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Tornare ad essere uomini

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Tornare ad essere uomini

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 08 marzo 2019

Non lasciamoci trascinare sul terreno di contese miopi ed ideologiche almeno oggi. Se un senso ci deve essere, il miglior “regalo” che possiamo fare alle donne per l’08 marzo e “farci un regalo”: torniamo ad essere uomini per davvero. Per essere mariti degni e padri nobili. Uomini nobili, dunque virili. Non conosco altro modello di uomo pienamente nobile e virile quale Youssef di Nazareth.

Il luogo comune è che san Giuseppe sia una figura scialba e sbiadita, da immaginetta olografica e basta. Una comparsa, un artificio retorico, perché qualcuno non pensasse che Gesù fosse semplicemente un figlio illegittimo. Sposo di una moglie non “sua”, dalla quale non può nemmeno avere un figlio “suo” che porti il suo cognome e continui il seme della stirpe. Giuseppe, padre putativo - quasi disincarnato - del Dio incarnato. Un uomo senza voce, senza autorità, senza personalità. Non è affatto così.

Youssef di Nazareth. Youssef ascolta il sogno: è disposto ad accogliere una voce non sua, a lasciarsi guidare. Il sogno è lo spazio di accoglienza del mistero. La parola “mistero” dice ancora qualcosa a noi uomini? Siamo capaci di lasciarlo, questo spazio, nella nostra vita? Giuseppe ci mostra come fare. È semplice e difficile nello stesso tempo, ma non impossibile. E lì sta tutta la differenza. Nel dire di a ciò che non abbiamo scelto. Come aveva fatto Maria. Un che si affida e nell’affidarsi trasforma la nostra vita in un’avventura che ci porta dove mai saremmo andati seguendo i nostri progetti. Che la rende unica, irripetibile. Indispensabile.

Matteo è - tra i quattro evangelisti - quello che ha un’attenzione particolare per i sogni di Youssef. Ce ne racconta quattro, che segnano il destino di Youssef e della sua famiglia e ci rivelano come è fatto davvero un uomo. Dopo ogni sogno un “risveglio”. Il risveglio è un’improvvisa presa di coscienza di una realtà che era già presente, ma della quale non si era ancora avuta l’esperienza. Questa coscienza, questo risveglio, è l’avvenimento più importante che possa capitare, e capita solo all’uomo. Tutti e quattro i sogni tolgono in qualche modo Giuseppe dal dubbio o dall’angoscia, ma nello stesso tempo gli aprono un cammino diverso da quello che lui aveva in mente

Il primo sogno è il sogno che fa vincere a Youssef il dubbio e la paura e che gli dona la forza ed il coraggio di intraprendere il cammino della vita.

“Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: ‘Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati’ (...). Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù” (Mt 1,18-25).

Youssef di Nazareth era un uomo di nobile stirpe, della dinastia di Davide, come ci dice il Vangelo. Ma la nobiltà per la quale ne facciamo memoria è un’altra: aver trasformato la nobiltà di sangue e di stirpe in una nobiltà di spirito. “Poiché era un uomo giusto” scrive l’evangelista.

La nobiltà di carne per Youssef sarebbe stata rimandare a casa Maria (“promessa sposa”), secondo quanto la legge mosaica gli imponeva. Che cosa avrebbe detto di lui la gente? Piccolo paese, dove tutti ci si conosce. Per quella morale non scritta pronta a giudicare tutto e tutti, Youssef non si sarebbe mai potuto staccare di dosso i risolini dietro l’angolo. Promesso sposo con una moglie incinta non per opera sua.

Youssef non sa darsene una ragione, non sa cosa fare. È combattuto tra l’adempimento della Legge e la difesa di Maria e della sua dignità. È un uomo “giusto”. Questo sogno è lo sciogliersi di un incubo che lo paralizzava e gli apre una strada nuova, assolutamente impensata: in Maria si compie ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele” (Mt 1,23).

La nobiltà di spirito gli ha consentito di accogliere Maria nella sua casa e nel suo cuore, come l’angelo gli aveva detto, ma per fare questo egli ha saputo andare oltre la propria giustizia, che pure era qualcosa di vero e di importante. Youssef si apre a un significato del tutto nuovo per il suo presente; trova il suo perché, pur senza conoscere il come.

E ci vuole coraggio e forza. Tanti uomini se ne sarebbero infischiati e avrebbero salutato per sempre quella donna incinta per “errore”. Forse avrebbero lasciato un po’ di denaro in cambio di silenzi amari e dolorosi e se ne sarebbero andati per sempre. Youssef custodisce e difende virilmente Maria, sua “promessa sposa”. Non si lascia trascinare da sentimento ed emozione. Surrogato dell’Amore, il “love is love” criterio di giudizio ultimo delle relazioni fugge dalla realtà e calpesta la dignità della persona, la dignità del corpo e del cuore. Fare sesso quando vuoi, come vuoi, con chi vuoi, questa è la declinazione corrente dell’amore.

Non c’è dignità in questo, uomini. Il giusto Youssef si apre a un orizzonte oltre i suoi pensieri e a un cammino oltre le sue forze, totalmente affidato alla parola: “Non temere”. Nei tormenti, negli incubi e nelle paure della vita, abbiamo bisogno di ascoltare, di credere in questa parola: non temere, non avere paura. Paura di noi stessi: non ce la faccio, non sono capace. Paura del nostro passato: ho già provato tante volte, so che sbaglio, non mi fido. Paura degli altri: cosa diranno, come giudicheranno quello che dico, quello che faccio? Paura del futuro: saprò resistere, saprò essere fedele, sarò all’altezza? come farò a mantenere mio figlio? La nostra povera umanità forse non sa e non può liberarsi da sola dalla paura, ma può tentare di restare in attento ascolto di una voce, quella che ascoltò Youssef e gli diede il coraggio di vivere la sua storia. Nell’ascolto la sua vita diventa un continuo atto di fede. Da uomo “giusto”. Youssef mette tutta la sua vita a difesa di sua moglie e di suo figlio: scommette sul futuro.

Il secondo sogno è quello in cui l’angelo comanda a Youssef di fuggire in Egitto per mettere in salvo il bambino dalla violenza omicida di Erode.

“Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese. Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: ‘Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo’. Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”. (Mt. 2, 9-14).

Youssef si prende cura di suo figlio fin dal momento del concepimento. Dentro un percorso relazionale e anche educativo, vissuto con Maria e con Gesù, accogliendo l’una come sposa e l’altro come figlio. L’esperienza di pienezza che Youssef ha vissuto è quella che ha sperimentato nel tempo minuto, quotidiano. Non nella vita pubblica di Gesù, ma in quella nascosta. Youssef non fa l’esperienza di Gesù come uomo pubblico, come maestro o come profeta, ma come bambino, ragazzo e giovane uomo dentro una semplice quotidianità, altrettanto portatrice di salvezza quanto la sua vita pubblica.

Essere padre oggi non significa proteggere e aiutare il proprio figlio, ma incoraggiarlo alla vita, invitandolo a compiere il suo viaggio, fino a nascondersi, ma facendosi sempre trovare nel momento del bisogno. Oggi, invece, spesso ci si arrende di fronte allo stato delle cose, perché incapaci di essere guida, di restare guida davanti all’ineluttabile. Gesù ricorda a Youssef che una relazione iscritta dentro i limiti del tempo trova senso solo nello spazio dell’amore libero e infinito, che è spazio di eternità, là dove non ci sono né padri né figli, né sposati né celibi, ma solo fratelli e sorelle.

Youssef, il padre, non dice una parola. Anche lui, come Maria, non comprende del tutto in quel momento a quale lontano orizzonte vogliano portarlo le parole del figlio. Uno degli aspetti della crisi della paternità oggi sta nel fatto che il figlio qualche volta è ritenuto un diritto, e quindi, anche inconsapevolmente, diventa un possesso. In nessun caso, però, i figli possono essere ritenuti un possesso: la loro vita e la loro libertà sono totalmente indisponibili. Maria conservava tutto nel suo cuore; Giuseppe indicava la strada. Sull’assenza della figura del padre si è scritto e detto abbondantemente.

