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Le reazioni irose alla mamma di 11

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LE REAZIONI IROSE ALLA MAMMA DI 11

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 06 marzo 2019

L’avete vista tutti la “mamma record”, Claudia Guffanti, undici figli.

Sorriso al settimo cielo con in braccio Giuditta, 3 chili e 100 grammi, nata alle 22.04 di mercoledì 27 febbraio in quel di Valle Intelvi, nel comasco.

Lei 38 anni, casalinga e mamma a tempo pieno, lui, Diego Pianarosa, il marito, 41 anni, consulente informatico. La piccola è la quarta bimba della coppia, gli altri 10 figli hanno dai 2 ai 16 anni.

“Accogliamo la vita come un dono, non facciamo calcoli e non ci siamo prefissati un numero di figli — dichiara Claudia —. Non è stato un peso per me rinunciare al lavoro”.

“È un impegno – prosegue -, perché non è facile la vita di tutti i giorni con una famiglia così numerosa, ma non mi è mai pesato dedicarmi a tempo pieno ai miei figli, nella gioia e nel dolore. Non è sempre tutto rose e fiori. I momenti difficili ci sono, ma si affrontano in coppia e si superano ed è sempre una gioia ritrovarci uniti”.

Ma è sull’affermazione “non ci fermiamo qui” che parte il trionfo di insulti sui social. Dai più sarcastici -che ruotano attorno ai conigli – per passare a quelli più penosi– “di sicuro sono neocatecumenali, quelli che tanto ci pensa Dio e non pensano a che razza di futuro li mandano” – fino ad arrivare al top: quelli che fanno riferimento alla chiusura delle tube per la giovane mamma & varianti sul tema, fino al “questi scopano e fanno figli a nastro, tanto li paghiamo noi”.

A parte il “tanto li paghiamo noi” (tra bonus vari, assegni familiari, detrazioni per i figli a carico, parliamo di mancetta), più penso alle scomposte reazioni (uso un eufemismo evidentemente) e più mi interrogo su cosa ci sia al fondo di tanto diffuso iroso disgusto e sprezzo per una famiglia italiana che decide – oggi - di investire sui figli.

Dato che non pare trattarsi di famiglia con patologie psichiatriche acclarate – almeno a quanto si legge sui media –, assodato come elemento oggettivo il declino demografico cui ci stiamo infilando da anni, non restano che tre possibili “spiegazioni” di cotanto ringhioso risentimento: invidia; cristianofobia; inconscio malthusianesimo.

Sarà una sorta di malcelata invidia (ma molto malcelata!) per una famiglia normale che riesce a campare dignitosamente pur spendendo 11 anni di vita per fare figli e tutta la vita a crescerli, educarli e magari a mantenerli perché il lavoro per i giovani in Italia è un miraggio?

Può essere, ma non mi convince del tutto.

Sarà la dilagante cristianofobia che si mischia all’anti-clericalismo ogni qualvolta che in Italia si avvistano creature umane inneggiare alla vita sempre e comunque?

Può essere, ma non mi convince del tutto.

Inconscio malthusianesimo. Non vorrei dar troppa importanza ai social e a commenti semplicemente idioti, ma ho la sensazione di non andar troppo fuori dalle righe nel tirar fuori Malthus e le sue teorie demografiche, seppur in salsa 2.0.

Thomas Malthus era un economista e demografo inglese, che visse a cavallo tra il 1700 ed il 1800 e dal quale deriva la dottrina moderna del malthusianesimo. In soldoni, secondo l’economista inglese, il progressivo aumento della popolazione rischia di avere esiti davvero funesti, perchè le risorse disponibili non sono illimitate e sono destinate ad esaurirsi. Se quindi non viene posto un freno alla crescita demografica, la povertà e la fame nel mondo sono destinate a crescere sempre di più fino a raggiungere esiti catastrofici.

Che c’entra Malthus con la famiglia di 11 figli? Ci riflettevo leggendo negli scorsi giorni alcuni articoli della stampa estera a proposito di Alexandra Ocasio-Cortez, la nuova scommessa dei democratici americani. Classe 1989, madre portoricana, laureata alla Northeast, supporter di Bernie Sanders, vince le primarie democratiche nel quattordicesimo distretto di New York per poi approdare alla Camera dei Rappresentanti spodestando il precedente titolare del seggio che era lì da 10 mandati. Nata nel Bronx, AOC serviva ai tavoli di un ristorantino di taco chiamato Flats Fix.

Il suo volto è affascinante, simmetrico in modo quasi impossibile, il suo stile millennial, le sue risposte affilate e ben costruite.

Ocasio-Cortez “esprime i desideri repressi del movimento progressista - come Trump lo ha fatto per una parte significativa del movimento conservatore -, probabilmente il leader de facto del partito democratico, anche se detiene poco potere formale”, scrive di lei il “National Review”.

Uno dei suoi cavalli di battaglia politica è la necessità di un “Green New Deal” per salvare il mondo da una catastrofe annunciata. Tre milioni di follower su Twitter, centinaia di migliaia su Instagram.

In un lungo live-Instagram dal suo appartamento, intenta a preparare un vassoio di verdure tritate, AOC si prodigava in discettazioni attorno ai cambiamenti climatici, intenta a convincere gli americani dell’urgenza di provvedimenti drastici e radicali in salsa ambientalista.

Ad un certo punto, la giovane afro-americana si lancia così nella realtà virtuale:

"C'è ormai un consenso scientifico sul fatto che la vita dei bambini sarà molto difficile.

E penso che i giovani possano legittimamente porsi una domanda – ‘ sai, ha senso avere ancora dei figli? va bene avere ancora dei bambini?-.

Non intendo solo finanziariamente, perché lo sappiamo bene che la gente si sta laureando con venti, trenta, centomila dollari di debiti sulle spalle per potere finanziare i propri studi e dunque non possono nemmeno permettersi di avere figli in casa.

Ce la dobbiamo porre, moralmente, questa domanda: ‘come si fa? Quanto è sostenibile?’.

E anche se non hai figli, ci sono ancora bambini qui nel mondo e abbiamo un obbligo morale nei loro confronti, cioè lasciare un mondo migliore per loro. (...).

Una mancanza di senso d’urgenza ci ucciderà.

Non importa se sei d'accordo sul fatto che il cambiamento climatico sia una questione importante o meno.

A questo punto non importa.

Il problema è ‘con quale urgenza senti il bisogno di risolverlo’”.

Chiaro il messaggio?

Se vi guardate attorno e leggiucchiate qua e là, vi accorgerete che tutto trattasi tranne che di pensieri solitari in libertà. Prendete – ad esempio - uno studio pubblicato recentemente su “Environmental Research Letters”, secondo cui il miglior modo possibile per limitare le emissioni di CO2 a due tonnellate a testa è fare meno figli. Il messaggio della Ocasio-Cortez fa il paio con un recente studio scientifico secondo cui fare un figlio costerebbe 11 anni di vita alla madre. Per non parlare della orribile riforma dell'aborto decisa nelle scorse settimane dallo Stato di New York. che prevede la soppressione del feto fino al nono mese, grazie a un artificio linguistico secondo cui essere nato (born) non significa necessariamente essere vivo (alive), il tutto tra gli applausi e i sorrisi dell'illuminato mondo democratico americano.

A parte le riflessioni di AOC, quella stessa proposta non è nuova. In effetti, questo schema radicale è stato sostenuto e promosso per oltre un secolo, spesso con la forza. L'ideologia chiamata ambientalismo può anche far risalire le sue radici all'eugenetica, lo schema sostenuto dal governo per "abbellire" l'America attraverso la sterilizzazione forzata di persone "manifestamente inadatte" ad essere americane. Terrificante. L'ideologia dell'eugenetica - che ha ispirato i nazisti come Josef Mengele a mettere alla prova le loro teorie di superiorità razziale su esperimenti umani - è ancora viva e vegeta.

Oggi si chiama "controllo della popolazione" ed è spinto da attivisti professionisti finanziati con decine di milioni di dollari da importanti finanziatori, come Gates e Rockefeller Foundations. Potrebbe sembrare poco plausibile che le maggiori fondazioni note per le loro opere caritatevoli siano coinvolte in una causa così aberrante. La filantropia, tuttavia, ha sempre spinto per il cambiamento sociale, a volte troppo lontano.

Teorie complottiste?

Per nulla. Lo sostiene - tra i tanti - Hayden Ludwig, ricercatore del “Capital Research Center” ("The Government-Funded Population Cabal", di Hayden Ludwig, "Capital Reserch center", 01 marzo 2019).

Per restare in Italia, andatevi a fare un giro sul Blog "Critica Scientifica"di Enzo Pennetta e googolate "malthusiamesimo", "darwinismo", "eugenetica" e vedrete che cosa vi salterà fuori.

“A guidare questo sforzo negli Stati Uniti oggi - scrive Ludwing - è il 'Population Council' che – con una dotazione di 82 milioni di dollari – è probabilmente il più importante sostenitore del controllo della popolazione nel paese, o ciò che definisce family planning (pianificazione familiare) , con l’obiettivo formale di aiutare 'le coppie a pianificare le loro famiglie e a tracciare il loro futuro' ('couples plan their families and chart their futures'). Il Population Council fu creato nel 1952 da John D. Rockefeller III, nipote del famoso magnate del petrolio e fondatore della Fondazione Rockefeller.  A differenza di suo nonno - un devoto battista la cui definizione permanente di filantropia era 'aiutare i meno fortunati' con piccoli doni -, Rockefeller III usò la sua fortuna e l'influenza della sua famiglia per spingere sul 'controllo della fertilità' quale strumento per contrastare le popolazioni in rapida crescita in Asia. (...)

Secondo Matthew Connelly nel suo libro del 2008 'Fatal Misconception' , il Consiglio è stato il prodotto di conferenze a cui hanno partecipato le Nazioni Unite, la Planned Parenthood Federation of America , diversi eugenisti e le Fondazioni Ford e Rockefeller, tutte spinte all'azione da Rockefeller III. Lo stesso Rockefeller III è stato il presidente fondatore del Consiglio dopo aver messo $ 100.000 nel capitale iniziale. Connelly scrive: 'La prima bozza della dichiarazione di missione del Consiglio della popolazione specificava che avrebbe cercato anche di creare condizioni tali che 'i genitori che sono al di sopra della media in intelligenza, qualità della personalità e affetto tenderanno ad avere famiglie più grandi della media'.

E mentre il Consiglio alla fine si stabilì su una dichiarazione di missione più vaga, meno discutibile, la sua attività rimase saldamente radicata nell'eugenetica. Il gruppo ha finanziato la American Eugenics Society per oltre due decenni, un gruppo i cui fondatori includono Harry H. Laughlin, assistente alla regia insieme a Charles Davenport del famigerato 'Eugenics Research Office' di New York e un sostenitore della sterilizzazione obbligatoria".

