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E’ la politica, bellezza, e tu non puoi farci niente

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E' la politica, bellezza, e tu non puoi farci niente

di Davide Vairani

Il governo francese mostra i muscoli: si oppone alla decisione della Corte d'appello di Parigi del 20 maggio scorso relativa alla ripresa dei trattamenti di Vincent Lambert.

Venerdì 31 maggio 2019 ricorso in Cassazione: "Une déclaration de pourvoi a été déposée aujourd'hui en fin de matinée auprès de la Cour de cassation pour le compte des ministères parties", ha dichiarato il ministero della Salute all'AFP.

Obiettivo: la Corte Costituzionale francese "stabilisca definitivamente" le questioni di diritto sollevate dalla Corte d'appello di Parigi, per "porre fine all'incertezza giuridica".

L'ospedale di Reims non è da meno e prevede anch'esso di fare appello in Cassazione la prossima settimana, riportano i media francesi.

"Non siamo vincolati legalmente da questo comitato", aveva già affermato il 5 maggio il ministro della Sanità, Agnès Buzyn. Il 20 maggio, il presidente Emmanuel Macron aveva invece sostenuto di non doversi "immischiare nella decisione giuridica che è stata presa nel caso di Vincent Lambert".

Intanto, i genitori del paziente hanno denunciato l’ospedale e il medico responsabile per non assistenza a persona in pericolo.

L’ultima mossa dell’esecutivo francese sembra volere politicizzare il caso come mai prima, suscitando pure il sospetto che certi ambienti della maggioranza macroniana non considerino il destino di Lambert come una vicenda totalmente disgiunta rispetto all’agenda governativa sul fronte bioetico, che prevede in particolare, a luglio, la presentazione in Consiglio dei ministri di una nuova bozza di legge estremamente controversa.

Lo sostiene Bertrand Vergely, scrittore e teologo francese, in una intervista ad "Atlantico".

"Quando ci si misura con l'affaire Vincent Lambert, emergono essenzialmente due livelli di giudizio e di valutazione - scrive -. Il primo riguarda la sostanza, il secondo il sentire della società francese".

Vincent Lambert - paralizzato da 10 anni in un letto d'ospedale - è una persona disabile. Non è un paziente con una malattia incurabile. Le immagini che abbiamo visto lo testimoniano. Non ha il volto di un paziente alla fine della vita.

Quindi, i genitori di Vincent Lambert hanno ragione quando spiegano che il loro figlio non deve morire. In Francia non si uccidono i disabili. Non è perché uno è handicappato che la vita viene messa in discussione. Se si smettesse di prendersi cura di Vincent Lambert sarebbe un omicidio.

"Per dieci anni, il suo caso è stato giudicato in questo modo e ancora recentemente, chiedendo la ripresa dei trattamenti dopo che il loro arresto era stato deciso ed attivato dal Poliospedale di Reims. Per dieci anni e anche recentemente la legge non non ha sbagliato giudizio - sostiene Vergely -. L'errore non riguarda la legge, ma la decisione presa fin dall'inizio della sua vicenda: ricoverarlo in un reparto per le cure palliative invece che in una struttura specializzata nella presa in carico di persone disabili come lui, in uno stato pauci-relazionale. E'questo che costringe Vincent Lambert a rimanere prigioniero senza mai poter respirare all'aria aperta".

Se questa è la sostanza del caso, c'è anche l'opinione pubblica, i cittadini con le loro sensibilità, emozioni, la loro umanità.

"Quando si considera con gli occhi della cosiddetta persona comune la situazione in cui si trova Vincent Lambert - analizza lo scrittore francese -, è certo che la sua vita non è più vita. È una lunga tortura. Se parliamo di una condanna a morte, nel caso di Lambert dovremmo parlare di una condanna a vivere".

Da qui la reazione dell'opinione pubblica francese, che sostiene per la più parte che questa vita debba fermarsi qui. E la domanda che la società pone pone alla politica è in quale modo fare cessare questa vita che non è più vita.

"Che cosa fa la politica? Non potrebbe fare qualcosa? Perché non fa niente?".

"Reazione guidata da un certo modo di intendere la compassione, ma anche da una preoccupazione pratica - sottolinea - . Per mantenere vivo Vincent Lambert inutilmente, non vengono spesi forse un sacco di soldi pubblici? Questo denaro non potrebbe essere usato in altro modo, ad esempio per permettere a vite che potrebbero vivere una vita reale di potere davvero viverla appieno?".

In altre parole, nel caso di Vincent Lambert, ci sono due logiche: quella della legge, che proibisce l'uccisione dei disabili, e quella della società, che, per ragioni che combinano compassione e calcolo, trova che questa vita che non è vita sia durata ormai troppo a lungo.

"Di fronte a questo, la politica è, come tutti gli altri, molto imbarazzata. La proibizione dell'omicidio è il fondamento dell'umanità, della società e della democrazia. Non può essere fatto saltare per una buona ragione senza attaccare le fondamenta dell'umanità, della società e della democrazia.

Ma allo stesso tempo, la preoccupazione per la decenza ha anche fondato l'umanità, la società e la democrazia. Non uccidere è essenziale. Ma anche vivere decentemente lo è altrettanto".

In questo sentire dell'opinione pubblica si collocherebbe la posizione di Macron di ricorrere in Cassazione affinchè si rispetti la legge e si giunga alla fine di questo interminabile affaire nazionale.

"In questo clima di profondo imbarazzo, inevitabilmente, la politica si appresta a sognare - sostiene Bertrand Vergely -. 'Ah! Se potessimo trovare una soluzione all'affaire di Vincent Lambert! Che sollievo per tutti! E che fortuna politica sarebbe!' Si può facilmente immaginare l'impatto psicologico, sociale, mediatico ed elettorale di una tale impresa!".

"Con la ripresa dei trattamenti per Vincent Lambert decisa dalla Corte d'Appello di Parigi il 20 maggio, curiosamente il governo ha trovato un inizio di risposta a questo dilemma", sostiene.

In che senso? Quando è stata presa la decisione di interrompere la cura, questa decisione era legale. È stata legittimatata da leggi, come la legge Leonetti, per combattere contro l'"ostinazione irragionevole". Oggi è stata decisa la ripresa dell'assistenza.

Per il calcolo politico, certamente, questa decisione è imbarazzante, ma non così tanto. È stata presa una decisione di interrompere la cura. Poi si è tornati indietro: si deve tornare alla decisione di interrompere i trattamenti, spiegando alla gente che la regola è giusta. Se ci si riesce, si assesta un colpo da maestro. Senza mettere in discussione la proibizione dell'omicidio, in nome della coerenza della regola, si porrà fine al caso Vincent Lambert.

In questo senso allora si comprende il cambio di rotta da parte di Macron, il quale prima decide di restare lontano da questo problema ed ora improvvisamente prende posizione.

Incoerenza da parte sua? "No: politica allo stato puro - sostiene Vergely -. Arte di saper usare le opportunità che si presentano. È possibile sistemare Vincent Lambert in nome della coerenza legale senza, in nome della compassione, mettere in discussione il divieto dell'omicidio. Sarebbe stupido non goderselo.

Devi sapere come sfruttare il terreno, insegna l'arte militare. È necessario sapere come sfruttare il terreno legale, insegna l'arte politica.

Quando difendi una regola ed essa viene sfidata da una regola opposta, non è solo un imbarazzo. Avviando una battaglia legale, se sei intelligente, è probabile che tu superi la regola che si intende imporre.

La corte di cassazione è, da questo punto di vista, una base ideale per tale operazione. Immaginiamo che è quello che succederà. Supponiamo che la Corte di Cassazione dia ragione alla decisione di fermare le cure, che siano effettivamente arrestate e che Vincent Lambert muoia.

Un altro vantaggio sarà profilato. Questa decisione legale di cessare le cure rendererebbe forte ed autorevole la giurisprudenza.

E, facendo giurisprudenza, permetterà di risolvere la questione dell'eutanasia senza entrare in un dibattito nazionale che divida, come al contrario è stato per il matrimonio gay. Il paese ha vissuto manifestazioni pro e contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso nel 2013. Conosce le manifestazioni dei Gilets Jaune. Ma non conosce manifestazioni per l'eutanasia!".

La società contemporanea sta vivendo una svolta ideologica della quale non si rende sempre conto. L'umanità si basa su principi che sono a loro volta basati su divieti fondamentali come il divieto di uccidere e il divieto di incesto. Avere princìpi è protettivo. Il sonno della ragione genera mostri, diceva Goya. Senza princìpi, la vita risveglia i mostri. Quando abbiamo a che fare con i princìpi, non possiamo fare ciò che vogliamo, ciò che ci piace e ciò che vogliamo sempre e comunque.

Nel XVI° secolo, Machiavelli operò una rivoluzione basando la politica sulle conseguenze e non più sui princìpi. Il suo ragionamento è semplice: perché lasciarsi guidare dai princìpi in politica, quando per farlo devi impiegare tempo e la politica esige risposte subito? Perché non essere guidati allora dalle conseguenze? Quando le conseguenze sono buone, vantaggiose, piacevoli, perché privarsene?

Oggi, come nel XVI° secolo con Machiavelli, si pone nuovamente la questione delle conseguenze al posto dei princìpi. Non tendiamo troppo a essere prigionieri di princìpi sacrosanti? Non è il momento di sostituire i princìpi con le conseguenze?

Nel dibattito sull'eutanasia e la fine della vita, questa è una domanda cruciale. C'è il principio di non uccidere. Sì, ma c'è anche la decenza. Se la vita che non viene uccisa non è una vita decente, è giusto mantenere una tale vita a tutti i costi?

In occasione della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) che sarà presto in discussione in Francia, questa domanda sorgerà di nuovo. Certamente, ridurre l'uomo ad essere un donatore di sperma senza volto e senza nome è violento. Proprio come un bambino non ha un padre.

Ma se permette a un paio di donne di essere felici? Dovremmo davvero fare della famiglia con un padre e una madre un princìpio? Non è sbagliato santificarlo?

La società contemporanea è governata dall'edonismo. Nel nome del piacere, della comodità e della convenienza, tende a scuotere i princìpi.

Questo ci fa comprendere la posizione del governo francese nel caso di Vincent Lambert, che intende essere in sintonia con la società edonistica. Se i trattamenti vengono sospesi e se Vincent muore, il consequenzialismo avrà ottenuto una vittoria capitale.

Durante le elezioni europee, Emmanuel Macron è uscito allo scoperto: ha cessato di essere il presidente di tutti i francesi per diventare leader del suo partito sfidando apertamente il Front National di Marine Le Pen. Era il presidente Macron. Ora è il candidato Macron. Come nelle elezioni presidenziali.

Con l'affaire Vincent Lambert, ancora una volta, attraverso il governo, Emmanuel Macron entra nel dibattito questa volta con il sentire dell'opinione pubblica.

Questo comportamento intrusivo è parte del desiderio di Macron di cambiare la società francese per adattarla alla globalizzazione. È anche radicato in un gusto macroniano per l'autoritarismo.

Macron non intende solo presiedere alla Francia: intende governarla e dietro questo desiderio sente che niente e nessuno lo resiste.

Leggi:

Bertrand Vergely è un filosofo e teologo. Insegna alll'Institut d'études politiques de Paris e all'Institut Saint-Serge.