Pochi – però – hanno il coraggio di scrivere e di dire che cosa deve fare il padre. I figli quando sono piccoli imparano guardando, non ascoltando parole. Marito e moglie che ogni santo giorno discutono tra loro solamente su dove parcheggiare il proprio figlio in attesa dell’orario di rientro da lavoro che cosa lasciano? Marito e moglie che non sanno come arrivare alla fine del mese, senza lavoro e senza reti parentali, come possono investire sul futuro? Marito e moglie che vogliono avere tre o quattro figli con quale serenità possono affrontare la quotidianità senza uno stato che investa seriamente sul futuro e – dunque – sulla famiglia e sui figli? Il marito e padre Youssef non si arrende mai di fronte ad un futuro incerto e pericoloso.

È il sogno che, nel pericolo, nella minaccia di morte, apre una via di speranza. Ma a caro prezzo: c’è da andare in una terra straniera. È un sogno che chiede una cosa difficile, ma che toglie Youssef dal terrore che il bambino possa essere ucciso. Che cosa può significare per noi questo sogno? Che nella vita tutti siamo chiamati a confrontarci, anche a opporci, a difenderci da strutture di violenza e di morte, che sono a volte più forti di noi: è un dato da accettare. A volte l’unico modo per opporsi alle strutture di morte è custodire uno spazio di senso che sia in grado di crescere nel tempo.

Il terzo sogno di Youssef è la chiamata al ritorno in Israele, ma è strettamente legato al quarto sogno, che una volta ancora scompiglia i piani e le prospettive di Youssef.

“Morto Erode, ecco un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: ‘Alzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e restaci finché io non te lo dico; perché Erode sta per cercare il bambino per farlo morire’. Egli dunque si alzò, prese di notte il bambino e sua madre, e si ritirò in Egitto. Là rimase fino alla morte di Erode, affinché si adempisse quello che fu detto dal Signore per mezzo del profeta: ‘Dall’Egitto chiamai mio figlio’” (Mt 2, 13-15)

“’Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino’. Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzareth, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: ‘Sarà chiamato Nazareno’”. (Mt. 2, 19-22)

E’ morto Erode, ma il figlio Archelao non sembra avere migliori intenzioni. E Youssef ha di nuovo paura. Non può permettersi di interpretare quella morte come una vittoria, finalmente, la soluzione dei problemi, la fine della paura. Il piano è un altro: tornare, ma non dove avrebbe voluto tornare. Tornare là dove ci sono le condizioni giuste perché possano crescere la verità e la vita: Gesù cresceva in sapienza, in età e in grazia.

Il quarto sogno è un sogno che sconvolge, rassicura e chiama ad “abitare”, abitare a Nazaret da dove è partito. In questi ultimi due sogni è disegnata la nostra condizione di pellegrini, in cerca di verità e di casa, in cerca di pace e di speranza, in cerca di vita. Pellegrini non isolati, ma chiamati a costruire e ricostruire sempre una comunità di appartenenza, perché noi siamo prima di tutto comunità: la comunità è il legame inscindibile che abbiamo con gli altri; un legame che ha sempre bisogno di un luogo e di un tempo dedicati, ma che non è mai un luogo e un tempo separati.

Torniamo ad essere uomini per davvero. Per essere mariti degni e padri nobili. Uomini nobili, dunque virili. Come Youssef di Nazareth. Giuseppe, che trova il modo di sfuggire i pericoli, che insegna a Gesù il mestiere che conosce, che lo cerca quando si perde. Giuseppe, custode virile della vita. Vero marito e vero padre.

Uomo che non dimostra la propria virilità nell’affermazione di sé, ma nel custodire ciò che la vita gli ha consegnato. Nel trasmettere ciò che sa e nel lasciar andare, perché il figlio possa vivere la propria vita, portare a compimento la propria missione. Giuseppe, padre non padrone, ma custode. Che si prende cura con tenerezza, nell’intimità, perché il vero padre apre il cammino con la sua parola. A volte, con il suo silenzio pieno di amore.

Postilla. Liberamente (ma non troppo) ispirato dal meditare un libro che Johnny Dotti insieme a Mario Aldegani ha scritto, “Giuseppe siamo noi”, Ed. San Paolo, 2017.

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“Brees Brave Fight!”: Brianna, impavido combattente!

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“Brees Brave Fight!": Brianna, impavido combattente!

di Davide Vairani

Brianna Janette Rawlings
Born in Australia on 26 December 1999
Passed away on 29 December 2018
Late of EMERTON
Aged 19 years

This battle was the hardest to watch and accept.
Watching helplessly day by day, the fact you are at peace and with your beautiful baby bear gives us all some sort of comfort.
Your smile will live on through the memories and pictures, we are so proud to have known you and loved you.
A beautiful and strong Daughter, Sister, Fiance' , Friend, Granddaughter, Niece, Cousin, Aunty, and daughter in law.
You were many things, forgotten will not be one of them.
We will love you forever Queen Bx

"Questa battaglia è stata la più difficile da guardare ed accettare.
Guardandoti impotenti giorno dopo giorno, il fatto che tu sia ora in pace e insieme al tuo bellissimo cucciolo d'orso ci dà come un conforto.
Il tuo sorriso vivrà attraverso i ricordi e le immagini, siamo così orgogliosi di averti conosciuto e amato.
Una figlia bella e forte, sorella, fidanzata, amica, nipote, cugina, zietta e nuora.
Sei stata molte cose insieme e non ne verrà dimenticata nemmeno una di esse.
Ti ameremo per sempre Queen Bx"

Diciannove anni riassunti in poche frasi di un necrologio sul sito web del "Guardian Funerals", rete di pompe funebri australiana.

Emerton, duemila anime, sobborgo di Sydney.

Brianna Janette Rawlings era nata da quelle parti. Colyton, nella parte occidentale di Sydney.

Diciassette settimane di gravidanza: le viene diagnosticata una forma aggressiva e rara di leucemia.

Continuare la gravidanza o curarsi?

Due strade parallele destinate a non incrociarsi mai, una delle poche cose sulle quali i medici erano certi e non lasciavano spazi a possibili ragionevoli speranze.

Interrompere la gravidanza per aumentare le proprie probabilità di sopravvivenza o portare fino alla fine la gestazione di suo figlio e combattere la malattia lancinante con un trattamento minimo.

Brianna non ci pensa molto.

La baldanza dei giovani.

Decide di accantonare le cure pur di mettere al mondo un figlio.

Brianna è morta poco tempo dopo il parto.

17ma settimana di gravidanza.

Stringe i denti più che può, Brianna, ma non riesce.

Inizia a soffrire di dolori lancinanti e febbre altissima: deve partorire.

Tre mesi prima del termine.

Kyden – il suo cucciolo – dopo soli 12 giorni non ce la fa': ‘our son grew his wings’, è volato in cielo, come solo sanno fare gli Angeli.

"Bress" - come la chiamavano i suoi - è morta il 29 dicembre 2018.

Aveva appena compiuto diciannove anni.

Il 04 gennaio 2019 le sue esequie ad Emerton.

La famiglia Rawlings aveva creato una raccolta fondi su “GoFundMe” per aiutare Brianna nel sostenere le costose spese mediche cui avrebbe dovuto sottoporsi per sperare di sopravvivere alla leucemia: “Brees Brave Fight!”, ‘Bress, impavido combattente!”.

Le sue condizioni peggiorano a tal punto che persino un potenziale trapianto di midollo osseo da parte di suo fratello viene escluso dai suoi medici.

Le viene proposta una terapia sperimentale che avrebbe potuto salvarle la vita: 3000 dollari per ogni ciclo di farmaci, uno ogni tre settimane.

Impossibile da sostenere per una famiglia modesta e numerosa come la sua.

