Posted in #Cristianofobìa

E l’Europa “consegna” Asia #Bibi ai fondamentalisti

Condividi

E l'Europa "consegna" Asia #Bibi ai fondamentalisti

di Davide Vairani

Corte dei Diritti Umani di Strasburgo: va bene utilizzare Gesù e Maria ad uso pubblicitario, mentre è vietato criticare Maometto.

E' quanto si può dedurre confrontando in particolare due sentenze della CEDU:

La prima sentenza.

La "Sekmadienis Ldt" è una azienda lituana che produce vestiti e che nel 2012 decide di lanciare una campagna pubblicitaria utilizzando la foto di un uomo e una donna con l'aureola.

Due giovani modelli: lei interpreta Maria, lui Gesù. I claim recitano: "Gesù, che pantaloni"; "Cara Maria, che vestito"; "Gesù e Maria, che cosa indossate".

A seguito di numerose proteste inviate all'Agenzia nazionale per la difesa dei diritti dei consumatori, la medesima -dopo aver consultato e segnalato il caso all'Agenzia di concessione della pubblicità e alla Conferenza episcopale lituana - ha concluso che le pubblicità non rispettavano la religione e quindi erano una violazione della morale pubblica e ha imposto all'azienda una multa di 580 euro.

L'azienda, dopo aver percorso senza successo tutti i gradi di giudizio in Lituania, si è rivolta alla Corte europea dei diritti umani che ora le ha dato ragione.

Secondo Strasburgo, la Lituania ha violato la libertà d'espressione dell'azienda.

Tra le motivazioni della sentenza, il fatto che la pubblicità non appare di per sè gratuitamente offensiva o profana, non incita all'odio su basi religiose, nè attacca in modo palese la religione cristiana.

Appare dunque impossibile, secondo la Corte, interpretare le immagini come lesive della pubblica morale anche perchè, si legge, le autorità nazionali non hanno fornito alcuna ragionevole motivazione a supporto dell'accusa, limitandosi a bollare come "inappropriato" e "superficiale" l'uso dell'iconografia cristiana fuori dal contesto religioso.

Lo stilista Robert Kalinkin dell'azienda lituana commentò la buona notizia postando su Instagram una delle foto 'incriminate' sulla quale campeggia a caratteri cubitali la scritta 'Solved' (risolto).

L'uomo, parlando all'emittente baltica Bns dichiarò: "Accogliamo la decisione favorevole, ma né allora né adesso voglio offendere o ridicolizzare le persone che credono a questa o quella religione".

La seconda sentenza è proprio di questi giorni e non può che fare riflettere, se pensiamo a quanto contestualmente sta accadendo in Pakistan ad Asia #Bibi.

La Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) ha stabilito che la critica di Maometto, il fondatore dell'Islam, costituisce un incitamento all'odio e pertanto la libertà di espressione non viene tutelata.

Con la sua decisione senza precedenti, la Corte di Strasburgo ha di fatto legittimato un codice in cui la blasfemia contro l'Islam è reato, allo scopo di "preservare la pace religiosa" in Europa.

Il caso riguarda Elisabeth Sabaditsch-Wolff, una donna austriaca che nel 2011 è stata dichiarata colpevole di aver "denigrato gli insegnamenti religiosi" dopo aver tenuto una serie di conferenze sui pericoli dell'Islam fondamentalista.

Il problemi legali della signora Sabaditsch-Wolff sono iniziati nel novembre 2009, quando la donna tenne un seminario in tre parti sull'Islam presso il Bildungsinstitut der Freiheitlichen Partei Österreichs, un istituto politico legato al Partito della libertà austriaco (FPÖ) – che oggi fa parte della coalizione governativa governo austriaca.

Un settimanale di sinistra, News, infiltrò un giornalista tra i presenti al seminario affinché registrasse furtivamente i contenuti.

In seguito, i legali della rivista consegnarono le trascrizioni alla procura di Vienna come prova dei discorsi di incitamento all'odio contro l'Islam, ai sensi dell'art. 283 del Codice penale austriaco (Strafgesetzbuch, StGB).

Le parole offensive consistevano in un commento estemporaneo espresso dalla signora Sabaditsch-Wolff sul fatto che Maometto era un pedofilo perché aveva sposato sua moglie Aisha quando lei aveva solo 6 o 7 anni.

Le reali parole pronunciate dalla signora viennese erano: "Un 56enne e una bambina di 6 anni? Come chiamarlo, se non un caso di pedofilia?"

In effetti, la maggior parte degli hadith (la raccolta di detti e fatti della vita di Maometto) confermano che Aisha era in età prepuberale quando Maometto la sposò, e aveva solo 9 anni quando il matrimonio fu consumato.

Le azioni di Maometto sarebbero oggi illegali in Austria, pertanto i commenti espressi dalla signora Sabaditsch-Wolff erano di fatto, se non politicamente, corretti.

Le accuse formali mosse contro Elisabeth Sabaditsch-Wolff furono archiviate nel settembre 2010 e il suo processo, presieduto da un giudice e senza giuria, ebbe inizio a novembre.

Il 15 febbraio 2011, la donna fu ritenuta colpevole di aver "denigrato gli insegnamenti religiosi di una religione legalmente riconosciuta", ai sensi dell'art. 188 del Codice penale austriaco.

Il giudice motivò razionalmente che il contatto sessuale avuto da Maometto con Aisha di 9 anni non poteva essere considerato un atto di pedofilia perché il suo matrimonio con Aisha durò fino alla morte del Profeta.

Secondo questa linea di pensiero, Maometto non aveva alcun desiderio esclusivo per le minorenni; era anche attratto donne più grandi perché Aisha aveva 18 anni quando Maometto morì.

Il giudice ordinò alla signora Sabaditsch-Wolff di pagare una multa di 480 euro o di scontare una pena alternativa di 60 giorni di reclusione. Inoltre, fu tenuta al pagamento delle spese processuali.

La donna impugnò la sentenza di condanna alla Corte di Appello di Vienna (Oberlandesgericht Wien), ma l'istanza fu rigettata il 20 dicembre 2011.

La richiesta di un nuovo processo fu respinta dalla Corte Suprema austriaca l'11 dicembre 2013.

Allora la signora si è rivolta alla Corte europea dei diritti umani.

Basandosi sull'art. 10 (libertà di espressione) della Convenzione, la signora Sabaditsch-Wolff si è lamentata del fatto che i tribunali austriaci non esaminarono la sostanza delle sue osservazioni tenuto conto del suo diritto alla libertà di espressione.

Se lo avessero fatto, ella ha arguito, non le avrebbero considerate come meri giudizi di valore, ma come giudizi di valore basati sui fatti.

Inoltre, le critiche da lei mosse all'Islam si inserivano nel contesto di una discussione obiettiva e vivace che contribuì a promuovere un dibattito pubblico e non avevano lo scopo di diffamare Maometto.

La signora Sabaditsch-Wolff ha anche aggiunto che i gruppi religiosi dovevano tollerare anche aspre critiche.

La Cedu ha stabilito che gli stati potrebbero limitare il diritto alla libertà di espressione sancito dall'art. 10 della Convenzione, se quanto espresso "è suscettibile di incitare all'intolleranza religiosa" e "rischia di turbare la pace religiosa nel loro paese".

Il Tribunale ha aggiunto:

"La Corte ha osservato che i tribunali nazionali hanno ampiamente spiegato il motivo per cui i commenti dell'attrice siano riusciti a destare una giustificata indignazione; in particolare, non erano stati espressi in maniera oggettiva, che contribuisse a promuovere un dibattito di interesse pubblico (ad esempio sui matrimoni precoci), ma potevano essere intesi solo come miranti a dimostrare che Maometto non fosse degno di devozione.

La Corte ha convenuto con i tribunali nazionali sul fatto che la signora S. doveva essere consapevole che le sue affermazioni fossero in parte basate su fatti non veritieri e suscettibili di destare indignazione negli altri.

I tribunali nazionali hanno rilevato che la signora S. aveva tacciato soggettivamente Maometto di pedofilia, come suo orientamento sessuale generale, e che non era riuscita a fornire informazioni in modo neutrale alla sua platea in merito al contesto storico, il che di conseguenza non ha consentito un serio dibattito su tale questione.

Pertanto, la Corte ha ritenuto che non vi fosse motivo di discostarsi da quanto sentenziato dai tribunali nazionali in merito alle affermazioni contestate come giudizi di valore considerati tali in base a un'analisi dettagliata dei commenti espressi".

