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#Zingaretti, il Pd e l’utero in affitto

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#Zingaretti, il Pd e l’utero in affitto

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 14 giugno 2019

Ricordate Nanni Moretti in Aprile, quando supplicava D’Alema di dire “qualcosa di sinistra”?

Fabbriche che chiudono, ecatombi di lavoratori, periferie degradate. Ma per “le sinistre” italiane la priorità è battersi per l’autodeterminazione di ogni essere umano in ogni settore della vita pubblica.

Affermazione che - fuori dai denti e per non prestare i fianchi ad alcuna confusione sul significato dei termini – si traduce stringi stringi nella battaglia per rivendicare i (presunti) diritti individuali (presunti) violati e calpestati delle comunità LGBTQIA+.

Perché sempre lì alla fine gira che ti rigira si torna. Lo aveva fatto Renzi nel Pd 2.0 con le unioni civili, lo rilancia Zingaretti nel nuovo PD “de sinistra”.

Così ha cinguettato sulle reti sociali Zingaretti:

"Aderiamo al Mese dei Pride, all’Onda Pride, alle mobilitazioni e alle manifestazioni che si stanno tenendo in tutta Italia per garantire pari diritti e pari dignità alla comunità lgbti. Noi ci siamo!".

Immancabile campeggiava l'arcobaleno delle sinistre fucsia.

Tafazzismo quello di Zingaretti, visto la fine che ha fatto il “bullo” di Firenze? Può essere, ma non credo proprio.

Delle strategie politiche interne al campo sinistro, poco mi cala. Mi interessa di più osservare le manovre che si innescano per saldare segmenti di mondi, lobby e culture di provenienza differenti e trasversali.

Constato – ad esempio – che sulla pratica dell’utero in affitto, mentre tutta la sinistra europea si schiera in modo inequivoco contro, senza se e senza ma, in Italia sta avvenendo esattamente l’opposto.

“Fecondazione medicalmente assistita e gestazione per altri: la possibilità di un figlio nel 2019” è il titolo del convegno che si terrà a Roma il 19 giugno prossimo nella sede nazionale della CGIL.

Convegno nel quale saranno presentate ben due proposte di regolamentazione della cosiddetta gestazione per altri, frutto del sodalizio tra Ufficio Nuovi Diritti della CGIL, Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, Famiglie Arcobaleno, Associazione Certi Diritti e il portale di informazione giuridica Articolo29.

Sodalizio indicativo di quanto il tema specifico non sia affatto scollegato da aborto ed eutanasia, in nome del sacro pilastro dell’autoderminazione di ogni essere umano.

“Nell’incontro del 19 presenteremo i due articolati all’opinione pubblica e li metteremo a disposizione dei e delle parlamentari che riterranno di farli propri avviando il conseguente iter nelle sedi istituzionali – si legge nel comunicato stampa di invito al convegno -. Discuteremo degli aspetti sociologici, legislativi e giurisdizionali connessi a questo tema e nel pomeriggio presenteremo le due bozze, con la ferma volontà di uscire dalle secche di un dibattito che negli ultimi anni è stato scomposto e urlato”.

I testi non sono ancora stati diffusi pubblicamente, ma non è difficile immaginare dove andranno a parare.

“Partiremo da alcuni presupposti ineludibili”, proseguono gli organizzatori.

“In primo luogo, la necessità di tutela delle bambine e dei bambini che già da anni vengono al mondo attraverso il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita e/o a percorsi di gestazione per altri/e, esistono e necessitano del pieno riconoscimento dei propri diritti;

in secondo luogo, la consapevolezza del nesso causale tra un cieco proibizionismo e la possibilità di abuso dei diritti, superabile solo attraverso una attenta regolamentazione nel rispetto del diritto alla salute, alla scienza e all’autodeterminazione di ogni essere umano”.

Se è questa la via imboccata dalle sinistre italiane, sentite condoglianze, per quel che mi appassiona il destino dei sub-eredi del “trionfi la giustizia proletaria”.

Che abbiano almeno la dignità di piantarla con quell’atavico atteggiamento di superiorità morale!

Qualcuno mi deve spiegare come si possa rispettare ragionevolmente il principio sbandierato dell’autodeterminazione di ogni essere umano sdoganando l’abominevole pratica dell’utero in affitto.