Decidono così di lanciare una campagna di raccolta fondi per sperare di coprire il costo del farmaco: Brianna è morta dopo appena due dei numerosi trattamenti cui si sarebbe dovuta sottoporre.

In soli quattro mesi vengono raccolti 20.830 $, donati da 373 persone. L’ultima donazione di 15 dollari sei giorni fa’.

Quella pagina è diventata la memoria scritta degli ultimi mesi di una ragazza normale, di un paesino qualunque, che ha trasformato la sua vita in un inno alla Vita, un inno che risuona forte oggi più di prima.

La sorella di Brianna, Kourt Rawlings, ha annunciato la notizia della sua scomparsa in uno dei tanti aggiornamenti di pagina su GoFundMe:

"La nostra bella Brianna ha raggiunto la fine del suo viaggio con noi qui sulla terra e si è finalmente ricongiunta con il suo cucciolo d’orsacchiotto, Kyden", ha scritto poco dopo che la giovane mamma è deceduta, il 29 dicembre intorno alle 21:00.

E ha aggiunto qualche giorno prima del funerale:

"Brees avrebbe voluto che tutti voi parlaste e condivideste i vostri ricordi per sempre.

Per favore, non li rifiutate perché dolorosi, non piangete, ma anzi sorridete ancora di più pensando che li avete vissuti con lei".

Parlando dei proventi della donazione di GoFundMe, ha aggiunto:

"Grazie a tutti coloro che hanno donato e supportato Brees e la nostra famiglia. I fondi ora andranno per una bellissima celebrazione funebre questa settimana”.

Aveva appena iniziato a godersi la gravidanza, Brianna, che fu costretta a letto.

"Test dopo test si è capito che c’era un'infezione da qualche parte nel mio corpo", disse in una intervista al Daily Mail nell'ottobre 2018.

"I dottori non mi hanno permesso di andarmene finché non hanno trovato la causa dei miei dolori.

Hanno controllato il mio cuore e tutti gli altri organi, ma niente. Quindi hanno suggerito una biopsia del midollo osseo”.

Fu così che diagnosticarono la leucemia, scoprendo che il suo corpo aveva combattuto contro se stesso per mesi.

Leucemia NK, una malattia del sangue rara e aggressiva che impediva al suo midollo osseo di produrre globuli sani.

Non ci sono segni o sintomi specifici che consentono al medico di fare una diagnosi senza test di laboratorio.

In tutte le sue forme, i sintomi della leucemia sono più comunemente causati da una mancanza di cellule del sangue rispetto alla presenza di cellule bianche anormali.

Quando il midollo osseo diventa pieno di cellule leucemiche non è in grado di produrre un gran numero di globuli normali di cui il corpo ha bisogno.

"Dopo che mi fu spiegato che cosa stava succedendomi, mi sentii molto sorpresa e al tempo stessa arrabbiata, perché non mi aspettavo fosse una cosa così seria. Pensavo fosse solo una malattia passeggera", spiegò.

"La mia decisione riguarda solo Kyden. Lui è mio figlio e il mio piccolo miracolo”.

Un miracolo.

"Quei 12 giorni che ho potuto trascorrere con il mio bambino Kyden, tenerlo in braccio contando le dita dei piedi e delle mani e parlando con lui come facevo quando era ancora nella mia pancia.

Momenti speciali: sono stati i migliori 12 giorni della mia vita!”, ha raccontato al Daily Mail.

Per 12 giorni il "bel piccolo miracolo" ha combattuto per aggrapparsi alla vita, prima di morire.

"È stato molto duro, lungo, estenuante e doloroso. Anche se Kyden non è più con noi, mi ha dato la forza di andare avanti", ha detto.

Ero molto felice ed entusiasta di essere madre. Tutto ciò che avrei voluto di più dalla vita è una famiglia”.

Una infezione allo stomaco gli è stata fatale: "nel giro di poche ore ci è stato detto di salutarci", ricorda Brianna.

Nonostante il trauma, Brianna sembra riprendersi.

Ora ha l'obiettivo di finire la chemioterapia e di tenere il sangue contato in modo che possa avere un trapianto di successo.

La salute di Brianna sembrava migliorare dopo la prova.

"Sta andando molto bene al momento", scriveva sua sorella in un aggiornamento sul web, "finalmente sta un po' ingrassando e si sente bene!". 

"I livelli ematici sono in aumento e lei sta lavorando duramente per far funzionare di nuovo quei muscoli delle gambe".

"Voglio sconfiggere questa orribile malattia. Credo di poterlo fare e ho fatto una promessa a mio figlio".

La leucemia di Brianna Rawlings è così rara e aggressiva che viene studiata da studenti e dottori di tutto il mondo, di cui le piace far parte.

"Il mio caso può sperare di aiutare qualcun altro in futuro.

Sto raccontando la mia storia, in modo da dare speranza agli altri là fuori che stanno combattendo le loro battaglie", ha dichiarato.

"Per chiunque là fuori combatta qualcosa di simile e sta leggendo questo, sii positivo, sii forte, e circondati di persone che ami, tieni lontano da te ogni tipo di negatività, custodisci i bei giorni e combatti i brutti giorni".

"Sii grato per tutto ciò che hai di fronte a te".

Le sue condizioni, tuttavia, peggiorano a tal punto che persino un potenziale trapianto di midollo osseo da parte di suo fratello viene escluso dai suoi medici.

Sappiamo come finisce la corsa.

Sua sorella Kourt ha scritto su Facebook:

"Famiglia e amici, un modo così tragico per finire 2018 per noi.

Trattenete i vostri cari e non smettere mai di esprimere il vostro amore per loro.

Grazie a tutti per il vostro sostegno e amore.

“Family and friends, such a tragic way to end 2018 for us. Hold onto your loved ones and never stop expressing your love for them.
Thank you all for your support and love.
Details below are for a celebration to be held for our Darling Bree, forever 19 , forever in our hearts and forever QueenB”.

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Perché il reddito di #maternità

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Perché il reddito di #maternità

di Davide Vairani 

"La Croce" quotidiano, 25 settembre 2018

"Una statistica diffusa da Ocse, dedicata alle differenze di genere nella quantità di tempo libero disponibile nel corso di una giornata, è una buona occasione per ricordare una caratteristica del nostro paese della quale si discorre pochissimo: la condizione delle nostre donne che lavorano in casa, curando le attività domestiche e i familiari.

Ossia un’attività di lavoro a tempo pienissimo, sabato e domenica inclusi, che le impegna decine di ore a settimana e per la quale non esiste alcuna retribuzione. Manca persino una qualsiasi forma di riconoscimento sociale".

E' l'incipit di un interessante articolo del giornalista socio-economico ed esperto di comunicazione Maurizio Sgroj pubblicato nei giorni scorsi su "Il Sole 24Ore", il quotidiano di Confindustria.

Le analisi dei dati proposte servono a Sgroj per arrivare ad una proposta concreta:

"Invece di proporre improbabili redditi di cittadinanza ad aspiranti lavoratori - conclude Sgroj -, sarebbe mille volte più giusto fornire una qualche forma di reddito a chi lavora già. Almeno a quelle donne che non ne hanno alcuno. Sarebbe anche un valido sostegno alle famiglie. Sempre l’Istat, nell’ultima ricognizione dedicata proprio alle casalinghe, fornisce alcune informazioni che ci aiutano a dimensionare il fenomeno. Nel 2016, anno della rilevazione, erano presenti 7 milioni e 338 milioni casalinghe in Italia. La gran parte anziane ultra 65enni (40,9%). Quelle fino a 34 anni erano l’8,5%. Quindi parliamo di circa 620 mila donne. La gran parte delle casalinghe vive al Centro-Sud (63,8%)".

