Posted in #Catholicon

“World Watch List 2019”: è strage di cristiani nel mondo 

"World Watch List 2019": è strage di cristiani nel mondo

di Davide Vairani

Porte Aperte ha pubblicato la WORLD WATCH LIST 2019 (WWL - periodo di riferimento ricerche 1 novembre 2017 – 31 ottobre 2018), la nuova lista dei primi 50 paesi dove più si perseguitano i cristiani al mondo.

Primo dato degno di nota: cresce ancora la persecuzione anti-cristiana nel mondo in termini assoluti, così come cresce il numero di paesi dove essa si verifica.

Oggi salgono ad oltre 245 milioni i cristiani perseguitati, sostanzialmente 1 cristiano ogni 9 subisce una forma di persecuzione a causa della propria fede.

Sui 150 paesi monitorati:

  • 73 hanno mostrato un livello di persecuzione definibile alta, molto alta o estrema (punteggio superiore a 41), mentre l’anno scorso erano 58;
  • il numero di cristiani uccisi per ragioni legate alla fede sale da 3.066 dello scorso anno a 4.305 del 2018, con la Nigeria ancora terra di massacri per mano soprattutto degli allevatori islamici Fulani, oltre che dei terroristi Boko Haram. Si contano infatti 3.731 cristiani uccisi in questa nazione, con villaggi completamente abbandonati dai cristiani, che alimentano il fenomeno degli sfollati interni e dei profughi;
  • 11 le nazioni che rivelano una persecuzione definibile estrema.

Al primo posto troviamo ancora la Corea del Nord, la quale, nonostante lo scongelamento delle relazioni seguito al vertice Trump-Kim Jong-un, non offre segnali di miglioramento: si stimano ancora tra i 50 e i 70 mila cristiani detenuti nei campi di lavoro di questo paese per motivi legati alla loro fede.

Anche Afghanistan (2°) e Somalia (3°) totalizzano un punteggio superiore ai 90, ma ovviamente per ragioni diverse rispetto alla Corea del Nord, connesse ad una società islamica radicalizzata e all’instabilità endemica di questi paesi.

La Libia (4°), stato diviso e fragile, peggiora leggermente: il blocco ulteriore dei flussi migratori attraverso il Mediterraneo comporta che molti cristiani in fuga dai disordini e dalle persecuzioni dell’Africa sub-sahariana rimangano bloccati in questo paese, rendendoli ancora più vulnerabili a pressioni o violenze.

La cronaca in Pakistan (5°) - vedasi il caso di Asia Bibi e i seguenti disordini - ha dimostrato ancora una volta il motivo per cui questa nazione si trovi ai vertici della WWList, con aggressioni, ingiusti incarceramenti, sentenze di pena di morte per blasfemia ed almeno 28 assassini documentati di cristiani.

A proposito di incarceramenti, registriamo 3.150 cristiani arrestati, condannati e detenuti senza processo, poco meno del doppio del 2017. Sono 1.847 le chiese (ed edifici cristiani direttamente collegati ad esse) attaccati nello stesso periodo.

Continua l’involuzione della situazione in Asia, dove includendo il Medio Oriente addirittura 1 cristiano ogni 3 è definibile perseguitato.

Ad accelerare questo processo è il peggioramento della situazione in Cina, risalita al 27° e al primo posto per incarceramenti di cristiani, e in India, la quale dall’ascesa al potere del Primo Ministro Modi è stata scenario di un costante aggravamento della condizione dei cristiani, fino ad entrare nella top 10 della WWL 2019.

Anche in tutto il vicino Nord Africa peggiora la condizione dei cristiani: oltre alla Libia, allarmano le chiusure di chiese in Algeria (22°), gli episodi di violenza in Egitto (16°), il malcontento generale in Tunisia (37°) e la ricomparsa del Marocco (35° - era uscito dalla WWList nel 2014).

Rimangono preoccupanti le situazioni in Medio Oriente (in particolare in Siria 11°), nella Penisola Araba (soprattutto nello Yemen 8°) e nel Corno d’Africa, dove l’accordo Etiopia-Eritrea per ora non ha migliorato la condizione dei cristiani in Eritrea (7°).

Non passa di certo inosservata la ricomparsa della Federazione Russa (41°), per motivi collegati a leggi sulla libertà religiosa sempre più restrittive e certamente agli attacchi di chiese avvenuti in Dagestan e Cecenia.