Cinquant'anni fa, nel maggio del 1968, usciva un libro che segnò un'epoca con le sue previsioni fosche sul futuro che attendeva l'umanità sulla Terra, "The population bomb", la bomba demografica, di Paul Ehrlich: un autorevole studioso dell'Università di Stanford (California) - che proprio grazie a quel libro diventò famoso in tutto il mondo - nel quale si sosteneva che il nostro pianeta era alle soglie di una crisi drammatica e irreversibile e che con la crescita esplosiva della popolazione stava per aprirsi un'era in cui non ci sarebbe stato abbastanza cibo per tutti.

"Paul Ehrlich, oggi 85enne - scrive "Focus" -, ha dichiarato di recente in un'intervista che considera il contributo maggiore del suo libro l'aver posto al centro dell'attenzione come argomento di dibattito pubblico il tema scottante del controllo della popolazione. Il libro, che fu scritto in sole tre settimane, non fu un successo immediato. Anzi, inizialmente e per diversi mesi venne del tutto ignorato, nonostante il suo autore andasse in giro instancabilmente a presentarlo".

"La battaglia per nutrire l'umanità è persa"; "centinaia di milioni di persone moriranno di fame"; "il tasso di mortalità aumenterà nei decenni a venire": "le frasi di apertura del libro suonavano come sentenze definitive e il tono era catastrofista - scrive sempre "Focus" -. Il messaggio di base era che sovraffollamento, carestie e guerre attendevano gli abitanti della Terra se non si fossero presi subito provvedimenti per contenere la crescita della popolazione"

"Anche da allarmi come quello lanciato da Ehrlich  - prosegue "Focus" - derivarono le campagne intraprese da vari organismi e agenzie internazionali per contenere la crescita demografica, e i programmi per il controllo delle nascite nei Paesi poveri o in via di sviluppo, come quella avviata in India negli anni Settanta garantendo sussidi e benefici economici a chi si sottoponeva a sterilizzazione. Influenzò anche la politica del figlio unico in Cina, abolita ufficialmente nel 2013, che ha provocato non pochi problemi sociali e demografici"

Ma tranquilli, conclude "Focus":

"Gli scenari a tinte fosche dipinti da Ehrlich cinquant'anni fa non sembrano più così attuali, e pochi studiosi concorderebbero oggi con i toni usati, ma certo il pianeta può dirsi tutt'altro che fuori pericolo. E benché ci sia ormai consenso sul fatto che il controllo della popolazione non può essere imposto dall'alto e che l'educazione e l'indipendenza economica delle donne sono i fattori che maggiormente contribuiscono al declino della natalità, anche il tema della quantità degli abitanti del pianeta continua ad essere di stringente attualità"

(in "La bomba demografica è ancora innescata?", di Chiara Palmerini, "Focus", 14 gennaio 2018).

Gli input che ci arrivano quotidianamente attecchiscono più o meno consciamente. Nel brodo di rabbie e rancori nei quali - volenti o nolenti - siamo immersi dalla mattina alla sera si semina di tutto, comprese le tentazioni più oscure dell'animo umano.

E allora non stupisce che di fronte ad una famiglia che scommetta sul futuro di una società, di fronte ad una famiglia che "sforna" lo sproposito di 11 figli, le reazioni medie vomitino una violenza pericolosa e preoccupante.

"Che fine hanno fatto le famiglie numerose?", si chiede "Il Sole 24Ore".

"Prendiamo dieci donne nate nel 1933 e che quest’anno hanno festeggiato gli 85 anni di età. Ebbene, in media nel corso della loro vita hanno partorito complessivamente 23 volte. E le loro dieci nipotine del 1977? Per queste è accaduto 'solo' 14 volte.  I dati pubblicati da Istat ci dicono di più: quello che è venuto a mancare nella struttura sociale del paese, in modo costante e continuo dalle ragazze della leva del 1933 a quelle del 1977, sono le famiglie numerose.

Se non la norma, per le donne nate prima della guerra era abbastanza comune fare tre o più figli. Tanto per restare all’esempio precedente, sui 23 bambini partoriti dalle donne nate nel 1933 ben 7 avevano almeno due tra fratelli e sorelle. Considerando l’intera popolazione, il rapporto tra i figli nati in famiglie numerose e quello di coloro che sono figli unici o con un solo fratello o sorella era di uno a due. Per i loro pronipoti nati dalle ragazze del 1977, invece, tale rapporto è sceso al 12%, praticamente ridotto di un terzo in meno di 50 anni.

Il tasso di fecondità per ciascun anno di nascita, cioè per una coorte, riferito alle donne che hanno avuto un solo figlio è anch’esso calato nello stesso periodo, ma meno sensibilmente: era 861 per mille per le nate nel 1933, è diventato 780 per quelle del 1977.

Il grafico ci mostra come questo valore sia iniziato a scendere per le donne nate nel 1955, mentre la flessione del tasso di fecondità per coloro che hanno avuto due figli è iniziata per quelle nate nell’immediato dopoguerra.

In sintesi: ciò che sembra mancare dai dati Istat non è tanto la voglia (o la possibilità) di fare figli, quanto quella di farne molti. Le famiglie con figli unici e quelle con due figli sono diminuite nel lungo periodo ad un ritmo modesto (considerando almeno fino alle attuali quarantenni), con valori inferiori ma non troppo lontani rispetto alla situazione pre-bellica. Le famiglie numerose, quelle con tre, quattro, cinque o più figli sono oramai una rarità".

E poi venite a dirci che il Reddito di Maternità ci farebbe fare quattro salti indietro nel tempo ...

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Gli #errori gravi del ddl Pillon

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Gli #errori gravi del ddl Pillon

di Paolo Buonaiuto

#LaCroce quotidiano, 16 ottobre 2018

La proposta del senatore leghista raccoglie una repulsione trasversale a tutto l’arco costituzionale: è stata fortemente sottolineata la totale inapplicabilità della mediazione nei casi di alta conflittualità tra le parti e nei casi di violenza domestica. Aumentano le figure con cui i due coniugi in fase di separazione debbono confrontarsi e di tutto paga le spese il minore, che si vorrebbe tutelare.

Il ddl Pillon (atto Senato n. 735) sulle “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità” è oggetto di un affollatissimo dibattito e di molte, moltissime condivisibili critiche.

Tuttavia nessuna di esse, se non erro, ha colto e perciò censurato un aspetto significativo, eppure passato sotto silenzio: la fine della responsabilità coniugale.

Genitori sì, coniugi meno. Ci tornerò a breve, premettendo, per i non addetti ai lavori, una spiegazione sintetica del progetto di riforma ed evidenziando le principali criticità individuate.

I principali punti della preventivata riforma

Secondo i proponenti la nuova previsione riassegnerebbe centralità a famiglia e genitori, restituendo a questi ultimi (soprattutto ai papà) il diritto di decidere sul futuro dei loro figli, lasciando al giudice una funzione meramente residuale e solo in caso di conflitto irrimediabile ed ove lo esiga l’interesse del minore.

Tutto ciò in accordo con la Risoluzione n. 2079 del 2015, del Consiglio d’Europa, la quale esorta verso l’effettiva uguaglianza dei diritti tra padre e madre nei confronti dei propri figli.

Per chi non avesse avuto ancora modo di leggere il progetto di riforma in una materia così delicata come i conflitti coniugali e le procedure di separazione e divorzio, diciamo che i punti essenziali del progetto di riforma sono essenzialmente quattro.

Il primo riguarda la prevenzione e la soluzione dei conflitti genitoriali con metodi alternativi alla disputa giudiziaria. Meglio non far lavorare troppo i Giudici ed intasare la giustizia, perciò si introducano una serie, varia e variegata, di figure professionali che devono collaborare con i genitori per trovare una soluzione ai loro conflitti e per meglio esercitare la responsabilità genitoriale.

Pertanto ecco la novità della mediazione preventiva obbligatoria presso figure ed organismi riconosciuti, che si affianca (o sostituisce?) alla figura degli avvocati e si pone come previo soggetto interlocutore.

Fallito tale esperimento, vi sarebbe ancora la fase di conciliazione da parte del Presidente del Tribunale, che eventualmente, come spesso avviene, si avvale del sostegno del Servizio Sociale, che indaga prima dell’udienza sulle condizioni ambientali della coppia, sino a svolgere una vera e propria mediazione processuale (mettere d’accordo su casa ed assegni).

Tuttavia, non è escluso che il Presidente (o il Giudice Istruttore) possano predisporre un nuovo percorso di mediazione (genitoriale e/o di coppia). Infine vi è l’introduzione della nuova figura del Coordinatore Genitoriale che assiste i genitori nella fase post-separativa.

Il fine sarebbe di sostenere i genitori sostenendoli ed aiutandoli a trovare le capacità di dialogo e comunicazione.

Caspita, ma se io e mia moglie vogliamo litigare, quante persone debbono interessarsi a noi? Speriamo almeno che vadano d’accordo tra di loro.

Il secondo aspetto riguarda le modalità di garantire la bigenitorialità evidenziandola secondo criteri meramente quantitativi.

Gli strumenti introdotti per favorire tale condizione di “co-parenting” sono quelli di far assurgere a regola il principio del mantenimento diretto (ognuno si mantiene il figlio secondo le sue esigenze ed i tempi di permanenza) sino all’eliminazione del contributo perequativo al mantenimento.

Ciò è favorito dall’adozione di tempi genitoriali tendenzialmente paritetici (non meno di 12 ore settimanali) con la previsione di una doppia casa familiare con un doppio domicilio per i figli.

Ovviamente per far questo (e siamo al terzo punto) è necessario che i genitori, da soli o caodiuvati dalle mille figure di cui sopra, siano in grado di elaborare un piano genitoriale, sul quale si confronteranno per identificare le concrete esigenze dei figli minori e fornire il loro contributo pedagogico e progettuale che presti attenzione a tempi e attività della prole, oltre i relativi capitoli di spesa.

Per favorire infine un impianto del genere, e siamo al quarto punto, è necessario contrastare qualsiasi pressione psicologica da parte di ciascuno dei genitori che possa comportare un fenomeno di rifiuto dell’altro in favore di un maggiore, corretto, nonché armonico, sviluppo psichico e fisico del minore (PALS).

Le criticità condivise

Gli esperti del diritto di famiglia, le associazioni di genitori, gli psicologi, le femministe e comunque i “saggi” in una materia così delicata hanno espresso per lo più numerose su riserve su alcune criticità di ordine sociale, educativo-relazionale e processuale.

È stata fortemente sottolineata la totale inapplicabilità della mediazione nei casi di alta conflittualità tra le parti e nei casi di violenza domestica. Non sono mancate critiche (forse ingenerose) da parte di chi ha ricordato come il Sen. Avv. Pillon sia un mediatore familiare; pur tuttavia è almeno sorprendente che i primi 5 articoli del DDL si occupino dettagliatamente della creazione di tale profilo professionale. Tale soluzione ha in ogni caso diversi oggettivi aspetti negativi: da un lato si obbligano i due ex coniugi che si vogliono separare consensualmente a confrontarsi con più figure professionali; dall’altro vi è pure un notevole aumento dei costi.