Non solo:

"Il 42,1% di queste donne vive in coppie con figli. Quindi circa si può stimare che circa 3 milioni di donne, malgrado si occupino anche dei figli e del marito non ricevano alcun reddito, a differenza di quanto accade a gran parte alle casalinghe ultra 65enni che hanno di solito una qualche forma di previdenza. Le casalinghe “giovani” se vogliono una pensione una volta anziane devono versare i contributi di tasca propria, pure se non è molto chiaro da dove dovrebbero prendere i soldi".

Pertanto, Sgroj arriva ad una proposta:

"Si potrebbe cominciare fornendo un reddito almeno alle casalinghe che operano all’interno di un nucleo familiare con figli minori. Ciò non soltanto non soltanto per dar dignità al lavoro che queste donne svolgono, ma anche per fornir loro un valido contributo economico, visto che la gran parte di queste donne vive in condizioni di povertà e circa il 10% in povertà assoluta. Servirebbe anche a sostenere le famiglie e insieme favorire la natalità, che è un altro dei grandi problemi del nostro paese. Soprattutto sarebbe un giusto riconoscimento dell’importanza che hanno queste donne nella nostra società. Un ultimo dato lo illustra compiutamente: il 71% delle ore di lavoro gratuito svolto in Italia nell’anno 2014 (oltre 50 miliardi) è stato svolto da donne per attività domestiche".  Si tratta, spiega Istat, di “un valore superiore al numero di ore di lavoro retribuito prodotto dal complesso della popolazione”. Le casalinghe da sole hanno regalato all’Italia 20 miliardi di ore di lavoro.

Sgroj non fa che proporre lo stesso identico strumento già prefigurato dal bigotto vetero-clerico-fascista "Popolo della Famiglia" di Mario Adinolfi: il "reddito di maternità".

Cos’è il reddito di maternità?

Lo scriveva Mario Adinolfi su "La Croce" quotidiano del 17 marzo 2017:

"Si tratta di una indennità di 1.000 euro al mese che la donna che intende dedicarsi alla crescita dei figli in via esclusiva può percepire se vive in un nucleo familiare dal reddito inferiore ai 60mila euro annui. L’indennità è vitalizia se la donna si dedica alla crescita dei figli in termini esclusivi, si perde ovviamente se la donna sceglie il lavoro esterno alla famiglia".

Obiettivo?

"La finalità del reddito di maternità è evidentemente quella di consegnare alla donna finalmente una piena libertà di scelta: se essere madre lavoratrice o essere esclusivamente madre, senza essere piegata al ricatto di dover contemperare attività faticosissime. Chi vuole realizzarsi nel lavoro oltre che nella maternità potrà ovviamente continuare a farlo, ma chi deve scegliere lavori massacranti e sottopagati solo per necessità potrà essere liberata da questo peso con conseguenze pienamente positive per tutta la società e per l’economia complessiva del Paese".

La proposta di Adinolfi è scritta nel programma elettorale del Popolo della Famiglia presentatosi alle ultime elezioni nazionali, dunque non una boutade.

E' interessante constatare che non trattasi di una balzana proposta, frutto di una visione superata della famiglia, della donna e della società, ma di uno strumento che potrebbe rivelarsi molto utile.

Non si tratta di un "risarcimento danni" alla donna che si prende sulle spalle il fardello più pesante per permettere al marito di scegliere la propria vita. E non si tratta nemmeno di svilire il ruolo e la funzione della mamma nell'economia della famiglia e nella relazione marito-moglie.

Al contrario.

In base al rapporto IstatMadri sole con figli minori” pubblicato il 19 aprile 2018, risulta che nel 2015-16 sono quasi 900 mila, precisamente 893 mila, le madri single, che rappresentano l’86,4% dei nuclei mono-genitore. Il numero è raddoppiato rispetto al 1983, quando si contavano 402 mila madri single. Molto più contenuto il numero dei padri soli: 141 mila nel 2015-2016 contro i 66 mila del 1983. Di queste madri single del 2016, il 57,6% è separata o divorziata, il 34,6% è nubile e il 7,9% è vedova. In totale, nel 2015-2016, sono un milione e 215 mila i bambini fino a 17 anni che vivono solo con la madre, pari al 12,1% dei minori. Una quota che è molto cresciuta rispetto al 1995-1996, quando si attestava al 5,3% (per un totale di 558 mila bambini). Se non proprio la metà, il 42% di queste madri vive oggi con i propri figli in condizioni a rischio di povertà o di esclusione sociale, e nel Mezzogiorno questa percentuale tocca il 58%, cioè quasi sei madri single su dieci.

Il rischio di povertà - in realtà - riguarda una fascia ancora più ampia di donne. Sempre nello stesso rapporto Istat, fra le madri in coppia il 29,3% è a rischio povertà o esclusione sociale. Sperimenta cioè almeno una delle seguenti condizioni: rischio di povertà, grave deprivazione materiale e/o bassa intensità di lavoro.

Il "reddito di maternità" - o comunque uno strumento anche differente che assuma questa filosofia di fondo - ha a che fare con la dignità della donna che è anche mamma. A che fare con l'idea di società e di futuro che vogliamo come Paese.

Rimettere al centro la famiglia, investire sui figli e dunque sul futuro. Togliendoci anche una certa visione edulcorata della famiglia, che non si nasconde certo le fatiche e anche le ferite. L'affermare la centralità della famiglia fatta da un uomo, una donna e dei figli significa metterla nelle migliori condizioni possibili per vivere dignitosamente.

L'Istat ci informa che “il modello di divisione del lavoro più tradizionale è quello male breadwinner, che assegna all’uomo il compito di provvedere al reddito e alla donna quello di curare la casa e la famiglia”. Questa modalità “è ancora oggi adottata dal 32,3% delle coppie con la donna in età attiva”.

Il che, oltre a spiegare il basso tasso di partecipazione delle donne italiane al mercato del lavoro, denota la persistenza dello stereotipo secondo il quale l’uomo deve lavorare e la donna stare a casa. Una convinzione condivisa“dal 54,1% degli uomini e dal 46,6% delle donne”.

Paradossalmente “l’analisi dei carichi di lavoro totale fa emergere l’efficienza del modello male breadwinner: allo stato attuale, infatti, è l’unico che porti a una sostanziale parità nei carichi di lavoro totale, pari a circa 7h 20’ al giorno per entrambi i partner”.

Con una differenza sostanziale però: la donna non viene pagata. Se poi lavora, “paga” il reddito con un aumento notevole del lavoro complessivo, dovendosi far carico anche di buona parte di quello casalingo. Conclude l'Istat che “il vantaggio di vivere in famiglia è percepibile soltanto per gli uomini, che beneficiano della condivisione del lavoro familiare con un guadagno netto in termini di carichi di lavoro complessivo, mentre per le donne, soprattutto se occupate, la vita di coppia comporta un aggravio di lavoro”.

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Sulle pubblicità sfigate anti-bambino

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Sulle pubblicità sfigate anti-bambino

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 21 settembre 2018

Un'immagine ha in se stessa una funzione evocativa e simbolica di forte impatto, non soltanto di natura emotiva.

Ci sono immagini e fotografie che per un insieme di fattori assumono un valore che va oltre, diventano dei veri e propri simboli di un pensiero, una idea, una cultura. Indipendentemente dal fatto che siano originali o fotomontaggi costruiti ad arte.

Molti di voi avranno visto girare sui social una immagine utilizzata da una nota ditta per pubblicizzare i suoi profilattici.

E' una fake, d'accordo, lo abbiamo capito.

"Come rivelano i colleghi fact checker in forza al quotidiano online Giornalettismo, (...) la foto è proveniente 'da un account straniero che su Instagram pubblica meme ironici e video assurdi. Anche perché della suddetta immagine, non c’è traccia su Durex Italia e filiali estere. La pubblicità fake è diffusa solo da associazioni antiabortiste. Solo qualche tweet da altri account (dalla Nuova Zelanda, Croazia, e altri paesi) che rilanciano meme e viral video sui social'".