L’oppressione islamica continua ad essere la fonte principale di persecuzione dei cristiani, ma l’ascesa del nazionalismo religioso, con le 2 connotazioni induista in India e buddista in stati come il Myanmar, si presenta come prorompente fonte di discriminazione anti-cristiana (e di altre minoranze).

La recrudescenza dell’opposizione comunista/post-comunista in nazioni come Cina e Vietnam conclude il quadro delle maggiori fonti di persecuzione, anche se degni di nota rimangono Messico (39°) e Colombia (47°), nazioni cristiane dove l’intolleranza arriva soprattutto quando i leader delle chiese sfidano la corruzione e i cartelli della droga, e nelle aree rurali per ragioni connesse all’antagonismo tribale.

Sin dal 1983 esiste la base italiana di Open Doors/Porte Aperte impegnata in mobilitare la Chiesa italiana al sostegno dei perseguitati e a informare sulla loro condizione.

Partita da un gruppo di volontari, capeggiati dal missionario olandese Cornelio, vide la pubblicazione del numero zero della rivista di Porte Aperte già dal 1981. Presto la rivista divenne uno strumento essenziale per pregare per i perseguitati, per conoscere la loro situazione e per scrivere loro lettere di incoraggiamento. Era la fase pionieristica di questa agenzia missionaria, che vedeva anche alcuni credenti italiani viaggiare oltre la Cortina di Ferro per portare Bibbie ai perseguitati del regime comunista.

La visione di equipaggiare la Chiesa affinché potesse essere luce nei luoghi oscuri del pianeta non è mai cambiata nei decenni.

Mentre Open Doors International cresceva e allargava i suoi orizzonti impegnandosi in paesi dove esplodeva la persecuzione (come mondo islamico, Africa, ecc.), anche la base italiana allargava la rete di sostenitori in Italia, conferendo sempre più credibilità all’opera di questa missione.

Con la World Watch List, poi, sono iniziati i contatti anche con i media, e dopo anni di paziente opera, finalmente oggi anche in Italia si parla di persecuzione dei cristiani.

Porte Aperte/Open Doors in Italia oggi ha una rete ampia di volontari impegnati nella causa dei perseguitati, così come un team interno impegnato full-time nell’opera missionaria.

Word Watch List 2019: Top5

Posted in #AsiaBibi #Moments of life

Zarish Neno ci racconta il suo Pakistan da cristiana

Zarish Neno ci racconta il suo Pakistan da cristiana

di Davide Vairani, #LaCroce quotidiano, 13 novembre 2018

La vicenda di Asia Noreeen #Bibi non si è ancora conclusa e - nell’orizzonte breve – non pare intravvedersi una soluzione: le verrà concesso di lasciare il Pakistan e venire accolta e protetta in un Paese estero?

I fatti in breve della vicenda.

Asia, 47 anni, cattolica, madre di 5 figli, arrestata nel giugno 2009 e condannata a morte nel novembre 2010 per una falsa accusa di blasfemia, viene riconosciuta innocente e assolta il 31 ottobre scorso dalla Corte Suprema pachistana; poi, scarcerata mercoledì scorso 7 novembre e trasferita, per motivi di sicurezza, in una località segreta a Islamabad.

L'ordine di rilascio dalla prigione di Multan - nel centro del Pakistan, dove era detenuta – viene vincolato dal governo: il portavoce del ministero degli Esteri, Muhammad Faisal, ha dichiarato che Asia Bibi "si trova in un luogo sicuro e che è ancora in Pakistan", smentendo le notizie di una partenza della donna per l'estero.

Nei giorni scorsi, dopo la notizia della sua assoluzione, in tutto il Pakistan si sono registrati disordini e proteste da parte dei gruppi islamisti.

La donna era ancora in carcere, dopo la sentenza, mentre il governo negoziava con gli integralisti musulmani che chiedevano la sua immediata uccisione. A seguito delle proteste, il governo aveva accettato di negoziare con i religiosi radicali: imporre il divieto di uscire dal Paese alla donna e non opporsi a un ricorso alla Corte suprema. In cambio, la cessazione delle proteste di piazza.

Alcuni governi europei si sono offerti di prestare aiuto, dopo che la famiglia della donna ha lanciato un appello per essere accolta all'estero e dopo che l'avvocato difensore è fuggito in Olanda, dicendo di temere per la propria vita.