"La Corte ha constatato infine che nel caso in esame i tribunali nazionali hanno bilanciato con attenzione il diritto dell'attrice alla libertà di espressione con il diritto degli altri di tutelare i sentimenti religiosi e mantenere la pace religiosa nella società austriaca.

"La Corte ha inoltre stabilito che anche in una vivace discussione era incompatibile con l'art. 10 della Convenzione porre affermazioni incriminanti nell'involucro di una espressione di opinioni altrimenti accettabili e affermare che questo rendeva accettabile quelle affermazioni che superavano i limiti ammissibili di libertà di espressione.

"Infine, poiché la signora S. è stata condannata a pagare un'ammenda moderata, che si collocava nella parte inferiore del novero delle pene previste dalla legge, la sanzione penale non poteva essere considerata sproporzionata.

"In queste circostanze, e tenuto conto del fatto che la signora S. ha fatto diverse affermazioni incriminanti, la Corte ha ritenuto che i tribunali austriaci non hanno superato l'ampio margine di discrezionalità nel caso in esame quando hanno ritenuto colpevole la signora S. di denigrare le dottrine religiose. Complessivamente, non c'è stata alcuna violazione dell'art. 10".

La sentenza stabilisce - in pratica - un pericoloso precedente giuridico che autorizza i paesi europei a ridurre il diritto alla libertà di espressione, se quanto espresso è considerato offensivo per i musulmani e costituisce quindi una minaccia per la pace religiosa.

Ha ragione Giulio Meotti quando su "Il Foglio" commenta:

"In pratica, i giudici di Strasburgo hanno incorporato le norme sulla 'blasfemia' in vigore nell’islam, la stessa accusa per cui Asia Bibi è in carcere e gli islamisti vorrebbero spedirla al patibolo (anche Asia era stata accusata da alcune donne di aver 'offeso Maometto'). La stessa Corte europea dei diritti dell’uomo aveva difeso l’uso dei simboli religiosi cristiani nelle pubblicità e aveva condannato la Lituania perché aveva multato un’azienda che si era servita di Gesù e Maria per vendere vestiti. In quella sentenza di Strasburgo si legge che la Corte ritiene che 'la libertà di espressione costituisce uno dei fondamenti essenziali di una società democratica'. Essa, inoltre, 'si estende a idee che scioccano, offendono o disturbano'".

Per la Corte dei diritti umani farsi beffe dei simboli cristiani è parte di una sana vita democratica, mentre i simboli dell’islam sono intoccabili.

Pare che vada bene così, dato che ad oggi non si registrano prese di posizione significative ne da parte dei maitre a penser  ne da parte delle istituzioni e nemmeno da parte di esponenti della Chiesa cattolica.

A confronto, la querelle della pubblicità dei jeans con l'immagine di Gesù e Maria appare una bagatella.

Eppure allora ci furono molte alzate di scudi.

Ricordo bene Umberto Folena su "Avvenire" e Monsignor D’ Ercole, ad esempio (si veda i link in fondo).

Mons. D'Ercole disse:

”E’ una sentenza pazzesca e non ho alcun timore di affermarlo. Penso che sia la sintesi di un senso di impazzimento collettivo e generale”.

Impazzimento?

”Certo. E, come affermavo, collettivo. Si è perso il senso del confine tra vero e falso, tra bene e male e quando non si crede più in questo, accadono cose simili. Siamo nel tempo del relativismo più estremo”. 

"Questa sentenza, molto bizzarra per essere buoni, è il trionfo del laicismo, che non è laicità. Sono due concetti molto diversi”.

Che cosa si può fare?

”Duole dirlo, ma molto poco. Magari pregare il Padreterno che faccia recuperare saggezza e buon senso”.

La sentenza riguardava l’uso delle immagini di Gesù e di Maria. Se avessero usato espressioni di altre fedi?

"Su Maometto mai nella vita sarebbe stato possibile e state certi, non si sarebbero azzardati ed ovviamente la Corte avrebbe deciso in senso contrario.

Quando invece ci sono di mezzo simboli e valori cristiani tutto è consentito, perchè si sa che non si rischia nulla, è nota la nostra mitezza associata alla tolleranza”.

Quale il rimedio?

”Saper difendere e proclamare con coraggio la identità cristiana, il suo valore e il suo senso”.

Capisco il politically correct, la prudenza e la geo-politica.

Ma a tutto c'è un limite.

Questa volta, non si può stare in silenzio e non gridare la verità.

Stride il fatto che con la mano destra ci si stracci le vesti per la sorte di Asia #Bibi e con la sinistra si faccia come lo struzzo che mette la testa sotto la sabbia per non vedere la realtà.

Condividi
Posted in Message in a #bottle

Ejus dulcis Praesentia

Condividi

"Ejus dulcis Praesentia"

"Dio fatto uomo, Dio generato da una donna. Jesu dulcis memoria, dolce a ricordarsi, pieno di dolcezza nel ricordo che di sé compie.
Per questo io vorrei che la Madonna intercedesse per noi, in questo momento, presso Dio, perché Cristo sia realmente nella nostra vita una presenza, “la” Presenza. Perché la differenza tra una presenza e la Presenza è che la Presenza è il significato di una presenza. Una presenza ha significato solo nella sua totalità finale.

'Dio, se ci sei, rivelati a me', ci è stato tante volte ricordato
'Dio, se ci sei, rivelati a me'. Una presenza è Dio: se anche non è sentita, se pare non adeguata, adeguatamente motivata, sta invece come insostituibile parola.
'Dio, se ci sei, rivelati a me'. Rivelati vuol dire: fatti percepire parte della nostra, della mia esperienza! Questa deve diventare una preghiera, deve diventare una domanda, perché la preghiera è domanda. Deve diventare una domanda in noi, che salga anche dal nostro cuore arido, educato così lontano dalla memoria di quello che è successo e che succede, di quello che è successo e che succede nel mondo. Perché la memoria di quello che sta succedendo nel mondo è in ogni uomo proporzionale al fatto che quella memoria sia legata all’avvenimento, all’avvenimento di vita che noi stiamo vivendo.
Gesù, dolcezza a pensaci. A pensarci, a rinnovarne l’annuncio, l’annuncio del Suo essere presenza.

Presenza cosa vuol dire? Sed super mel et omnia, ejus dulcis praesentia. La Sua presenza è la cosa più buona, più bella e più dolce della nostra vita. Non ho vergogna a dire questo davanti a tutti voi che siete così figli del vostro tempo, a noi che siamo così figli del nostro tempo: 'Sopra ogni cosa dolce, Tu sei dolcezza a me'. Presenza vuol dire qualcosa che muta l’avvenimento nella sua fattispecie propria, che investe il significato del gesto che compio, delle forme che mi riempiono gli occhi.

Vi auguro di non aver paura e di non aver vergogna: di non aver paura, nel vostro nascondimento, quando siete nascosti a ciò che vi circonda, e di non aver paura quando la domanda di Cristo, al Mistero che fa tutte le cose, attecchisce a stento, sembra non attecchire.

Lo Spirito che ha fatto le cose, che fa le cose, da cui tutto fluisce, da cui tutto è fiorito, lo Spirito che ha germinato la fisionomia della Madonna, questo Spirito ci renda più facilmente discepoli del Verbo che ha cambiato di fatto la storia dell’umanità e che, attraverso la nostra adesione, attraverso le forme con cui noi guardiamo, udiamo, sentiamo, tocchiamo le cose, usiamo le cose, la muta.

È un cambiamento che definisce la “presenza”, essa può essere definita solo da un cambiamento. Lo fu per l’Innominato di Manzoni nel romanzo; lo sia quotidianamente nel romanzo della nostra vita quotidiana, altrimenti essa subirebbe il contraccolpo di una indefinitezza. Che la vostra e mia preghiera di fronte, dentro il richiamo di quella memoria, della memoria di Cristo, avvenga con semplicità; ma, nel tempo che passa, secondo una maturità che nessuno può impedire, salvo noi stessi.