Lo rivela il noto sito "Bufale.net", non senza sottolineare ironicamente:

"Possiamo quindi escludere, come letto nei commenti e nelle condivisioni della 'vergognosa pubblicità della Durex' l’esistenza di un complotto per far rendere stupide e ridicole le donne che vogliono avere figli".

"La tentazione di arrivare primi, di dare lo scoop, di stanare il male, di essere veloci come il tempo e potenti come un vulcano crea problemi. Noi stessi, come vi abbiamo detto più volte, preferiamo uscire per ultimi ma darvi una notizia certa anziché colpire per primi ed essere indotti in errore", prosegue "Bufale.net"

Con chi se la prende?

"Sorte che è capitata al Movimento ProVita Onlus, tanto celere nel denunciare una vergognosa pubblicità della Durex quanto poco celere nel verificare se la stessa, fosse, effettivamente una vergonosa pubblicità della Durex".

Alt. Passo indietro.

La "finta" pubblicità della "Durex" vede in primo piano una donna con alla sua destra e alla sua sinistra due bambini piccoli. La donna di questa immagine è triste ed è come sporcata da schizzi di colore che provengono dalle mani dei due bambini, mi verrebbe da dire come violentata, se non fosse per la delicatezza dei loro visi.

E' chiaro e tremendamente potente il messaggio: "love is love". Fate l'amore, ma - per carità - non fate figli. I figli sono una iattura. Costano un sacco di soldi, ti obbligano a cambiare completamente i tuoi programmi di vita, condizionano ogni tua scelta e - soprattutto - care donne non fate figli se avete una occupazione: scordatevi aspirazioni di carriera!

Nessun complotto? No.

Ma ci si vuole nascondere dietro un dito?

Di immagini simili (ma vere) ne posso trovare a centinaia, sempre usate dalla pubblicità per rimandare il medesimo messaggio. Basta "googlare".

Un esempio?

Stiamo in casa Durex. Andate a farvi un giro qui: "20 campagnes Durex vraiment créatives", di Lionel Dessertenne sul sito "Le Gars de la Pub".

Due immagini tra le tante:

"Quando Durex cerca di convincerti che avere figli non è una decisione da prendere alla leggera"

"Durex offre anche il confronto dei prezzi"

La realtà nuda e cruda è che l'Italia è ormai un Paese senza figli e senza madri.

9mila bambini in meno (-2%) nati nel 2017, ennesimo record negativo. I dati Istat sugli indicatori demografici dicono che in dieci anni sono sparite anche le mamme: dal 2008 si contano 900mila donne in meno nella classe 15-50 anni, di cui 200mila “scomparse” solo nell’ultimo anno. E mentre le madri potenziali sono sempre di meno, quelle che poi diventano mamme davvero lo fanno sempre più in ritardo. L’età media al parto nel 2017 è salita a 31,8 anni. Significa che le donne italiane fanno il primo figlio, mediamente, a quasi 32 anni. E gli uomini, in compenso, si affacciano alla paternità, intorno ai 35.

"Non c’è nessuno in Europa che abbia un’età del primo figlio così alta come quella italiana", sostiene il demografo Alessandro Rosina.

Le ragioni?

Tante e per troppo tempo mai affrontate seriamente dalla politica. Ma qui ci interessa sottolineare una delle cause, di natura culturale.

Oggi è cool dichiarare di essere una coppia o una donna childfree. Senza figli per scelta.

La famiglia, quella della tradizione religiosa, essenzialmente composta da un papà, una mamma e due o più bambini che vivono apparentemente felici, in una casa con giardino, è così triste e noiosa. I figli un dono di Dio o la manifestazione tangibile dell’amore che lega due persone tra loro, a seconda delle diverse interpretazioni, religiosa o laica, roba vecchia e superata.

Nel corso del tempo, il concetto di famiglia è cambiato, trasformandosi in base all’evoluzione naturale della società. Che sia fondata sul matrimonio, sull’unione civile, sulla convivenza, sulla solidarietà o sull’aiuto reciproco, è famiglia un qualsiasi gruppo di persone, indipendentemente dal numero, che, legate da vincoli di sangue o da una scelta personale, affrontano la vita e la quotidianità insieme. Che ci siano figli oppure no è un dato puramente accessorio. E' il progresso, gente, è la liberazione della donna dai vincoli di una società ancestrale che finalmente sta per scomparire!

Sono un po’ un’avanguardia, sicuramente consapevoli, determinate, risolte. Hanno storie differenti, ma sono tutte d’accordo su un punto: per una donna, ancora oggi, ammettere di non volere figli è quasi un coming out.  Mentre gli uomini non devono dare alcuna giustificazione, le donne devono spiegare eccome, perché per secoli non hanno avuto altri spazi di generatività oltre a quello biologico.

D'altronde, guardate quante donne senza figli sono entrate nella storia:

"da Margherita Hack a Rita Levi Montalcini, da Jane Austen a Marguerite Yourcenar, oggi molte icone dello star system sono 'testimonial' childfree: Cameron Diaz, Ellen DeGeneres, Ashley Judd, per citarne alcune. Oprah Winfrey ha dichiarato che se avesse avuto figli sarebbero finiti 'in un equivalente dell’Oprah Show che parla di me, e avrebbero finito per soffrire'. Jennifer Aniston ha invece denunciato il pregiudizio sociale: 'Non mi piace la pressione che la gente mette su di me e sulle donne in generale, come se avessi fallito, da donna, perché non ho procreato'".

Tendenza sociale, dunque, o fenomeno demografico?

"Forse un po’ entrambe le cose, dentro una transizione epocale che vede aumentare enormemente, prima di tutto, il numero delle childless, le donne che non hanno potuto scegliere o non hanno ancora scelto.

Secondo le ultime rilevazioni Istat, in Italia le donne tra i 18 e i 49 anni senza figli sono circa 5,5 milioni, un numero che è quasi la metà delle donne in questa fascia d’età. Tra di loro, le childfree 'dichiarate e convinte' sono in tutto 219mila, l’1,8% del totale"

(tratto da: "Da Winona Ryder a Renée Zellweger, come vivere (felici) anche senza figli", di Benedetta Verrini, "Io Donna" del "Corriere della Sera", 17 settembre 2018).

Questa è la narrazione cool che va' di moda. E allora che volete che sia una pubblicità di profilattici che denigra una donna che sceglie di avere un rapporto sessuale per procreare e fare figli? E' la mentalità comune, ormai, non avere figli. Chi ne ha, brava, va bene, ma poverina. Che vita grama ti attende! Meglio usare un profilattico nei tuoi rapporti sessuali, una pillola mensile o farsi mettere la spirale da un ginecologo: non rinunci a niente e in più non ti strapperai i capelli quando verrai a sapere che aspetti un figlio.

A parte il fatto che trattasi di pubblicità ingannevole, perchè non esiste alcun contraccettivo capace di garantirti al 100% di non rimanere incinta.

"Il metodo anticoncezionale più sicuro, in termini di minor rischio di gravidanza è la pillola, in termini di minor rischio di malattie sessualmente trasmesse è il preservativo. Durante l’assunzione della pillola il rischio di gravidanza per uso corretto è meno dell’1%, cioè su 100 donne che assumono la pillola in un anno meno di una rischia una gravidanza indesiderata, Il rischio di gravidanza per rapporti non protetti è l’85% in un anno"

(dal sito http://www.sceglitu.it/ della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia)

Prof.ssa Alessandra Graziottin, ginecologa e sessuologa:

"Il profilattico è sempre sicuro? Resta un ottimo metodo contraccettivo. Anche se nel 3-7 per cento dei casi può fallire: la causa più frequente è l'uso inappropriato. Le regole per non sbagliare e per conoscere i giorni 'più a rischio'".

Donne, liberatevi davvero: recuperate pienamente la vostra insostituibile pienezza. Andate davvero contro corrente.