Tutto questo, perché il Tehreek-i-Labaik Pakistan - partito islamista che si oppone alla liberazione della donna – ha fomentato disordini e manifestazioni di protesta in tutto il Paese, al punto da costringere il governo di Imran Khan a trattare.

Se giudichiamo con gli occhi del mondo, Asia #Bibi ha perso e hanno vinto (ancora una volta) i fondamentalisti.

Se giudichiamo con gli occhi del mondo, ancora una volta le donne e gli uomini di buona volontà sono costretti a cedere, a subire la logica dello “scontro tra civiltà” tra quanti invocano la sharia contro gli infedeli ribelli ad Allah e quanti in nome della libertà e della separazione tra la città di Dio e degli uomini pretendono di imporre democrazia e libertà con la violenza di guerre sante nell’Oriente ribelle e minaccioso.

La realtà è più complessa di quanto la si voglia semplificare. Occorre uno sguardo più dilatato per leggere il misterioso andamento della storia in questa vicenda, come nelle vicende di ciascuno di noi.

“Grazie a Dio. Sia lode al Signore. Sono libera” - sono state le prime parole pronunciate da Asia #Bibi appena uscita dal carcere, secondo quanto riferisce “Vatican Insider”.

Dopo 3.422 giorni passati in prigionia con una condanna a morte sulla testa, Asia non ha avuto parole di risentimento e di rivalsa. Non ha giurato vendetta.

Ci sono voluti dieci anni, ma quanto è accaduto in Pakistan è “rivoluzionario”.

E “rivoluzionario” è l’aggettivo che ha voluto usare Zarish Neno, trentunenne, freelance, cattolica e pakistana, che sta vivendo in prima persona questa difficile situazione nel suo Paese.

“Sì! Questa è stata una decisione rivoluzionaria. L’ho anche scritto sul mio profilo facebook – ci racconta -.

Non è mai accaduto prima. Se guardi ai casi di blasfemia che si sono verificati nel corso degli anni, vedrai che nessun caso ha mai ricevuto giustizia, perché il sistema locale ha sempre fatto di tutto per insabbiare e non arrivare mai alla verità.

Le vittime venivano per lo più uccise o subivano gravi ferite (come ustioni da acido o picchiate duramente, ecc.).

Il caso di Asia è stato rivoluzionario. Lei è riuscita a sopravvivere in tutti questi anni. E - infine - un coraggioso avvocato e tre coraggiosi giudici hanno emesso questo verdetto rivoluzionario.

Quando noi cristiani abbiamo ascoltato il verdetto, siamo rimasti sorpresi. Abbiamo avuto grande speranza nel giudizio del capo della giustizia, Mian Saqib Nasir.

E poi le nostre speranze sono diventate realtà. Questo verdetto ci ha dato la speranza che le cose possano cambiare da ora in poi.

Sicuramente ci vorrà molto tempo e molti sacrifici. Ma è così che è sempre stato anche nella storia.

Come si dice: tutte le cose buone richiedono tempo”.

Mian Saqib Nasir, presidente della Corte suprema pakistana, è uno dei tanti “musulmani coraggiosi” che la vicenda di Asia #Bibi ci ha permesso di conoscere. Non si è solo preso la responsabilità di assolvere Asia Bibi - ben sapendo che sarebbe poi diventato il bersaglio degli islamisti - ma ha voluto commentare la sentenza.

“Io, come anche gli altri magistrati del collegio giudicante, amo il profeta Maometto e sono pronto a sacrificare la mia vita per difendere il suo onore”, ha dichiarato (in “If there is no proof against someone, how can we punish them: CJP”, di Haseeb Bhatti, “Dawn”, 01 novembre 2018).

“Ma noi non siamo giudici solo per i musulmani. Come possiamo condannare a morte qualcuno senza avere le prove Non amiamo il Profeta meno di chiunque altro e io, che non ho visto Allah, ho imparato a riconoscerLo attraverso la guida del Profeta. Forse che ora ognuno dovrà dimostrare la sua fede? Chi accusa una persona di un reato deve dimostrarlo portando le prove. E non dimentichiamoci dell’Hadith nel quale Maometto disse: ‘Fate attenzione! Chiunque si comporta in modo crudele e duro con una minoranza non musulmana o viola i suoi diritti, io lo accuserò nel Giorno del Giudizio’”.

La "legge sulla blasfemia" - introdotta in Pakistan nel 1986 - punisce con l'ergastolo o la pena di morte il vilipendio al Corano e a Maometto. Le minoranze religiose – indù e cristiani, che costituiscono nel complesso meno del 4% della popolazione pakistana – costituiscono il 50% degli accusati di blasfemia.