Che questa memoria diventi presenza cambiando il volto di quel che siamo, di noi stessi, delle persone che ci circondano, della terra e del mondo intero, in quel tempo, dunque, e in quello spazio che costituiranno identicamente lo scenario dell’ultimo traguardo, dell’ultimo giudizio, dell’ultimo giudizio sulla vita. La gloria di Cristo sarà quell’ultimo giudizio. La dolcezza si ponga come permanenza nella nostra vita: si realizzi la Sua permanenza, la Sua presenza nella nostra vita, per l’ultimo giudizio".

da: "Appunti dall’intervento di Luigi Giussani" agli Esercizi spirituali degli universitari di Comunione e Liberazione, Rimini, 8 dicembre 2002

Jesu, dulcis memoria, dans vera cordis gaudia: sed super mel et omnia ejus dulcis praesentia.
Nil canitur suavius, nil auditur jucundius, nil cogitatur dulcius, quam Jesus Dei Filius.
Jesu, spes paenitentibus, quam pius es petentibus! quam bonus te quaerentibus! sed quid invenientibus?
Nec lingua valet dicere, nec littera exprimere: expertus potest credere, quid sit Jesum diligere.
Sis, Jesu, nostrum gaudium, qui es futurum praemium: sit nostra in te gloria, per cuncta semper saecula.
Amen

O Gesù, ricordo di dolcezza Sorgente di forza vera al cuore
Ma sopra ogni dolcezza Dolcezza è la Sua Presenza.
Nulla si canta di più soave
Nulla si ode di più giocondo
Nulla di più dolce si pensa Che Gesù, Figlio di Dio.
Gesù, speranza di chi si converte
Quanto sei pietoso verso chi Ti desidera
Quanto sei buono verso chi ti cerca
Ma che sarai per chi ti trova?
La bocca non sa dire
La parola non sa esprimere
Solo chi lo prova può credere
Ciò che sia amare Gesù.
Sii, o Gesù, la nostra gioia,
Tu che sarai l'eterno premio;
In te sia la nostra gloria
Sempre, per tutti i secoli.
Amen

Condividi
Posted in #Vita

“E’ buono non fare il male, ma è male non fare il bene”: il linguaggio di Papa Francesco

Condividi

“E’ buono non fare il male, ma è male non fare il bene”: il linguaggio di Papa Francesco

di Davide Vairani

70mila ragazzi italiani, evitando Ibiza e Mikonos, sono andati a Roma per incontrare Papa Francesco. Ho seguito l'"evento" da casa, ho visto le immagini, letto i testi, guardato i tanti post su facebook, cercato di guardare i loro occhi.

"Da dove vengono i vostri sogni?", perchè siete qui?, mi sono interrogato. Renato Farina, sulle pagine di "Libero", li ha guardati mosso da questo interrogativo.

"Ha chiesto Francesco di vederli, un invito che è una specie di prova d'amore. Sono venuti quasi tutti a piedi dalle cento e più diocesi italiane, con il cappellino, il bastone, i calzoncini corti. Spilungoni e ragazzette, con qualche prete e seminarista intorno. Un caldo bestia. La calura romana senza ponentino, figuriamoci. Eppure c'è una strana fragranza di sorgente alpina, anzi andina, nell'aria torrida del Circo Massimo. L'evento ha per titolo 'Siamo qui'. Qui dove? Cosa c'è 'qui'? Per fare tutta questa fatica senza doccia, deve valere la pena. Con tutto il rispetto, non credo siano stati catturati dall'annuncio che prima di notte saranno trattenuti da Clementino, Mirkoeilcane e la Banda Rulli Frulli. 'Qui' c'è un vecchio signore di 81 anni, vestito con una sottana bianca, come cent'anni, trecento anni fa, come con Giovanni Paolo II e Bendetto XVI.

Tutto 'qui'? Non c'è nulla di più pacificante di quando si incontra chi ha molta sete di vita a vent'anni, come questi centomila italiani. I ragazzi desiderano nulla meno dell'infinito, che duri sempre, tornati a casa, chiusi a studiare, ma in una prospettiva che non li soffochi nella banalità, nel pensionamento anticipato della speranza. Ma che cosa cattura i ragazzi? Venti anni fa, dieci anni fa, e ieri? È chiaro come il sole che a differenza del rock, non è la bravura di chi recita la parte alla chitarra, e in questo caso nella predica, ad affascinare ma il mistero che queste persone vestite di bianco - ciascuno di essi, così diversi, 'dolce Cristo in terra' (Caterina da Siena) - riverberano. Si chiama fascino del cristianesimo, che non è una dottrina, e neanche il culto di un morto ammazzato duemila anni fa, ma qualcosa di contemporaneo. 'Qui' accade qualcosa che merita un po' di stupore. Non solo di chi ha tra i quindici e i trent'anni, ma una meraviglia anche per chi vede queste cose oltre la soglia delle canizie. Questi ragazzi, dopo aver passato 'la notte bianca della fede', pregando nelle cento, mille chiese di Roma, sono in piazza San Pietro. Poi tornano. Accogliamoli bene. Tutti quanti. Anche quelli che non hanno avuto modo, tempo, voglia di andare in quel 'qui' dove c'è molta luce".

Mi piace Renato Farina, perchè conserva quello stupore del bambino nello sguardo verso il mondo e sa metterlo nero su bianco, con quella lealtà verso il proprio Destino che ha imparato dal frequentare don Giussani.

So già per certo che qualcuno storcerà il naso a questa mia affermazione, probabilmente più impegnato nell'esercizio del "cerca e trova le differenze" piuttosto che soffermarsi a guardare (davvero) la realtà. Ciascuno libero di fare come gli pare, ci mancherebbe.

Sarà che non sono mai stato bravo a fare i giochini da pagine crociate, ma non mi appassionano certe reazioni tutte interne al perimetro cattolico. Reazioni sostanzialmente centrate sul tentativo di dimostrare - come una equazione matematica - "il cristianesimo senza Cristo" di Papa Francesco. E allora via libera ai raffronti con le oceaniche GMG di Giovanni Paolo II - capaci di mobilitare milioni di giovani (contro poche migliaia di Papa Francesco) -; via libera alle critiche pelose sulla "narrazione" di Papa Francesco, reo di  non mettere il termine "Cristo" ogni due parole e - dunque - colpevole di ridurre il cristianesimo ad mero un insieme di valori; via libera all'organizzazione e gestione di eventi come questi, così diverse sul piano degli strumenti utilizzati rispetto ad un tempo, e così via.

E lo scrive uno come me che con le GMG ci è cresciuto, ma che altrettanto è consapevole del fatto che quei giovani lì al Circo Massimo e poi in Piazza San Pietro non erano nemmeno nati e che nel frattempo i colpi di maglio del pensiero unico relativista e nichilista negli ultimi anni sono diventati sempre più pervasivi.

Non so se "la narrazione" di Papa Francesco sia o meno efficace a muovere il cuore dei giovani verso il "fascino del cristianesimo": su questo interrogativo ci sto a ragionare e anche a criticare.

Papa Francesco ha usato la categoria del "sogno" quale incipit del diagolo con i giovani: "da dove vengono i vostri sogni?". "I sogni sono importanti. Tengono il nostro sguardo largo, ci aiutano ad abbracciare l’orizzonte, a coltivare la speranza in ogni azione quotidiana - ha detto il Papa rispondendo alle domande di due ragazze durante la Veglia al Circo Massimo -. E i sogni dei giovani sono i più importanti di tutti. Un giovane che non sa sognare è un giovane anestetizzato; non potrà capire la vita, la forza della vita. I sogni ti svegliano, di portano in là, sono le stelle più luminose, quelle che indicano un cammino diverso per l’umanità. Ecco, voi avete nel cuore queste stelle brillanti che sono i vostri sogni: sono la vostra responsabilità e il vostro tesoro. Fate che siano anche il vostro futuro! E questo è il lavoro che voi dovete fare: trasformare i sogni di oggi nella realtà del futuro, e per questo ci vuole coraggio".