A parte il fatto che essere contro la gestazione per altri dovrebbe essere patrimonio comune di tutti e non si capisce perché dovrebbe - al contrario – essere terreno di contesa destra e sinistra.

Che ci sia del marcio in Danimarca lo mette nero su bianco Marina Terragni, femminista e di sinistra.

“Il 50 per cento di disoccupazione femminile è un bel problema: è in questa chiave che Cgil si attiva per consentire alle donne italiane di affittare l’utero a coppie etero e gay?” – scrive la Terragni su “Quotidiano Nazionale” (“Utero in affitto, sicuri che è di sinistra?”, 12 giugno 2019).

E conclude:

“L’iniziativa Cgil offre un ulteriore spunto di riflessione sulla deriva dirittistica, radicaloide e distopica della sinistra italiana. Deriva che peraltro, a giudicare dai numeri delle urne, non sta dando grandiosi risultati”.

E’ una coincidenza del fato che le proposte in tema di sdoganamento dell’utero in affitto cadano nel bel mezzo del mese dell’orgoglio gay?

E’ una coincidenza che gli organizzatori del Milano Pride 2019 - previsto nella seconda metà di giugno -abbia deciso un documento politico di rivendicazione nel quale si legge:

Esigiamo che vi sia libero accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) per tutte le persone, abrogando quindi il divieto dell’accesso a tali percorsi da parte di coppie di donne o single.

Rivendichiamo la necessità di iniziare un percorso di riflessione che, nel pieno rispetto della libertà di autodeterminazione e nella piena tutela delle persone coinvolte, porti anche in questo paese ad un inquadramento che disciplini la gestazione per altre e altri (GPA)”.

Promozione della dignità della donna e lotta contro la mercificazione del corpo devono fare un passo indietro nell’agenda delle priorità per potere lasciare spazio alla pratica dell’utero in affitto e fare contenti le galassie LGBTQIA+.

Aborto, famiglia, utero in affitto, suicidio assistito ed eutanasia fanno parte dell’intero pacchetto e l’uno (l’utero in affitto) non è sganciabile dagli altri.

Come in un effetto domino, buttato giù uno la strada è aperta affinchè tutto ciò su cui si fonda il patto sociale di un popolo salti per aria.

Non per caso, nel già citato manifesto politico del Milano Pride si legge anche:

Pretendiamo l’estensione degli istituti del matrimonio e dell’unione civile a tutte le persone, a prescindere da sesso biologico, identità di genere e orientamento sessuale, e il pieno ed effettivo riconoscimento della genitorialità da parte dello Stato e di tutte le istituzioni. Riteniamo indispensabile una riforma delle leggi sulle adozioni, volta a permettere l’accesso a questo istituto a tutte le persone maggiorenni ritenute idonee, a prescindere dal loro orientamento sessuale o dalla loro identità di genere.

L’adozione è una possibilità con cui un individuo può diventare genitore, slegata da quell’obbligo sociale a dover costituire una famiglia in modo biologico e con il mito di una fertilità necessaria e normativa.

Crediamo sia intollerabile che ‘il preminente interesse del minore’ non venga espressamente tutelato dallo Stato; riteniamo che questo compito sia proprio dello Stato e pretendiamo una legislazione chiara e completa sul riconoscimento alla nascita, in grado di garantire pieni diritti ai nostri figli e alle nostre figlie, diritti che dovranno riguardare anche figli e figlie già nati, pure in caso di coppie separate”.

Per concludere infine:

“Oggi, è più che mai fondamentale recuperare stretti legami e profonde sinergie con i movimenti studenteschi, le istanze femministe e le rivendicazioni per la tutela delle persone migranti, nei confronti delle quali è imperativo il riconoscimento da parte delle istituzioni della loro piena dignità di persone e dei loro diritti umani, civili, sociali e politici.

Le persone LGBTQIA+ non lottano solo per i propri diritti ma per i diritti di ogni essere umano: diritto al lavoro onorevolmente retribuito, diritto alla libertà di pensiero, di parola e di stampa, diritto ad una vita autodeterminata e assistita da tutte le necessità di cui uno Stato deve farsi carico per ogni cittadino.

Tutte le persone hanno diritto ad essere tutelati da uno Stato che agisca nel segno di una piena e reale laicità, che abbatta privilegi e precarietà legate a discriminazioni economiche, sociali, politiche, religiose, etniche, o basate sul genere e sull’orientamento sessuale.

È necessario essere uniti e lottare insieme per i diritti, che mai vanno dati per scontati, per acquisiti permanentemente o automaticamente disponibili per tutt*.

I diritti rivolti a un numero limitato di persone perdono la loro qualifica e diventano esclusivamente privilegi.

Dobbiamo essere sempre uniti, per essere più visibili, più forti e per poter incidere davvero sull’opinione pubblica e sulla politica”.

Tra parentesi: l’asterisco al posto della lettera “o” dell’aggettivo sostantivato “tutti” non è un errore di battitura, ma una delle tante piccole assurde regole della neo-lingua egualitarista che per non discriminare nessuno violenta le regole della grammatica.

Se il paradigma assoluto è l’autodeterminazione di ogni essere umano, per quale motivo quello dei bambini deve sempre essere evocato a parole e calpestato nei fatti?

Lo scrive nero su bianco l’Associazione Luca Coscioni a proposito dell’utero in affitto:

“noi riteniamo che le innovazioni in campo genetico, a cui è scientificamente e socialmente lecito potersi adeguare, propongono situazioni nuove e diverse nelle quali l’evento della nascita prescinde dall’accoppiamento, in cui la fecondazione cessa anche di essere un fatto naturale e spontaneo, frutto dell’atto sessuale dell’uomo e della donna.

E in ciò è difficile ravvisare una lesione della dignità della donna che non corrisponde al diritto di proprietà sul suo corpo, ma alla sua libertà di poterne disporre in piena autonomia”.

Se è vero che "nessuno mi può costringere ad essere felice a modo suo (come egli cioè si immagina il benessere degli altri uomini), ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona” – per usare le parole di Kant - è tuttavia altrettanto vero che dei limiti debbano essere posti:”purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo, in giusa che la sua libertà possa coesistere con la libertà di ogni altro secondo una possibile legge universale (cioè non leda questo diritto degli altri)"

Kant, Sopra il detto comune - questo può essere giusto in teoria ma non vale per la pratica, Utet, 2010, Torino.

Etica, diritto e bene comune non possono viaggiare su binari totalmente distinti e paralleli, perché il risultato che uscirebbe sarebbe da una parte l’anarchia dei doveri e dall’altra nessun diritto davvero esigibile.

I diritti non contengono in se stessi il proprio limite e, quindi, se lasciati a se stessi conducono ad una deriva inarrestabile: ci saranno sempre nuovi diritti da rivendicare perché ci saranno sempre nuove cose da fare o da avere e il diritto è, appunto, un poter fare o un poter avere.

E’ o non è un diritto del bambino avere un papà e una mamma?

Se lo è (come ritengo), che cosa fare quando il diritto dell’uno viene limitato o negato dal diritto di un altro (ad esempio, di una coppia dello stesso sesso a comprare un piccolo da una donna che non potrà mai essere sua madre se non sul piano esclusivamente biologico)?

Per questo diventa fondamentale, oggi, il tema del limite e alla politica si chiede sempre di più quale sia il limite davanti al quale essa si fermerebbe.

Davanti a quale legge che preveda quali diritti la politica farebbe obiezione di coscienza?

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La questione del gender nell’ambito educativo

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"GENDER, UN DOCUMENTO DECISIVO"

#EDITORIALINO | di HASHTAG

La Congregazione per l’Educazione Cattolica ha diffuso ieri il documento “Maschio e femmina li creò. Per una via di dialogo sulla questione del gender nell’educazione”.

Al testo hanno collaborato esperti di pedagogia, filosofia, diritto e didattica, secondo quanto riferito dal prefetto firmatario della pubblicazione, il cardinale Giuseppe Versaldi.

Il testo parte dalle parole di Papa Francesco contro ogni “colonizzazione ideologica”, riaffermando la radice metafisica della differenza sessuale: «Uomo e donna sono le due modalità in cui si esprime e realizza la realtà ontologica della persona umana».

L’uomo e la donna, si legge nel documento, riconoscono «il significato della sessualità e della genitalità in quell’intrinseca intenzionalità relazionale e comunicativa che attraversa la loro corporeità e li rimanda l’un verso l’altra mutuamente».