I fanatici – come ci ha testimoniato anche Zarish Neno – usano violenza e terrore per impedire giustizia.

In particolare contro i cristiani, minoranza delle minoranze in Pakistan (l’1,6% della popolazione).

La cronaca degli ultimi anni registra un numero impressionante ad attacchi mirati: dicembre 2017, chiesa a Quetta devastata, nove uccisi e 57 feriti; marzo 2016, attacco suicida a cristiani che stavano celebrando la Pasqua nel parco giochi di Lahore, 70 morti e oltre 340 feriti; due esplosioni di bombe alle chiese di Lahore nel marzo 2015, uccise 14 persone e ferite più di 70 persone; attentato suicida con due gemelli in una chiesa di Peshawar nel 2013, 80 morti; nel 2009, quasi 40 case e una chiesa sono state bruciate da una folla nella città di Gojra nel Punjab, con otto persone bruciate vive; nel 2005, centinaia di persone sono fuggite dalle loro case a Faisalabad quando chiese e scuole cristiane sono state date alle fiamme da una folla, dopo che un residente era stato accusato di aver bruciato pagine del Corano.

Dagli anni '90, decine di cristiani sono stati condannati per "profanazione del Corano" o "bestemmiando contro il profeta Maometto”. Sembrerebbe che il Pakistan sia un paese senza una vera leadership, mentre il caos e l'anarchia si diffondono ancora nelle strade.

In Pakistan i fondamentalisti islamici sono una maggioranza tale da potere mettere in scacco l’ordine pubblico e i tentativi di introdurre processi di democrazia nel sistema politico pubblico?

“Non sono una maggioranza, ma una minoranza – ci risponde Zarish Neno -.

Ma sicuramente una minoranza che ha il potere di mettere l’intero paese in disordine.

Comunque, voi tutti sapete delle proteste che si sono svolte dopo che il verdetto di assoluzione di Asia è stato reso pubblico.

Avete visto la rabbia e la violenza dei fondamentalisti.

Avete visto i loro volti e le cose che sono capaci di fare.

Penso di non aver bisogno di aggiungere altro. I social media sono pieni di tutto ciò che è successo in questi pochi giorni.

Quello che posso condividere sulla situazione attuale del mio paese al momento è che possiamo vedere i musulmani divisi in due. Ci sono quei fondamentalisti che vogliono Asia Bibi uccisa a tutti i costi, che si sentono sconfitti e a cui non importa se è innocente o no. Poi ci sono quelli che sanno che lei è innocente, che vogliono proteggerla, che vogliono liberarla e che non sono contenti della reazione dei fondamentalisti.

E noi cristiani siamo grati a Dio che ci siano questi secondi che parlano a suo favore e la stanno proteggendo”.

Essere cristiani in Pakistan: che cosa significa? - domandiamo a Zarish.

“Non è facile essere cristiani in un posto come il Pakistan, dove siamo trattati come cittadini di seconda classe. Immaginate di vivere nella costante paura di perdere la vita in qualsiasi momento; immaginate di camminare su un campo in cui sono state seminate bombe e solo un passo sbagliato potrebbe far esplodere una bomba e morire.

Ecco cosa significa essere cristiani in Pakistan.

Ricordo quante volte il rumore dei fuochi d’artificio mi ha spaventato a morte. Non sai mai quando qualcosa può accadere a te o a qualcuno che ami in questo Paese.

Puoi anche trovarti in situazioni gravi e non poter fare nulla, tutto grazie alla legge sulla blasfemia che viene spesso usata per accusare falsamente i cristiani di qualcosa non commesso come è successo anche nel caso di Asia Bibi”.

Eppure nelle parole di Zarish – come in quelle di Asia Bibi – non c’è spazio per l’odio e il risentimento.

“Ma indipendentemente dalle discriminazioni e dalle persecuzioni che affrontiamo, non ci vergogniamo della nostra identità cristiana – aggiunge subito Zarish -. Ci sentiamo orgogliosi di essere seguaci di Cristo e siamo disposti ad affrontare ogni sorta di discriminazione, perché Cristo stesso disse ‘Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia’ (Giovanni 15,18).

Allora, nulla ci impedisce di vivere la nostra fede cristiana e anche se il rischio di perdere la nostra vita in qualsiasi momento è sempre nella nostra mente, noi continuiamo a chiamare Cristo nostro Signore e Salvatore e testimoniare la nostra fede in lui.

