santa Sede, arduo è dar seguito con altrettanta fiducia verso le medesime autorità.

Per ora ci rimane il dubbio se al Cardinal Pell, che ha deciso di sua volontà e di concordato col Santo Padre di sottoporsi al processo civile, sarebbe servito presentare la propria testimonianza, anziché improntare tutta la difesa sulla confutazione dell’accusa dall’interno, cioè evidenziandone le fragilità.

Sarebbe di certo ingenuo ricondurre la sconfitta di Pell alla sua troppa sicurezza, alimenterebbe quello stereotipo dell’eccessivo decisionista, quasi autarchico che piace al gossip vaticanistico, ma non rende giustizia alla sua figura (né Pell era da solo, avendo assunto una squadra di legali delle migliori in circolazioni nella sua patria): l’accusa dipinge effettivamente, prima che un pedofilo, un folle od un idiota.

Un uomo dell’intelligenza di Pell può rispondere a questa descrizione?

Se l’avviso del giudice Kidd contro il “capro espiatorio” fosse di circostanza o meno, forse potremo capirne di più nei prossimi giorni.

Difficile, però, non notare la congiuntura tra la caduta del “suppression order” e la conclusione del summit sugli abusi.

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Protesi per afferrare Cristo: Quaresima 2019

Protesi per afferrare Cristo: Quaresima 2019

"L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio" (Rm 8, 19)

Cari fratelli e sorelle,

ogni anno, mediante la Madre Chiesa, Dio «dona ai suoi fedeli di prepararsi con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua, perché […] attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo» (Prefazio di Quaresima 1).

In questo modo possiamo camminare, di Pasqua in Pasqua, verso il compimento di quella salvezza che già abbiamo ricevuto grazie al mistero pasquale di Cristo: «nella speranza infatti siamo stati salvati» (Rm 8,24).

Questo mistero di salvezza, già operante in noi durante la vita terrena, è un processo dinamico che include anche la storia e tutto il creato.

San Paolo arriva a dire: «L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19).

In tale prospettiva vorrei offrire qualche spunto di riflessione, che accompagni il nostro cammino di conversione nella prossima Quaresima.

1. La redenzione del creato

La celebrazione del Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo, culmine dell’anno liturgico, ci chiama ogni volta a vivere un itinerario di preparazione, consapevoli che il nostro diventare conformi a Cristo (cfr Rm 8,29) è un dono inestimabile della misericordia di Dio.

Se l’uomo vive da figlio di Dio, se vive da persona redenta, che si lascia guidare dallo Spirito Santo (cfr Rm 8,14) e sa riconoscere e mettere in pratica la legge di Dio, cominciando da quella inscritta nel suo cuore e nella natura, egli fa del bene anche al creato, cooperando alla sua redenzione.

Per questo il creato – dice san Paolo – ha come un desiderio intensissimo che si manifestino i figli di Dio, che cioè quanti godono della grazia del mistero pasquale di Gesù ne vivano pienamente i frutti, destinati a raggiungere la loro compiuta maturazione nella redenzione dello stesso corpo umano.

Quando la carità di Cristo trasfigura la vita dei santi – spirito, anima e corpo –, questi danno lode a Dio e, con la preghiera, la contemplazione, l’arte coinvolgono in questo anche le creature, come dimostra mirabilmente il “Cantico di frate sole” di San Francesco d’Assisi (cfr Enc. Laudato si’, 87).

Ma in questo mondo l’armonia generata dalla redenzione è ancora e sempre minacciata dalla forza negativa del peccato e della morte.

2. La forza distruttiva del peccato

Infatti, quando non viviamo da figli di Dio, mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature – ma anche verso noi stessi – ritenendo, più o meno consapevolmente, di poterne fare uso a nostro piacimento.

L’intemperanza prende allora il sopravvento, conducendo a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare, seguendo quei desideri incontrollati che nel libro della Sapienza vengono attribuiti agli empi, ovvero a coloro che non hanno Dio come punto di riferimento delle loro azioni, né una speranza per il futuro (cfr 2,1-11).

Se non siamo protesi continuamente verso la Pasqua, verso l’orizzonte della Risurrezione, è chiaro che la logica del tutto e subito, dell’avere sempre di più finisce per imporsi.

La causa di ogni male, lo sappiamo, è il peccato, che fin dal suo apparire in mezzo agli uomini ha interrotto la comunione con Dio, con gli altri e con il creato, al quale siamo legati anzitutto attraverso il nostro corpo.

Rompendosi la comunione con Dio, si è venuto ad incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere, così che il giardino si è trasformato in un deserto (cfr Gen 3,17-18).

Si tratta di quel peccato che porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto e a usarlo non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri.

Quando viene abbandonata la legge di Dio, la legge dell’amore, finisce per affermarsi la legge del più forte sul più debole.

Il peccato che abita nel cuore dell’uomo (cfr Mc 7,20-23) – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato.

3. La forza risanatrice del pentimento e del perdono

Per questo, il creato ha la necessità impellente che si rivelino i figli di Dio, coloro che sono diventati “nuova creazione”: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17).

Infatti, con la loro manifestazione anche il creato stesso può “fare pasqua”: aprirsi ai cieli nuovi e alla terra nuova (cfr Ap 21,1). E il cammino verso la Pasqua ci chiama proprio a restaurare il nostro volto e il nostro cuore di cristiani, tramite il pentimento, la conversione e il perdono, per poter vivere tutta la ricchezza della grazia del mistero pasquale.

Questa “impazienza”, questa attesa del creato troverà compimento quando si manifesteranno i figli di Dio, cioè quando i cristiani e tutti gli uomini entreranno decisamente in questo “travaglio” che è la conversione. Tutta la creazione è chiamata, insieme a noi, a uscire «dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21).

La Quaresima è segno sacramentale di questa conversione.

Essa chiama i cristiani a incarnare più intensamente e concretamente il mistero pasquale nella loro vita personale, familiare e sociale, in particolare attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina.

Digiunare, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore.

Pregare per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia.

Fare elemosina per uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene. E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità.

Cari fratelli e sorelle, la “quaresima” del Figlio di Dio è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini (cfr Mc 1,12-13; Is 51,3).

La nostra Quaresima sia un ripercorrere lo stesso cammino, per portare la speranza di Cristo anche alla creazione, che «sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21).

Non lasciamo trascorrere invano questo tempo favorevole!

Chiediamo a Dio di aiutarci a mettere in atto un cammino di vera conversione.

Abbandoniamo l’egoismo, lo sguardo fisso su noi stessi, e rivolgiamoci alla Pasqua di Gesù; facciamoci prossimi dei fratelli e delle sorelle in difficoltà, condividendo con loro i nostri beni spirituali e materiali. Così, accogliendo nel concreto della nostra vita la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, attireremo anche sul creato la sua forza trasformatrice.

Dal Vaticano, 4 ottobre 2018,
Festa di San Francesco d’Assisi