"Eppure l’esplosione femminista ha creato un’esplosione spirituale. Il fardello imposto dalla ristrettezza di spirito della famiglia borghese era divenuto insopportabile per le donne che presentivano di avere altro da vivere, come un ampliamento del proprio campo d’azione, un dispiegamento della loro capacità di amare che non poteva espandersi liberamente nell’universo angusto che la famiglia, privata delle sue radici religiose, era divenuta.
Questo autentico desiderio di uscire dalla mediocrità e di riscoprire il vero senso dell’esistenza non trovò modo di incarnarsi nella morale e nella religione così come esse erano insegnate e percepite in quel momento, così ci si perse in strade senza uscita.

Simone de Beauvoir affermava che la differenziazione sessuale era accessoria: 'Donne non si nasce, lo si diventa'. Ed ebbe un’influenza considerevole, che orientò le energie di quella che si voleva uguale all’uomo.

Liberazione sessuale e liberazione della donna vennero associate. Le tecniche di contraccezione la aiutarono a padroneggiare la propria fecondità; eliminando l’“handicap” delle gravidanze, la donna diventava uguale all’uomo e poteva rivaleggiare con lui in tutti i campi. Ne conseguì una svalutazione dei valori propri alla donna, tanto sul piano biologico quanto su quello spirituale. Evacuando ogni nozione di missione specifica, tanto la maternità quanto la verginità furono svalutate, e alla fine ne risultò svalutata la donna stessa. Ugualmente, oggi vediamo fiorire teorie che riscuotono un successo sbalorditivo dimostrando con una solida argomentazione di tipo antropologico che l’uomo e la donna sono ciò che sono unicamente perché hanno risposto a delle esigenze sociali che li hanno formati in quel dato modo.

Le modalità di vita della nostra epoca sono totalmente differenti da quelle del passato: la meccanizzazione a oltranza e il formidabile progresso tecnico esigono sempre meno forza fisica e sempre più minuzia – ciò fa sì che la donna riesca bene tanto quanto l’uomo, se non di più, in certe responsabilità – e dunque si pensa che ci stiamo incamminando verso una mutazione dell’essere umano nella quale la differenziazione dei sessi acquisterà un’importanza progressivamente decrescente, per sfociare infine in un essere asessuato.

Ciò potrebbe far sorridere, se non fosse una realtà sempre più tangibile: l’uomo e la donna non sanno più chi sono e non osano più affermarsi nella loro identità. I bambini non sanno più in chi identificarsi, hanno perduto i punti di riferimento. Assistiamo all’avvento di una società androgina.È fuori discussione la possibilità di tornare indietro, all’immagine un po’ desueta dell’angelo del focolare, totalmente dipendente dall’uomo e non avente altro universo che le casseruole: ora la donna si vendica di secoli di servitù e intende dominarlo.

Siamo fortunatamente sopravvissuti a un femminismo originario, che si è spinto molto lontano nelle sue affermazioni, ma bisogna riconoscere che ne siamo stati profondamente segnati nei nostri comportamenti e nei nostri modi di pensare. Bisogna ritrovare il vero senso della vocazione della donna, in una ricerca autentica, sbarazzandoci di tutti i vecchi stereotipi che ci intralciano in questo cammino".

da:
“Il mistero della donna”
di Jo Croissant (Autore), Giovanni Marcotullio (Traduttore)
15,00 Euro
Berica editrice
collana “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio”
Puoi ordinarlo in versione cartacea o ebook su Amazon cliccando qui

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“Il mistero della donna”

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“Il mistero della donna”

di Jo Croissant

È noto in Italia per essere il “libro feticcio” di Costanza Miriano, che difatti ha impreziosito questa nuova edizione con una sua prefazione. Il merito di aver promosso la riedizione si deve a Giuseppe Signorin, direttore della collana “Uomovivo” della casa editrice Berica. La traduzione è stata affidata a Giovanni Marcotullio, che si è valso dell’amichevole collaborazione di Emiliano Fumaneri.

Il saggio sarà nelle librerie a partire da sabato, festa della Natività di Maria: in anteprima su La Croce anticipiamo, per gentile concessione dell’editore, il testo integrale del settimo capitolo.

Da figlia, diventare sposa

È solo quando la figlia è divenuta sposa, cioè quando il suo corpo, il suo cuore, la sua psiche, sono pronti per il dono, che ella può pensare di essere sposa. Psicologicamente, è il padre che aiuta il bambino a superarsi, a uscire dalla cuna materna dove tende a cercare sicurezza, è lui che gli dà fiducia in sé e il coraggio di affrontare gli ostacoli, di entrare nel mondo degli adulti. Se egli viene meno alla sua missione – sia lasciando il bambino all’iperprotezione della madre, sia aspettandosi da lui più di quanto possa dare, mettendolo continuamente di fronte alla sua incapacità – suo figlio avrà difficoltà a diventare uomo, e sua figlia resterà la “piccolina”… obbediente o ribelle, ma non diventerà una donna.

Ecco perché è così importante per ciascuno vivere questa relazione autentica con Dio Padre che, come abbiamo visto, permette a ciascuno di essere ciò che egli è in verità, senza complessi né aggressività. Se la figlia non è divenuta libera, non è veramente pronta a diventare sposa. Non avendo preso le sue distanze in rapporto all’uomo, ella non può costituire un vero “a tu per tu”. Allora corre seriamente il rischio di passare dall’essere la piccolina obbediente che si conforma a ciò che ci si aspetta da lei per far piacere ai suoi genitori alla moglie totalmente dipendente da suo marito. In questa relazione, che ne sarà del suo insaziabile desiderio di amare?

Perché la sposa è colei che ama

La donna è per natura assetata d’amore. Ha delle idee meravigliose sul matrimonio, sulle relazioni tra gli esseri, ed è completamente destabilizzata quando la realtà non corrisponde a quanto aveva immaginato. Ecco perché deve scoprire le sorgenti che Dio ha messo in lei per assumerle nella propria vocazione di donna e ritrovare la vocazione di sposa che è costitutiva del proprio essere.

La vocazione della donna è davvero una vocazione magnifica. Essere sposa significa anzitutto amare. “Essere sposata” significa uscire da sé stessa per donarsi all’altro. Ma non si può donare se non ciò che si ha, ciò che si è, e se il nostro essere non è finito, compiuto, abitato dalla presenza di Dio che fa la sua pienezza, egli resta sempre nell’attitudine dell’attesa e non in quella del dono.

Giovanni Paolo II fa consistere la vera dignità della persona nel dono disinteressato di sé stessa agli altri. E tutta la nostra vita non è che un cammino d’amore che parte dall’amore di sé per approdare a quello totalmente disinteressato per l’altro; dall’amore che riceve a quello che si dona. Esso conosce dei gradi e noi siamo invitati a entrare nell’avventura dell’amore che si approfondisce, s’intensifica, si purifica, fino al più alto grado – che è quello di dare la propria vita per quelli che si amano. È tutta una progressione che si vive a ogni tappa: in quanto figlia, sposa e madre.

La figlia è tutta tesa nell’accoglienza dello sguardo di Dio, dell’amore di Dio, perché è lui che dà la vita, che plasma l’essere. Quando questo è costituito, allora può entrare in una relazione con l’altro, e già si pregusta il dono all’altro.

Nel Cantico dei Cantici le prime parole dell’amata sono: «Il mio diletto è mio», ed è vero che quando s’incontra l’essere amato si desidera “il diletto per sé”. L’amore è cacciatore, da principio: si cerca di ricondurre tutto a sé, però mano a mano che si approfondisce esso si trasforma: «Il mio diletto è mio e io sono sua» (Ct 2,16). È l’amore condiviso, che riceve e si dà. Di grado in grado, ci si eleva così verso un amore puramente oblativo.

L’amare è davvero proprio alla grazia della donna. Tuttavia, è all’uomo che questo è domandato – come si vede nell’epistola agli Efesini (5,25): «Mariti, amate le vostre mogli». Ma non ha mai detto alle donne: «Amate i vostri mariti». È così naturale… La donna è amore nella sua stessa costituzione: sta sempre là, è sempre presente, sempre in attesa.