La persecuzione - anche con i suoi effetti negativi - continua a rafforzarci nella nostra fede e siamo sicuri che Dio ci ricompenserà. Crediamo fortemente nella promessa che Gesù ha fatto durante il suo sermone sul Monte Tabor a coloro che soffriranno le persecuzioni dicendo: ‘beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli’ (Matteo 5, 11-12)”.

Zarish è una ragazza cattolica come tante altre in Pakistan, vive in una piccola comunità e lavora in un centro educativo per bambini poveri cristiani a Faisalabad, il "Jeremiah Education Centre".

In ogni post sul suo profilo facebook e in ogni intervista rilasciata non troverete altro che parole di speranza.

Come per Asia Bibi.

Sono andato a riprendermi una breve lettera che scrisse nel 2012, pubblicata da “Avvenire” in Italia.

“Mi chiamo Asia Noreen Bibi. Scrivo agli uomini e alle donne di buona volontà dalla mia cella senza finestre, nel modulo di isolamento della prigione di Sheikhupura, in Pakistan, e non so se leggerete mai questa lettera – iniziava così -.

Sono rinchiusa qui dal giugno del 2009. Sono stata condannata a morte mediante impiccagione per blasfemia contro il profeta Maometto. Dio sa che è una sentenza ingiusta e che il mio unico delitto, in questo mio grande Paese che amo tanto, è di essere cattolica.

Sono sposata con un uomo buono che si chiama Ashiq Masih. Abbiamo cinque figli, benedizione del cielo: un maschio, Imran, e quattro ragazze, Nasima, Isha, Sidra e la piccola Isham. Voglio soltanto tornare da loro, vedere il loro sorriso e riportare la serenità. Stanno soffrendo a causa mia, perché sanno che sono in prigione senza giustizia. E temono per la mia vita.

Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nella mia cella e, dopo avermi condannata a una morte orribile, mi ha offerto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam.

Io l’ho ringraziato di cuore per la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta onestà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musulmana.

‘Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto –. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui’.

Due uomini giusti sono stati assassinati per aver chiesto per me giustizia e libertà.

Il loro destino mi tormenta il cuore.

Salman Taseer, governatore della mia regione, il Punjab, venne assassinato il 4 gennaio 2011 da un membro della sua scorta, semplicemente perché aveva chiesto al governo che fossi rilasciata e perché si era opposto alla legge sulla blasfemia in vigore in Pakistan.

Due mesi dopo un ministro del governo nazionale, Shahbaz Bhatti, cristiano come me, fu ucciso per lo stesso motivo. Circondarono la sua auto e gli spararono con ferocia.

Mi chiedo quante altre persone debbano morire a causa della giustizia.

Prego in ogni momento perché Dio misericordioso illumini il giudizio delle nostre autorità e le leggi ristabiliscano l’antica armonia che ha sempre regnato fra persone di differenti religioni nel mio grande Paese.

Gesù, nostro Signore e Salvatore, ci ama come esseri liberi e credo che la libertà di coscienza sia uno dei tesori più preziosi che il nostro Creatore ci ha dato, un tesoro che dobbiamo proteggere. Ho provato una grande emozione quando ho saputo che il Santo Padre Benedetto XVI era intervenuto a mio favore. Dio mi permetta di vivere abbastanza per andare in pellegrinaggio fino a Roma e, se possibile, ringraziarlo personalmente.

Penso alla mia famiglia, lo faccio in ogni momento. Vivo con il ricordo di mio marito e dei miei figli e chiedo a Dio misericordioso che mi permetta di tornare da loro. Amico o amica a cui scrivo, non so se questa lettera ti giungerà mai.

Ma se accadrà, ricordati che ci sono persone nel mondo che sono perseguitate a causa della loro fede e – se puoi – prega il Signore per noi e scrivi al presidente del Pakistan per chiedergli che mi faccia ritornare dai miei familiari.

Se leggi questa lettera, è perché Dio lo avrà reso possibile.

Lui, che è buono e giusto, ti colmi con la sua Grazia”

("Scrivo da una cella senza finestre", di Asia Bibi, prigione di Sheikhupura, Pakistan, 8 dicembre 2012, pubblicata su “Avvenire”).

Occorre uno sguardo davvero dilatato per non cedere alla disperazione.

Nelle parole di Asia - come di Zarish – si avverte con netta chiarezza la consapevolezza che nulla è perso.