C’è poi chi ha ritenuto, con una sorta di ragionevolezza, che la previsione del diritto del figlio di trascorrere con i genitori tempi paritetici o equipollenti in ragione della metà del proprio tempo, compresi i pernottamenti, comprometta gravemente la stabilità dei minori, spostati come pacchi postali, addirittura con due residenze, sacrificando una dimensione qualitativa del tempo con una più mediocremente materiale.

In effetti la cd. bigenitorialità non si misura in tempi, ma in una condivisa assunzione di responsabilità. La stessa progressiva eliminazione dell’assegno perequativo di contribuzione al mantenimento verso il cd. mantenimento diretto necessita come l’elaborazione di un complicatissimo ed elaboratissimo piano genitoriale che richiede una grande capacità comunicativa tra i genitori, prerequisito richiesto ma non pretendibile e neppure semplicemente verificabile, la cui difficoltà di realizzazione ha determinato l’insuccesso della Legge sull’Affido condiviso (54/2006).

Infine, è condivisibile chi resta obiettivamente perplesso nel considerare le previsioni sanzionatorie dell’art. 17, che postulano l’ammissione della contestatissima sindrome di alienazione parentale.

Non è possibile ritenere infatti che il rifiuto di vedere un genitore da parte di un figlio sia automaticamente da ricollegare ad una manipolazione dell’altro. Nella prassi mi sento di condividere questo assunto, essendo frequente che il rifiuto sia sintomatico, soprattutto nella fase dell’adolescenza, dinanzi a comportamenti di abbandono, di violenza familiare, di disinteresse e/o di poca collaborazione del genitore non collocatario.

Obiettivamente mi pare un progetto che cerchi di riequilibrare l’esigenza mediatica dei padri separati, ma non sia particolarmente attento alle vere esigenze dei figli. P.es. si è assolutamente persa l’occasione di riflettere sul difficilissimo caso dell’introduzione della figura terza (il nuovo compagno/a) dinanzi ai delicatissimi profili adolescenziali e/o infantili.

La fine della responsabilità coniugale

Giunto a questo punto vorrei ritornare all’incipit di questo editoriale.

Il Ddl presenta una breve quanto indisturbata disposizione, le cui conseguenze, rappresentano la fine di ogni responsabilità coniugale: l’art. 19.

L’articolo che di fatto elimina le separazioni con richiesta di addebito.

È una novità, motivata dall’esigenza di ridurre il contenzioso processuale.

Ma è una pericolosa novità. Contiene una minacciosa promessa: un’ulteriore e definitivo passo verso una concezione disimpegnata del matrimonio, considerato realtà sociale estremamente fallibile e perciò non più implicante un profilo di responsabilità per chi lo contrae.

Della serie e più semplicemente: poiché è difficile stare insieme, è meglio non assumersi eccessive responsabilità, almeno per quello che ci riguarda.

È la fine del senso stesso dell’etimo “coniuges”, come coloro che nella gioia e nel dolore vivono “sotto lo stesso giogo”.

Proverò a spiegarmi meglio, non lesinando un certo stupore per il senatore Pillon, la cui nota e pubblicizzata “visione del mondo (“la weltanschaung“) avrebbe dovuto probabilmente suggerirgli migliori considerazioni.

L’art. 19 del DDL recita testualmente: “All’articolo 151 del codice civile, il secondo comma è abrogato”.

Che significa?

Sedetevi, perché è estremamente interessante.

Il predetto comma abrogato avverte che “Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio”.

Orbene, eliminando tale comma ne discenderebbe la conseguenza inevitabile dell’eliminazione dei giudizi di separazione giudiziale con richiesta di addebito, quella che un tempo veniva chiamata la “colpa”.

Fino ad oggi, ad esempio, se mi fossi reso colpevole di un conclamato adulterio oppure avessi rifiutato progressivamente l’assistenza morale e materiale verso mia moglie, sino a rendere intollerabile la convivenza, avrei di per sé violato l’art. 143 del Codice Civile, circa i diritti ed i doveri del matrimonio, tra i quali appunto l’obbligo reciproco alla fedeltà, l’assistenza morale e materiale, la collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione.

È pur vero che dagli anni ’70-80, la Giurisprudenza aveva sempre più ristretto il campo di applicazione della violazione di tali obblighi. Si pensi p.es. all’obbligo di coabitazione e persino a quello di fedeltà, ritenuto significativo solo quando l’infedeltà si sia concretata in modo ingiustificabile, pubblico ed in diretto rapporto con l’intollerabilità della convivenza.

Tuttavia, proprio in virtù della permanenza di questa previsione di “addebitabilità” anche per il legislatore civile, il matrimonio gode ancora di uno speciale riconoscimento quale impegno, se non per tutta la vita, come dovrebbe essere per noi cattolici, almeno al rispetto materiale e morale dell’altro coniuge. Per questo, mia moglie (sempre lei!) avrebbe potuto rivolgersi al Tribunale per farmi addebitare la separazione, ove avesse potuto dimostrare che la nostra convivenza per tal siffatto comportamento si era resa intollerabile. Accogliendo eventualmente la sua domanda il giudice mi avrebbe condannato alle spese legali, con conseguenze anche sul diritto ereditario e sotto il profilo di un concorrente probabile ulteriore giudizio per il risarcimento del danno. Insomma mi addebitava una certa responsabilità in virtù del disfacimento di un rapporto istituzionale il cui valore sociale e morale è riconosciuto anche dall’art. 29 della Costituzione.

Mi si dirà che il contenzioso processuale è divenuto oramai insopportabile con richieste di addebito spesso peregrine, defatigatorie e campate per aria. Altrettanto che non sarebbe precluso un giudizio per il risarcimento del danno restando in vigore l’art 143.

Però è indubitabile che il profilo normativo che ora si vuole introdurre, con immediata evidenza, spersonalizza la dimensione coniugale del matrimonio, limitandosi ad una dimensione puramente genitoriale.

È un nuovo passo verso il definitivo tramonto della protezione giuridica del bene coniugale?

Ne dovrei parlare con mia moglie: “mi hai scelto per essere il padre dei miei figli. Come marito farò del mio meglio, ma se non dovessi riuscirci, mi dispiace…”- mi verrebbe da dirle.

Ma sono sicuro che lei mi risponderebbe: “amore deriva da a-mors, non-morte. Tu per me tesoro, non morirai mai…”.

Leggi anche:

Il testo del DDL 735:

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#Matrix: spottone pro utero in affitto

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#Matrix : spottone pro utero in affitto

di Davide Vairani

Nel tritatutto televisivo si mischia tutto.

I cosiddetti "approfondimenti giornalistici" rischiano così di trasformarsi in un calderone nel quale mezze verità si confondono con notizie ed informazioni balbettate.

Come puoi affrontare questioni complesse e delicate con poco tempo a disposizione e salvare l'onestà della verità e della narrazione dei fatti?

Ti affidi all'emozione.

La trasmissione di "Matrix", il programma condotto da Nicola Porro, nella puntata di venerdì 12 ottobre 2018 ha seguito l'onda delle emozioni da suscitare. Tema: "Maternità surrogata vietata in Italia e legale in molti altri paesi del mondo. È eticamente corretta?".

Tra un servizio e l'altro, ospiti in studio (non i soli): Nichi Vendola e Maria Sole Giardini.

L’uno, ex governatore della Puglia, all’estero ha avuto l’opportunità di diventare padre attraverso questa pratica; l’altra, 34enne di Terni, si batte da anni per poter diventare madre allo stesso modo.

Rispetto profondamente le storie di ciascuno, perchè conosco bene che cosa significhi desiderare fortemente qualcosa e non poterlo avere, non riuscire a raggiungerla. Ne conosco i dolori e le sofferenze. Ma - esattamente per lo stesso profondo rispetto - so riconoscere la menzogna, la negazione della realtà. E allora non ci sto.

Nichi Vendola la racconta così:

"Io non ho affittato un utero. Per anni e anni, io e il mio compagno abbiamo cercato, prima in Canada e poi in California, una 'relazione' - che poi abbiamo costruito - con una donna che ci ha donato un ovulo e con una donna che, con assoluta felicità, ha portato nel grembo nostro figlio.

Sono due donne che appartengono oggi al nostro contesto familiare, con cui ci relazioniamo costantemente e ci raccontano dei loro figli e che vogliono sapere tutto del nostro.

Io e il mio compagno avremmo sicuramente voluto adottare, ma questo è stato reso impossibile dalla dittatura dell’ipocrisia che domina una rilevante parte del mondo".

"Io non ho fatto un’esperienza di mero commercio.

Ho incontrato una donna che mi ha chiesto: 'Vorresti entrare stabilmente dentro il mio universo affettivo? Io sono disponibile a donarti nove mesi della mia vita perché tu possa guadagnare questa felicità'.

Nessuna femminista ha il diritto di mettere la museruola a un’altra donna.

Queste signore parlano anche a nome di quelle che invece vogliono raccontare com’è stata bella la loro esperienza di 'gravidanza per altri', e questo è poco femminista.

Io capisco che i temi siano di estrema delicatezza e di estrema complessità e né pretendo che tutti siamo d’accordo con le scelte che ho fatto io nella mia vita, quello che vorrei però, è la delicatezza dell’ascolto e del dialogo, piuttosto che la virulenza dell’anatema e della scomunica".

Maria Sole Giardini, 34 anni, di Terni.

Una storia completamente diversa da Vendola.

Una storia poco conosciuta.

"Non ci sto a dovermi sentire sfortunata per essere nata qui e le cifre che mi hanno chiesto oltre i confini nazionali sono davvero fuori portata".

Maria Sole è fertile, ma non ha l’utero, le manca la culla perché l’embrione trovi possibilità di crescita: è affetta dalla sindrome di Mayer Rokitansky Kuster Hauser per cui impossibilitata alla gestazione.

Per questo, si batte per legalizzare la "maternità surrogata", la "gestazione per altri".

Come ha raccontato qualche tempo fa' a "Umbria 24", in America le hanno chiesto 100 mila euro. Il suo compagno è pronto a lottare insieme a lei per ottenere il diritto di avere un figlio, l’Associazione Coscioni è complice, pronta a supportare la coppia.

Non vuole chiamare la pratica ‘utero in affitto’:

"Da l’idea di una mercificazione del corpo della donna, invece parliamo di tutt’altro".

"Adozione o maternità surrogata, le uniche cose che mi sono concesse; non escludo la prima ma intanto chiedo a una mamma di aiutarmi a diventare mamma.

Ho conosciuto tante donne nel mondo affette dalla mia stessa sindrome che oggi tengono tra le braccia il proprio bambino e anche io e il mio compagno vogliamo far nascere nostro figlio tramite la gestazione per altri perché è una tecnica medica, una possibilità, l’unica che ci garantirebbe di avere nostro figlio.

Lancio un appello al cuore di una donna già madre, alla sua bontà, perché possa regalarmi la gioia della maternità; quella donna potrà far parte della nostra famiglia se vorrà".

L’utero in affitto è  una pratica oscena e criminale perché considera i bambini come oggetti-merce, come articoli di commercio, come prodotti on demand che dipendono solo dal capriccio dell’individuo portatore di volontà di potenza consumistica.

Il bambino passa in secondo piano: in primo piano sta l’egoistica volontà di potenza sovrana dell’individuo consumatore, che tutto può, a patto che disponga dell’equivalente monetario corrispettivo.

Non vi è nulla di emancipativo nella pratica criminale dell’utero in affitto, che segna il trionfo del capitale sulla vita umana, dell'economia sulla dignità, del plusvalore sul diritto alla vita.

Non vi è nulla di altruistico nella pratica criminale dell'utero in affitto.

Come si può pensare che il legalizzarla possa riabilitarne dignità?

Legalizzare l'utero in affitto significherebbe semplicemente spostare il businnes da una parte all'altra, forse ridurne i costi d'accesso per chi la richiede, renderla più "popolare" e accessibile anche per chi non può permettersi di spendere cifre esorbitanti.

Questo tuttavia non sposterebbe di un millimetro la questione di fondo.

Chi accetta, pratica o difende l’utero in affitto – è bene che lo sappia – sta difendendo un crimine ai danni dell’umanità ridotta a merce in vendita.

La riprova di quanto ho appena sostenuto sta nella realtà dei fatti.

Nichi Vendola mente e sa bene di mentire.

"Extraordinary Conceptions" è un'agenzia californiana che propone prestazioni che permettono alle coppie che non possono avere figli di ricorrere alla pratica dell'utero in affitto.

Durante la trasmissione di "Matrix", viene mandato in onda un servizio nel quale una giornalista racconta il colloquio con un dirigente di questa agenzia californiana avvenuto via skipe allo scopo di mostrare agli ascoltatori tv che cosa comporti la pratica dell'utero in affitto.

"Matrix" si dimentica  di ricordare che è proprio a questa agenzia che Vendola e il suo compagno si sono rivolti in California.

E si dimentica anche di ricordare che la stessa agenzia nel 2016 ha promosso in Italia un tour "informale"  di incontri con coppie possibili clienti per promuovere l'utero in affitto.

Ci ha poi "ripensato" e li ha interrotti, grazie ad un articolo a firma Monica Ricci Sargentini sul "Corriere della Sera".

Gli incontri avevano lo scopo di informare su come si svolge la procedura. Nel nostro Paese, però, anche la sola propaganda della maternità surrogata, è vietata dalla Legge n.40, che prevede pene che arrivano fino a 2 anni di reclusione e 1 milione di euro di multa.

Non sarebbe stato più utile ed efficace invitare in studio Monica Ricci Sargentini?

Evidentemente no, perchè Monica è una giornalista scomoda, una di quelle che non rinuncia a raccontare la verità e a farlo senza censurare nulla.

Utile riprendere alcuni passaggi di quell'articolo datato 02 giugno 2016: "'Madre surrogata? La troviamo noi'. Gli incontri (illegali) dell’agenzia Usa".

"Mario caballero è arrivato apposta da San Diego in California per incontrare le coppie che vogliono ricorrere all’utero in affitto.

'Qui in Italia questa pratica è vietata, cosa ci garantisce che potremo registrare il figlio come nostro?' chiede uno dei mariti.

'Ci sono tre avvocati italiani che si occupano di tutto — assicura —, in 10 anni non abbiamo mai avuto un problema. I vostri figli avranno il passaporto americano e voi sarete segnati come loro genitori. Giusto qualche giorno fa è tornata qui a Roma una donna che ha avuto due gemelli. E poi c’è quell’italiano. Come si chiama... Aspettate un attimo'.

Mario si ferma, va nell’altra stanza e riappare con un block notes. '

Nichi Vendula' esclama trionfante. 'Ah sì Vendola' lo correggiamo. 'Ecco sì Vendola lui ha avuto un maschietto e ora è qui a Roma. Felice'.

Inutile parlare di stepchild adoption e spiegare che non sarà così automatico per l’aspirante madre essere registrata come tale dato che per la legge italiana il figlio è di chi lo partorisce e non di chi lo commissiona.

Che in Italia si corra qualche rischio Caballero, però, lo sa bene tanto che a una coppia consiglia di 'sbrigarsi prima che entrino in vigore leggi. Si parla di paragonare la pratica ai reati sessuali'.

A questo punto Caballero tira fuori una mappa degli Stati Uniti d’America e cerca di aprirla, in modo un po’ maldestro, sulla parete di fronte a noi.

Punta il dito sulla costa est e annuncia trionfante che Extraordinary Conceptions ha aperto un nuovo ufficio proprio per noi europei.

Dove? 'In Carolina del Nord perché la California — ci spiega — è invasa dai cinesi che stanno facendo levitare i prezzi. Prendono anche tre surrogate contemporaneamente per avere quattro o cinque figli alla volta. Li vogliono tutti rigorosamente maschi'.

'Ma cosa ci fanno con tutti questi bambini? Non avete pensato che potrebbero poi venderli?' chiede una donna stupita. 'Assolutamente no, noi incontriamo tutte le coppie, se non ci piacciono le scartiamo. Per esempio a un uomo che aveva 93 anni abbiamo detto di no e abbiamo rifiutato anche un altro che stava per entrare in carcere e prima voleva mettere al mondo un bambino'.

E le madri surrogate? Chi ci assicura che non cambieranno idea?

'No, una volta firmato il contratto — dice — non è possibile. Alla portatrice facciamo anche fare un test psicologico che attesta che è sana di mente così non può appellarsi a un giudice e dire che non sapeva quello che faceva'. Per tutta la gravidanza le madri vengono seguite da una psicologa 'perché devono capire — spiega Caballero — che questo è un business, non devono essere emotive devono pensare al business. Io glielo dico sempre'.

A noi non resta che andare sul sito dell’agenzia, sfogliare i cataloghi e scegliere sia la potenziale madre surrogata che la donatrice.

Poi si redige il contratto e 'allora, solo allora — ci tiene a precisare Caballero dovrete pagare una prima rata'.

Molto importanti sono i termini dell’accordo: 'Che tipo di relazione volete con questa donna? La volete sentire spesso oppure mai? Volete che conosca la vostra identità o preferite rimanere anonimi?'.

Qui c’è un attimo di ilarità quando l’imprenditore ci racconta che una coppia di cinesi ha preteso che la madre surrogata mettesse i suoi due gatti in pensione per tutta la durata della gravidanza 'perché portavano male'.

Due i consigli basilari nella scelta della portatrice: mai una donna lavoratrice perché se è costretta a stare a casa per malattia dovremo rimborsarle il mancato guadagno (in Usa il congedo di maternità non è retribuito) e mai una mamma con figli troppo piccoli perché non avrà tempo da dedicarci se il nostro desiderio è quello di sentirla spesso.

Quanto costa in totale il percorso?

'Io non parlo mai di soldi però rispetto ai cinesi vi faccio pagare 15mila dollari in meno'.

Perché? 'Ve l’ho detto! Vogliamo espandere il business qui in Italia e poi qui c’è la crisi che morde'.

Tornati in redazione i conti li facciamo noi: tra i 130mila e i 160mila dollari da pagare in quattro rate al netto dei regali previsti, ma non obbligatori, per le madri surrogate: una serie di massaggi (2mila dollari), un programma nutrizionale (2mila dollari), un viaggio per tutta la famiglia della gestante (millw dollari). '

Perché la surrogata deve ricevere tante attenzioni — precisa Caballero — e a ogni progresso della gravidanza una somma di denaro'.

Altro che "cercare una relazione", "non ho fatto un'esperienza di mero commercio", "come è stata bella la loro storia di 'gravidanza per altri'".

Tutto è pagato, tutto è comprato nella pratica dell'utero in affitto: persino il cuore.

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Perché il reddito di #maternità

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Perché il reddito di #maternità

di Davide Vairani 

"La Croce" quotidiano, 25 settembre 2018

"Una statistica diffusa da Ocse, dedicata alle differenze di genere nella quantità di tempo libero disponibile nel corso di una giornata, è una buona occasione per ricordare una caratteristica del nostro paese della quale si discorre pochissimo: la condizione delle nostre donne che lavorano in casa, curando le attività domestiche e i familiari.

Ossia un’attività di lavoro a tempo pienissimo, sabato e domenica inclusi, che le impegna decine di ore a settimana e per la quale non esiste alcuna retribuzione. Manca persino una qualsiasi forma di riconoscimento sociale".

E' l'incipit di un interessante articolo del giornalista socio-economico ed esperto di comunicazione Maurizio Sgroj pubblicato nei giorni scorsi su "Il Sole 24Ore", il quotidiano di Confindustria.

Le analisi dei dati proposte servono a Sgroj per arrivare ad una proposta concreta:

"Invece di proporre improbabili redditi di cittadinanza ad aspiranti lavoratori - conclude Sgroj -, sarebbe mille volte più giusto fornire una qualche forma di reddito a chi lavora già. Almeno a quelle donne che non ne hanno alcuno. Sarebbe anche un valido sostegno alle famiglie. Sempre l’Istat, nell’ultima ricognizione dedicata proprio alle casalinghe, fornisce alcune informazioni che ci aiutano a dimensionare il fenomeno. Nel 2016, anno della rilevazione, erano presenti 7 milioni e 338 milioni casalinghe in Italia. La gran parte anziane ultra 65enni (40,9%). Quelle fino a 34 anni erano l’8,5%. Quindi parliamo di circa 620 mila donne. La gran parte delle casalinghe vive al Centro-Sud (63,8%)".

Non solo:

"Il 42,1% di queste donne vive in coppie con figli. Quindi circa si può stimare che circa 3 milioni di donne, malgrado si occupino anche dei figli e del marito non ricevano alcun reddito, a differenza di quanto accade a gran parte alle casalinghe ultra 65enni che hanno di solito una qualche forma di previdenza. Le casalinghe “giovani” se vogliono una pensione una volta anziane devono versare i contributi di tasca propria, pure se non è molto chiaro da dove dovrebbero prendere i soldi".

Pertanto, Sgroj arriva ad una proposta:

"Si potrebbe cominciare fornendo un reddito almeno alle casalinghe che operano all’interno di un nucleo familiare con figli minori. Ciò non soltanto non soltanto per dar dignità al lavoro che queste donne svolgono, ma anche per fornir loro un valido contributo economico, visto che la gran parte di queste donne vive in condizioni di povertà e circa il 10% in povertà assoluta. Servirebbe anche a sostenere le famiglie e insieme favorire la natalità, che è un altro dei grandi problemi del nostro paese. Soprattutto sarebbe un giusto riconoscimento dell’importanza che hanno queste donne nella nostra società. Un ultimo dato lo illustra compiutamente: il 71% delle ore di lavoro gratuito svolto in Italia nell’anno 2014 (oltre 50 miliardi) è stato svolto da donne per attività domestiche".  Si tratta, spiega Istat, di “un valore superiore al numero di ore di lavoro retribuito prodotto dal complesso della popolazione”. Le casalinghe da sole hanno regalato all’Italia 20 miliardi di ore di lavoro.

Sgroj non fa che proporre lo stesso identico strumento già prefigurato dal bigotto vetero-clerico-fascista "Popolo della Famiglia" di Mario Adinolfi: il "reddito di maternità".

Cos’è il reddito di maternità?

Lo scriveva Mario Adinolfi su "La Croce" quotidiano del 17 marzo 2017:

"Si tratta di una indennità di 1.000 euro al mese che la donna che intende dedicarsi alla crescita dei figli in via esclusiva può percepire se vive in un nucleo familiare dal reddito inferiore ai 60mila euro annui. L’indennità è vitalizia se la donna si dedica alla crescita dei figli in termini esclusivi, si perde ovviamente se la donna sceglie il lavoro esterno alla famiglia".

Obiettivo?

"La finalità del reddito di maternità è evidentemente quella di consegnare alla donna finalmente una piena libertà di scelta: se essere madre lavoratrice o essere esclusivamente madre, senza essere piegata al ricatto di dover contemperare attività faticosissime. Chi vuole realizzarsi nel lavoro oltre che nella maternità potrà ovviamente continuare a farlo, ma chi deve scegliere lavori massacranti e sottopagati solo per necessità potrà essere liberata da questo peso con conseguenze pienamente positive per tutta la società e per l’economia complessiva del Paese".

La proposta di Adinolfi è scritta nel programma elettorale del Popolo della Famiglia presentatosi alle ultime elezioni nazionali, dunque non una boutade.

E' interessante constatare che non trattasi di una balzana proposta, frutto di una visione superata della famiglia, della donna e della società, ma di uno strumento che potrebbe rivelarsi molto utile.

Non si tratta di un "risarcimento danni" alla donna che si prende sulle spalle il fardello più pesante per permettere al marito di scegliere la propria vita. E non si tratta nemmeno di svilire il ruolo e la funzione della mamma nell'economia della famiglia e nella relazione marito-moglie.

Al contrario.

In base al rapporto IstatMadri sole con figli minori” pubblicato il 19 aprile 2018, risulta che nel 2015-16 sono quasi 900 mila, precisamente 893 mila, le madri single, che rappresentano l’86,4% dei nuclei mono-genitore. Il numero è raddoppiato rispetto al 1983, quando si contavano 402 mila madri single. Molto più contenuto il numero dei padri soli: 141 mila nel 2015-2016 contro i 66 mila del 1983. Di queste madri single del 2016, il 57,6% è separata o divorziata, il 34,6% è nubile e il 7,9% è vedova. In totale, nel 2015-2016, sono un milione e 215 mila i bambini fino a 17 anni che vivono solo con la madre, pari al 12,1% dei minori. Una quota che è molto cresciuta rispetto al 1995-1996, quando si attestava al 5,3% (per un totale di 558 mila bambini). Se non proprio la metà, il 42% di queste madri vive oggi con i propri figli in condizioni a rischio di povertà o di esclusione sociale, e nel Mezzogiorno questa percentuale tocca il 58%, cioè quasi sei madri single su dieci.

Il rischio di povertà - in realtà - riguarda una fascia ancora più ampia di donne. Sempre nello stesso rapporto Istat, fra le madri in coppia il 29,3% è a rischio povertà o esclusione sociale. Sperimenta cioè almeno una delle seguenti condizioni: rischio di povertà, grave deprivazione materiale e/o bassa intensità di lavoro.

Il "reddito di maternità" - o comunque uno strumento anche differente che assuma questa filosofia di fondo - ha a che fare con la dignità della donna che è anche mamma. A che fare con l'idea di società e di futuro che vogliamo come Paese.

Rimettere al centro la famiglia, investire sui figli e dunque sul futuro. Togliendoci anche una certa visione edulcorata della famiglia, che non si nasconde certo le fatiche e anche le ferite. L'affermare la centralità della famiglia fatta da un uomo, una donna e dei figli significa metterla nelle migliori condizioni possibili per vivere dignitosamente.

L'Istat ci informa che “il modello di divisione del lavoro più tradizionale è quello male breadwinner, che assegna all’uomo il compito di provvedere al reddito e alla donna quello di curare la casa e la famiglia”. Questa modalità “è ancora oggi adottata dal 32,3% delle coppie con la donna in età attiva”.

Il che, oltre a spiegare il basso tasso di partecipazione delle donne italiane al mercato del lavoro, denota la persistenza dello stereotipo secondo il quale l’uomo deve lavorare e la donna stare a casa. Una convinzione condivisa“dal 54,1% degli uomini e dal 46,6% delle donne”.

Paradossalmente “l’analisi dei carichi di lavoro totale fa emergere l’efficienza del modello male breadwinner: allo stato attuale, infatti, è l’unico che porti a una sostanziale parità nei carichi di lavoro totale, pari a circa 7h 20’ al giorno per entrambi i partner”.

Con una differenza sostanziale però: la donna non viene pagata. Se poi lavora, “paga” il reddito con un aumento notevole del lavoro complessivo, dovendosi far carico anche di buona parte di quello casalingo. Conclude l'Istat che “il vantaggio di vivere in famiglia è percepibile soltanto per gli uomini, che beneficiano della condivisione del lavoro familiare con un guadagno netto in termini di carichi di lavoro complessivo, mentre per le donne, soprattutto se occupate, la vita di coppia comporta un aggravio di lavoro”.

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Sulle pubblicità sfigate anti-bambino

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Sulle pubblicità sfigate anti-bambino

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 21 settembre 2018

Un'immagine ha in se stessa una funzione evocativa e simbolica di forte impatto, non soltanto di natura emotiva.

Ci sono immagini e fotografie che per un insieme di fattori assumono un valore che va oltre, diventano dei veri e propri simboli di un pensiero, una idea, una cultura. Indipendentemente dal fatto che siano originali o fotomontaggi costruiti ad arte.

Molti di voi avranno visto girare sui social una immagine utilizzata da una nota ditta per pubblicizzare i suoi profilattici.

E' una fake, d'accordo, lo abbiamo capito.

"Come rivelano i colleghi fact checker in forza al quotidiano online Giornalettismo, (...) la foto è proveniente 'da un account straniero che su Instagram pubblica meme ironici e video assurdi. Anche perché della suddetta immagine, non c’è traccia su Durex Italia e filiali estere. La pubblicità fake è diffusa solo da associazioni antiabortiste. Solo qualche tweet da altri account (dalla Nuova Zelanda, Croazia, e altri paesi) che rilanciano meme e viral video sui social'".

Lo rivela il noto sito "Bufale.net", non senza sottolineare ironicamente:

"Possiamo quindi escludere, come letto nei commenti e nelle condivisioni della 'vergognosa pubblicità della Durex' l’esistenza di un complotto per far rendere stupide e ridicole le donne che vogliono avere figli".

"La tentazione di arrivare primi, di dare lo scoop, di stanare il male, di essere veloci come il tempo e potenti come un vulcano crea problemi. Noi stessi, come vi abbiamo detto più volte, preferiamo uscire per ultimi ma darvi una notizia certa anziché colpire per primi ed essere indotti in errore", prosegue "Bufale.net"

Con chi se la prende?

"Sorte che è capitata al Movimento ProVita Onlus, tanto celere nel denunciare una vergognosa pubblicità della Durex quanto poco celere nel verificare se la stessa, fosse, effettivamente una vergonosa pubblicità della Durex".

Alt. Passo indietro.

La "finta" pubblicità della "Durex" vede in primo piano una donna con alla sua destra e alla sua sinistra due bambini piccoli. La donna di questa immagine è triste ed è come sporcata da schizzi di colore che provengono dalle mani dei due bambini, mi verrebbe da dire come violentata, se non fosse per la delicatezza dei loro visi.

E' chiaro e tremendamente potente il messaggio: "love is love". Fate l'amore, ma - per carità - non fate figli. I figli sono una iattura. Costano un sacco di soldi, ti obbligano a cambiare completamente i tuoi programmi di vita, condizionano ogni tua scelta e - soprattutto - care donne non fate figli se avete una occupazione: scordatevi aspirazioni di carriera!

Nessun complotto? No.

Ma ci si vuole nascondere dietro un dito?

Di immagini simili (ma vere) ne posso trovare a centinaia, sempre usate dalla pubblicità per rimandare il medesimo messaggio. Basta "googlare".

Un esempio?

Stiamo in casa Durex. Andate a farvi un giro qui: "20 campagnes Durex vraiment créatives", di Lionel Dessertenne sul sito "Le Gars de la Pub".

Due immagini tra le tante:

"Quando Durex cerca di convincerti che avere figli non è una decisione da prendere alla leggera"

"Durex offre anche il confronto dei prezzi"

La realtà nuda e cruda è che l'Italia è ormai un Paese senza figli e senza madri.

9mila bambini in meno (-2%) nati nel 2017, ennesimo record negativo. I dati Istat sugli indicatori demografici dicono che in dieci anni sono sparite anche le mamme: dal 2008 si contano 900mila donne in meno nella classe 15-50 anni, di cui 200mila “scomparse” solo nell’ultimo anno. E mentre le madri potenziali sono sempre di meno, quelle che poi diventano mamme davvero lo fanno sempre più in ritardo. L’età media al parto nel 2017 è salita a 31,8 anni. Significa che le donne italiane fanno il primo figlio, mediamente, a quasi 32 anni. E gli uomini, in compenso, si affacciano alla paternità, intorno ai 35.

"Non c’è nessuno in Europa che abbia un’età del primo figlio così alta come quella italiana", sostiene il demografo Alessandro Rosina.

Le ragioni?

Tante e per troppo tempo mai affrontate seriamente dalla politica. Ma qui ci interessa sottolineare una delle cause, di natura culturale.

Oggi è cool dichiarare di essere una coppia o una donna childfree. Senza figli per scelta.

La famiglia, quella della tradizione religiosa, essenzialmente composta da un papà, una mamma e due o più bambini che vivono apparentemente felici, in una casa con giardino, è così triste e noiosa. I figli un dono di Dio o la manifestazione tangibile dell’amore che lega due persone tra loro, a seconda delle diverse interpretazioni, religiosa o laica, roba vecchia e superata.

Nel corso del tempo, il concetto di famiglia è cambiato, trasformandosi in base all’evoluzione naturale della società. Che sia fondata sul matrimonio, sull’unione civile, sulla convivenza, sulla solidarietà o sull’aiuto reciproco, è famiglia un qualsiasi gruppo di persone, indipendentemente dal numero, che, legate da vincoli di sangue o da una scelta personale, affrontano la vita e la quotidianità insieme. Che ci siano figli oppure no è un dato puramente accessorio. E' il progresso, gente, è la liberazione della donna dai vincoli di una società ancestrale che finalmente sta per scomparire!

Sono un po’ un’avanguardia, sicuramente consapevoli, determinate, risolte. Hanno storie differenti, ma sono tutte d’accordo su un punto: per una donna, ancora oggi, ammettere di non volere figli è quasi un coming out.  Mentre gli uomini non devono dare alcuna giustificazione, le donne devono spiegare eccome, perché per secoli non hanno avuto altri spazi di generatività oltre a quello biologico.

D'altronde, guardate quante donne senza figli sono entrate nella storia:

"da Margherita Hack a Rita Levi Montalcini, da Jane Austen a Marguerite Yourcenar, oggi molte icone dello star system sono 'testimonial' childfree: Cameron Diaz, Ellen DeGeneres, Ashley Judd, per citarne alcune. Oprah Winfrey ha dichiarato che se avesse avuto figli sarebbero finiti 'in un equivalente dell’Oprah Show che parla di me, e avrebbero finito per soffrire'. Jennifer Aniston ha invece denunciato il pregiudizio sociale: 'Non mi piace la pressione che la gente mette su di me e sulle donne in generale, come se avessi fallito, da donna, perché non ho procreato'".

Tendenza sociale, dunque, o fenomeno demografico?

"Forse un po’ entrambe le cose, dentro una transizione epocale che vede aumentare enormemente, prima di tutto, il numero delle childless, le donne che non hanno potuto scegliere o non hanno ancora scelto.

Secondo le ultime rilevazioni Istat, in Italia le donne tra i 18 e i 49 anni senza figli sono circa 5,5 milioni, un numero che è quasi la metà delle donne in questa fascia d’età. Tra di loro, le childfree 'dichiarate e convinte' sono in tutto 219mila, l’1,8% del totale"

(tratto da: "Da Winona Ryder a Renée Zellweger, come vivere (felici) anche senza figli", di Benedetta Verrini, "Io Donna" del "Corriere della Sera", 17 settembre 2018).

Questa è la narrazione cool che va' di moda. E allora che volete che sia una pubblicità di profilattici che denigra una donna che sceglie di avere un rapporto sessuale per procreare e fare figli? E' la mentalità comune, ormai, non avere figli. Chi ne ha, brava, va bene, ma poverina. Che vita grama ti attende! Meglio usare un profilattico nei tuoi rapporti sessuali, una pillola mensile o farsi mettere la spirale da un ginecologo: non rinunci a niente e in più non ti strapperai i capelli quando verrai a sapere che aspetti un figlio.

A parte il fatto che trattasi di pubblicità ingannevole, perchè non esiste alcun contraccettivo capace di garantirti al 100% di non rimanere incinta.

"Il metodo anticoncezionale più sicuro, in termini di minor rischio di gravidanza è la pillola, in termini di minor rischio di malattie sessualmente trasmesse è il preservativo. Durante l’assunzione della pillola il rischio di gravidanza per uso corretto è meno dell’1%, cioè su 100 donne che assumono la pillola in un anno meno di una rischia una gravidanza indesiderata, Il rischio di gravidanza per rapporti non protetti è l’85% in un anno"

(dal sito http://www.sceglitu.it/ della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia)

Prof.ssa Alessandra Graziottin, ginecologa e sessuologa:

"Il profilattico è sempre sicuro? Resta un ottimo metodo contraccettivo. Anche se nel 3-7 per cento dei casi può fallire: la causa più frequente è l'uso inappropriato. Le regole per non sbagliare e per conoscere i giorni 'più a rischio'".

Donne, liberatevi davvero: recuperate pienamente la vostra insostituibile pienezza. Andate davvero contro corrente.

"Eppure l’esplosione femminista ha creato un’esplosione spirituale. Il fardello imposto dalla ristrettezza di spirito della famiglia borghese era divenuto insopportabile per le donne che presentivano di avere altro da vivere, come un ampliamento del proprio campo d’azione, un dispiegamento della loro capacità di amare che non poteva espandersi liberamente nell’universo angusto che la famiglia, privata delle sue radici religiose, era divenuta.
Questo autentico desiderio di uscire dalla mediocrità e di riscoprire il vero senso dell’esistenza non trovò modo di incarnarsi nella morale e nella religione così come esse erano insegnate e percepite in quel momento, così ci si perse in strade senza uscita.

Simone de Beauvoir affermava che la differenziazione sessuale era accessoria: 'Donne non si nasce, lo si diventa'. Ed ebbe un’influenza considerevole, che orientò le energie di quella che si voleva uguale all’uomo.

Liberazione sessuale e liberazione della donna vennero associate. Le tecniche di contraccezione la aiutarono a padroneggiare la propria fecondità; eliminando l’“handicap” delle gravidanze, la donna diventava uguale all’uomo e poteva rivaleggiare con lui in tutti i campi. Ne conseguì una svalutazione dei valori propri alla donna, tanto sul piano biologico quanto su quello spirituale. Evacuando ogni nozione di missione specifica, tanto la maternità quanto la verginità furono svalutate, e alla fine ne risultò svalutata la donna stessa. Ugualmente, oggi vediamo fiorire teorie che riscuotono un successo sbalorditivo dimostrando con una solida argomentazione di tipo antropologico che l’uomo e la donna sono ciò che sono unicamente perché hanno risposto a delle esigenze sociali che li hanno formati in quel dato modo.

Le modalità di vita della nostra epoca sono totalmente differenti da quelle del passato: la meccanizzazione a oltranza e il formidabile progresso tecnico esigono sempre meno forza fisica e sempre più minuzia – ciò fa sì che la donna riesca bene tanto quanto l’uomo, se non di più, in certe responsabilità – e dunque si pensa che ci stiamo incamminando verso una mutazione dell’essere umano nella quale la differenziazione dei sessi acquisterà un’importanza progressivamente decrescente, per sfociare infine in un essere asessuato.

Ciò potrebbe far sorridere, se non fosse una realtà sempre più tangibile: l’uomo e la donna non sanno più chi sono e non osano più affermarsi nella loro identità. I bambini non sanno più in chi identificarsi, hanno perduto i punti di riferimento. Assistiamo all’avvento di una società androgina.È fuori discussione la possibilità di tornare indietro, all’immagine un po’ desueta dell’angelo del focolare, totalmente dipendente dall’uomo e non avente altro universo che le casseruole: ora la donna si vendica di secoli di servitù e intende dominarlo.

Siamo fortunatamente sopravvissuti a un femminismo originario, che si è spinto molto lontano nelle sue affermazioni, ma bisogna riconoscere che ne siamo stati profondamente segnati nei nostri comportamenti e nei nostri modi di pensare. Bisogna ritrovare il vero senso della vocazione della donna, in una ricerca autentica, sbarazzandoci di tutti i vecchi stereotipi che ci intralciano in questo cammino".

da:
“Il mistero della donna”
di Jo Croissant (Autore), Giovanni Marcotullio (Traduttore)
15,00 Euro
Berica editrice
collana “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio”
Puoi ordinarlo in versione cartacea o ebook su Amazon cliccando qui

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Dammi ancora la mano

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Dammi ancora la mano ...

di Davide Vairani

"Sono iniziate le scuole. Ci sono problemi, come al solito. Ma io fisso te, me, genitore che si ferma fuori dalla scuola. Padre o madre che tu sia. Fermo quando resti in piedi, nella luce varia dei mattini, o seduto in auto da solo. Tutti parlano di loro che entrano: quanti sono, quante aule mancano, quanti professori e che riforme.

Ma io fisso te: quando accompagni i tuoi figli e li vedi entrare in un mondo che non è più sotto la tua influenza. Vanno dove altri parleranno, diranno cosa fare, e cosa guardare e come pensare. Li vedi andare, piccoli, verso ciò che non conoscono, e che non conosci neppure tu. Se ne vanno da te, più chiaramente. si, d’accordo, il rapporto con le maestre, gli organi collegiali, le comunicazioni scuola-famiglia…C’è tutto quel che occorre, se si vuole, perché la famiglia sia collegata alla scuola.

Ma no, non sai dove vanno, dove cominciano ad andare: li puoi immaginare, ma è il primo posto dove non c’entri, la prima loro vita senza che t’impicci. Adesso puoi iniziare a chiedere loro: allora, com’è andata? Come a uno che torna da un posto che non conosci. E quel “qualcuno” iniziano ad essere loro, i tuoi figli, che pensavi di conoscere e che inizi a non conoscere più. Per iniziarli a riconoscere come non tuoi, come gente che ti è arrivata tra le braccia, e che se ne va. Che se ne va dove deve andare. E che si volta a guardarti per non avere paura: si volta a vedere che luce hai negli occhi. Perché cos’hai da dare loro ora? Si, il pane. E speriamo il companatico. I vestiti. E qualcosa per girare. Ma loro andare devono, e di quel che impareranno molte cose non le sai. Nemmeno ti ricordi le operazioni di aritmetica per aiutarli a fare i compiti! E ti stupisci di come fanno ad imparare così presto l’uso del pc. E non sai cosa sapranno, cosa avranno il piacere di scoprire, di imparare. E dolore di scoprire. E a che cosa dedicheranno la loro intelligenza, il loro cuore; non riuscirai a dare loro tante istruzioni.

Probabilmente ti lasceranno indietro. Ma si volteranno sempre, anche tra tanti anni, per vedere se hai avuto paura. E che luce avevi negli occhi. Per vedere cosa stavi pensando vedendoli andare nel mattino a scuola: vanno verso la vita o verso il tradimento della vita? Verso la grande fregatura, o verso la grande avventura? Anche quando non ci sarai più, e starai in piedi dietro le nuvole o seduto in un’automobile celestiale (speriamo), si volteranno a guardare se chi li ha accompagnati fino alla porta – che solo loro possono varcare – ha avuto paura. O se era certo che qualcosa di buono c’è oltre la soglia di ogni esperienza. Non c’è nulla come il dramma della paternità e della maternità. Che lascia andare. Che non trattiene.

In questi giorni tutti i giornali parleranno di loro, dei marmocchi, e dei ragazzini, e dei giovanotti. Del loro entrare, del loro mischiarsi tra razze varie, delle loro facciotte simpatiche o foruncolose, della loro serietà maestosa e dolcissima di seienni o di quindicenni. Del loro tesoro che si mette nelle mani della scuola. Strana consegna, e perciò della enorme responsabilità. E ministri, esperti, statistici diranno la loro.