Il "sogno" come sinonimo di "aspettative", "desiderio", "futuro". E anche di "paure", di fronte ad una società - come quella italiana - nella quale "il 31,7% dei giovani nella fascia 15-24 anni e il 16% in quella dai 25 ai 34 anni risulta disoccupata, mentre  per i  loro coetanei europei Il tasso di disoccupazione giovanile  si è mantenuto dal 2000 al 2018 nell’ordine medio del 19,3% e marzo di quest’anno si è fermato al 15,6%; nella quale il lavoro aumenta, ma solo sotto forma di lavoro temporaneo (l’incremento di 190mila occupati tra 2017 e 2018, giovani e meno giovani, è dettato dalla differenza dall’aumento di 323mila contratti a termine e il calo di 51mila contratti a tempo indeterminato)"; una società come quella italiana che nel 2018 è entrata nella "top 10 dei Paesi Ocse con il più alto tasso di emigrazione (solo tre anni fa l'Italia si piazzava all’ottavo posto su 50 Paesi dell’area Ocse, nel 2008  era “solo” al sedicesimo posto con “appena” 84 mila italiani in partenza per l’estero)". Giovani che - tuttavia - non mollano e continuano a coltivare "sogni" e sperare nel futuro. Giovani che hanno "un grande desiderio di lasciare alle spalle una crisi economica che li ha schiacciati in difesa e ha bloccato i loro progetti di vita, per essere messi finalmente messi nelle condizioni di diventare parte attiva di un processo di cambiamento e di sviluppo del Paese. La narrazione dei giovani incapaci e indolenti in un Paese destinato ad un futuro di marginalità, non deve diventare una profezia che si autoadempie: i giovani devono incaricarsi di dimostrare di essere diversi da come vengono dipinti proprio da chi li ha messi nelle condizioni attuali", come emerge dal Rapporto Giovani 2018 appena presentato, coordinato da Alessandro Rosina, ordinario di Demografia all’Università Cattolica di Milano, “Generazione di valore”.

"Il rischio è quello di una generazione 'mancata', ovvero che rimane lontana dall’espressione delle proprie potenzialità e dalla realizzazione delle proprie ambizioni. Questo è un danno non solo per i giovani stessi ma per le possibilità di sviluppo di tutto il Paese. I giovani italiani sono però i primi a volerlo evitare: hanno voglia di scommettere su se stessi e di esercitare un protagonismo positivo, anche se sono più esposti al rischio di demotivarsi e perdersi se non stimolati e incoraggiarti ad essere intraprendenti. Manca, come indichiamo nel “Rapporto Giovani”, un sistema Paese che si renda sistemicamente terreno fertile per consentire alle nuove generazioni di dare i propri migliori frutti. I dati dell’Istituto Toniolo evidenziano come nei progetti e negli obiettivi di vita i giovani italiani non siano da meno rispetto ai coetanei europei, anzi. Solo che poi si trovano progressivamente, nel corso del passaggio alla vita adulta, a rivedere al ribasso ambizioni e aspettative, sia in termini di tipo di lavoro, che di remunerazione, che di tempi di formazione di una propria famiglia e numero di figli. In questo modo tutto si avvita verso il basso, con bassa crescita, accentuato invecchiamento della popolazione, deprezzamento del capitale umano e incentivo a cercare opportunità altrove".

Queste le ansie e le paure dei nostri ragazzi oggi. A loro, Papa Francesco, non accarezza il pelo, non li compatisce, ma rilancia. "I sogni vanno fatti crescere, vanno purificati, messi alla prova e vanno anche condivisi - ha detto sempre durante la Veglia al Circo Massimo -. Ma vi siete mai chiesti da dove vengono i vostri sogni? I miei sogni, da dove vengono? Sono nati guardando la televisione? Ascoltando un amico? Sognando ad occhi aperti? Sono sogni grandi oppure sogni piccoli, miseri, che si accontentano del meno possibile? I sogni della comodità, i sogni del solo benessere: 'No, no, io sto bene così, non vado più avanti'. Ma questi sogni ti faranno morire, nella vita! Faranno che la tua vita non sia una cosa grande! I sogni della tranquillità, i sogni che addormentano i giovani e che fanno di un giovane coraggioso un giovane da divano. E’ triste vedere i giovani sul divano, guardando come passa la vita davanti a loro. I giovani – l’ho detto altre volte – senza sogni, che vanno in pensione a 20, 22 anni: ma che cosa brutta, un giovane in pensione! Invece, il giovane che sogna cose grandi va avanti, non va in pensione presto. Capito?".

"Un giovane da divano": quanti giovani sono così oggi. I dati Eurostat rivelano che in Italia la dimensione del fenomeno NEET è più elevata rispetto alla media europea: secondi solo alla Grecia, noi italiani ci attestiamo intorno al 22%, contro il 13% del resto del vecchio continente. L’acronimo NEET (Not in Education, Employment or Training) è stato coniato nel Regno Unito alla fine degli anni ’90, tuttavia il suo utilizzo inizia a diffondersi solo a partire dal 2010, quando l’Unione Europea adotta il tasso di NEET come indicatore di riferimento sulla condizione delle nuove generazioni. A differenza di quelli impiegati in precedenza, tale indicatore non comprende solo i giovani tra i 15 e i 34 anni che sono disoccupati bensì anche quelli inattivi, in cui rientrano sia quanti sono impegnati nella ricerca di un lavoro sia gli “scoraggiati” che hanno smesso di cercarlo.

"E la Bibbia ci dice che i sogni grandi sono quelli capaci di essere fecondi: i sogni grandi sono quelli che danno fecondità, sono capaci di seminare pace, di seminare fraternità, di seminare gioia, come oggi; ecco, questi sono sogni grandi perché pensano a tutti con il NOI (...). Pensate: i veri sogni sono i sogni del ‘noi’. I sogni grandi includono, coinvolgono, sono estroversi, condividono, generano nuova vita. E i sogni grandi, per restare tali, hanno bisogno di una sorgente inesauribile di speranza, di un Infinito che soffia dentro e li dilata. I sogni grandi hanno bisogno di Dio per non diventare miraggi o delirio di onnipotenza. Tu puoi sognare le cose grandi, ma da solo è pericoloso, perché potrai cadere nel delirio di onnipotenza. Ma con Dio non aver paura: vai avanti. Sogna in grande".

"I sogni grandi hanno bisogno di Dio per non diventare miraggi o delirio di onnipotenza". Questi sono i sogni per i quali vale la pena scommetere tutta la propria vita. "Come faccio, Padre, per non farmi rubare i sogni?”.  In due modi, risponde il Papa: "Cercate maestri buoni capaci di aiutarvi a comprenderli e a renderli concreti nella gradualità e nella serenità" "siate a vostra volta maestri buoni, maestri di speranza e di fiducia verso le nuove generazioni che vi incalzano".

E cosa significa, concretamente? Essere testimoni, "perché è una testimonianza che scuote, che fa muovere i cuori e fa vedere degli ideali che la vita corrente copre. Non smettete di sognare e siate maestri nel sogno. Il sogno è di una grande forza. 'Padre, e dove posso comprare le pastiglie che mi faranno sognare?'. No, quelle no! Quelle non ti fanno sognare: quelle di addormentano il cuore! Quelle ti bruciano i neuroni. Quelle ti rovinano la vita. 'E dove posso comprare i sogni?'. Non si comprano, i sogni. I sogni sono un dono, un dono di Dio, un dono che Dio semina nei vostri cuori. I sogni ci sono dati gratuitamente, ma perché noi li diamo anche gratuitamente agli altri. Offrite i vostri sogni: nessuno, prendendoli, vi farà impoverire. Offriteli agli altri gratuitamente".

Personalmente, non ho mai conosciuto una persona che si sia convertita a Cristo a partire da un insieme di regole, da un'etica o da un insieme di valori, per quanto proposti in maniera persuasiva. L'Incontro con Cristo, quell'Incontro che ti cambia la vita, può accadere per Grazia (cioè come dono di Dio) solo attraverso una compagnia di volti concreti, la compagnia di Cristo, cioè la Chiesa da Lui fondata.

Se la dico così ad un giovane medio di oggi, la comprende, capisce quello che voglio dirgli? Insisto - a costo di essere drammaticamente noioso - sulla "narrazione del sogno" usata da Papa Francesco, perchè è proprio su questo aspetto che si sono concentrate le critiche più interessanti al successore di Pietro. Delle critiche interessanti e intelligenti mi occupo, perchè interpellano anche me, vanno al fondo delle cose.

"Diciamoci la verità fino in fondo, con totale onestà - ha obiettato qualcuno su facebook - : "Giovani, perseguite i vostri sogni" è una frase tanto bella e 'populista', che di primo impatto piace a tutti. Ma, chi la direbbe, veramente, al proprio figlio? Almeno, se prima non abbia ben capito quali siano i sogni del proprio figlio. Chi di noi la consiglierebbe senza ovvero indagare prima e invitare al discernimento? Inseguire i sogni? La vita non è un sogno, la vita è drammaticamente reale: è combattimento, dolore, sforzo quotidiano, fallimento; è anche soddisfazione e gioia, ma la gioia - che è già rara, al di là delle chiacchiere di questa società corrotta e corrompente - raramente viene dai sogni, che sono poi quasi sempre irrealizzati, alla fine della fiera. E quelli realizzati, erano veramente degni di essere perseguiti? Non ci accorgiamo che una delle cause fondamentali del cosiddetto "disagio giovanile" odierno risiede proprio nella inevitabile presa di coscienza della impossibilità della realizzazione dei propri sogni? E il "disagio giovanile" non sta forse alla base della distruzione della nostra gioventù, che ripiega nel sesso senza regole e limiti, nella droga, nel tribalismo, nella violenza gratuita, nell'imitazione dei modelli idioti imposti in ogni modo e in ogni campo dai media? Quali dovrebbero essere questi sogni da perseguire? Lo vogliamo specificare con dovuta attenzione e precisione? Attenzione: non sto dicendo che non bisogna sognare. Io stesso sono ancora un sognatore, alla mia non più tenera età. Sto dicendo che si dovrebbe insegnare la Verità, non il sogno. O almeno un sogno che sia portatore di Verità. Si dovrebbe dare senso alla dura realtà della vita, non insegnare a cadere nel mito della propria realizzazione (perché è ovvio che ognuno questo sogna). Realizzare i propri sogni, infatti, significa realizzare se stessi. Ma realizzare se stessi è il mito di questa società, ormai cadaverica. E' uno dei tanti miti dissolutori della Rivoluzione gnostica ed egualitaria".

"In tutto il Vangelo, anzi, in tutto il Nuovo Testamento, anzi, in tutto l'insegnamento della Chiesa Cattolica dei primi XIX secoli, non v'è un solo invito a sognare. Ma vi è l'insegnamento costante per come affrontare la realtà della vita e meritare la vita eterna. Ci sarà una ragione, per cui Gesù Cristo Dio e tutti i suoi servi di tutti i tempi non lo hanno fatto". Per rendere plasticamente il senso della critica mossa a Papa Francesco, poi, viene ripresa una frese di don Giussani: “L’ideale non è un sogno, è una realtà, è Cristo. L’ideale si distingue dal sogno perché nasce dalla natura, nasce nel cuore dell’uomo. Perciò non tradisce. Seguilo, non ti tradirà. Sogno e utopia ti portano via dalla vita" (in "Intervista a Don Luigi Giussani",  a cura di R. Fontolan, inserto de "Il Sabato", 28 agosto 1982).

Mi sembrano francamente critiche ingiustificate, senza fondamento: basta riprendere in mano e rileggere ciò che ho scritto sin'ora. Non trovo alcun passaggio nella narrazione di Papa Francesco nel quale un giovane possa equivocare il significato di "sogno" nel modo con il quale lo ha utilizzato il Papa. Anzi, mi sembra un linguaggio che senza tralasciare affatto il senso del cristianesimo (l'annuncio di Cristo morto e Risorto ieri, oggi e domani, "via, verità e vita") riesca a lasciare segni nel cuore dei giovani, di quei giovani lì.

A don Giussani devo - letteralmente - il fatto di essere vivo, per Grazia di Cristo. E non c'è giorno nel quale non ringrazi Dio per il dono della Sua Presenza. Quindi, figuriamoci se quelle parole citate non mi facciamo muovere e commuovere ogni volta che le leggo o le ascolto pronunciare da qualcuno.

Ma occorre avere la lealtà vero se stessi e il proprio Destino, al punto da capire che il linguaggio possa essere differente e tuttavia non in contraddizione.

Mi piace - allora - riprendere un brano di "Realtà e giovinezza. La sfida" (Rizzoli), tornato in libreria da pochi mesi con una nuova prefazione di don Julián Carrón, ma è un testo uscito nel 1995, cioè ventitrè anni fa.

"Domanda: Per un giovane è normale avere un ideale come un’utopia dinanzi a sé. Poi diventa maturo e… come fa a mantenere il cambiamento?

Don Giussani: "Comincio con il dirti che ideale e utopia non sono la stessa cosa. L’utopia è una parola che rappresenta negli intellettuali quello che nei ragazzi è il sogno. L’utopia ha lo svantaggio di essere piena di presunzione, il sogno almeno ha in sé qualcosa della malinconia che – lo diceva Dostoevskij – è meglio di tante 'soddisfazioni'. Ma sogno e utopia nascono dalla testa, dalla fantasia. Invece l’ideale è il centro della realtà. L’ideale è quella soddisfazione verso cui ti lancia il cuore, qualcosa di infinito che si realizza in ogni istante. Come una strada che ha una grande meta, e tu camminando, passo dopo passo, già la rendi presente. Così l’ideale cambia la vita di momento in momento. A sessant’anni può cambiarla in modo più suggestivo che a venti, perché l’ideale si fa più evidente, più potente (...) L’ideale si distingue dal sogno perché nasce dalla natura, nasce nel cuore dell’uomo. Perciò non tradisce. Seguilo, non ti tradirà. Sogno e utopia ti portano via dalla vita.

"Domanda: Ideale allora è il mistero di Dio. Ma io non sono ancora credente. Come faccio a sapere di avere incontrato Cristo?

Don Giussani: "Ragazzo, mi metti proprio kappaò. Mi metti kappaò, perché se io ti dico com’è veramente, che io ho incontrato Cristo e lo incontro tuttora nella compagnia della gente che come me l’ha riconosciuto; se ti dico questo non t’ho ancora detto niente, perché per te non è ancora esperienza, mi capisci? Ma se io ti dico che per me Cristo è l’ideale, capisci che c’è un nesso tra me e questo Cristo. E quest’uomo, nato duemila anni fa, mi fa vivere e mi esalta, mi tiene su, mi cambia. Mi cambia perché è presente. Lo diceva Tommaso d’Aquino: 'L’essere è là dove agisce'. Se io sono cambiato, vuol dire che è presente. Ma com’è difficile parlare di questo. Perché nessuno capisce più le parole degli altri, si usano parole che non si sanno, si giudicano cose che non sono mai passate attraverso l’esperienza. La questione grave del mondo d’oggi è la sincerità, e il pericolo più grave per i giovani è la doppiezza. La stragrande maggioranza di voi è nata dentro una tradizione cristiana, eppure l’avete abbandonata, giudicata senza averla affrontata. Avete sostituito gli interrogativi, che in greco si chiamano problemi, con il dubbio. E questo è sleale. Perché́ o il dubbio è conseguenza di una ricerca oppure è un preconcetto vigliacco. Me la sento continuamente proiettata addosso questa slealtà: cioè che le parole non sono accettate per quel che significano. Capita anche a proposito di Dio".

Ora, si provi con lealtà e onestà a rileggere il lungo passaggio di Papa Francesco a chiusura della Veglia di Preghiera con i giovani.

"C’è una cosa nella Bibbia che a me colpisce tanto: alla fine della Creazione del mondo, dice che Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, e dice: “Li creò maschio e femmina, tutti e due a sua immagine e somiglianza”. Questo è l’amore. Quando tu vedi un matrimonio, una coppia di un uomo e una donna che vanno avanti nella vita dell’amore, lì c’è l’immagine e la somiglianza di Dio. Come è Dio? Come quel matrimonio. Questa è l’immagine e somiglianza di Dio. Non dice che l’uomo è immagine e somiglianza di Dio, la donna è immagine e somiglianza di Dio. No: tutti e due, insieme, sono immagine e somiglianza di Dio. E poi continua, nel Nuovo Testamento: “Per questo, l’uomo lascerà suo padre e sua madre, per diventare con sua moglie una sola carne”. Questo è l’amore. E qual è il compito, dell’uomo nell’amore? Rendere più donna la moglie, o la fidanzata. E qual è il compito della donna nel matrimonio? Rendere più uomo il marito, o il fidanzato. E’ un lavoro a due, che crescono insieme; ma l’uomo non può crescere da solo, nel matrimonio, se non lo fa crescere sua moglie e la donna non può crescere nel matrimonio se non la fa crescere suo marito. E questa è l’unità, e questo vuol dire “una sola carne”: diventano “uno”, perché uno fa crescere l’altro. Questo è l’ideale dell’amore e del matrimonio.

Voi pensate che un ideale così, quando si sente vero, quando è maturo, si deve spostare più avanti per altri interessi? No, non si deve. Bisogna rischiare nell’amore, ma nell’amore vero, non nell’entusiasmo amoroso truccato da amore.