Vivere appieno la fede in Cristo non significa affatto subire senza dire nulla.

Al contrario. Non manca certamente il giudizio su quanto accade intorno.

“So che i leader religiosi fanno riunioni e cercano di dialogare – ci racconta Zarish -, ma tali dialoghi ignorano le realtà di base della vita quotidiana e sono per lo più tenuti su iniziativa della Chiesa cattolica.

Il dialogo è una conversazione o una discussione tra le persone per risolvere un problema.

Ma quando gli altri non pensano che ci siano problemi per cominciare, mi domando come possiamo dialogare?

Inoltre, il dialogo si svolge su basi uguali. Ma quando gli altri non ci trattano da pari a pari, come lo facciamo

Vogliamo costruire ponti e non muri.

Ma quando quelli che ci circondano non vogliono demolire i muri, come è possibile essere un ponte?

Condivido un semplice esempio. In Europa, negli Stati Uniti e in tutto il mondo, ai musulmani è permesso costruire moschee e vivere la loro fede liberamente. I cristiani, al contrario, non sono autorizzati a costruire una chiesa in Arabia Saudita. Ci può essere un sindaco musulmano a Londra, ma in Pakistan non possiamo arrivare a titoli così alti. Invece, gli annunci di lavoro vengono stampati dicendo "richiesto personale sanitario cristiano". Ti mostrano ripetutamente che il tuo posto è comunque e sempre sotto di loro.

Recentemente, il quotidiano ‘Dawn’ ha pubblicato delle vignette blasfeme contro Gesù Cristo, eppure nessuna azione è stata intrapresa.

In uno show televisivo ci viene mostrata una ragazza cristiana convertita all'Islam, e questo fatto non fa che rinforzare lo stato di potere che viene esercitato verso di noi.

Allora, ditemi per favore, come possiamo dialogare in queste circostanze?

Certo, la Chiesa continua a sforzarsi per il dialogo, ma sono costretta a chiedere (guardando a cosa succede nella vita di tutti i giorni): che cambiamento hanno portato questi dialoghi nella vita di ogni giorno? Dopo i dialoghi interreligiosi, vengono fatte delle affermazioni e risoluzioni vengono approvate: ma poi? Quelle dichiarazioni e risoluzioni sono lasciate nelle cartelle per catturare la polvere.

Chiedo quindi: questi dialoghi influenzano le realtà quotidiane delle persone? I problemi restano sempre e ogni volta che si verifica un conflitto religioso, gli educati rimangono nelle case mentre gli analfabeti escono per le strade e mostrano il loro potere di strada.

Preghiamo per la pace nelle nostre Chiese, offriamo preghiere per i nostri fratelli e sorelle musulmani, mentre loro predicano l'odio contro i non musulmani e pregano per la nostra distruzione. Quando gli atteggiamenti sono così contrari, chiedo come dialoghiamo? Come interpretiamo il ruolo del ponte? A mio modesto parere, sembra molto difficile!”.

Ma poi Zarish aggiunge:

“In Pakistan, i cristiani sono una piccola minoranza. La nostra visione della Chiesa cattolica è quella di essere il sale della terra e la luce del mondo. Per noi, la Chiesa primitiva che ha sofferto per la loro fede è un grande esempio da seguire. Vediamo le realtà della vita intorno a noi come quella dei primi cristiani che hanno affrontato difficoltà e persecuzioni per vivere la loro fede. La Chiesa cattolica in Pakistan insegna lo stesso ai suoi membri, cioè continuare a vivere i valori del Vangelo nelle situazioni difficili in cui ci troviamo”.

Che cosa vorresti dire ad un giovane occidentale come te che, imbevuto di una cultura relativista ed individualista, non riesce a trovare uno scopo nella propria vita? – proviamo a chiederle.

“Voglio dire ai miei cari giovani fratelli e sorelle: tenete sempre in mente la vostra chiamata battesimale – ci tiene a dirci Zarish -. Ricordate che al battesimo, siamo reclamati per Cristo. Siamo unti come Sacerdoti, Profeti e Re.

Ciò significa che siamo chiamati a raggiungere e servire gli altri.

Siamo chiamati a diffondere la Buona Novella.

Siamo chiamati ad essere sia leader che servi.