La delusione

Il cuore della donna è un abisso: può essere riempito all’infinito, ma se la donna resta centrata su di sé ne viene una catastrofe; sarà sempre sospesa in quell’incessante ricerca che con avidità mendicherà l’amore ovunque crederà di poterlo trovare. Tale richiesta d’affetto mai appagata può condurla a una profonda delusione, a una vera crisi di identità. Eppure è amando che ella trova la propria vera realizzazione, è amando che attira l’amore e diventa amabile.

Tutto in lei è fatto per ricevere l’amore e per donarlo, e per raccoglierne il frutto. Ella porta in sé la potenza più straordinaria che ci sia, e troppo spesso scialacqua tale bene col restare centrata su sé stessa, attendendo di ricevere prima di dare, e così soffoca il dono prezioso che le è proprio.

Come è possibile alla sposa situarsi in una relazione giusta riguardo al proprio sposo? Come può, senza perdersi, realizzare l’immenso bisogno di amare che porta in sé? Ancora una volta la Scrittura ci servirà da guida, perché è lì che Dio ci ha lasciato i suoi segreti e ci rivela i suoi misteri.

Il giardino dell’Eden e la caduta

Se torniamo alla Genesi, è innegabile che l’uomo e la donna siano stati creati l’uno per l’altra. Senza la donna, la creazione sarebbe rimasta incompiuta. Dio voleva per Adamo un aiuto, un “a tu per tu” che gli fosse simile. Ma nessuna creatura poteva corrispondergli. Egli prese dunque parte della carne stessa dell’uomo e delle sue ossa, indicando così una dipendenza così stretta che essi non potessero trovare la propria pienezza se non l’uno mediante l’altra, in un totale dono dell’uno all’altra che li portasse a non essere più che una cosa sola.

Si comprende perciò che l’uomo sia sempre alla ricerca della donna, come se cercasse quella parte di sé stesso che nella Creazione gli era stata tolta; e che la donna aspiri ad essere riunita a colui dal quale ella è stata estratta, senza fusione, senza confusione – altrimenti sarebbe un ritorno al sonno adamitico.

Nel giardino dell’Eden, l’uomo e la donna erano in una costante comunione con Dio. Ricevevano una pienezza d’amore che era il principio stesso della loro unità e che li appagava perfettamente. La loro conoscenza avveniva attraverso lo sguardo di Dio. Era una conoscenza mediata dal cuore. Si conoscono davvero solo quelli che uno ama.

Il senso biblico dell’unione dell’uomo e della donna si traduce con la parola “conoscere”. Conoscersi è un po’ con-nascere, nascere insieme, ricevere insieme e l’uno dall’altro il dono della vita. Conoscere è aprire il proprio cuore e la propria intelligenza ai misteri, significa entrare nella contemplazione delle opere di Dio.

Ma il serpente, geloso di una tale felicità e non potendo sopportare che altri potessero gioire di ciò da cui egli stesso s’era tagliato fuori, introdusse nel cuore di Eva il sospetto sulle intenzioni di Dio, insinuando che egli volesse privarli di qualcosa, e la sorprese mentre Adamo era assente. Egli introdusse il sospetto sulla parola di Dio: Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come lui, conoscendo il bene e il male! Gen 3,5

Questa parola – che è vita e dà la vita – egli volle renderla inefficace facendo dubitare la donna. Uno può chiedersi dove fosse Adamo, in quel momento! Mangiando il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, Eva ha voluto conoscere da sé stessa, senza passare per Dio e senza consultare Adamo. Uscendo dalla sottomissione e tagliandosi fuori dallo sguardo di Dio, ella si è tagliata fuori dalla fonte dell’amore, dalla sorgente della vita, da ciò che faceva la sua pienezza. La conseguenza immediata fu la perdita della vita eterna. Da immortali che erano, sono divenuti mortali. Dio aveva ragione.

Dalla trasparenza all’opacità

Il midraš insegna che prima della caduta Adamo ed Eva erano vestiti da tuniche di luce (kotnot ’or). Essi erano trasparenti davanti a Dio e trasparenti l’uno all’altra; senza segreti, senza retropensieri, nell’innocenza di chi non conosce il male. Ma dopo la caduta Dio fece loro delle tuniche di pelle (kotnot hor), ma l’aleph della parola “luce”, il cui valore numerico equivale a uno, è cambiato nella lettera ayin della parola “pelle”, che equivale a settanta. L’unità originale s’è trasformata in molteplicità, la semplicità in complessità, l’unione in divisione, perturbando per sempre la relazione dell’uomo e della donna che – da dono gratuito e meraviglioso di Dio – sarebbe divenuto campo d’un incessabile contendere.

«Tra due individui, l’armonia non è mai data una volta per tutte, essa deve essere conquistata indefinitamente», constatava Simone de Beauvoir. Il passaggio dalla trasparenza della luce all’opacità della pelle ha fatto dell’unione tra uomo e donna qualcosa da riconquistare, e ha introdotto una dissonanza fra loro, perché Dio era la loro unità e faceva la loro meravigliosa armonia. Allora, quando ebbero paura di Dio, essi fuggirono dal suo sguardo e si ritrovarono l’uno di fronte all’altra. L’uomo è passato dalla meraviglia al rimprovero, e ormai avrebbe diffidato della donna come di colei che può farlo cadere; al contempo sarebbe rimasto sempre alla ricerca di quell’essere meraviglioso che Dio aveva voluto per lui. Quanto alla donna, ella s’è rivolta verso l’uomo, ha riportato su di lui tutta la propria attesa, un’attesa che mai nessuno potrebbe appagare ma che a causa della debolezza di cui aveva appena fatto esperienza la predisponeva ad essere dominata, suo malgrado, e predisponeva l’uomo ad approfittare della propria forza. La rottura con Dio ha così introdotto un rapporto di dominazione tra l’uomo e la donna.

Dalla dominazione alla sottomissione

Quando non è più l’Amore che presiede le relazioni fra gli esseri, bensì la diffidenza, la paura, l’esito non può essere che la dominazione sull’altro. La donna come l’uomo ha il medesimo desiderio di dominare, ma poiché non può farlo con la forza – essendo naturalmente più fragile di costituzione – la sua dominazione è più insidiosa. È con l’inganno che perviene ai propri fini, coscientemente o inconsciamente, e quando ella non impiega la propria energia per essere l’aiuto che Dio ha voluto per l’uomo, bensì opera per conto proprio, può diventare distruttrice. E talvolta – pur con le migliori intenzioni del mondo – ella può perfino impedire all’altro di vivere, come si vede nella seguente testimonianza:

Mi è stato molto difficile ammettere di esercitare su Joël la benché minima dominazione. Lo amavo, questo è certo. Perché avrei cercato di dominarlo? Gli riconoscevo senza esitazioni un sacco di qualità: stabile, riflessivo, di umore costante, fedele, curato, dotato di humour eccetera. Fino al giorno in cui degli amici ci hanno proposto di cercare se non ci fossero nella nostra relazione degli àmbiti di concorrenza; io ne dubitavo e, anzi, da principio trovavo assurda la proposta. Eppure – ed era troppo visibile – mi rendevo conto che credevo di parlare meglio di Joël, più rapidamente, più facilmente, mentre lui sembrava cercare le parole e distillare in lunghi secondi una risposta misurata, pesata, sfumata, che mi faceva ribollire. È questo che mi portava a prendere la parola anche quando ci si rivolgeva a lui, a interromperlo se era troppo lento, a correggere quanto finalmente giungeva a dire.

Cosa più significativa di questa: poiché non potevo contare su di lui per tutto quanto riguardava nomi, date e luoghi di appuntamenti, avevo preso alcune cattive abitudini. Ad esempio controllavo tutto quanto mi diceva al telefono per assicurarmi che non avesse dimenticato qualcosa, gli suggerivo sottovoce le parole che doveva trasmettere; e poi annotavo con cura sulla mia agenda gli appuntamenti, fissandoli io stessa e disponendo del suo tempo senza preoccuparmi di sapere se fosse d’accordo e nemmeno se fosse disponibile.

Per i nomi era lui a rimettersi a me per ricordarglielo quando andavamo in famiglia o a casa di amici. Fu così che inconsciamente lo deresponsabilizzavo, almeno in certi àmbiti, e lo facevo apertamente.

In ultimo, c’è un dominio in cui la donna ha un vero potere: è quello dell’attività sessuale coniugale. Questo potere l’ho lungamente esercitato per paura, per ignoranza per ignavia; è il potere di dire “no”, con ogni sorta di pretesti, più o meno veri: emicranie, ciclo, gravidanza, fatiche di tutti i tipi, priorità mai ben definite e via dicendo. Mio marito, che mi rispettava, non insisteva. Così l’ho rinchiuso nel suo silenzio col suo desiderio di me, con la sua frustrazione, con la sua solitudine e forse anche con l’onta di essere praticamente sempre l’unico a “chiedere”. Fortunatamente c’era il lavoro; lì andava a gonfie vele, esprimeva il massimo delle sue capacità in piena libertà. Forse avrebbe anche prolungato l’orario di lavoro, per sfuggire ancora un poco all’egemonia di sua moglie.

E ancora, in altri àmbiti gli imponevo i miei gusti e le mie volontà; ma soprattuto gli davo sempre meno fiducia, lo costringevo a una posizione di minorità infantile; gli tarpavo le ali. Meno male che abbiamo continuato a pregare insieme ogni giorno, per quanto brevemente, e il Signore ci ha custoditi gelosamente nella sua mano. Egli vegliava! Ma questo è il seguito della nostra storia sacra…

Attualmente la sottomissione e l’obbedienza sono oggetto di un malinteso gravido di conseguenze. Si traduce subito: inibizione, oppressione, dominazione. S’interpreta immediatamente in termini di superiorità e di inferiorità. Si assimilano autorità e potere, e questa sola idea è insopportabile alla donna che intende condurre la propria vita come le pare, senza più subire il giogo dell’uomo.

È raro, per quanto riguarda questo punto fondamentale della relazione fra l’uomo e la donna, che si abbia un’attitudine equilibrata, che ci si dia pena di approfondire la questione andando al di là delle reazioni epidermiche, cercando di comprendere perché Dio – che è buono e che vuole la nostra felicità – abbia ordinato le cose in un modo che apparentemente sembra andare a grave svantaggio della donna.
In realtà non è Dio che l’ha ordinato così, e ciò che noi interpretiamo come una maledizione è di fatto una constatazione della situazione in cui si è posto l’uomo.

Dio non è un mago che, con un colpo di bacchetta magica, ripari tutto ciò che abbiamo rotto in noi escludendoci dalla sua legge d’amore. Egli lascia che ci assumiamo le conseguenze delle nostre colpe ma al contempo è attraverso le conseguenze che ci salva e ci dà una chiave per entrare di nuovo nel paradiso, per ritrovare la felicità di quell’unione con lui che avevamo prima della caduta. È così che nell’ordine della Redenzione si stabilisce una nuova modalità di relazione tra l’uomo e la donna. Quest’ultima ha in essa una parte difficile ordinata alla generazione dell’uomo e dell’umanità.

La corruzione dei due sessi a seguito della caduta ha condotto a un asservimento della donna all’uomo […]. Colei che deve divenire la sua compagna […] deve, con una libera decisione personale, venire in “aiuto” all’uomo e permettergli così di diventare ciò che egli deve essere.

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Posted in #Aborto #Cronache

#RiseUpForRoe

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#RiseUpForRoe

di Davide Vairani

#RiseUpForRoe. E' l'hastag che promuove il tuor agostano per gli States finalizzato convincere i senatori americani a non votare Brett M. Kavanaugh quale giudice della Corte Suprema. La nomina indicata da Trump a luglio di quest'anno di Kavanaugh - membro politicamente legato all'establishment conservatore di Washington - per sostituire il giudice Anthony M. Kennedy andato in pensione alla Corte Suprema, ha dato subito vita ad "un'epica battaglia di conferma, potenzialmente cementando l'inclinazione verso destra della Corte per una generazione", come scrisse quel giorno il "The New York Times".

Ai primi di settembre, i senatori saranno chiamati ad esprimere il proprio voto per confermare o annullare la decisione presa dal Presidente americano. I democratici e tutti i sostenitori dell'aborto come un sacrosanto diritto della donna sono andati subuto in fibrillazione, per paura che il nuovo giudice della Corte Suprema americana possa muoversi nella direzione di una corsa all'indietro sul tema dell'aborto.

Che cosa ha a che fare con tutto questo l'hastag #RiseUpForRoe?

Lo spiega bene uno spot che ne pubblicizza l'iniziativa: "Il 22 gennaio 1973 è un giorno importante per i diritti riproduttivi. Fu il giorno in cui la Corte Suprema annunciò la sua decisione nel caso Roe vs. Wade, la sua decisione di legalizzare l'aborto negli Stati Uniti. Tuttavia, Roe non ha completamente protetto il diritto di scelta. Dal 1973, i politici anti-scelta hanno introdotto e approvato leggi che annullano i diritti riproduttivi in ​​tutto il paese e cliniche, medici e pazienti continuano a essere bersagli di molestie e violenze. Troppe persone hanno ancora il loro accesso all'aborto ritardato o negato a causa del loro stato di reddito o di assicurazione. Oggi ci offre l'opportunità di riflettere sulle implicazioni di Roe e sui progressi che abbiamo fatto insieme come movimento. È anche il momento di riconoscere che questo servizio sanitario protetto costituzionalmente resta fuori dalla portata di molte persone a causa di barriere politiche ed economiche, barriere che colpiscono in modo sproporzionato le persone con redditi più bassi e persone di colore".

In uno di questi eventi, Chelsea Clinton ha tenuto un interessante discorso. "Che tu sia fondamentalmente interessato ai diritti riproduttivi e ai diritti di accesso, perché non sono la stessa cosa, se ti interessi della giustizia sociale o della giustizia economica, devi preoccupartene", ha detto Clinton, secondo CNS News. Ha poi aggiunto: "Non è un caso che le donne americane entrate nella forza lavoro dal 1973 al 2009 abbiano aggiunto 3,5 trilioni di dollari all'economia degli Stati Uniti, giusto? Non è un caso che tutto questo sia collegato al fatto che la legge che ha legalizzato l'aborto sia stata approvata nel gennaio del 1973". Ha aggiunto: "Certo, spero che si preoccupino dei nostri diritti di donna nel fare le loro scelte ma, se questo non fosse sufficientemente persuasivo, mi auguro che alcuni di questi argomenti che ho espresso questa sera lo siano".

Il Clinton-pensiero sui (presunti) benefici economici derivanti dalla legalizzazione dell'aborto è inquietante. Si può pensarla come si vuole, ma il fatto di sostenere l'aborto quale generatore indiretto di denaro per l'economia non è distante dall'aprovare l'eutanasia quale generatore di risparmio economico per la società. Non è altro che la riduzione dell'uomo a merce e prodotto. Portando questa logica alle sue estreme conseguenze, chi portà pensare di essere al sicuro?

Detto questo sul piano etico, il ragionamento della Clinton può essere ribaltato in ogni momento. Intanto, a proposito di anniversari e date, il Comitato nazionale americano per il diritto alla vita nel 45° anniversario della sentenza Roe ha riportato il numero di bambini che sono stati abortiti: 60.069.971, per un costo economico stimato di 35 trilioni di dollari di prodotto interno lordo (PIL). Altre ricerche hanno stimato una perdita del gettito fiscale federale di circa 16 trilioni di dollari a causa della forza lavoro persa per il numero di bambini abortiti.

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