Ma io getto uno sguardo a chi resta sulla soglia. A te, che come me, li hai visti sparire dietro la porta a vetri. E ti sembra strano commuoversi per così poco. E forse pensi: no, non è poco. È tutto quel che devo fare. È questo, in fondo, educarli. Che vadano, e quando si voltano, e quando tornano a raccontare, trovino uno sguardo interessato al vero della vita, e che non ha paura. Come quello di chi ti è stato padre. Senza avere un padre, infatti, senza uno con quello sguardo certo, non li avresti messi al mondo. I figli, quando li guardi veramente, ti chiedono di chi sei figlio tu, da dove hai preso tu quello sguardo".

da: "A te che ti fermi e li guardi entrare",  di Davide Rondoni

Sono figlio di due genitori, entrambi "maestri elementari", di quelle quando c'era il maestro/a unico/a.

Uno dei pochi ricordi che ho di mio papà - di quelli non ancora  sbiaditi dal tempo - sono i primi giorni di scuola.

Anzi, di cinque anni di elementari in quel paesino di poco meno di duemila anime.

Dopo una veloce colazione tutti e tre (io, mio papà e mia mamma) andavamo a scuola.

All'ingresso del portone mia mamma nella prima aula al piano terra, pronta ad accogliere i "primini" nella nuova avventura scolastica. Al secondo piano su dopo le infinite scale, l'aula in fondo. Io e mio papà entriamo in classe: lui davanti e io esitante dietro dopo qualche istante. Tutti rigorosamente in piedi per salutare in coro il maestro.

Alla cattedra ci sedeva il mio papà. Il maestro, come lo chiamavano tutti in paese. Lui era il maestro, visto che di insegnanti maschi c'era solo lui. Erano i tempi nei quali le autorità nei paesi della bassa erano: il sindaco, il parroco, il farmacista (o il medico) e il maestro.

Non era un'autorità richiesta e tanto meno esibita. Era il ruolo, la funzione pubblica che esercitava chi faceva quei mestieri. E il popolo, la gente li investiva e li voleva come autorità quasi morali. Da loro chiedevano consigli e sempre una parola, qualsiasi essa fosse, veniva ricevuta come un oracolo da seguire.

Ricordo la cura minuziosa con la quale a casa preparava le lezioni del giorno dopo. Ricordo come se fosse oggi lui che tra una rivista di pedagogia e un cartellone pieno di disegni batteva a macchina il materiale didattico che avrebbe utilizzato il giorno dopo. Ricordo la Olivetti sul suo tavolo, l'odore della carta copiativa che ogni tanto mi mandava a comprare dal rigattiere dietro l'angolo e le macchie che lasciava, la scolorina usata per correggere uno a uno i fogli gli errori di battitura.

Ricordo che dovevo impegnarmi il doppio, dovevo lavorare il doppio dei miei compagni di classe per prendere un "bel voto", un voto che fosse insospettabile. Guai se solo qualcuno avesse mai potuto pensare a favoritismi! A casa, nei compiti, mi aiutava mia mamma. Mio papà tassativamente non si faceva vedere. Mai. Ma spesso se ne stava nascosto dietro la porta del salotto, senza farsi vedere, e ascoltava. Questo l'ho saputo molto dopo. Confesso che ci rimanevo male a non vederlo lì con me.

Mio padre ascoltava di nascosto. Sapeva in cosa ero preparato, in che cosa facevo fatica e in cosa ero così così ( la matematica non sarà mai il mio mestiere). Quando toccava a me essere interrogato davanti a tutti, le domande erano precise, mirate sui punti nei quali ero meno preparato o faticavo a comprendere una materia. E su quello venivo messo alla prova. Dovevo sudarmi davvero i "bei voti".

Oggi sono padre di una "bambina" di 17 anni (lo so, non sei più una bambina, sei una donna che sta crescendo, ma lasciati chiamare così per una volta ancora).

Questa mattina sono uscito presto di casa. Ancora dormivi e non ti ho svegliato. Ti ho dato un bacio sulla guancia.

E ti ho seguito nel tuo prepararti per andare a scuola, il primo giorno di un nuovo anno. Ti ho seguita, mentre sorridi con le tue amiche, prendi il pullman ed entri dal portone per sederti tra i banchi della tua classe. Ti ho seguito con il mio cuore, che si commuoveva pensandoti.

So se chi devo accompagnare solo fino alla porta e che a te e solo a te tocca di entrare nel mondo dei grandi. So bene che ti dovrò lasciare andare, non senza una lacrima e la certezza che sarò sempre lì con te ogni volta che ne avrai bisogno.

Non so davvero se e che cosa ti abbia potuto insegnare.

Ho la certezza che la mamma ti ha consegnato tutto il tesoro di bellezza che porti con te e che il  sorriso lieto e contagioso sulle tue labbra non è mia eredità. E' il grande dono che Dio ti ha disegnato nel cuore e che hai imparato ad usare dalla mamma - perchè è come te la mamma - è il dono che Dio mi ha messo accanto.

Da mio padre e insegnante ho imparato la lealtà e l'onestà verso se stessi e gli altri.

Ho imparato a non arrendermi ai "non ce la faccio", "non sono capace".

Ho imparato a chinare la testa e ricominciare.

Ho imparato il senso del sacrificio che rende liberi. Ho imparato che cosa significa passione e onestà nel mestiere che la vita ti concede di fare, ho imparato che ogni mestiere ha la stessa dignità ed esige il meglio che tu possa dare. Mi ha insegnato che i soldi che ricevi come giusta mercede del lavoro (tanti o pochi che siano) sono uno strumento da investire nelle priorità della famiglia. Mi ha insegnato che il lavoro non è tutto.

E - soprattutto - mi ha insegnato con la sua testimonianza che lavorare per un ente pubblico implica un dovere in più di chiunque altro: essere sempre consapevole di essere pagato dalla collettività, dai cittadini.

E questo impone lealtà, fedeltà, dedizione massima, implica anteporre sempre  l'interesse della collettività alle ambizioni personali. Anche a costo di scontrati con chi non fa il proprio mestiere, anche a costo di subire ingiuste punizioni. Questo è stato mio papà.

Vola, Camilla, mia piccola e dolce Camilla.

Vola "dove io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare e dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare ..."

Culodritto

"Ma come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti
e le tue risate pulite e piene, quasi senza rimorsi o pentimenti,
ma come vorrei avere da guardare ancora tutto come i libri da sfogliare
e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare...

Culodritto, che vai via sicura, trasformando dal vivo cromosomi corsari
di longobardi, di celti e romani dell'antica pianura, di montanari,
reginetta dei telecomandi, di gnosi assolute che asserisci e domandi,
di sospetto e di fede nel mondo curioso dei grandi,

anche se non avrai le mie risse terrose di campi, cortile e di strade
e non saprai che sapore ha il sapore dell' uva rubato a un filare,
presto ti accorgerai com'è facile farsi un'inutile software di scienza
e vedrai che confuso problema è adoprare la propria esperienza...
Culodritto, cosa vuoi che ti dica? Solo che costa sempre fatica
e che il vivere è sempre quello, ma è storia antica, Culodritto...

Dammi ancora la mano, anche se quello stringerla è solo un pretesto
per sentire quella tua fiducia totale che nessuno mi ha dato o mi ha mai chiesto;
vola, vola tu, dove io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare
e dove è ancora tutto, o quasi tutto...
vola, vola tu, dove io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare
e dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare ..."

Francesco Guccini, "Signora Bovary", 1987

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Basta poco: numero verde 800 813 000

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Basta poco: numero verde 800 813 000

di Davide Vairani

"Si dimentica forse una donna del suo bimbo, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se questa donne si dimenticasse, io invece mai ti dimenticherò!" (Isaia 49,25). Nello stesso libro profetico, più avanti si legge quest’altra affermazione divina: "Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò" (66,13). Rahamîm, un vocabolo che designa le “viscere”, il “grembo”, che si trasforma in un aggettivo che esprime affetto, clemenza, tenerezza, misericordia.

Una giovane donna 27enne di Terni si trova nel carcere di Capanne a Perugia: è accusata di avere ucciso il figlio, abbandonandolo all’interno di una busta dietro una siepe nei pressi del supermercato Eurospin di Borgo Rivo. La busta con il corpicino del piccolo è stata ritrovata il 02 agosto 2018 e - dalle prime ricostruzioni effettuate - sembra fosse ancora vivo quando è stato messo in quel sacchetto. La giovane continua a sostenere che non avrebbe voluto uccidere suo figlio: "Ho lasciato la placenta per protezione". Pare che nessuno fosse a conoscenza della sua gravidanza, compreso il compagno col quale pare avesse regolarmente rapporti, come entrambi hanno rivelato agli investigatori. Alla base del suo gesto, "la convinzione di essere impossibilitata a mantenere un altro figlio": ma perché la 27enne non abbia chiesto aiuto a nessuno, resta ancora incomprensibile. Il compagno della donna, un operaio albanese col quale stava insieme da tre anni, risultato ignaro della gravidanza, ha formalmente riconosciuto il piccolo, delle spese di sepoltura si occuperà il Comune di Terni, la salma dovrebbe essere rilasciata a breve. L'avvocato della giovane mamma ha avanzato la richiesta di perizia psichiatrica e la sostituzione della misura del carcere con quella dei domiciliari in una struttura protetta tramite ricorso al riesame. Richiesta per ora respinta. La donna resta in cella, con l’accusa di omicidio volontario, aggravato dal fatto che la vittima fosse suo figlio. La donna è dotata di "freddezza pervicace", si legge nell’ordinanza del giudice, perché non solo ha nascosto lo stato di gravidanza al compagno e ai parenti, ma ha compiuto un "gesto crudele".

Rahamîm. Non so che cosa abbia portato questa giovane donna ad abbandonare il proprio figlio e in questo modo, condannandolo ad una morte così crudele. Fatico a pensare come faccia una donna a dimenticarsi del proprio figlio, a non essersi mai commossa almeno una volta "per il figlio delle sue viscere". Rahamîm. Ci si commuove di fronte a qualcosa di grande che ti sta accadendo come contraccolpo alla sproporzione rispetto a te, ci si commuove davanti al miracolo. Il "miracolo della vita" è quanto di più sproporzionato ci sia rispetto a quanto un essere umano possa fabbricare interamente e completamente con le proprie mani, rimanda ad Altro, all'origine della Vita. Poi però penso a quante volte non mi accorgo del dolore che mi passa accanto e non ho fatto nulla, di quante volte mi lamento guardando solo il mio ombelico e non mi accorgo del grido di aiuto silenzioso negli occhi di chi mi sta attorno.

"Signore, abbi pietà di noi", di tutti noi. Di questa giovane donna e di quanti hanno visto e si sono girati dall'altra parte e non hanno speso neppura una parola; di chi può salvare una vita con una semplice informazione e non lo sa o non lo vuole fare perchè "non mi impiccio degli affari degli altri".

Giulia Tanel  fa "due riflessioni, su piani differenti", a margine di questa tragedia ("Bimbo morto nella sporta, il paradosso della legge", "La Nuova Bussola Quotidiana", 09 agosto 2018), due riflessioni che riguardano ciascuno di noi.

"Da un lato, la constatazione del paradosso per cui se la madre avesse deciso di abortire quando era ancora incinta, ora non rischierebbe l’ergastolo: suo figlio sarebbe legalmente finito tra i “rifiuti speciali ospedalieri” e la cosa non avrebbe fatto, purtroppo, alcuna notizia. Il che tradotto significa che – per la legislazione italiana, ma non solo – la vita di un essere umano nel grembo materno, al di là dell’epoca gestazionale, vale infinitamente meno (per non dire che non vale “nulla”) della vita di un essere umano appena nato. Su quale criterio si basa questa distinzione? La scienza forse non afferma che fin dal concepimento si è di fronte a un nuovo essere umano, unico e irripetibile? Il fatto è che, anche grazie a leggi ingiuste che determinano nella società un “minimo etico” e all’uso della neolingua che edulcora i termini e alterano la visione del mondo, diventa sempre più difficile rendersi conto delle logiche di matrice eugenetica in cui siamo immersi, e quindi combatterle".

"Una seconda riflessione, invece, interessa il piano della prevenzione al succedersi di fenomeni simili. Una prevenzione che si esercita per mezzo di una corretta informazione a sostegno della vita nascente, altro grande tabù dei tempi moderni. Perché, per esempio, nessuno ha detto a quella mamma di Terni che in Italia – secondo il DPR 396/2000, art. 30 è possibile partorire in anonimato il proprio bambino in ospedale, garantendogli così una corretta assistenza e la tutela giuridica? E, ancora, come sarebbero andate le cose se la mamma di Terni avesse saputo dell’esistenza di almeno quattro Culle per la Vita (qui una sintesi dei circa cinquanta luoghi in cui sono presenti), dislocate a neanche 100 Km dal luogo dove ha abbandonato il suo bambino?", una a Perugia e una a Città di Castello.

Sarebbe bastata una informazione per salvare quel bambino dalla morte? In Italia, ogni anno, circa 3mila neonati vengono rifiutati al momento della nascita e di questi solo 400 vengono salvati perché abbandonati al riparo nelle culle per la vita o all’interno degli ospedali; degli altri si perde traccia o si ritrovano troppo tardi. Una culla per la vita, o culla termica, è una vera e propria culla che potrebbe salvare la vita dei piccoli lasciati in strada, nei cassonetti o ovunque non siano protetti: sono culle dislocate su tutto il territorio nazionale (in Italia circa 50) di facilissimo accesso e che tutelano sia il piccolo appena nato che l’anonimato di chi vuole lasciarli. Premendo un pulsante è possibile far aprire la nicchia, depositare il neonato e allontanarsi senza essere inquadrati dalle telecamere. Queste, infatti, rilevano solo la presenza del neonato all’interno del vano e, attraverso un sensore, segnalano la presenza del bambino al personale sanitario. Oltre a garantire l’anonimato di chi vi lascia i neonati, la culla per la vita è dotata di una serie di dispositivi – riscaldamento, chiusura in sicurezza della botola, presidio di controllo 24 ore su 24 e rete con il servizio di soccorso medico – che permettono il pronto intervento per la salvaguardia del bambino.

Eppure, pochissimi conoscono questa realtà. Pochissime donne lo sanno. Siamo bombardati da messaggi di ogni sorta e mai una volta che dai media nazionali e sulle Tv si possa vedere una bella Pubblicità Progresso che faccia conoscere quanto possa essere davvero facile salvare una vita. E allora faciamolo noi, non smettiamo mai di dirlo e di scriverlo.

Sos Vita da oltre 30 anni e con grande passione ha accompagnato più di 160.000 donne e costruito un importante tessuto di relazioni per aiutarle ad essere autonome ed indipendenti. SOS Vita ha come obiettivo unico e fondamentale quello di essere a fianco ad ogni donna e ad ogni coppia in difficoltà per una gravidanza. "I nostri volontari possono aiutarti nei Centri di Aiuto alla Vita (CAV) o per telefono al numero verde 800 813 000 o sulla chat ONLIFE": http://www.sosvita.it/

Basta davvero poco: numero verde 800 813 000

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Ecco come distruggiamo la mente dei nostri figli

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Ecco come distruggiamo la mente dei nostri figli

di Dr.ssa Tiziana Cristofari*

Sette mesi prima di morire, il famoso psichiatra americano Leon Eisenberg, che ha scoperto il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), ha dichiarato al settimanale tedesco Der Spiegel che le cause genetiche di tale malattia (sulla quale si basavano l’esclusione della responsabilità genitoriale e molte delle prescrizioni di pillole) erano chiaramente sovrastimate.

Sono una pedagogista-docente e mi occupo di formazione oramai da diversi anni. Troppo spesso però vedo una situazione che non posso più tacere, anche se non è la prima volta che ne parlo. Sono molto indignata per la facilità con cui i nostri bambini vengono giudicati e “torturati” psicologicamente.

E non sto esagerando! Perché la tortura non è solo quella fisica, ma anche e ai nostri giorni soprattutto, quella psicologica. Viviamo in una società molto superficiale, dove i tempi frenetici e la poca pazienza che abbiamo nei confronti dei nostri bambini e delle nostre bambine, ci spingono a conclusioni affrettate sulle loro potenzialità e capacità cognitive, purché ci sollevino dall’incombenza di seguirli negli studi.

Troppo spesso i genitori mi portano i loro figli emotivamente avviliti, psicologicamente affranti, demotivati e senza più la minima autostima di se stessi. Arrivano da me dicendomi che il loro bambino o la loro bambina ha difficoltà nello studio; che piange perché non vuole studiare; che non vuole andare a scuola. Me li portano dicendomi che l’insegnante gli ha detto che sicuramente ha qualche problema cognitivo, e quando arrivano da me hanno già fatto percorsi con il logopedista e il più delle volte, il medico, gli ha certificato un ritardo nell’apprendimento.

Ma sapete una cosa? Nel 99% dei casi, il bambino o la bambina non ha niente, recuperando nel giro di un anno scolastico tutte le carenze! Mi sono chiesta più volte se voi vi foste mai domandati come reagiscono i vostri figli a tutte queste chiacchiere non vere sulla loro capacità di apprendimento.

Vi siete mai chiesti cosa provano? Come stanno? Cosa pensano di tutte quelle ricerche mediche e quelle esercitazioni alienanti, ai quali vengono sottoposti anche solo perché hanno una pessima scrittura? Vi siete mai chiesti guardando la calligrafia di un medico se anche lui fosse disgrafico?

Ve lo dico io cosa pensano i nostri figli! Pensano di essere inferiori, di essere diversi, stupidi, non capaci come i loro compagni di classe. E la loro psiche lentamente cambia e diventa brutta. Perdono la loro autostima, diventano tristi, paurosi e a scuola non rendono più, non si sentono capaci e si convincono di non riuscire negli studi; dentro di loro si domandano perché devono continuare a studiare; perché devono andare a scuola, a cosa serve… perché la scuola non brucia!

Io sono molto indignata! Con insegnanti impreparati nella didattica che si sentono in diritto di diagnosticare senza averne la competenza. Sono molto indignata! Con la connivenza dei medici psichiatri che devono trovare necessariamente un’anomalia in un bambino che ha solo bisogno di essere rispettato nei suoi tempi di apprendimento, mentre la loro diagnosi è basata su statistiche (vi ricordo che Albert Einstein ha mostrato la sua genialità solo all’università, risultando terribilmente carente in tutti i precedenti corsi di studi, soprattutto in matematica; e nonostante oggi si dica che fosse dislessico, niente e nessuno allora, fortunatamente, gli ha impedito di credere in se stesso e di diventare ciò che tutti noi conosciamo). Vogliamo parlare dei logopedisti? Che uccidono il pensiero del bambino tediandolo con tanti esercizietti che allontanano sempre più il piccolo dalla scuola? E tutto questo pur di non ammettere che quel paziente non ha bisogno del loro aiuto, ma solo di una efficace didattica che loro ignorano completamente. Ma è tutto un sistema di scarica barile: l’insegnante ai genitori, i genitori al medico, il medico al logopedista e il logopedista sul problema diagnosticato dal medico che purtroppo si può migliorare, ma non curare. E non c’è la cura semplicemente perché non c’è la malattia!

Ma sono indignata anche con voi genitori! Che non avete la pazienza di ascoltarli i vostri figli; che li imboccate come se fossero sempre piccoli, senza svezzarli nel rapporto e nella loro continua e costante crescita di competenze. E questo è un errore grave, molto grave, perché non permettete loro di crescere, di sviluppare indipendenza, di conquistarsi quel pezzettino di mondo a scuola, che solo a loro appartiene.

Non avete voglia di seguire e capire i cambiamenti che la scuola li costringe a sviluppare, non avete la voglia di capire che il vero problema potrebbe essere nel rapporto con voi, con la maestra o con i compagni di classe. Perché è così: quasi sempre il problema scolastico ha le sue profonde radici nel rapporto umano.

Allora non distruggiamo la mente e la vitalità dei nostri figli, abbiate il coraggio e l’umiltà di valutare il vostro rapporto, di considerare quello che la maestra ha con vostro figlio o vostra figlia, prima ancora di intraprendere un percorso diagnostico, che in quanto tale, nella mente del bambino, riporta sempre e comunque a una malattia e quindi a una diversità dai compagni di scuola. Ricordandovi inoltre che oggi, quella che viene comunemente definita dislessia, il più delle volte è un abuso di terminologia e medicalizzazione su bambini sanissimi per questione di business. Non confondiamo le difficoltà didattiche e di rapporto con la scusa della malattia, una malattia che nessuno ha organicamente riscontrato e che si basa solo su statistiche.

Eviteremo così di crescere bambini insicuri, ribelli, aggressivi, svogliati, tristi, spaventati e senza autostima.

——–

*Tiziana Cristofari. Nata nel 1972 è laureata alla Facoltà di Scienze della Formazione con indirizzo in Scienze dell’Educazione. Consulente esperta nel campo educativo, formativo extrascolastico e nell’insegnamento: esperta con conoscenza degli ambiti disciplinari delle scienze umane, nelle attività di orientamento scolastico e professionale. Consulente pedagogico (professione disciplinata dalla Legge n. 4/2013). Mediatore culturale e familiare. Consulente in ambito giuridico. Docente competente per bambini con DSA, ADHD o altro. Docente con i requisiti per l’insegnamento della Storia, della Filosofia, della Pedagogia, Sociologia e della Psicologia nelle scuole secondarie di II grado. Docente in lingua italiana per stranieri. Scrittrice.
Blog: http://www.figlimeravigliosi.it

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