Come sapete, il simbolo principale del battesimo è l’acqua – la vita stessa. L’acqua per sua stessa natura deve fluire. Attraverso i doni che abbiamo ricevuto al battesimo, dobbiamo lasciare che l’amore di Cristo fluisca attraverso di noi per servire gli altri.

So che non è facile perché il mondo ci distrae e ci allontana dall’amore di Cristo. Continua a metterci in testa idee distorte e tante confusioni, così da allontanarci dalla Verità. Ma non dimentichiamo che sta a noi decidere. Se decidiamo di dare a Cristo il primo posto nella nostra vita, tutto il resto va a posto nell’ordine giusto.

Perciò, fate cose che vi permettono sempre di pensare al Suo Amore, pregate frequentemente, partecipate ai sacramenti, andate alla Messa e passate spesso un po’ di tempo da soli con il Santissimo Sacramento.

Quando farete tutto questo, vedrete che i vostri cuori saranno pieni dell’amore di Cristo. E quando sarete pieno del Suo Amore, sarà impossibile per voi non condividere questo amore con gli altri. Questa è la cosa bella dell’amore di Cristo, non vogliamo tenerlo nascosto. Vogliamo condividerlo con gli altri.

Così, vi chiedo anche di prendere un po’ di tempo dalla vostra vita quotidiana, solo un’ora, e fate qualcosa di buono per gli altri. Non deve essere una cosa molto grande. Anche un piccolo atto d’amore può fare un’enorme differenza. Come dice Madre Teresa: ‘Fate piccole cose con amore’. Il mondo si fa sempre più oscuro e, come i discepoli di Cristo, spetta a noi essere la luce. Lasciamoci ad essere la luce del mondo!”.

Zarish (come Asia) non chiede ai cristiani d’Occidente una guerra santa contro gli infedeli.

Ci chiede di non dimenticare la nostra storia. Ci chiede di tornare a Cristo.

Ce lo chiede lei, minoranza delle minoranze in un Paese nel quale essere cristiani può portare a perdere la vita.

Ce lo chiede Asia Bibi, dopo 3.422 giorni di prigionia e dopo una sentenza “rivoluzionaria” che potrebbe innescare finalmente un processo di depenalizzazione del reato di blasfemia.

“Signore risorto, permetti a tua figlia Asia di risorgere con te. Spezza le mie catene, fa’ che il mio cuore sia libero e possa oltrepassare queste sbarre, e accompagna la mia anima perché sia vicina a chi mi è caro e rimanga sempre accanto a te.
Non abbandonarmi nel momento del bisogno, non privarmi della tua presenza. Tu che hai subito la tortura e la croce, allevia la mia sofferenza. Tienimi accanto a te, Signore Gesù.
Nel giorno della tua resurrezione, Gesù, voglio pregare per i miei nemici, per chi mi ha fatto del male. Prego per loro e ti supplico di perdonarli per il male che mi hanno inflitto.
Signore, ti chiedo di rimuovere ogni ostacolo perché possa ottenere la benedizione della libertà. Ti chiedo di proteggere me e la mia famiglia”.

[preghiera scritta da Asia Bibi, traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Leggi anche:

Posted in #Actuality #AsiaBibi

Ashiq Masih implora:’Italia, aiutaci’

Ashiq Masih implora: 'Italia, aiutaci'

 

"Faccio appello al Governo italiano affinché aiuti me e la mia famiglia ad uscire dal Pakistan".

È il drammatico appello al telefono con Aiuto alla Chiesa che Soffre di Ashiq Masih, marito di Asia Bibi.

Mentre la donna resta ancora in carcere in attesa della registrazione della sentenza di assoluzione, la famiglia vive nella paura.

Le proteste dei fondamentalisti, che continuano a chiedere che Asia venga giustiziata, hanno costretto i familiari della donna a rimanere chiusi in casa in un luogo sicuro.

Nei giorni scorsi anche l’avvocato difensore di Asia, Saif ul-Malook è stato costretto ad andare all’estero.

"Siamo estremamente preoccupati perché la nostra vita in pericolo – dichiara l’uomo ad ACS – Non abbiamo neanche più da mangiare perché non possiamo uscire a comprarlo".

Ashiq chiede dunque asilo al governo italiano e soprattutto un aiuto a lasciare il Paese.

Al contempo l’uomo invita i media e la comunità internazionale a mantenere alta l’attenzione sul caso di Asia.

"È stata proprio questa attenzione a tenerla in vita finora. E ringrazio in particolare Aiuto alla Chiesa che Soffre che, invitandoci al proprio evento del Colosseo rosso, ci ha offerto l’opportunità di parlare al mondo".