E' autore di numerosi saggi, tra i quali: "La Mort interdite" (J.-C. Lattès, 2001), "Le Silence de Dieu:face aux malheurs du monde"(Presses de la Renaissance, 2006) e "Une vie pour se mettre au monde" (Carnet Nord, 2010).

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L’affaire #Lambert e la macchina del fango

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Affaire Lambert: dopo le #Europee riparte in Francia la macchina del fango

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 01 Giugno 2019

Jérôme Triomphe e Jean Paillot, i due avvocati di sempre. Viviane, 73 anni, e Pierre, 90 anni, i genitori di Vincent Lambert, che da dieci anni si battono perché il loro figlio possa continuare a vivere.

Li abbiamo lasciati la notte di lunedì 20 maggio 2019 con una immagine di gioia e tripudio.

Circondati dai sostenitori della vita per Vincent agli Champs-Elysees, a Parigi, li abbiamo visti lottare per tutta la giornata nel tentativo di bloccare il protocollo di sospensione dei trattamenti avviato dall’Ospedale di Reims nella stessa mattinata di quella giornata.

Li abbiamo lasciati - poi - improvvisamente trionfanti, poco prima della mezzanotte: i due avvocati lanciati per aria dalla folla, come si fa con i campioni di calcio che hanno appena conquistato la Coppa del Mondo.

Jérôme Triomphe e Jean Paillot non nascondono la loro soddisfazione in mezzo a grida di gioia.

"On à gagnè, abbiamo vinto! La Corte d’Appello di Parigi ha appena accolto il nostro ricorso: questo significa che le misure provvisorie saranno applicate. La Francia deve rispettare la decisione del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità! La nutrizione e l'idratazione di Vincent saranno ripristinate senza indugio”, dichiara ai numerosi giornalisti Jérôme Triomphe.

“È una vittoria straordinaria (...). Questa è solo la prima delle vittorie. C’est la remontada!", ha aggiunto Jean Paillot.

La Corte d’Appello di Parigi "ordina allo Stato francese (...) di adottare tutte le misure per far rispettare le misure provvisorie richieste dal Comitato internazionale sui diritti delle persone con disabilità delle Nazioni Unite il 3 maggio 2019 che chiedono il mantenimento di cibo e idratazione”.

Una decisione provvisoria di sei mesi, il tempo massimo previsto da protocollo internazionale per consentire al comitato di Strasburgo di acquisire tutta la documentazione e studiare il caso Lambert prima di decidere in quale modo procedere.

Questo l'incredibile momento nel quale Jérôme Triomphe, avvocato dei genitori #VincentLambert, apprende che Vincent è salvo: "On a gagnè!"

Vincent Lambert: la Corte d'appello di Parigi ordina la ripresa dei trattamenti per #Vincentlambert

Li abbiamo lasciati così, tirando tutti noi un sospiro di sollievo, come se fosse stata vinta la lunga battaglia per la vita di Vincent Lambert.

L’Ospedale di Reims ha eseguito la decisione del tribunale, ha sospeso la procedura di sedazione profonda e continuativa e - oggi - Vincent Lambert ritorna ad essere prigioniero di una struttura sanitaria, che da sei anni non gli fornisce alcuna fisioterapia e si rifiuta persino di lasciarlo uscire nel cortile accompagnato dai suoi genitori.

Sono passati soltanto dieci giorni da quel lunedì, eppure non sono permesse tregue: il tink tank mediatico sta sferrando un attacco concentrico, con una sequenza di fuoco inquietante e preoccupante.

Il bersaglio è la fede e la religiosità, sia dei genitori di Vincent che dei loro due avvocati, per mostrare ai francesi quanto il "cattolicesimo" sia sostanzialmente incompatibile con i valori di una società moderna, civile ed avanzata.

L'Observatoire de la Christianophobie di Parigi non esita ad utilizzare il termine “cristianofobia” in un articolo pubblicato online dal titolo:

“Les défenseurs de Vincent Lambert victimes de christianophobie”.

Lo sostiene Tribune Vivien Hoch, dottore in filosofia, che ha seguito da vicino l’affaire Vincent Lambert:

“Dietro al ‘caso’ Vincent Lambert si vuole colpire in maniera surrettizia – anche se sempre meno nascosta, per la verità - un altro obiettivo: squalificare e denigrare i princìpi cattolici in materia di tutela della vita, ricordati ancora una volta da Papa Francesco il 20 maggio: ‘Pregate per coloro che vivono in una grave condizione di disabilità. Proteggere ogni giorno la vita, dono di Dio, dall'inizio alla fine naturale. Non cedere alla cultura dello scarto’".

Ciò che colpisce è il metodo virulento e di bassa lega che viene utilizzato dalla gran parte dei media, con la complicità di politici, lobby, gruppi ed associazioni per la difesa del diritto a scegliere la propria morte.

Il teorema che cercano di dimostrare con fatti, dichiarazioni ed immagini è - al fondo - semplice:

  • chi si oppone alla decisione medico-giuridica di sospendere i trattamenti per Vincent Lambert è contro la ragione, la medicina e il sistema di leggi francesi;
  • chi si oppone è solo ed esclusivamente un gruppo di fanatici integralisti cattolici che utilizza la propria personale fede quale unica giustificazione per la difesa ad oltranza della vita anche quando vi è un palese accanimento terapeutico;
  • un gruppo di fondamentalisti contro l'aborto, contro il matrimonio gay e contro la "dolce morte"; 
  • un gruppo di tradizionalisti cattolici molto pericoloso per i suoi  stretti collegamenti con le frange politiche di estrema destra più eversiste;
  • un gruppo di fanatici con una rete di finanziamenti economici e di strette relazioni con le frange più oltranziste del cattolicesimo francese.

Il bersaglio principale sono i genitori di Lambert, appunto quella parte della famiglia che rifiuta l'eutanasia ed è costantemente presentata dai media come "cattolico tradizionalista", "ultra-cattolica" o anche "integralista cattolico".

"Siamo in un chiaro caso di cristianofobia - sottolinea Tribune Vivien Hoch - : la pratica religiosa di una persona è portata in evidenza pubblicamente allo scopo di puntare il dito e denigrarla".

In primo luogo, la madre di Vincent Lambert, Viviane.

Fin dall'inizio del caso, Viviane è stata presentata dai media come "vicino a circoli fondamentalisti cattolici", sotto "l'influenza dei gruppi religiosi fondamentalisti".

Si prenda - tra i tanti - "France 3": insinuazioni sempre sottili e pesanti.

In "Les cinq choses qu'il faut savoir sur Viviane et Pierre Lambert, opposés à l'arrêt des traitements de leur fils" del 25 maggio 2019, la giornalista Florence Morel così dipinge Viviane proprio il giorno nel quale l'Ospedale di Reims ha avviato le procedure di sospensione dei trattamenti per Vincent:

"Occhiali rossi e neri di tartaruga, così Viviane Lambert studia e prepara le sue apparizioni ai media.

Di fronte alla massa di giornalisti riuniti davanti all'entrata di servizio del CHU Sevastopol a Reims, abbassa la finestra della sua auto, sostenendo di non voler essere filmata.

'Sono mostri, sono nazisti', dice, piangendo, descrivendo medici e personale ospedaliero. Fa una piccola pausa a quel punto, per assicurarsi che i giornalisti l'abbiano potuta sentire bene.

La sera di lunedì 20 maggio torna con due monaci, assicurandosi per bene che le venissero poste molte domande dai media, domande alle quali ha risposto senza fornire molti dettagli: 'Sono amici della famiglia che conoscono Vincent e i suoi fratelli sin da piccoli'. I monaci all'ingresso dell'ospedale Sevastopol di Reims non hanno risposto a alcuna domanda".

L'incipit dell'articolo è solo la premessa per un lungo elenco di informazioni da buco della serratura malignamente infarcite di insinuazioni.

Chi sono quei due monaci?

"Lei e suo marito frequentano la Chiesa di Notre-Dame de France a Reims, sebbene Viviane Lambert sostenga che le sue convinzioni religiose non interferiscano nella lotta che sta conducendo per suo figlio - si prosegue nell'articolo -. La parrocchia appartiene alla Fraternità Sacerdotale di San Pio X, scomunicata dalla Chiesa nel 1975 (Papa Benedetto XVI eleverà le scomuniche che hanno pesato su quattro vescovi della confraternita nel 2009)".

Poi vengono riprese alcune dichiarazioni rilasciate nel febbraio 2018 da Marie-Geneviève Lambert, una selle sorellastre di Vincent:"Hanno un'ideologia molto forte - riferendosi a Viviane e Pierre -. Sono sostenuti da un gruppuscolo che cerca di influenzare in ogni modo la politica".

Suo figlio, Francois Lambert, nipote di Vincent e oggi avvocato della moglie, Rachel, tutore legale del marito che si batte perchè venga riconosciuto l'accanimento terapeutico nei confronti di Vincent, dichiarava nello stesso periodo: "È un cattolicesimo sviato dai genitori di Vincent, che non è più riconosciuto dal Vaticano".

Che cosa c'entrano queste considerazioni sulla vita personale dei genitori di Lambert ? Perché sono diffusi al pubblico conditi da un certo godimento da parte dei media?

È chiaro che - costantemente mescolato con altri termini come "fondamentalismo", "setta", "ideologico" - , la religione cattolica è maneggiata come una parolaccia, infame e diffamatoria.

Serve a screditare le persone stesse e - dunque - a deligittimare la tesi che sostengono, cioè che Vincent è gravemente disabile, ma non è in fine vita.

Se si avesse la pazienza di consultare online tutte le testate giornalistiche e i principali network televisivi francesi, ci si accorgerebbe che la maggior parte degli approfondimenti, dei (presunti) scoop e dei dibattiti attorno all'affaire Lambert riportano in calce "AFP", Agencie France Presse, la potente agenzia di stampa nazionale.

Il quotidiano online "Ouest-France" esce con due articoli "avec AFP" il 21 e il 22 maggio 2019:

Sparano la notizia: "I genitori di Vincent Lambert, contrari alla fine delle cure del figlio, sono sostenuti economicamente dalla Fondazione Lejeune con circa '100.000 euro annuali'".

Ecco svelato il mistero, ecco dove sono riusciti a trovare i soldi per pagare dieci anni di battaglie legali: una potente lobby integralista cattolica dai dubbi contorni.

Stiamo parlando - per essere chiari - della fondazione nata a Parigi un anno dopo la morte di Jérôme-Lejeune, nel 1995, creata per continuare il suo lavoro promuovendo sia la ricerca medica sulle malattie dell'intelligenza di origine genetica che l'accoglienza e la cura delle persone, specialmente di quelle colpite da Trisomia 21 o altre anomalie genetiche, fondazione che è stata riconosciuta dallo stato francese di pubblica utilità.

Lejeune, genetista, eccezionale uomo di scienza, credente dalla fede cristallina, medico marito e padre (di cinque figli), uomo di grandi virtù umane, intellettuale coinvolgente e persuasivo, proclamato Servo di Dio - la cui causa di beatificazione è in fase di conclusione - fu il primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita (sebbene per soli due mesi, dal febbraio 1994 al 3 aprile, quando morì), nominato da Giovanni Paolo II. Grande scienziato, che con le sue scoperte ha permesso di decifrare il mistero di una malattia della quale si ignorava l’origine genetica come la Trisomia 21.

"Dall'inizio della vicenda di Vincent Lambert - si legge nei due articoli -, la Fondazione Jérôme Lejeune ha pagato quasi tutte le spese legali dei genitori di Vincent".

Trattasi - secondo la giornalista - non di supposizioni, ma delle dichiarazioni pubbliche di Jean-Marie Le Mené, che della Fondazione ne è il Presidente.

Lo avrebbe dichiarato in una intervista il giorno nel quale l'Ospedale di Reims ha iniziato la sospensione dei trattamenti, ribellandosi contro "l'uccisione di Vincent Lambert".

Jean-Marie Le Mené - per essere chiari - è un magistrato, consigliere principale presso la Corte dei conti dal 2008 ed è Presidente della Fondazione Jérôme-Lejeune dal 1996. E non vi è traccia di una dichiarazione simile.

Si gioca sporco, al punto da virgolettare una dichiarazione inesistente: è sufficiente avere la pazienza di cliccare i link che il quotidiano francese appone online quali pistole fumanti, per scoprire che trattasi di lanci di agenzia non confermati dallo stesso Le Mené. Quale agenzia? "AFP".

Ma nel tritatutto mediatico non se ne accorge nessuno e intanto il sasso è stato lanciato. Attenzione ai dettagli. Anche ammesso che ci siano o ci siano stati dei sostegni economici da parte della fondazione, non sarebbe certamente un reato.

L'obiettivo è un altro e cioè quello di insinuare nei francesi il sospetto che un ente così potente anche sul piano economico potrebbe sostenere frange estremiste di matrice eversista e terroristica, in un miscuglio identitario di religione, politica ed azione civile.

Non solo. Attenzione, cittadini francesi: in gioco ci sono i diritti civili e i fondamentali per i quali la Francia ha fatto la Rivoluzione, nel nome dei veri princìpi di libertà, uguaglianza e fratellanza. Francesi, non fatevi ingannare ed impietosire da questo gruppo di fanatici fondamentalisti cattolici.

Quale la colpa?

La mission della Fondazione Lejeune: la difesa della vita e della dignità delle persone disabili, che devono essere rispettate dal concepimento fino alla morte naturale, dunque, "contraria all'aborto e all'eutanasia".

"Une personnalité et une fondation controversées", l'affondo finale dei due articoli che stiamo scorrendo, nel quale si infama vergognosamente lo scienziato e genetista Lejeune, prima ancora del Lejeune credente e religioso praticante.

"Diverse controversie sono state recentemente associate al nome del professor Lejeune - si legge - . Una di queste riguarda la scoperta dell'origine genetica della Trisomia 21.

Lejeune viene criticato per aver sminuito il ruolo svolto dalla dottoressa Marthe Gautier nella ricerca. Il 31 gennaio 2014 una conferenza di Martha Gautier sul tema - all'epoca 88enne - è stata impedita 'dalla presenza di ufficiali giudiziari incaricati dalla Fondazione Jérôme Lejeune', ha scritto Le Monde.

'Nel 1958, nel laboratorio del professor Turpin, il dottor Jerome Lejeune, assistito da Martha Gautier, scoprì la causa del mongolismo', viene - tuttavia - specificato sul sito della fondazione.

Nel 1997, Papa Giovanni Paolo II è venuto a pregare sulla tomba del Professor Lejeune a margine della Giornata mondiale della gioventù in Francia, perché i due uomini si conoscevano bene.

Una visita privata e sotto sorveglianza, perchè le posizioni anti-aborto di Lejeune suscitavano forti reazioni, come riportano alcuni programmi televisivi dell'epoca.

A Quéven, in Bretagna, una strada intitolata a Jerome-Lejeune ha scatenato dibattiti e polemiche nel 2016.

Nel 2017, in una tribune su 'Le Monde', 146 scienziati, tra accademici e professori del Collegio de France, hanno denunciato le posizioni adottate dalla fondazione contro la ricerca sugli embrioni e contro l'aborto.

Il testo era intitolato: 'Noi, medici e ricercatori, mettiamo in guardia contro la Fondazione Jérôme-Lejeune'. Volevano denunciare l'azione della Fondazione, in particolare i procedimenti legali avviati contro le autorizzazioni alla ricerca sugli embrioni e hanno chiesto alle autorità pubbliche di riconsiderare il riconoscimento dell'utilità pubblica ad essa attribuita".

Non ho la competenza per verificare l'attendibilità o meno di quanto viene riportato ed onestamente poco mi cala di farlo. Ciò che mi premeva era mostrare con quale precisione e meticolosità i media francesi colpiscono i loro obiettivi dichiarati, infischiandosene altamente della deontologia professionale.

E i due avvocati che da dieci anni difendono i genitori di Vincent? Ce n'è anche per loro.

"Le Parisien" ha dedicato loro un lungo articolo uscito il 21 maggio 2019: "Civitas et 'remontada': qui sont les avocats des parents de Vincent Lambert?"

Altro che giornalismo fazioso, qui si supera ogni immaginazione.

"Jérôme Triomphe e Jean Paillot - che hanno esultato lunedì sera a Parigi - combattono perchè Vincent Lambert sia mantenuto in vita", si legge.

Ma perchè lo fanno? Che cosa ci viene tenuto nascosto? Chi sono questi due avvocati?

"Entrambi sono noti per la loro vicinanza ai circoli cattolici tradizionalisti - si inizia -.Le immagini dei due avvocati che esultano lunedì come durante una notte della vittoria della Coppa del Mondo, l'annuncio della ripresa delle cure di Vincent Lambert, sono state sul web e sui canali di notizie. Va detto che la scena - una folla in delirio intorno ai difensori dei genitori dell'ex infermiere tetraplegico, Jerome Triumph e Jean Paillot, dopo una decisione del tribunale a loro favorevole, con le parole pronunciate da uno dei loro ('è una grande vittoria, è una remontada') ha qualcosa di sorprendentemente inquietante".

"Per comprendere queste immagini, dobbiamo ovviamente tracciare l'affaire Vincent Lambert, ma dobbiamo anche considerare il profilo di questi due uomini, vicini ai circoli cattolici tradizionalisti, che difendono dal maggio 2013 i genitori di Vincent Lambert e due dei suoi fratelli".

Chi sono? Degno di un dossier del KGB o dell'Ovra, eccovi svelato l'identikit di due pericolosi estremisti

Jérôme Triomphe viene definito il "politico" dei due.

"Ben noto in alcuni gruppi tradizionalisti, nel 2011, ha difeso con successo un brigadiere capo della brigata anti-crimine (Bac) di Amiens, accusato di aver gridato 'Sieg Heil' e di aver fatto violente osservazioni antisemite e razziste.

È stato ancora lui a difendere Anne-Sophie Leclère, ex candidata del Front National nel 2013, processata per aver paragonato Christiane Taubira, allora ministro della Giustizia, ad una scimmia.

Secondo 'France Info', l'avvocato avrebbe anche difeso la rivista di estrema destra 'Rivarol'.

Ma Jérôme Triomphe è noto soprattutto per avere contribuito nel difendere gli attivisti della 'Manif Pour Tous" nella loro lotta contro il matrimonio gay.

Difende anche 'Civitas', un'organizzazione fondamentalista che ha ricevuto minacce di bombardamento.

L'avvocato è anche molto vicino ad 'Alliance générale contre le racisme et pour le respect de l’identité française et chrétienne' (Agrif), un'organizzazione di estrema destra, di cui è ospite regolare nelle loro conferenze.

Nel 2013, uno dei suoi interventi era intitolato: 'Di fronte alla persecuzione del totalitarismo socialista e della repressione poliziesca la lotta di Agrif per le libertà'.

Jean Paillot è invece il "tecnico".

"Specializzato in diritto sanitario, Jean Paillot ha sempre evitato di mostrare pubblicamente le proprie opinioni.

Le sue interviste sono solitamente molto tecniche e basate sulla legge.

Ma indoviniamo le sue inclinazioni sfogliando tra i media che l'avvocato ha l'abitudine di frequentare.

Nel 2009, Jean Paillot era nello studio di una web-TV, ospite del programma 'Ze Mag', 'lo spazio tv nel quale gli ospiti possono parlare apertamente della propria esperienza con Dio'.

Paillot interviene su un tema molto amato dagli ambienti tradizionalisti cattolici: 'omosessualità e genitorialità'. Durante questa trasmissione, l'avvocato porta una prospettiva legale al dibattito insieme a Béatrice Bourges, che diventerà quattro anni dopo il fondatore di Printemps français, un gruppo di opposizione al matrimonio per tutti.

Più avanti, troveremo l'avvocato in una conferenza pubblica discutere con calma e saggezza contro la maternità surrogata (GPA).

Ma sembra che sia il dibattito sul fine vita e in particolare la legge Leonetti ad attirare particolarmente l'attenzione dell'avvocato negli ultimi anni.

In un articolo pubblicato con la sua firma da un magazine di notizie di matrice cattolica, Jean Paillot prende posizione sull'affaire Bonnemaison, dal nome del medico che è stato assolto per aver accorciato la vite di sette pazienti terminali. L'assoluzione di questo dottore equivaleva a un 'riconoscimento sociale della licenza di uccidere', ha scritto questo professore di diritto sanitario in un centro di insegnamento universitario collegato alla Fondazione Jerome-Lejeune, un organismo di ricerca sulla Trisomia 21, apertamente anti-aborto e anti-eutanasia".

Libertè, Egalitè, Fraternitè: viva la Francia, patria dei Lumi.

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Per #Vincent un sussulto europeo

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Per #Vincent un sussulto europeo

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 07 maggio 2019

“Fuori Roma la Potenza, fuori da Atene l’Arte, fuori da Gerusalemme Libertà.
Il Grande, il Bello, il Vero.
Essi vivono a Parigi.
Parigi è la somma di queste tre città.
Le amalgama nella sua unità.
Da una parte resuscita Roma; da un’altra, Atene; da un’altra ancora, Gerusalemme.
Dal grido del Golgota, Parigi ha disegnato i Diritti dell'Uomo.
Questo logaritmo di tre civiltà scritte in un'unica formula,
questa penetrazione di Atene a Roma e Gerusalemme ad Atene,
questa sublime teratologia del progresso verso l'ideale
donano questo mostro e producono questo capolavoro: Parigi”.

Victor Hugo,“Parìs”, 1867

Victor Hugo, lasciata la capitale francese da sei anni, in esilio a Guernesey, in un saggio in occasione dell'Esposizione universale di Parigi del 1867, immagina la capitale francese come nuova Atene, nuova Roma e nuova Gerusalemme e ne decanta la grandèur e il destino imperituro: il centro dei Diritti dell’Uomo, il capolavoro dell’eterno flusso dei miti eterni del progresso.

Parigi. La città che sull’altare di Liberté, Égalité e Fraternité non ha esitato a sacrificare ogni disobbedienza con il terrore e la ghigliottina e a compiere con la Rivoluzione francese uno dei genocidi più taciuti della Storia, il genocidio dei vandeani.

Parigi. La città che - oggi - si vergogna delle sue radici cristiane, ma che piange di fronte alla sua Cattedrale in fiamme.

Parigi che non si indigna di fronte ad un suo cittadino - gravemente disabile - condannato a morte per fame e sete, perché giudicato dalla scienza e dalla legge non più degno di vivere.

Parigi che non sa più riconoscere l’evidenza di ciò che ha davanti agli occhi e che – al contrario – mostra i muscoli della sua grandèur di fronte ad un sussulto di vita da parte dell’Europa.

Mentre la stampa mainstream si rallegra in questi ultimi giorni per una decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) che ha dichiarato inammissibile il ricorso dei genitori di Vincent Lambert, il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti delle persone con disabilità (CRPD) questo venerdì ha chiesto al governo francese di adottare tutte le misure necessarie per evitare l’attuazione della recente decisione del Consiglio di Stato che chiede che Lambert sia privato di cibo e fluidi e profondamente sedato fino alla morte.

Pierre e Viviane Lambert, i suoi genitori, così come due dei suoi fratelli e sorelle, hanno fatto appello al Comitato delle Nazioni Unite per i diritti delle persone con disabilità come ultima risorsa, poiché tutte le altre procedure giudiziarie hanno fallito alla fine di un periodo straziante di sei anni durante i quali Vincent sembrava aver perso più di una volta la battaglia per la sua vita.

Dal tubo catodico, mostra i muscoli il ministro della salute francese, Agnès Buzyn.

Dal canale di notizie BFM-TV, domenica ha dichiarato che il governo francese risponderà formalmente all’Onu: la Francia non si piega, la Francia non è legalmente obbligata a rispettare le decisioni di questo comitato.

Un “comité Théodule”, come lo ha definito Gérard Cheml, avvocato di François Lambert, nipote di Vincent.

“Comité Théodule “, locuzione inventata da Charles de Gaulle nel 1963 per criticare ironicamente i comitati francesi che non avevano alcuna efficacia nelle trattative durante la guerra di Algeria e che nel gergo comune è diventata espressione per parodiare l’inutilità di certe commissioni.

"Questo comitato Théodule viene a rimestare" di nuovo e "in nome dei diritti umani, viola i diritti di un uomo che ha sofferto gratuitamente per anni (...)", sostiene in una intervista a “Le Monde”.

"Trovo insopportabile che oggi, più di dieci anni dopo l'incidente, possiamo ancora essere lì. (...) C'è un momento in cui le cose devono fermarsi".

"Tutti i ricorsi legali sono giunti alla loro conclusione e tutti gli organi giurisdizionali, sia nazionali che europei, hanno confermato il fatto che l'équipe medica responsabile di questo affaire sia nel pieno diritto di sospendere i trattamenti" di Vincent Lambert, ha proseguito il ministro francese.

"I genitori di Vincent Lambert si sono rivolti a questo comitato che si occupa di persone con disabilità e non di persone in uno stato vegetativo, come invece è la situazione di Vincent Lambert" e questa organizzazione ha chiesto di rivedere la posizione della Francia nel merito perché "loro hanno solo la versione dei genitori", ha insistito.

"Non siamo legalmente vincolati da questo comitato, ma ovviamente prendiamo in considerazione ciò che l'ONU dice e noi risponderemo", ha concluso infine.

La lunga e lenta marcia verso l’eutanasia di questo cittadino francese gravemente disabile ha il potere di piegare scienza, medicina, legislazione, convenzioni e trattati internazionali, sottoscritti e ratificati.

Gregor Puppinck, Direttore Generale dell’European Centre for Law and Justice (ECLJ), ha dichiarato contestualmente all’uscita della decisione del Comitato Onu:

“Il 3 maggio 2019, in risposta a una richiesta dei genitori di Vincent Lambert, il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti delle persone con disabilità (CRDP) ha chiesto al governo francese di adottare le misure necessarie per garantire che l’alimentazione e l’idratazione di Vincent Lambert non sia sospesa durante l’esame del suo caso da parte del Comitato.

Questa procedura potrebbe richiedere diversi anni prima che il Comitato prenda una decisione”.

Questa “misura precauzionale” è stata adottata per “evitare danni irreparabili alle vittime della presunta violazione”, conformemente “ai termini del trattato con cui la Francia ha accettato di sottoporsi alla giurisdizione del Comitato (Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, articolo 4)”.

Con la ratifica di questo trattato, “il governo francese si è impegnato, conformemente alle norme del diritto internazionale, a rispettare in buona fede questa procedura e il suo esito.

Spetta ora al governo francese notificare all’Ospedale Universitario di Reims l’obbligo di mantenere l’alimentazione e l’idratazione enterale del sig. Vincent Lambert”.

Se il governo desidera opporsi a queste misure provvisorie, “il regolamento del Comitato permette di presentare argomentazioni per spiegare che la richiesta di misure provvisorie dovrebbe essere ritirata (articolo 64.3 del regolamento)”, ha spiegato Gregor Puppinck.

Ma farlo comporterebbe un rischio se Vincent venisse fatto morire e se la CRPD decidesse che la “procedura di fine vita” ha violato la Convenzione Internazionale (si veda: “The u.n. demands France not to euthanize Vincent Lambert”, di Grégor Puppinck in “ECLY”, 03 maggio 2019).

“Il Comitato – prosegue Puppinck - è un organo composto da esperti indipendenti incaricato di controllare l’effettiva attuazione della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, di cui la Francia è parte contraente.

Molti dei suoi membri sono essi stessi disabili. È il più alto organismo internazionale specializzato nella protezione delle persone con disabilità.

In quanto tale, è responsabile della definizione di norme internazionali di riferimento in questo settore”.

Ha aggiunto:

“Come ho scritto in ‘Valeurs actuelles’ il 26 aprile scorso, le possibilità che i genitori del signor Lambert presentino un appello a questo Comitato sono molto reali.

Infatti, la mancanza di cure a cui è sottoposto il signor Lambert, la sua ‘detenzione’ all’ospedale universitario di Reims, così come la decisione di farlo morire di sete, violano ovviamente diverse disposizioni di questa Convenzione, in particolare quelle che vietano i maltrattamenti e i trattamenti inumani o degradanti.

Inoltre, l’articolo 25 obbliga gli Stati a fornire ‘alle persone con disabilità i servizi sanitari di cui hanno bisogno specificamente a causa della loro disabilità’, il che vieta loro di ricorrere a ‘qualsiasi rifiuto discriminatorio di fornire cure o servizi medici o alimenti o liquidi a causa della disabilità’.

Questo è esattamente ciò che il Consiglio di Stato ha autorizzato in questo caso.

Il Comitato per i diritti delle persone con disabilità esige che, quando l’alimentazione e l’idratazione sono necessarie, siano garantite (Osservazioni conclusive Regno Unito, 3.10.2017)”.

Ha inoltre affermato che “il diritto alla vita è assoluto e che prendere decisioni sostitutive sulla cessazione o la sospensione del trattamento che sostiene la vita non è compatibile con questo diritto”. (Esame della relazione presentata dalla Spagna, 19.10.2011)”.

La Francia è obbligata a seguire la sentenza della CRPD?

Puppinck è convinto che il governo francese dovrebbe farlo:

“Il Comitato controlla l’applicazione della Convenzione e le sue conclusioni da parte degli Stati Parte che, nella misura in cui hanno accettato i meccanismi di esame dei reclami” – come nel caso della Francia – “hanno quindi accettato di rispettarne l’esito e di conformarvisi”, ha scritto.

I giuristi francesi sono divisi.

"C'è un vero dibattito sul fatto che le decisioni del comitato siano o meno vincolanti", ha dichiarato Nicolas Hervieu, specialista in diritto pubblico, a “La Croix”.

Certo, la Francia ha effettivamente firmato nel 2008, sia la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità che il suo protocollo che consente a qualsiasi cittadino di fare affidamento su questo testo per cercare giustizia, e deve quindi rispettare le decisioni del consiglio.

Tuttavia, “la Convenzione non prevede alcun meccanismo sanzionatorio nei confronti degli stati recalcitranti, il che lascia, in effetti, un dubbio sulla sua natura imperativa”.

Decisione che richiederà del tempo: il governo deve restituire le sue osservazioni entro sei mesi e poi sarà il turno della famiglia.

Nel know-know della campagna elettorale per le prossime elezioni europee non c’è spazio per ciò del quale dovremmo – tutti – decidere: un’Europa con più cuore.

L’affaire Lambert ci mostra in tutta la sua drammaticità la sconfitta degli stati nazionali di fronte all’urgenza di custodire la vita e l’inefficacia degli organismi sovra-nazionali nella loro funzione basilare, quella di essere regolatori autorevoli della tutela della vita.

La sfida europea non riguarda i confini geografici, non è tra sovranisti e globalisti, europeisti e nazionalisti, ma tra coloro che hanno a cuore il destino dell’umano e chi in nome dei falsi miti di progresso vuole cancellare il volto umano, la dignità della persona.

Che cosa me ne faccio dell’Europa, se anzitutto non è in grado di difendere i diritti dell’uomo?

“I pazienti con coscienza compromessa hanno sequenze motorie e intellettuali secondarie al danno cerebrale acquisito durante un incidente o un ictus.

Le loro condizioni possono rimanere stabili, senza pesanti interventi medici, per molti anni. Sono quindi disabili nel senso medico e legale.

Non stanno né morendo né si trovano alla fine della loro vita durante tutti questi anni.

La loro morte di solito si verifica durante una complicazione acuta, che può quindi essere soggetta a limiti terapeutici in conformità con la legge Claeys- Leonetti (la legge sul fine vita francese – ndr)”, – scrive di nuovo un gruppo di medici sul sito del Comitato “Je soutien Vincent” .

E aggiungono:

“Siamo ancor più stupiti dalle parole del nostro Ministro perchè:

  • le condizioni di cura per le persone in stato vegetativo e pauci relazionale sono definite da una circolare del Ministero della Salute datata 3 maggio 2002, a tutt’oggi vigente. Ci sono circa 150 unità dedicate all’’EVC-EPR’, (états végétatif chronique, EVC – état pauci-relationnel, EPR) che si adattano alla specificità delle loro disabilità, solitamente supportate da altri servizi di Medicina Fisica e Riabilitativa (specialistica che si occupa di persone con disabilità), spesso integrate con ulteriori servizi riabilitativi
  • il 3 ottobre 2018 il Ministero della Solidarietà e della Salute ha organizzato una conferenza sulla ‘vita quotidiana delle persone in condizione di EVC o EPR presso le unità specialistiche’, con la presentazione del rapporto scientifico dell'Università di Rouen e un Libro Bianco sulla cura di questi pazienti, presentandoli come disabili e invitando a sostenere la presa in carico della disabilità nel nostro Paese”.

Per concludere:

“Affermiamo che, come i 1.700 altri pazienti francesi in questa situazione di grave handicap, Vincent Lambert abbia ‘diritto alla solidarietà di tutta la collettività nazionale, che gli garantisce, in virtù di tale obbligo, l'accesso ai diritti fondamentali riconosciuti a tutti i cittadini’, come recita l’Art. L114-1 del Codice di Famiglia (CASF). Il diritto alla vita, in modo dignitoso, adattato e rispettoso della sua situazione, è uno di questi”.

Firmato:

  • Prof. Xavier Ducrocq (neurologo, capo dipartimento di neurologia);
  • Dr. Bernard Jeanblanc (Capo dipartimento di un'unità di paziente con coscienza alterata);
  • Dott.ssa Catherine Kiefer (Medico di Medicina Fisica e Riabilitativa);
  • Dr. ssa Edwige Richer (Neurologo e Medico di Medicina Fisica e Riabilitazione);
  • Prof. Hervé Vespignani (neurologo, ex capo di neurologia).

La menzogna è negare l’evidenza.

A nulla servono medicina, scienza, diritto e convenzioni internazionali, nazioni ed organismi sovra-nazionali se - come in una gigantesca cospirazione - non sono più in grado di riconoscere la dignità nel volto di un uomo disabile.

“Il grado di progresso di una civiltà si misura proprio dalla capacità di custodire la vita, soprattutto nelle sue fasi più fragili, più che dalla diffusione di strumenti tecnologici.

Quando parliamo dell’uomo, non dimentichiamo mai tutti gli attentati alla sacralità della vita umana”, disse Papa Francesco in un discorso ai membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, a settant’anni dalla adozione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”.

E nel “rilevare come molti diritti fondamentali siano ancor oggi violati, primo fra tutti quello alla vita, alla libertà e alla inviolabilità di ogni persona umana”, ha voluto richiamare quale “spirito deve animare i singoli e le nazioni”: quello dei “costruttori delle cattedrali medievali che costellano l’Europa.

Tali imponenti edifici raccontano l’importanza della partecipazione di ciascuno ad un’opera capace di travalicare i confini del tempo. Il costruttore di cattedrali sapeva che non avrebbe visto il compimento del proprio lavoro.

Nondimeno si è adoperato attivamente, comprendendo di essere parte di un progetto, di cui avrebbero goduto i suoi figli, i quali – a loro volta – lo avrebbero abbellito ed ampliato per i loro figli”.

Parigi. La città che - oggi - si vergogna delle sue radici cristiane, ma che piange di fronte alla sua Cattedrale in fiamme.

Parigi che non si indigna di fronte ad un suo cittadino - gravemente disabile - condannato a morte per fame e sete, perché giudicato dalla scienza e dalla legge non più degno di vivere.

“Il cristianesimo, in quanto religione dei perseguitati, in quanto religione universale, al di là dei diversi Stati e popoli, ha negato allo Stato il diritto di considerare la religione come una parte dell’ordinamento statale.

Ha sempre definito gli uomini, tutti gli uomini senza distinzione, creature di Dio e immagine di Dio, proclamandone in termine di principio, seppure nei limiti imprescindibili degli ordinamenti sociali, la stessa dignità” , scrive Joseph Ratzinger in “L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture”.

“In questo senso l’illuminismo è di origine cristiana ed è nato non a caso proprio ed esclusivamente nell’ambito della fede cristiana – prosegue la riflessione il Papa emerito -. Laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era purtroppo diventato tradizione e religione di Stato (…) È stato merito dell’illuminismo aver riproposto questi valori originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua propria voce.

Il Concilio Vaticano II, nella costituzione della Chiesa nel mondo contemporaneo, ha nuovamente evidenziato la corrispondenza tra cristianesimo e illuminismo, cercando di arrivare ad una vera riconciliazione tra Chiesa e modernità”.

In questo senso e secondo tale direttrice, o l’Europa si riappropria delle radici cristiane oppure è persa e con essa tutto il Vecchio Continente.

Difendere la vita è per il mainstreaming rigurgito medievale ed oscurantista di fondamentalisti cattolici, così come sempre vengono definiti Viviane e Pierre Lambert.

“Nell’epoca dell’illuminismo si è tentato di intendere e definire le normi morali essenziali dicendo che esse sarebbero valide etsi Deus non daretur, anche nel caso Dio non esistesse – prosegue Ratzinger -. Nelle contrapposizioni delle confessioni e nella crisi incombente dell’immagine di Dio, si tentò di tenere i valori essenziali della morale fuori dalle contraddizioni e di cercare per loro un’evidenza che li rendesse indipendenti dalle molteplici divisioni e incertezze delle varie filosofie e confessioni.

Così si vollero assicurare le basi della convivenza e, più in generale, le basi dell’umanità.

A quell’epoca sembrò possibile, in quanto le grandi convinzioni di fondo create dal cristianesimo in gran parte resistevano e sembravano innegabili. Ma non è più così.

La ricerca di una tale rassicurante certezza, che potesse rimanere incontestata al di là di tutte le differenze è fallita.

Neppure lo sforzo di Kant è stato in grado di creare la necessaria certezza condivisa. Kant aveva negato che Dio possa essere conoscibile nell’ambito della pura ragione ma nello stesso tempo aveva presentato Dio, la libertà e l’immoralità come postulati della ragione pratica, senza la quale, coerentemente, per lui non era possibile alcun agire morale.

La situazione odierna del mondo non ci induce forse a pensare di nuovo che egli possa aver ragione?

Vorrei dirlo con altre parole: il tentativo, portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre più sull’orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’uomo.

Dovremmo allora capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse.

Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti; è il consiglio che vorremmo dare agli amici che non credono.

Cosi nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno.

Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento nella storia sono uomini che attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano credibile Dio in questo mondo”.

Ridiamo cuore all’Europa.

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CEDU: nessuna pietà per #Vincent

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CEDU: nessuna pietà per #Vincent

di Davide Vairani

Il 30 aprile 2019 la Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) respinge la richiesta dei genitori di Vincent #Lambert.

La notizia viene confermata dal Comitato "Je soutien Vincent", che sul sito web e sui social pubblica un comunicato rilasciato dagli avvocati dei genitori di Lambert.

"La Corte europea dei diritti dell'uomo ha appena rigettato la richiesta di provvedimenti provvisori presentata dai genitori di Vincent Lambert - si legge -, sulla base del fatto che una decisione in merito è già stata emessa dalla medesima Corte in data 5 giugno 2015, nonostante la natura delle rimostranze oggi siano radicalmente differenti".

Il testo del comunicato spiega per la prima volta l'oggetto specifico della requête presentata alla Corte di Strasburgo:

"I genitori di Vincent, infatti, hanno semplicemente chiesto alla CEDU di valutare se esistano le condizioni di violazione del diritto ad avere un processo equo, pilastro sul quale i cittadini devono esere garantiti quando si trovano a dovere sostenere un procedimento all'interno del sistema giurisprudenziale, specialmente quando i tribunali sono chiamati a pronunciarsi su questioni che riguardano la vita di una persona".

Pesano come un macigno le accuse rivolte alla magistratura francese, accuse che in più di una occasione sia gli avvocati che i genitori stessi di Vincent hanno messo nero su bianco durante le fasi processuali e che non sono mai state prese sul serio da nessuno, nè dal tribunale di Nantes cui si erano rivolti per spostare il dibattimento e tanto meno dai media francesi.

"Dunque, con questa decisione di diniego - prosegue il comunicato -, la CEDU ci sta dicendo che il procedimento processuale 2018-2019 è stato un puro e mero atto di forma, quando al contrario si è trattato di una nuovo pronunciamento, con nuovi medici, riguardante una nuov situazione, rispetto al 2015".

"Poco contano le deplorevoli (lamentables) condizioni nelle quali si sono svolte tutte le fasi, dal dibattimento alla perizia medica e in generale di tutta la procedura dinanzi al tribunale amministrativo di Chalons-en-Champagne, nonchè la richiesta formale di mise en cause (di sfiducia) di alcuni dei suoi giudici che avevano mostrato palesemente una rara parzialità".

Con questa decisione della CEDU, le flebili speranze di vita per Vincent si assotigliano sempre di più.

"Se non possiamo che deplorare questa decisione della CEDU che condanna Vincent Lambert alla morte per la quinta volta - concludono gli avvocati - , è dalla Convention relative aux droits des personnes handicapées (CIDPH) che ci aspettiamo che i diritti di Vincent Lambert vengano finalmente difesi.

A differenza di tutte le giurisdizioni nazionali e internazionali, si tratta infatti dell'unico organismo internazionale specializzato nella protezione dei diritti delle persone con disabilità".

"In attesa della sua decisione, resta lancinate l'interrogativo sul perché un paese civilizzato, sia dai suoi medici che dai suoi giudici, abbia rifiutato per sei anni il trasferimento di Vincent Lambert in un'unità specializzata, per lasciarlo abbandonato, senza alcuna cura per la stimolazione, rinchiuso nel sinistro braccio della morte che è diventato il servizio di cure palliative dell'Ospedale Universitario di Rèims".

La Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (CDPD) è stata adottata il 13 dicembre 2006 a New York dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite ed è entrata in vigore il 3 maggio 2008.

Oggi risulta sia stata adottata da 160 nazioni in tutto il mondo, mentre è stata firmata da 160 e ratificata da 88 e presenta una particolarità: è la prima convenzione internazionale a cui ha aderito l'Unione europea.

Ed è anche la prima a trattare nello specifico i diritti delle persone con disabilità.

La Convenzione non introduce nuovi diritti per le persone con disabilità, bensì concretizza e specifica la portata dei diritti fondamentali dei vari strumenti di tutela dei diritti umani, rapportandoli alla particolare situazione delle persone con disabilità.

Lo scopo è permettere ai disabili di esercitare i propri diritti nella stessa misura dei normodotati. Essa contempla quindi diritti civili, politici, economici, sociali e culturali.

La CDPD è rivolta soprattutto agli stati che l'hanno ratificata e contiene perlopiù disposizioni di carattere programmatico che lasciano loro un ampio margine di manovra.

Queste disposizioni non contengono diritti che i singoli individui possono far valere direttamente adendo le vie legali, bensì obiettivi che devono essere realizzati dagli stati medesimi. Spetta infatti a questi ultimi adempiere progressivamente agli obblighi assunti in conformità alla Convenzione, integrandoli nelle legislazioni nazionali e impiegando le risorse a loro disposizione

Il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (Committee on the Rights of Persons with Disabilities - CRPD) è l'organo che ha il compito di vigilare sull’applicazione della Convenzione Internazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità.

C'è - davvero - qualche speranza concreta, dunque?

Con tutta franchezza ed onestà, ne dubito fortemente.

E' evidente che il braccio di ferro ingaggiato dai genitori di Vincent in questi sei anni è una questione politica che nessuno intende sbrogliare.

Inutili le tre lettere che Viviane - la mamma di Vincent Lambert - ha indirizzato personalmente agli ultimi due presidente francesi, Hollande e Macron.

Inutili  i ricorsi presentati ad ogni ordine e grado della giustizia francese, come inutili sono stati i due ricorsi alla Corte di Strasburgo, il primo nel 2015 ed il secondo quello che stiamo commentando in questo momento.

Da un punto di vista formale, è vero che esiste un Protocollo opzionale alla Convenzione (entrato in vigore il 3 maggio 2008) che permette alle persone con disabilità degli stati che lo hanno ratificato di avviare procedure di ricorso individuale presso il Comitato con sede a Ginevra.

Adottato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite contemporaneamente alla Convenzione, il Protocollo opzionale è un trattato di diritto internazionale a sé stante e la Francia lo ha ratificato, così come l'Italia.

Ma non tutti gli stati membri dell'UE lo hanno fatto.

L'aver sottoscritto la convenzione obbliga le istituzioni dell'EU (come la Commissione, il Parlamento, il Consiglio e la Corte di Giustizia a sostenere i diritti della disabilità), ma non implica che lo stesso succeda automaticamente in tutti gli Stati membri. È infatti necessario che ciascun Stato, in atto e futuro, provveda ad una adesione formale specifica.

La questione è politica e l'unica speranza per Vincent si gioca sullo scacchiere internazionale.

Ci sarà qualche stato che avrà il coraggio di battere i pugni sui tavoli della politica europea, prima che l'eutanasia di persone disabili diventi di fatto legalizzata in Francia?

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Il destino interrotto di Vincent

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Il destino interrotto di Vincent Lambert

di Sylvain Rakotoarison

"Tutto è nero. Sono al buio. (...) Anche se guardo con tutte le mie forze, non vedo nulla. Nient'altro che questo profondo nero. Ho gli occhi aperti o chiusi? Non lo so Cosa è successo? Non lo so anche io. So solo che non sono solo: posso sentire qualcuno accanto a me. (...) In effetti, è come se l'ospedale mi fosse caduto addosso ... Ecco, come se ci fosse stato un terremoto, e io sono stato sepolto sotto tonnellate di macerie"

Angela Lieby,"Una lacrima mi ha salvato"

Nel momento nel quale si discute circa la possibilità di chiudere l'ENA (École Nationale d'Administration), potremmo cogliere l'occasione per chiederci se questa scuola di formazione aministrativa che riunisce l'élite della nazione sia in grado di preparare i futuri giudici del Consiglio di Stato a decidere in merito alla vita o alla morte di uno dei loro compatrioti più fragili.

Ho un'idea in merito alla possibile risposta.

Questo mercoledì 24 aprile 2019, verso le 14:30, il Consiglio di Stato - il più alto grado di giustizia amministrativa -, riunitosi in data 29 marzo 2019, ha pronunciato la sua decisione e sfortunatamente è un verdetto.

Autorizza la procedura di arresto delle cure per, o meglio, contro Vincent Lambert.

Ciò significa concretamente che autorizza una procedura di fine vita (avviata dal CHU di Reims il 9 aprile 2018 e confermata dal Tribunale amministrativo di Châlons-en-Champagne il 31 gennaio 2019) che porterà inevitabilmente alla morte di Vincent Lambert, nonostante le opinioni di molti esperti.

Il Consiglio di Stato, che aveva annunciato il 29 marzo 2019 che avrebbe preso la sua decisione circa tre settimane dopo, ha avuto l'eleganza di non comunicarlo il Venerdì Santo, 19 aprile 2019, esattamente tre settimane dopo.

Ripeto: Vincent Lambert non è alla fine della vita. Vincent non deve "staccare la spina", perché non è attaccato ad alcun macchinario per vivere.

Come 110.000 altre persone che sostengono Vincent, sono triste per una decisione incomprensibile, ma non sorpreso, dal momento che il Consiglio di Stato riprende la stessa decisione presa il 24 giugno 2014.

Si vede - con questa storia giudiziaria - quanto sia sbagliato parlare di "fine vita" per Vincent, dal momento che è ancora vivo ed in una condizione stabile.

C'è una riluttanza giudiziaria nel non volerlo curare.

Gli avvocati che difendono Vincent hanno dichiarato due nuovi ricorsi a breve, uno alla Corte europea dei diritti dell'uomo, ma anche al Comitato internazionale per i diritti dei disabili, nell'ambito delle convenzioni a cui la Francia ha aderito.

La decisione del Consiglio di Stato è incomprensibile, perché gli esperti legali hanno detto il 22 novembre 2018 che - sebbene in uno stato irreversibile (che non è mai stato dimostrato) - Vincent Lambert non si trova in una situazione in cui il mantenimento della sua vita possa essere considerato un'"ostinazione irragionevole", cosa che - secondo la legge Claeys-Leonetti vigente - è l'unico caso in cui si può decidere la sospensione delle cure.

Nell'aprile 2018, circa 60 medici specializzati nella cura dei pazienti in questo stato di coscienza minima avevano preso la loro penna per sostenere Vincent e, soprattutto, per richiedere il suo trasferimento in un'unità specializzata.

Attualmente Vincent è come fermo e bloccato nel suo letto di ospedale: non riceve stimoli che lo aiutino a progredire perchè è ricoverato in un ospedale che non ha una unità specializzata per la sua disabilità e che non fornisce un servizio di cure palliative.

Vincent Lambert non è alla fine della vita. I suoi genitori lo visitano ogni giorno, in condizioni rese dolorose dall'ospedale stesso.

Sua moglie sostiene che Vincent non avrebbe mai voluto continuare a vivere in queste condizioni, ma la realtà ha dimostrato che Vincent si è aggrappato alla vita.

Lo ha dimostrato in modo particolare quando è stato privato del cibo per cinque settimane. Prima del suo incidente (e sebbene ne fosse molto consapevole per via del suo mestiere di infermiere), Vincent non aveva lasciato istruzioni, nessuna direttiva anticipata, non aveva nemmeno nominato una persona di fiducia per sostituirlo in una situazione del genere.

Anche gli esperti giudiziari nominati dai tribunali amministrativi avevano raccomandato che Vincent venisse trasferito in un'istituto adattato alla sua disabilità.

Non riceve alcuna assistenza, né respiratoria né cardiaca. Lui non è intubato. Non è in uno "stato vegetativo", come al contrario continuano a definirlo i media incuranti.

È - prima di tutto - una persona umana e come tale ha il diritto che la sua dignità venga rispettata, ha diritto a non essere trattato come un vegetale.

"Ripeto: Vincent Lambert non è alla fine della vita. Vincent non deve "staccare la spina", perché non è attaccato ad alcun macchinario per vivere.

Come 110.000 altre persone che sostengono Vincent, sono triste per una decisione incomprensibile, ma non sorpreso, dal momento che il Consiglio di Stato riprende la stessa decisione presa il 24 giugno 2014.

Si vede - con questa storia giudiziaria - quanto sia sbagliato parlare di "fine vita" per Vincent, dal momento che è ancora vivo ed in una condizione stabile.

C'è una riluttanza giudiziaria nel non volerlo curare"

Questa decisione del Consiglio di Stato è un atto che comporta gravi conseguenze.

Segnala l'inizio dell'eliminazione dei più deboli, dei più fragili, degli stessi che non sono in grado di esprimersi, di esprimere la propria volontà. Le considerazioni finanziarie degli ospedali moltiplicheranno necessariamente questo tipo di procedura.

I suoi parenti hanno espresso la loro totale contrarietà in una dichiarazione del 24 aprile 2019:

"Vincent Lambert è in una condizione di stabilità. Non è alla fine della vita. Non è sotto l'assistenza respiratoria o cardiaca. Non ha perso il riflesso della deglutizione. I suoi genitori, che lo visitano ogni giorno, vedono che non è un vegetale come descritto dai media e molti medici lo vedono con loro. (...) Vincent Lambert è una persona gravemente handicappata, in uno stato di coscienza minima, ma molti altri sono come lui e accettare di trovare la morte nelle condizioni di un'eutanasia mascherata di fatto condannerebbe tutti coloro che sono nella sue condizioni".

Come può un'autorità statale approvare l'uccisione di una persona quando essa non ha mai espresso una tale volontà, non è alla fine della vita, non è in una situazione di irragionevole ostinazione (nessun accanimento terapeutico)?

Come può un'autorita statale approvare l'uccisione di una persona quando - anche ammesso che essa si trovasse nelle condizioni di cui sopra - non c'è consenso tra i suoi parenti più stretti (l'opposizione tra sua moglie e i suoi genitori)?

Il minimo dubbio, la minima mancanza di consenso, dovrebbe necessariamente favorire la soluzione meno irreversibile possibile.

Costringe, almeno, a prendere in cura Vincent in maniera corretta, ad essere stimolato per essere in grado di evolversi.

Uno degli argomenti è che il suo stato sarebbe esso stesso "irreversibile", ma questo è il caso di decine o addirittura di centinaia di migliaia di persone con disabilità.

E'abbastanza per condannarlo a morte legalmente?

Questa concezione dei valori mi fa rabbrividire ed è una società in cui non desidero vivere perché credo nel ruolo sovrano dello stato nel proteggere i più fragili.

Questa situazione è tanto più scandalosa se la paragoniamo a ciò che - ad esempio - è accaduto il giorno prima dell'annuncio del verdetto del Consiglio di Stato.

Il 23 aprile 2019 la BBC tra le notizie del giorno ha riportato la storia di una persona residente negli Emirati Arabi Uniti, Mounira, vittima di un incidente stradale nel 1991, in coma per ventisette anni (una condizione peggiore di quella di Vincent), riprende conoscenza nel gennaio 2018 in un ospedale tedesco dove era stato trasferita.

Suo figlio Omar - che aveva protetto tra le sue braccia durante l'incidente - ha dichiarato alla BBC:

"Ho sempre creduto che la salute di mia madre sarebbe migliorata, mentre i dottori sono sempre stati molto pessimisti riguardo alle possibilità di evoluzione. Aveva 32 anni al momento dell'incidente e ora ne ha 60".

La realtà è che nessun medico serio può dare una prognosi veramente determinante ed irreversibile, in quanto vi sono inesplicabili "risvegli".

Vincent Lambert ha bisogno di cure migliori per stimolarlo, per rafforzare il suo risveglio e per farlo progredire.

È lontano dall'essere alla fine della sua vita.

Ma dobbiamo accettare che c'è ancora molta strada.

Niente è facile in situazioni estreme come queste, ma la morte non può, non deve mai essere la soluzione, per non parlare della soluzione scelta dallo stato, contro il parere di alcuni dei parenti più prossimi di Vincent, a meno che tu non cambi radicalmente valori e priorità ...

"Questa decisione del Consiglio di Stato è un atto che comporta gravi conseguenze.
Segnala l'inizio dell'eliminazione dei più deboli, dei più fragili, degli stessi che non sono in grado di esprimersi, di esprimere la propria volontà.
Le considerazioni finanziarie degli ospedali moltiplicheranno necessariamente questo tipo di procedura".

Questa decisione del Consiglio di Stato è un atto che comporta gravi conseguenze.

Segnala l'inizio dell'eliminazione dei più deboli, dei più fragili, degli stessi che non sono in grado di esprimersi, di esprimere la propria volontà. Le considerazioni finanziarie degli ospedali moltiplicheranno necessariamente questo tipo di procedura.

I suoi parenti hanno espresso la loro totale contrarietà in una dichiarazione del 24 aprile 2019:

"Vincent Lambert è in una condizione di stabilità. Non è alla fine della vita. Non è sotto l'assistenza respiratoria o cardiaca. Non ha perso il riflesso della deglutizione. I suoi genitori, che lo visitano ogni giorno, vedono che non è un vegetale come descritto dai media e molti medici lo vedono con loro. (...) Vincent Lambert è una persona gravemente handicappata, in uno stato di coscienza minima, ma molti altri sono come lui e accettare di trovare la morte nelle condizioni di un'eutanasia mascherata di fatto condannerebbe tutti coloro che sono nella sue condizioni".

Come può un'autorità statale approvare l'uccisione di una persona quando essa non ha mai espresso una tale volontà, non è alla fine della vita, non è in una situazione di irragionevole ostinazione (nessun accanimento terapeutico)?

Come può un'autorita statale approvare l'uccisione di una persona quando - anche ammesso che essa si trovasse nelle condizioni di cui sopra - non c'è consenso tra i suoi parenti più stretti (l'opposizione tra sua moglie e i suoi genitori)?

Il minimo dubbio, la minima mancanza di consenso, dovrebbe necessariamente favorire la soluzione meno irreversibile possibile.

Costringe, almeno, a prendere in cura Vincent in maniera corretta, ad essere stimolato per essere in grado di evolversi.

Uno degli argomenti è che il suo stato sarebbe esso stesso "irreversibile", ma questo è il caso di decine o addirittura di centinaia di migliaia di persone con disabilità.

E'abbastanza per condannarlo a morte legalmente?

Questa concezione dei valori mi fa rabbrividire ed è una società in cui non desidero vivere perché credo nel ruolo sovrano dello stato nel proteggere i più fragili.

Questa situazione è tanto più scandalosa se la paragoniamo a ciò che - ad esempio - è accaduto il giorno prima dell'annuncio del verdetto del Consiglio di Stato.

Il 23 aprile 2019 la BBC tra le notizie del giorno ha riportato la storia di una persona residente negli Emirati Arabi Uniti, Mounira, vittima di un incidente stradale nel 1991, in coma per ventisette anni (una condizione peggiore di quella di Vincent), riprende conoscenza nel gennaio 2018 in un ospedale tedesco dove era stato trasferita.

Suo figlio Omar - che aveva protetto tra le sue braccia durante l'incidente - ha dichiarato alla BBC:

"Ho sempre creduto che la salute di mia madre sarebbe migliorata, mentre i dottori sono sempre stati molto pessimisti riguardo alle possibilità di evoluzione. Aveva 32 anni al momento dell'incidente e ora ne ha 60".

La realtà è che nessun medico serio può dare una prognosi veramente determinante ed irreversibile, in quanto vi sono inesplicabili "risvegli".

Vincent Lambert ha bisogno di cure migliori per stimolarlo, per rafforzare il suo risveglio e per farlo progredire. È lontano dall'essere alla fine della sua vita. Ma dobbiamo accettare che c'è ancora molta strada. Niente è facile in situazioni estreme come queste, ma la morte non può, non deve mai essere la soluzione, per non parlare della soluzione scelta dallo stato, contro il parere di alcuni dei parenti più prossimi di Vincent, a meno che tu non cambi radicalmente valori e priorità ...

"Come può un'autorità statale approvare l'uccisione di una persona quando essa non ha mai espresso una tale volontà, non è alla fine della vita, non è in una situazione di irragionevole ostinazione (nessun accanimento terapeutico)?

Come può un'autorita statale approvare l'uccisione di una persona quando - anche ammesso che essa si trovasse nelle condizioni di cui sopra - non c'è consenso tra i suoi parenti più stretti (l'opposizione tra sua moglie e i suoi genitori)?

Il minimo dubbio, la minima mancanza di consenso, dovrebbe necessariamente favorire la soluzione meno irreversibile possibile.

Costringe, almeno, a prendere in cura Vincent in maniera corretta, ad essere stimolato per essere in grado di evolversi"

Finirò con queste parole di Philippe Pozzo di Borgo, quadriplegico dopo un incidente di parapendio, autore del libro testimonianza "Le Second Souffle" che ha ispirato lo splendido film "Intouchables" ('Quasi amici' - la versione in italiano - è un film del 2011 diretto da Olivier Nakache e Éric Toledano):

"Se mi avessi chiesto nei miei quarantadue anni di 'splendore' - prima del mio incidente -, se avessi accettato di vivere la vita come la sto vivendo oggi da vent'anni a questa parte, avrei risposto senza esitazione, come molti: 'no, piuttosto morte!'

E avrei firmato tutte le petizioni per la legalizzazione del suicidio assistito o dell'eutanasia.

Che 'progresso'!

Ma quale violenza viene fatta agli umiliati, alla vita condotta all'estremo, come se ci fosse dignità solo nell'aspetto e nelle prestazioni.

La dignità la troviamo nel rispetto dovuto ad ogni persona, nell'accompagnamento con tenerezza e considerazione, nell'accettazione della fragilità inerente al creato.

È sorprendente unirsi alla lotta per la sopravvivenza delle specie in via di estinzione e rifiutarmela!

Riportiamo un po' di freschezza alla parola 'dignità', non riduciamo la dignità alla dignità dell'apparenza. (...) La dignità è il rispetto dovuto alla persona: non toccare l'intoccabile!"

La dignità di Vincent è di accompagnarlo nella sua vita in modo che possa ricevere il massimo di cura e che possa, se necessario, essere in grado di progredire.

Ciò richiede il suo trasferimento in un'unità specializzata.

Esistono soluzioni e un luogo attende da diversi anni in diverse istituzioni in Francia.

Perché bloccarlo a morte in questo ospedale di Reims, che chiaramente non ha le capacità per trattare le persone in questa situazione?

"Le destin tronqué de Vincent Lambert"

di Sylvain Rakotoarison

giovedì 25 aprile 2019

Su:"AgoraVox"
http://www.rakotoarison.eu

traduzione in italiano a cura di Davide Vairani

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Posted in #LaCroce #VincentLambert

#Alimentare Vincent Lambert è “irragionevole”

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#Alimentare Vincent Lambert è "irragionevole"

di Lucia Scozzoli

#LaCroce quotidiano, 01 Febraio 2019

Il caso Vincent Lambert si è arricchito di un nuovo tragico capitolo: il tribunale amministrativo di Châlons-en-Champagne (Marne) ha confermato oggi (31/01/19) “l’irragionevole ostinazione” con cui Vincent Lambert è mantenuto da dieci anni in stato vegetativo, aprendo la strada alla procedura che prevede la sospensione delle cure e soprattutto di alimentazione e idratazione.

La corte dice di conoscere quale sarebbe il desiderio di Vincent: “non essere tenuto in vita nel caso in cui si trovi nello stato in cui è da dieci anni”, nonostante il precedente tentativo di terminarlo sia fallito, per l’irragionevole ostinazione di Vincent a voler vivere anche così.

I genitori di Vincent hanno già dichiarato di voler ricorrere al consiglio di stato.

Nel frattempo, mentre la giustizia francese si arrovella tra cavilli burocratici, conflitti di competenze, perizie e controperizie, la gente comune legge la notizia e sospira: “a questo punto sarebbe meglio l’eutanasia”.

Già, perché il punto chiave è proprio questo: chi ha letto la minuziosa descrizione del supplizio di Eluana Englaro, mentre moriva disidratata nel 2009, davanti a meticolosi assistenti che annotavano i crepi sulle labbra secche, il battito accelerato per il sangue fattosi più denso, l’affanno inesprimibile provocato dall’arsura, pensa subito a quel che significa morire di fame e sete, imprigionato, come il conte Ugolino, nella galera del proprio corpo immobile, davanti all’imperturbabile durezza di chi lascia morire. E allora viene da invocare il colpo di pistola pietoso, che termina il supplizio della tortura per il condannato a morte.

Ma in questo quadro desolante, il nemico non è la malattia, come vorrebbe far credere la agiografica narrazione dell’eutanasia come fine delle sofferenze: qui il nemico è il medico che taglia il filo, è il parente che chiede la morte.

Quale sofferenza sta patendo Vincent davvero? Se è in stato vegetativo, certo non si cura delle questioni di principio che tanto accalorano noi, come la libertà di movimento, la capacità di esprimersi, la possibilità di costruirsi un futuro produttivo. E se in lui è rimasto un barlume di coscienza, com’è cheè ancora vivo? Lo sappiamo bene tutti come sia facile lasciarsi morire, come una prostrazione psichica sia più che sufficiente per minare un fisico sano, tanto più un tetraplegico allettato da dieci anni.
Sta verosimilmente soffrendo assai di più la moglie di Vincent, che ha sposato un uomo forte ed ora è la consorte di un vegetale, che forse costa denari di cure, senz’altro costa tanto cuore, con quel suo esserci ancora e non esserci più contemporaneamente. Non si può voltare pagina, non si può archiviare il ricordo di un amore nell’empireo della perfezione, finché quello sguardo che non ti guarda continua a trattenere nel presente una storia già tutta passata.
Accantonata la speranza di una ripresa, seppur marginale, cosa resta dunque al capezzale di chi è vivo ancora, ma non è più con noi? Cos’è un uomo che non si relaziona più col mondo e che verosimilmente non ha più uno stato di autocoscienza? E lo stesso quesito vale per chi non ha perduto, bensì non ha mai avuto, come un bambino nato gravemente handicappato.
In definitiva, cos’è un essere umano senza relazione possibile con nessun mezzo?
In effetti la domanda non è retorica, la risposta è molteplice e trova se stessa nell’etica di ciascuno, nel significato che diamo all’esistenza nel suo complesso.
In una visione meccanicistica, in cui l’uomo è solo carne, ossa e sangue e l’intelligenza è solo una acuta accensione di sinapsi ed un groviglio di impulsi elettrici, un tribunale qualunque può decidere, a suo insindacabile giudizio, quando una vita conviene alla collettività e quando no. Ma in una simile prospettiva, andrebbero terminati molti altri, oltre Vincent, che hanno danni molto minori. Il metro di valutazione sarebbe l’utilità futura residua dell’individuo in previsione di una guarigione. Dunque via i vecchi, via i malati non curabili, via i soggetti irrecuperabili.
Ci siamo molto vicino: in fondo, nel nostro cuore, un po’ lo crediamo tutti che, se non siamo utili a qualcuno, allora che ci stiamo a fare. Basta un po’ di pubblicità mirata e un velo di edulcorazione della pratica, ed ecco che l’eutanasia diventa più di un diritto. Diventa un gesto di altruismo verso i familiari e un atto di carità verso se stessi.

Avendo poi ucciso tutte le autorità morali e spirituali superiori che potrebbero dare valore al nostro essere senza troppa riflessione, come Dio, ciascuno si ritrova solo nel mondo, costretto a darsi un senso giorno per giorno, anche attraverso i marosi di storie avverse e dolorose. Perché vivere diventa un interrogativo non retorico, dalla risposta non banale, non ovvia.

Già il porsi la domanda è sintomo di uno squarcio sociale e psicologico grave, figlio del nostro tempo edonista
che osanna la perfezione e rigetta il limite e che pubblicizza deodoranti con lo slogan “perché io valgo”.

Vincent non vale più nulla per il mondo.

Solo la Chiesa, con lo sguardo di Dio, continua a non mettere in dubbio il valore intrinseco dell’essere umano. Non c’è rimasto nessun altro sulla faccia della terra, nemmeno i cattolici, che in fondo sono già perfettamente rassegnati all’inevitabile e che non hanno il coraggio di una resistenza né culturale né materiale, tanto da aver teorizzato in serenità il fatto che una simile resistenza nemmeno serva.

In bilico tra lo spiritualismo di chi affida alla preghiera ogni azione e il sentimentalismo di chi ritiene l’argomento troppo personale per farne oggetto di dibattito pubblico, il cristiano un po’ ammira la madre di Vincent, che continua ad opporsi e si fa pietra d’inciampo di questo processo violento di legalizzazione dell’omicidio del più debole, un po’ la compatisce, la poveretta, che si è incaponita a difendere il figlio vegetale.

E più d’uno si augura che Vincent muoia presto, prima di dover subire la tortura dell’inedia.

Magari con l’aiutino di un’iniezione pietosa. Non sappiamo più cosa vale una vita.

Vincent non vale più nulla per il mondo.

Solo la Chiesa, con lo sguardo di Dio, continua a non mettere in dubbio il valore intrinseco dell’essere umano. Non c’è rimasto nessun altro sulla faccia della terra, nemmeno i cattolici, che in fondo sono già perfettamente rassegnati all’inevitabile e che non hanno il coraggio di una resistenza né culturale néb materiale, tanto da aver teorizzato in serenità il fatto che una simile resistenza nemmeno serva.

In bilico tra lo spiritualismo di chi affida alla preghiera ogni azione e il sentimentalismo di chi ritiene l’argomento troppo personale per farne oggetto di dibattito pubblico, il cristiano un po’ ammira la madre di Vincent, che continua ad opporsi e si fa pietra d’inciampo di questo processo violento di legalizzazione dell’omicidio del più debole, un po’ la compatisce, la poveretta, che si è incaponita a difendere il figlio vegetale.

E più d’uno si augura che Vincent muoia presto, prima di dover subire la tortura dell’inedia.

Magari con l’aiutino di un’iniezione pietosa.

Non sappiamo più cosa vale una vita.

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Vincent #Lambert deve morire

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Vincent #Lambert deve morire 

di Davide Vairani

"Au mépris du recours annoncé devant le Conseil d’Etat et au mépris du droit au recours effectif, le Tribunal Administratif a fixé en urgence une audience lundi 21 janvier à 14h30 et alors que c’est sa partialité qui est mise en cause!"

Lo annunciano gli amici di Vincent #Lambert via web e social dalle pagine del comitato "Je soutien Vincent" e la notizia viene subito rilanciata dai quotidiani francesi

Cronaca degli ultimi sviluppi di una interminabile vicenda fatta di rimpalli giudiziari sulla pelle di una persona che da dieci anni è prigioneria del suo letto d'ospedale in attesa di un verdetto.

La lunga battaglia giudiziaria attorno alle sorti terrene di Lambert si sarebbe dovuta conludere il 19 dicembre scorso.

Il Tribunale amministrativo di Châlons-en-Champagne aveva calendarizzato per quella data il dibattimento finale.

Il testo della valutazione medica è stato consegnato ai giudici dai tre esperti nomininati: l'obiettivo della Corte era quello di avere in mano elementi medici sufficienti a stabilire l'appropriatezza o meno della decisione dell'Ospedale di Reims - dove è ricoverato Vincent da otto anni - di sospendere le cure, dunque di farlo morire.

Ma questa udienza non si è mai tenuta: i genitori di Vincent hanno recusato i giudici e chiesto di potere trasferire il dibattimento presso un'altra Corte, quella di Nancy.

Gli avvocati dei genitori di Lambert non si fidano dei giudici di Châlons-en-Champagne: "atteggiamento pregiudizievole", hanno motivato nella recusazione.

La notizia di oggi è il respingimento della richiesta da parte della la Corte d'appello amministrativa di Nancy: il dibattimento si deve tenere presso la Corte nel quale il procedimento è stato incardinato.

Le reazioni: gli avvocati dei genitori sono intenzionati ad appellarsi al Consiglio di Stato francese; il Tribunale di Châlons-en-Champagne ha contesualmente fissato un'udenzia urgente prevista per lunedì 21 gennaio nel primo pomeriggio (ore 14,30).

Questa la cronaca degli ultimi sviluppi attorno all'affaire Lambert.

Nel frattempo, fuori dalle aule dei tribunali, c'è un uomo di 42 anni, tetraplegico e cerebroleso da dieci, che giace letteralmente sopra un lettino d'ospedale. Non riceve alcuna cura, stimolo, riabilitazione fisica: nulla di nulla. Solo gli interventi essenziali riceve: idratazione ed alimentazione attraverso una sondina che permette alle sostanze nutritive di entrare nel suo corpo. Non parla. Non si muove e nessuno lo muove.

Tutta la cronaca degli ultimi anni di vita di Vincent è ostinatamente e diabolicamente irragionevole.

Ciò che appare disumano - oltre ogni umana comprensione -  è l'incapacità nell'assumere una decisione.

La vicenda di Vincent - in fondo - non mostra altro che il fallimento di un sistema di fronte alla vita di una persona.

Se il '900 è stato il troppo della politica e degli apparati statali che hanno portato ai totalitarismi etici, oggi assistiamo - al contrario - ad un niente della politca ed alla scomparsa di un barlume di idea di societas.

In quest'ottica, l'affaire Vincent è emblematico.

La Francia si è dotata di un proprio sistema normativo sul fine-vita, ha un sistema di apparati legislativi e giudiziari assolutamente in grado di esercitare le proprie funzioni, un sistema sociale, socio-sanitario e sanitario non certo da Terzo Mondo.

Eppure non si assume nè la responsabilità di decidere se Vincent debba vivere oppure morire.

Di fronte alle controversie intra-familiari, di fronte ad opposti e contradditori pareri clinici e medici, lo stato francese non è in grado nemmeno di stabilire se Vincent sia vivo oppure no.

Non è neppure in grado di garantire le cure più appropriate per una persona nelle condizioni in cui si trova Lambert e come lui almeno 1.500 altre persone sparse per gli ospedali francesi: in "état de conscience minimale" o in "état pauci-relationnel".

I temi cosidetti "etici" (come il fine-vita) non possono essere appaltati al giudizio esclusivo della scienza e dei tribunali, perchè in questo modo si abica alla funzione propria della politica e dello stato, cioè quella di occuparsi del "bene comune".

Nello scontro di interessi di parte di cui è fatto l'umano vivere di una comunità, è la politica a doversi assumere la responsabilità di giungere ad una mediazione, a metterli insieme dentro una visione comune di società.

Se la politica abdica a tale funzione, è il patto sociale di un Paese a sfrangersi fino al punto da mettere in seria discussione le modalità con le quali si è scelto e definito di gestire la res publica. Senza autorità riconusciuta e riconoscibile, una società è destinata all'anarchia del soddisfacimento degli interessi individuali, ciascuno a scapito dell'altro e così via. E qui arriviamo al cuore della questione: in che cosa si dispiega il "bene comune"?

In altri termini (perchè sarebbe lungo addentrarsi in una risposta a tale domanda), ciò che la vicenda di Vincent mostra con evidenza è che senza un'opzione positiva sulla vita ci si infrange contro le senzazioni e gli umori contingenti.

Senza una opzione a favore della vita, la politica non è in grado di regolare il "bene comune".

Che cosa significa in sè essere in una condizione di coscienza minimale, se non il fatto che nonostante l'irreversibilità di un danno cerebrale al fondo non puoi non riconoscere che la vita c'è, per quanto imprendibile ed inscatolabile dalle terminolgie mediche.

Quando una persona sopravvive a un coma, dal punto di vista clinico prima si evolverà in uno stato  vegetativo. In questo caso, il paziente apre gli occhi e si muove. Ma tutti questi movimenti sono considerati riflessi dai neurologi. Tuttavia, tra questi pazienti, alcuni si evolveranno verso lo stato di coscienza minima (o semi-relazionale), che non consente di stabilire una comunicazione. D'altra parte, oggi sappiamo che questi pazienti a volte hanno momenti di coscienza. Cioè, possono seguire un movimento, o anche rispondere in modo affidabile ad un comando (ad esempio, stringermi la mano). Qui, quindi, la medicina parla di uno stato minimo di coscienza. A causa di questa non comunicazione - direbbe la medicina - è molto difficile prendere una decisione sul loro fine vita.

Gli esperti nominatii dal Tribunale hanno conlcuso che  Vincent Lambert non è - in senso medico - in una condizione di "ostinazione irragionevole", cioè di accanimento terapeutico.

Questa dichiarazione è coerente con ciò che i genitori di Vincent chiedono da aprile 2013 e cioè che Vincent Lambert possa essere curato in un centro specializzato.

Una strada che non è mai voluta nemmeno prendere in considerazione: per quale ragione? Per quale motivo non provare un percorso riabilitivo e di cure, se non perchè è stato deciso da anni che non valeva la pena? In base a quali valutazioni se non per una assenza di opzione per la vita?

"C'è il desiderio di assimilare la situazione di questa persona gravemente disabile - ma stabile nella sua disabilità - ad una situazione di fine vita - ha recentemente dichiarato il Professor Xavier Ducrocq, capo del dipartimento di neurologia dell'Ospedale di Metz-Thionville, nonchè  consulente medico dei genitori di Vincent fin dal 2013 - . Mentre questo non è affatto il caso. Che Vincent Lambert abbia vissuto per 10 anni in uno stato di coscienza alterata è un dato sufficiente per dimostrare che non si trova  alla fine della sua vita. Che non ci sia una realistica speranza di miglioramento, nonostante i lavori di ricerca per progredire nella conoscenza di questi pazienti, non sarebbe un dato sufficiente per parlare di fine vita. Questo è il destino comune di tutte le situazioni di disabilità: para e quadriplegia, autismo, disabilità motorie cerebrali, sordità, cecità ...".

Vincent deve morire, perchè non vale la pena farlo vivere.

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Vite come sospese

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"Vite come sospese"

di Davide Vairani

Ancora una volta. Ancora un'altra data. Ancora un'altra udienza in tribunale.

L'ultima? A quando?

La storia di Vincent #Lambert non è più una storia da tempo. Da dieci anni.

Intrappolato: 42 anni, ex infermiere,  tetraplegico, ricoverato all'Ospedale universitario di Reims dal 2008. Non parla e non si muove.

Intrappolato dentro una gabbia giudiziaria di corsi e ricorsi, udienze, avvocati, decisioni prese e poi rimandate, fermate, sospese.

Ecco il termine corretto: una storia sospesa.

L'udienza che avrebbe dovuto decidere delle sorti di #Lambert era stata calendarizzata per il giorno 19 dicembre 2018: la Corte del Tribunale amministrativo di  Chalons-en-Champagne (Marne) avrebbe dovuto decidere se convalidare o meno la procedura di sospensione dell'idratazione e dell'alimentazione attraverso una sonda.

Decidere vita o morte.

E invece no: rinvio a data da destinarsi.

Motivo?

Gli avvocati dei genitori, Paillot e Triomphe, il 06 dicembre hanno presentato istanza di ricusazione presso la Corte amministrativa di appello di Nancy. Chiedono di trasferire la trattazione dell''affaire Lambert' in un altro tribunale per "causa di legittimo sospetto". Mettono in discussione la validità del Tribunale amministrativo di Chalons-en-Champagne nel decidere imparzialmente: denunciano - in particolare - "vizi procedurali gravi da parte del Presidente del tribunale amministrativo, Jean-Paul Wyss, il quale ha mostrato più volte di non essere imparziale e di avere una idea pregiudiziale in merito".

Decisione presa dopo la presentazione di una relazione clinica - datata 18 novembre 2018 -, fatta da tre esperti incaricati dal tribunale, che ha concluso con uno "stato vegetativo irreversibile cronico" di questo padre di famiglia vittima di un incidente stradale. La sua salute si riflette nella "estrema o totale limitando il suo accesso al sensibilizzazione, comunicazione, capacità motorie, l'espressione della sua personalità, il deterioramento irreversibile della sua immagine".

E pur tuttavia, hanno concluso che "non si può ravvisare una situazione di ostinazione irragionevole" (accanimento terapeutico).

E adesso che succederà? Secondo il quotidiano locale "L'Union", la richiesta dei genitori di Vincent "sarà esaminata martedì 15 gennaio prossimo dal Tribunale amministrativo di Nancy".

E poi?

Fonte:

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