Allora dobbiamo chiederci: dov’è il mio amore, dov’è il mio tesoro? Dov’è la cosa che io ritengo più preziosa nella vita? Gesù parla di un uomo che aveva venduto tutto quello che aveva per comprare una perla preziosa di altissimo valore. L’amore è questo: vendere tutto per comprare questa perla preziosa di altissimo valore. Tutto. Per questo l’amore è fedele. Se c’è infedeltà, non c’è amore; o è un amore malato, o piccolo, che non cresce. Vendere tutto per una sola cosa. Pensate bene all’amore, pensateci sul serio. Non abbiate paura di pensare all’amore: ma all’amore che rischia, all’amore fedele, all’amore che fa crescere l’altro e reciprocamente crescono. Pensate all’amore fecondo.

I discepoli di Gesù corrono perché hanno ricevuto la notizia che il corpo di Gesù è sparito dalla tomba. I cuori di Maria di Magdala, di Simon Pietro, di Giovanni sono pieni d’amore e battono all’impazzata dopo il distacco che sembrava definitivo. Forse si riaccende in loro la speranza di rivedere il volto del Signore! Come in quel primo giorno quando aveva promesso: «Venite e vedrete» (Gv 1,39). Chi corre più forte è Giovanni, certamente perché è più giovane, ma anche perché non ha smesso di sperare dopo aver visto coi suoi occhi Gesù morire in croce; e anche perché è stato vicino a Maria, e per questo è stato “contagiato” dalla sua fede. Quando noi sentiamo che la fede viene meno o è tiepida, andiamo da Lei, Maria, e Lei ci insegnerà, ci capirà, ci farà sentire la fede.

Da quella mattina, cari giovani, la storia non è più la stessa. Quella mattina ha cambiato la storia. L’ora in cui la morte sembrava trionfare, in realtà si rivela l’ora della sua sconfitta. Nemmeno quel pesante macigno, messo davanti al sepolcro, ha potuto resistere. E da quell’alba del primo giorno dopo il sabato, ogni luogo in cui la vita è oppressa, ogni spazio in cui dominano violenza, guerra, miseria, là dove l’uomo è umiliato e calpestato, in quel luogo può ancora riaccendersi una speranza di vita.

Cari amici, vi siete messi in cammino e siete venuti a questo appuntamento. E ora la mia gioia è sentire che i vostri cuori battono d’amore per Gesù, come quelli di Maria Maddalena, di Pietro e di Giovanni. E poiché siete giovani, io, come Pietro, sono felice di vedervi correre più veloci, come Giovanni, spinti dall’impulso del vostro cuore, sensibile alla voce dello Spirito che anima i vostri sogni. Per questo vi dico: non accontentatevi del passo prudente di chi si accoda in fondo alla fila. Non accontentatevi del passo prudente di chi si accoda in fondo alla fila. Ci vuole il coraggio di rischiare un salto in avanti, un balzo audace e temerario per sognare e realizzare come Gesù il Regno di Dio, e impegnarvi per un’umanità più fraterna. Abbiamo bisogno di fraternità: rischiate, andate avanti!

Cambiano le "narrazioni", il "linguaggio", ma come non avvertire lo stesso identifico afflato, come non sentire vibrare il cuore di fronte alle parole di don Giussani e di Papa Francesco? Come non avvertire la stessa affezione a Cristo?

Papa Francesco non cita Peguy o Dostoevskij, poco San Tommaso e San'Agostino. Non ha lo stesso linguaggio, ma nella narrazione di Francesco non manca nulla dell'essenziale.

E nella sua narrazione, allora, anche una frase apparentemente banale trova la stessa medesima efficacia della parole del Gius: “E’ buono non fare il male, ma è male non fare il bene”, Sant’Alberto Hurtado.

Leggi anche:

Condividi
Posted in Message in a #bottle

La trascuratezza dell'”Io”: le religioni “fai da te”

Condividi

La trascuratezza dell'"io" e le religioni "fai da te"

di Davide Vairani

"Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?"

F.M. Dostoevskij, I demoni; Taccuini per “I demoni”, a cura di E. Lo Gatto, Sansoni, Firenze 1958, p. 1011

La sfida che pone la domanda di Dostoevskij è rivolta a un uomo con tutta la capacità della sua ragione, con tutto il suo desiderio di libertà, con tutta la sua capacità di affezione: un uomo che non rinuncia a niente del suo umano.

Mi è tornata con prepotenza alla mente questa frase, mentre leggevo una intervista al sociologo Massimo Introvigne, direttore del Cesnur (Centro Studi sulle Nuove Religioni), a proposito del diffondersi di nuove forme di religiosità "fai da te", "à la carte". Una frase che mi provocò un contraccolpo rispetto al mio modo di essere cristiano.

"Nella società qualcosa si muove in maniera molto evidente. Da una parte, si diffondono sempre più queste nuove forme spirituali, organizzate e strutturate, come Anima Universale e Damanhur - commenta Introvigne -. Dall’altra, ed è un fenomeno diverso e ben più ampio, c’è una forma di religiosità o spiritualità soggettiva, trasversale, e lontana da qualsiasi forma organizzata". Un fenomeno che, spiega Pier Luigi Zoccatelli, vicedirettore del Cesnur, "può arrivare a interessare, con una miriade di sfaccettature diverse e difficilmente incasellabili, quasi la metà della popolazione italiana. Se fenomeni come Damanhur o Anima Universale li possiamo considerare la punta dell’iceberg, l’iceberg vero e proprio è rappresentato da questa nuova forma di religiosità, o spiritualità".

Si tratta (solo) di un "fenomeno nuovo" (di una moda passeggera) oppure di una sorta di riduzione strtturale delle attese che costituiscono il cuore dell'uomo, di quell'insieme di evidenze che connotano il senso religioso dell'uomo?

"Non è in crescita il numero degli italiani che vivono spiritualità veramente alternative, come il New Age o i nuovi movimenti religiosi: questi rimangono attestati tra il 10% e il 15% della popolazione. A crescere è soprattutto il fenomeno dei cristiani che io definisco etnico-culturali - commenta il professor Franco Garelli -. Secondo le mie ricerche, oggi rappresentano circa un terzo della popolazione. Mantengono qualche forma di legame con il cattolicesimo, ma vissuto in modo sempre più soggettivo, personale e meno rigido: magari credono in Gesù Cristo, ma non si riconoscono più in tanti altri aspetti della dottrina cattolica".

Sincretismo creativo, come in fondo c'è sempre sempre stato nella storia dell'uomo -? Credo si tratti di qualcosa effettivamente di nuovo, da questo punto di vista, di più profondo.

"Sono persone che costruiscono i propri convincimenti dopo aver letto un libro, aver visto un film o ascoltato una conferenza - spiega ancora Introvigne -. Il fenomeno può essere considerato una mutazione del New Age degli anni Novanta, l’esito di un approccio relativizzante al fatto religioso. 'Sento di avere un rapporto con Dio, magari a Natale mi capita di andare a messa, ma mi interesso di forme di spiritualità orientale, ammiro il Dalai Lama o Sai Baba, m’incuriosisce la filosofia Zen e magari credo nella reincarnazione'".

E aggiunge: "Questo fenomeno rappresenta una novità, perché si tratta di una religiosità che non diventa cultura, non si trasforma in scelte fondamentali di vita, ma resta un’adesione del tutto personale, privata, intima. Senza forme organizzate e strutturate".

"Una religiosità che non diventa cultura": questo il punto. Se la fede non diventa cultura, non è stata realmente accolta, pienamente vissuta, umanamente ripensata. Se una fede non diventa concezione della vita, concezione dei rapporti, modi di intendere il rapporto con l’uomo e con la donna, modo di pensare alla propria professione e di viverla, che fede è? Che cosa c'entra con la mia vita?

Aldilà di ogni spiegazione antropologica e psicologica, il motivo per il quale assistiamo a questo "nuovo fenomeno" di "spiritualità" ci riguarda, riguarda tutti noi, soprattutto chi si definisce "cristiano". Non perchè  i cristiani  sono  o devono essere i più buoni e  i più santi, ma perchè tutti noi cristiani - nessuno escluso - spesso riduciamo la fede a messaggio da interpretare da parte dei filosofi, dei teologi e degli esperti, rendendo così la fede aristocratica e lontana dal popolo. La fede che diventa cultura non è neanche solo per i credenti, è per il popolo. Per questo, ridursi ad una presenza assente con queste assenze, queste giravolte verbali, questi ‘siamo presenti, non siamo presenti, siamo presenti ma silenziosamente, siamo presenti ma senza dare giudizi’. Se uno non parla non esiste. E allora la fede si riduce a sentimento ed emozione, soggettiva, e dunque non in grado di esprimere un giudizio. Una fede che rinuncia a tutto ciò è propriamente umano.

Mi sono andato a riprendere in mano il libretto degli esercizi spirituali degli universitari di Comunione e Liberazione, tenuti da Carròn nel 2009, esercizi che avevano proprio come incipit quella frase di Dostoevskij.

"Per noi l’umano è quasi un ostacolo, una complicazione, un intralcio: meglio se non ci fosse. Tanto è vero che il nostro disagio, la nostra insoddisfazione, la nostra tristezza, la nostra noia, sono cose da eliminare oppure da trascurare. Oppure sono – ancora peggio – uno scandalo: 'Ma come mai sono ancora così? Ma come mai in me c’è ancora questa insoddisfazione, questa tristezza?'. E ci sembra che questo umano sia come uno scoglio da superare; tanto è vero che pensiamo che prima dobbiamo sistemare questo nostro umano e forse, poi, possiamo incominciare il rapporto con Cristo. È come se il nostro umano fosse veramente un ostacolo per questo rapporto. E così ci dimostriamo vittime della mentalità dominante e soccombiamo all’illusione che possiamo sistemare l’umano da soli. Ecco fino a che punto la mentalità comune, la mentalità di tutti, incide su di noi! Già nel modo di guardare il nostro umano, concepiamo tutti i segni (il disagio, l’insoddisfazione, la tristezza, la noia) come limiti da sistemare o da evitare. Invece quei segni ci dicono qual è la natura del nostro io, chi siamo noi: rapporto con l’Infinito. Questi sono segni che ci rendono consapevoli che il nostro desiderio è più grande di tutto l’universo, sono la prova della nostra struttura umana, della inesorabilità del nostro cuore, del carattere smisurato del nostro desiderio. E per questo niente è capace di darci un appagamento".

Il nostro tentativo di risolverlo ha come primo passo, come origine, un giudizio che è sbagliato: noi consideriamo tutto questo come una maledizione, tutti questi sarebbero segni di qualcosa che non va, quando in realtà sono il segno della nostra grandezza. "Anzi, l’insoddisfazione, la tristezza, la noia, misurano la portata della nostra umanità, l’ampiezza e la profondità del nostro desiderio. Proprio perché questo desiderio è così sconfinato, mi trovo ad accusare le cose di insufficienza e di nullità. Che noi siamo rapporto con l’Infinito è documentato da questi fatti: il disagio, la tristezza, l’insufficienza, sono segni di questo, non sono anomalie, come tante volte pensiamo, non sono malattie da guarire con i farmaci (come sempre più accade, confondendo l’inquietudine del cuore con l’ansia o il panico). È di quella irriducibilità dell’io che noi siamo che tutti questi segni sono la documentazione".

Il vero ostacolo non è il nostro umano: "il supremo ostacolo al nostro cammino umano è la 'trascuratezza' dell’io. Nel contrario di tale 'trascuratezza', cioè nell’interesse per il proprio io, sta il primo passo di un cammino veramente umano. Sembrerebbe ovvio che si abbia questo interesse, mentre non lo è per nulla".

"Cristo [...] arriva proprio qui, al mio atteggiamento di uomo, di uno cioè che aspetta qualcosa perché si sente tutto mancante [...]. Dobbiamo prima di tutto aprirci a noi stessi, cioè accorgerci vivamente delle nostre esperienze, guardare con simpatia l’umano ch’è in noi, dobbiamo prendere in considerazione quello che siamo veramente. Considerare vuol dire prendere sul serio quello che proviamo, tutto, sorprenderne tutti gli aspetti, cercarne tutto il significato".

in: Luigi Giussani, "Il cammino al vero è un’esperienza", Rizzoli, Milano 2006, p. 84

Leggi anche:

Condividi
Posted in Message in a #bottle

O è un Fatto, oppure non è niente

Condividi

O è un Fatto, oppure non è niente

di Davide Vairani

Mi ha colpito la riflessione dello scrittore Teju Cole su "Repubblica" dall'emblematico titolo "La mattina in cui ho perso la fede".

"Intorno ai venticinque anni mi successe una cosa strana - confessa Cole - : mi trovavo di fronte a paradossi teologici che non riuscivo risolvere. Avevo studiato la religione così a fondo che non vedevo come fare progressi. Come capire se la Bibbia era davvero l'unica verità dell'esistenza? Certo, lo diceva la Bibbia, ma come potevamo sapere se la Bibbia diceva la verità? Sempre perché lo diceva la Bibbia. Ogni riflessione mi riportava allo stesso punto. E così la questione divenne capire se la Bibbia dimostrava in qualche modo di essere diversa dai testi sacri di altre religioni, o se, come loro, era scritta da esseri umani, messa insieme da essere umani e usata nei secoli per scopi umani".

Il dubbio. La tentazione del dubbio. La fede è essenzialmente un prodotto della riflessione oppure un cercare di penetrare nelle profondità del mio essere? Anche, certamente. Ma, senza l’ascolto mediante il quale Dio dal di fuori, a partire da una storia da Lui stesso creata, mi interpella, la fede si riduce. Perché io possa credere, ho bisogno di testimoni che hanno incontrato Dio e me lo rendono accessibile.

"Analizzai razionalmente gli assunti su cui avevo basato la mia vita, e che non avevo adottato secondo la logica, e scoprii che non reggevano - prosegue Cole -. Non furono giorni facili per me. Senza Dio, come potevo dare significato alla vita? La frase di Dostoevskij nei Fratelli Karamazov era un monito potente, non una promessa di libertà: 'Se Dio non esiste, tutto è permesso'. Non volevo che tutto fosse permesso. Temevo l'abisso. Ma continuai a ragionare. Poi un mattino, a ventisette anni, mi svegliai e scoprii di aver perso la fede. Immaginiamo di pensare che gli omosessuali andranno all'inferno. Che i musulmani andranno all'inferno. E anche i cattolici, gli induisti, i buddisti, gli atei. Immaginiamo una concezione così ristretta del destino umano che chiunque non condivida il nostro credo è condannato. E così, anche se l'ultima cosa che avevo provato prima di perdere la fede era la paura, la prima emozione subito dopo fu il sollievo. Sollievo all'idea di non dover essere più crudele e limitato! In inglese, 'losing it', è sinonimo di impazzire, perdere la testa. Ma io avevo perso la fede, e trovato la ragione".

Se riguardo alla mia storia personale, quante volte sono caduto nella sua stessa tentazione. "Non è il ragionamento astratto che fa crescere, che allarga la mente, ma il trovare nell’umanità un momento di verità raggiunta e detta. È la grande inversione di metodo che segna il passaggio dal senso religioso alla fede: non è più un ricercare pieno di incognite, ma la sorpresa di un fatto accaduto nella storia" (prefazione a "All’origine della pretesa cristiana", Rizzoli, p. VI). L'incontro con don Giussani mi ha lentamente e progressivamente scardinato la pretesa di una concettualizzazione metodologica o teologica del cristianesimo che avevo vissuto sino a quel momento. Attraverso di lui, mi si è resa presente ed evidente tutta la bellezza e la convenienza dell’essere cristiani.

Non senza difficoltà, paure e tentazioni. E non subito, immediatamente. "Il senso religioso" è stato (e continua oggi) per me un cammino al vero, una educazione al vero.  Ed è per questo motivo che - oggi - posso testimoniare che non solo non ho perso la fede, ma ho guadagnato la ragione usata in tutte le sue facoltà. La ragionevolezza della fede in Cristo Gesù, morto e risorto, Presenza oggi, qui, adesso, ora! Lo sperimentare concretamente un Fatto che genera una affezione e - dunque - una storia, la storia della Chiesa, cioè la compagnia di Cristo all'uomo.

"Non avevo davvero abbandonato tutti gli dèi, solo i più vecchi e patriarcali, quindi il mio essere ateo era in realtà una sorta di politeismo. I nuovi dèi, o meglio, quelli di cui ero appena diventato consapevole, non avevano i nomi o le fattezze classiche. Scetticismo, dubbio, libertà, poesia, musica, giardini, natura, narrazioni, amore, amicizia: questi erano diventati i miei dèi. Non erano potenti, e non promettevano il paradiso, anzi, non promettevano niente, ma in una serata incerta potevano darmi compagnia e conforto. Quelle consolazioni terrestri non rappresentavano delle garanzie, ma erano immediate e reali, imprevedibili e temporanee, e vi si poteva attingere senza fare violenza sulla vita degli altri".