Posted in #Actuality #AsiaBibi

Essere cristiani in Pakistan: lo sguardo di Zarish Neno

Essere cristiani in Pakistan: lo sguardo di Zarish Neno

di Davide Vairani

07 Novembre 2018 - ore 06.28

"Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!"

Giovanni 3,1

"Le tue braccia, o Gesù, sono l’ascensore che mi deve innalzare fino al cielo! Per questo io non ho affatto bisogno di diventare grande; bisogna anzi che rimanga piccola, che lo diventi sempre di più"

Santa Teresa di Gesù Bambino

06 Novembre 2018 - ore 11.14

"Dio non ha mai promesso che sarebbe stato facile. Non ha mai detto che non avremmo mai avuto i fallimenti, la morte o il dolore. Non ha mai detto che le cose sarebbero andate sempre secondo il nostro modo, che avremmo sempre saputo dove andare, che la nostra strada sarebbe stata lastricata senza intoppi.

Ma quello che ha promesso è stato che sarebbe rimasto per sempre al nostro fianco, trasportandoci per sempre attraverso le strade difficili, sempre con le braccia tese verso di dentro. Quello che ha detto è che in ogni stagione della vita, specialmente quella più difficile, ci avrebbe portato speranza, forza e verità.

Non ci ha dato un percorso semplice. Ma ha promesso un piano perfetto, che si sta continuamente rivelando con ogni nostro passo, ogni respiro.

Dio non ha promesso una vita facile, ma ha promesso che non avremmo mai dovuto combattere da soli.

Ha promesso che non sarebbe mai stato più lontano di una preghiera e che quando abbiamo accettato la morte e la risurrezione di suo figlio come redenzione e liberazione, saremmo per sempre vicini a Lui - fisicamente, spiritualmente, mentalmente, emotivamente e completamente.

Non siamo destinati ad avere vite perfette e senza dolore. Ne dovremmo avere tutte le risposte su ogni piccola cosa.

Ha detto di non perdere la nostra fiducia per un momento perché questa vita non doveva essere facile, perché allora non ci sarebbe stato lo scopo.

Ci ha creati a sua immagine: vivere, amare, trovare il nostro significato individuale, onorarlo. Per sapere che saremo sfidati, scossi ed esausti dal peso del mondo. Ma non saremo mai soli.

Quindi, non importa cosa combattiamo o affrontiamo, il Nostro Padre Celeste sarà sempre con noi.

E il suo amore incondizionato ci farà attraversare tutte le tempeste".

Foto: il crocifisso che porto al collo.

06 Novembre 2018 - ore 07.16

"La verità non è sempre quella che ha deciso la maggioranza”

San Giovanni Paolo II

05 Novembre 2018 - ore 08.15

"I bambini sono andati a scuola. Gli adulti stanno al lavoro. La vita è "NORMALE".

Tutto al costo della vita di nostra cara sorella #AsiaBibi.

Continuerò a pregare per lei!! Non sappiamo più cosa sta succedendo.

Ognuno ha la sua storia e la sua verità. Spero solo che le vostre notizie aiutano a liberare Asia e con lei tutti noi cristiani in Pakistan di vivere in questo paese senza la paura.

Che possiamo veramente sentire i cittadini di questo paese che abbiamo sempre chiamato LA CASA NOSTRA!"

#Lunedì #Pray4AsiaBibi #PreghiamoperAsiaBibi #ChiesaPerseguitata #PreghiamoperCristianidelmondo

In queste settimane di apprensione per la sorte di Asia #Bibi, molti di noi hanno avuto l'opportunità di incontrare sul suo profilo facebook Zarish Neno, trentunenne attivista cattolica pakistana, che sta vivendo in prima persona questa difficile situazione nel suo paese.

Una ragazza che vive in una piccola comunità, operatrice in un centro educativo per bambini poveri a Faisalabad, il "Jeremiah Education Centre".

Attraverso il suo sguardo, quanto sta accadendo in Pakistan ai cristiani acquista più realtà, perchè non rimane una notizia tra le tante, diventa carne.

Il suo sguardo di testimonianza a rischio della vita - come per tutte le donne e gli uomini cristiani del Pakistan - ci mette in discussione e ci aiuta (almeno, a me, moltissimo) a dare ogni giorno una risposta alla domanda: "Chi sto testimoniando nella mia vita?".

Leggi anche: