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Basta poco: numero verde 800 813 000

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Una giovane donna 27enne di Terni si trova nel carcere di Capanne a Perugia: è accusata di avere ucciso il figlio, abbandonandolo all’interno di una busta dietro una siepe nei pressi del supermercato Eurospin di Borgo Rivo. La busta con il corpicino del piccolo è stata ritrovata il 02 agosto 2018 e – dalle prime ricostruzioni effettuate – sembra fosse ancora vivo quando è stato messo in quel sacchetto. La giovane continua a sostenere che non avrebbe voluto uccidere suo figlio: “Ho lasciato la placenta per protezione”. Pare che nessuno fosse a conoscenza della sua gravidanza, compreso il compagno col quale pare avesse regolarmente rapporti, come entrambi hanno rivelato agli investigatori.

“Perché, per esempio, nessuno ha detto a quella mamma di Terni che in Italia – secondo il DPR 396/2000, art. 30 è possibile partorire in anonimato il proprio bambino in ospedale, garantendogli così una corretta assistenza e la tutela giuridica? E, ancora, come sarebbero andate le cose se la mamma di Terni avesse saputo dell’esistenza di almeno quattro Culle per la Vita (qui una sintesi dei circa cinquanta luoghi in cui sono presenti), dislocate a neanche 100 Km dal luogo dove ha abbandonato il suo bambino?”, una a Perugia e una a Città di Castello.


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Essere anziani è (diventato) un lusso?

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C’è una dignita nell’avvicinarsi alla propria morte che deve essere preservata il più possibile. Ma poi c’è la realtà nuda e cruda. RSA e un acronimo che significa “Residenza Sanitaria Assistenziale”. Una Casa di Riposo. Le brouchure patinate così recitano: “Una Residenza Sanitaria Assistenziale è un utile strumento di appoggio che consiste in una struttura protetta non ospedaliera, ma comunque a impronta sanitaria, che accoglie persone anziane non autosufficienti, che non possono essere assistite in casa a causa delle loro condizioni di salute e autonomia, che necessitano di specifiche cure mediche di più specialisti e di una articolata assistenza sanitaria. Le RSA sono gestite da enti pubblici o privati che offrono ospitalità, prestazioni sanitarie e assistenziali, aiuto nel recupero funzionale e nell’inserimento sociale e prevenzione delle principali patologie croniche”. E per prassi poi aggiungono: “I ricoveri possono essere temporanei o a tempo indeterminato”.

Non ho mai visto un ricovero “temporaneo”. Una persona quando entra in una RSA sa perfettamente che sarà “a tempo indeterminato”, sa che lì dentro ci resterà fino alla morte. Nessuno accetta con gioia di finire i propri giorni dentro una RSA. Nessuno dei suoi famigliari è contento di mettere il proprio padre o madre in RSA. Ti si spacca il cuore. Ma arriva un momento nel quale – nonostante gli enormi sforzi e fatiche – non ce la fai più, non riesci più a farcela nell’accudire una persona anziana non autosufficiente nella propria casa.


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