"Per anni ormai, ho avuto solo i miei dubbi per orientarmi nella vita. Ma anche i dubbi vanno tenuti sotto controllo perché non diventino totalitari. Convivere con il dubbio non significa abbandonare ogni valore. (...). Dover prendere costantemente decisioni può spaventare, e spaventa soprattutto chi dà valore a parole come 'rivoluzione', 'tolleranza zero' e così via. Ma dopo due battesimi non mi fido più di queste rivoluzioni che promettono il paradiso. Non ho bisogno di unirmi a un gruppo, un culto una religione. Non ho bisogno di sottostare all'apparato. E la bellezza di tutto questo è che condivido il mio approccio con molti altri, anche con chi è nominalmente associato a una religione o a un sistema di credenze. Ci accomuna una fondamentale lealtà al dubbio produttivo più che alle stridenti dichiarazioni di fede. Non siamo sicuri".

L'esperienza di "messa in dubbio" razionalistico della fede narrata da Teju Cole che cosa mostra, in fondo, se non che l'approdo finale a cui giunge non lo rende felice?

Nelle parole che usa si manifesta una sorta di resa, una resa che lascia non soddisfatto il cuore dell'uomo."Abbiamo perso la fede e la testa. Non troviamo certezze. Amiamo e dubitiamo", conclude la sua confessione. Possibile che il desiderio di felicità infinita che urge nel nostro cuore sia davvero destinato a non essere soddisfatto fino in fondo? Possibile che siamo fatti per nascere, vivere e morire e basta?

Anna Arendt - ebrea che vive e scrive durante la catastrofe della Shoa - di fronte al male non perde la coscienza che l'uomo è costitutivamente fatto per "andare più in là". In un saggio sull’età moderna ("Vita activa"), la Arendt scrive: "Nella filosofia e nel pensiero moderni, il dubbio occupa la stessa posizione centrale che occupò per tutti i secoli prima il thaumazein dei greci, la meraviglia per tutto ciò che è in quanto è". E' come se l'uomo moderno fosse dominato dal rancore contro "tutto ciò che gli è donato, compreso la sua propria esistenza"; rancore contro "il fatto che egli non è il creatore dell’universo, né di lui medesimo". Spinto da questo rancore fondamentale "a non vedere né senso né ragione nel mondo tal quale esso si dona a noi", l’uomo moderno "proclama apertamente che tutto è permesso ed egli crede segretamente che tutto è possibile".

Negare la realtà è una menzogna verso se stessi. E la menzogna non conduce che al relativismo e al nichilismo di cui siamo imbevuti. "Ad ogni modo, l’uomo moderno non guadagnò questo mondo quando perse l’altro mondo, e neppure la vita ne fu favorita - scrive la Harent in una raccolta di lettere -. Egli fu proiettato in se stesso, proiettato nella chiusa interiorità dell’introspezione, dove tutt’al più poteva sperimentare i processi vuoti del meccanismo mentale, il suo gioco con se stesso". Profezia straordinaria: "È perfettamente concepibile che l’età moderna – cominciata con un così eccezionale e promettente rigoglio di attività umana – termini nella più mortale e nella più sterile passività che la storia abbia mai conosciuto".

E aggiunge: "La speranza induce a esplorare il mondo alla ricerca di una piccola, minuscola crepa che potrebbero aver lasciato rapporti e legami; una fessura – sia pur sottilissima – che aiuti a ordinare e centrare il mondo indefinito perché l’inatteso desiderato dovrà infine uscirne fuori come felicità definitiva. La speranza porta alla disperazione, se la convinzione non fa trovare nessuna fessura, nessuna possibilità di essere felice".

Occorre oggi più mai tenere desto questo atteggiamento del cuore splendidamente descritto dalla Arendth: solo in questo modo, può accadere l'impossibile, cioè sperimentare il fatto che Gesù di Nazareth, vissuto tra la Galilea e la Giudea duemila anni fa, è "contemporaneo" di ciascun uomo e donna che vive oggi e in ogni tempo.

Condividi
Posted in Message in a #bottle

ll nome di Dio è davvero Misericordia

Condividi

Le Lettere di Davide Vairani – Il nome di Dio è davvero Misericordia

Blog “Come Gesù” / Davide Vairani | 16 maggio 2018

“Cara Betty, ti sto scrivendo adesso perché non posso non dirti che questo non ha creato la benché minima differenza nella mia opinione su di te, che è la stessa di prima, e che è questa: solidamente basata sul rispetto completo.

Ho la tendenza a disfarmi delle sofferenze delle altre persone, ma questa, essendo un tuo dolore, sarà anche sempre parte di me. Mi colpisce per il semplice fatto che ha colpito te e ciò dura nel tempo fino a quando ferisce te.

[…]Tu ti stai sbagliando nel dire che sei una storia di orrori. Il significato della Redenzione è precisamente che noi non dobbiamo essere la nostra storia e niente è più semplice per me che dirti che tu non sei la tua storia (…)

Questo è solo l’inizio di quello che devi accettare. Ciò che devi accettare adesso è il perdono e io ti dico che questo è la cosa più difficile da accettare e che devi farlo continuamente. Nulla di tutto questo è una cortesia o una gentilezza o qualcosa di buona educazione da parte mia, e non è comprensibile.

Tu mi hai fatto solo del bene e mi hai dato il regalo che volevi, ma il fatto è che, sopra tutto e oltre a tutto, io ho una relazione spirituale con te; io sono la tua padrina, mi sono autonominata tale dalla prima volta in cui mi hai scritto, e questo significa che ho il diritto di stare dove sono stata messa. […]” 

Milledgeville 31 Ottobre 1956, Flannery O’Connor
in Sola a pre­sidiare la fortezza. Lettere”, Einaudi, 2001

Solo di recente sto comprendendo che non ottengo niente muovendomi sempre“come in battaglia”. Armato di baionetta “in difesa di”, “per affermare che – fosse anche per la più nobile e non negoziabile causa – non serve. I puntuti spigoli del pensiero moderno non sono – in fondo – che dei coni di buio dell’anima: tanto più l’uomo si ingegna in mestieri ed arti per espellere Dio dalla propria vita, tanto più – infine – si ritrova infelice.

Non è della battaglia che ha fame il mondo. Non è andando sempre e solo in battaglia. E quando ho combattuto, che cosa ne ho ottenuto per me, per la mia vita? “La fedeltà a Cristo”, mi ripeto. Sono – dunque – più felice e lieto? No, sono costretto a rispondermi. Lo sto scoprendo a mie spese, e soltanto negli ultimi anni: Dio è sempre più grande. Per quanto la quotidianità mi appaia spesso come minacciata, il mistero di Dio sceglie i modi più impensati per incarnarsi e per farsi sentire, scombinando le carte e le pretese umane di inquadrarlo nei propri schemi, fossero pure cattolici.

Rileggo spesso ciò che scrivo e rivedo sovente ciò che dico e che faccio. E più passa il tempo e più mi rendo conto di quanto stia impegnato tutto nel seguire una sola via: quella della giustificazione mediante le mie forze, quella dell’adorazione della volontà e delle mie capacità.

Un dogma è solo una via d’accesso alla contemplazione ed è uno strumento di libertà e non di costrizione. Per nessuno. Se ci arrivi per contrarietà o per cieca obbedienza, in realtà non ci sei affatto arrivato. Dio è sempre “di più”.

Se mi guardo indietro, non posso che concludere di non essere mai stato altrove che con i miei “dèmoni”. In un certo senso, i miei dèmoni sono un luogo, più istruttivo di un lungo viaggio in Europa, e un luogo dove nessuno ti può seguire.

Dal dolore aggrappato in fondo all’animo – di qualsiasi natura esso sia – ci devi passare. Ci devi stare, prima di passare per andare oltre. Per quanto faccia male (e quanto male!), occorre scendere negli abissi del cuore e ingaggiare un corpo a corpo con i dèmoni che vi abitano. Solo allora può accadere davvero di non vedersi più come una storia di orrori.

“Il significato della Redenzione è precisamente che noi non dobbiamo essere la nostra storia”: Dio è “di più”. Senza rendermi davvero conto, per il fatto di pensare che tutto dipenda dal mio sforzo umano, complico il Vangelo e divento schiavo di uno schema che lascia pochi spiragli perché la grazia agisca. Davvero il nome di Dio è Misericordia. Per dirla come Simone Weil: “Dare un pezzo di pane è più che fare un discorso, come la croce di Gesù è più che una parabola”.

Condividi