Il testo stigmatizza le opzioni più radicali del gender-fluid e spiega che compito della famiglia è educare il bambino a riconoscere il valore e la bellezza della differenza sessuale, così
come la scuola deve aiutare gli alunni a sviluppare «un senso critico davanti a una invasione di proposte, davanti alla pornografia senza controllo e al sovraccarico di stimoli che possono mutilare la sessualità».

Il documento, molto snello e leggibile, segna un punto di definizione precisa del dibattito in corso, evidenziando quale deve essere la proposta di "un’educazione cristiana radicata nella fede".

#LaCroce quotidiano, Martedì 11 giugno 2019

L’obiettivo del documento “Maschio e femmina li creò. Per una via di dialogo sulla questione del gender nell’educazione” è di sostenere quanti sono impegnati nell’educazione delle nuove generazioni ad affrontare “con metodo” le questioni oggi più dibattute sulla sessualità umana, alla luce del più ampio orizzonte dell’educazione all’amore.

In particolare è diretto alle comunità educative delle scuole cattoliche e a quanti, animati da una visione cristiana, operano nelle altre scuole, a genitori, alunni, personale ma anche a vescovi, a sacerdoti e religiosi, a movimenti ecclesiali e associazioni di fedeli.

La Congregazione per l’Educazione Cattolica, che ha preparato il testo, parla di “un’emergenza educativa”, in particolare sui temi dell’affettività e della sessualità davanti alla sfida che emerge da “varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender", che nega la reciprocità e le differenze tra uomo e donna, “considerate come semplici effetti di un condizionamento storico-culturale”. L’identità verrebbe, quindi, consegnata ad “un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo”.

Si parla di “disorientamento antropologico” che caratterizza il clima culturale del nostro tempo, contribuendo anche a destrutturare la famiglia. Un’ideologia che, tra l’altro, “induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina”, si evidenzia citando Amoris laetitia.

Questo il contesto in cui si colloca il Documento che vuole promuovere, appunto, una “metodologia articolata nei tre atteggiamenti dell’ascoltare, del ragionare e del proporre”.

Un testo che si ispira al documento “Orientamenti educativi sull’amore umano. Lineamenti di educazione sessuale” del 1983 ed è anche arricchito da citazioni di Papa Francesco, Benedetto XVI, San Giovanni Paolo II, ma anche del Concilio Vaticano II, della Congregazione per la Dottrina della Fede e di altri documenti.

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Il triplete de La7 sull’utero in affitto

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Il triplete de "La7" sull'utero in affitto

di Davide Vairani

Non erano bastate - evidentemente - due interviste a Nichi Vendola: l'emittente "La7" fa il triplete, con lo show di Monica Cirinnà a stretto giro di boa.

Occorre aprire, anzi spalancare, la finestra di Overton, affinchè ciò che era impensabile solo fino a qualche decennio si tramuti in normalità di pensiero comune.

Non si tratta di complottismo: non esiste una regia unica e occulta che tiri i fili dietro le quinte. Non siamo in un film di fantascienza e nemmeno in un romanzo distopico (anche se le atmosfere anguste ci sono tutte).

Se così fosse, per paradosso potremmo nutrire la speranza di tornare ad essere umani: se il nemico fosse un unico Grande Fratello, scoperchiato l'inganno, sarebbe molto più semplice abbatterlo e sostituirlo con una Grande Regia del Bene.

Ci troviamo - al contrario - in una sorta di "guerra mondiale a pezzi" condotta sul piano antropologico ed etico, nella quale i meccanismi comunicativi giocano un ruolo decisivo.

Perchè funzioni a pieno regime, la finestra di Overton deve agire contestualmente su due piani: il registro dei messaggi espliciti (contenuti agiti in forma di slogan e senza contraddittorio) e il registro dei messaggi indiretti.

Se i primi, i messaggi espliciti, sono sostanzialmente facili da cogliere, il registro dei messaggi indiretti contiene una pluralità di input meno evidenti e purtuttavia molto efficaci.

Il triplete dell'emittente "La7" provate a leggerlo tenendo a mente questi due rigistri comunicativi e vedete che cosa ne esce.

Non vi ho convinto? Facciamo un esercizio insieme, se vi va.

Nichi Vendola, giacca e cravatta, non brandisce cartelli e non incita con slogan, parla con pacatezza. Sotto i riflettori degli studi di La7, rilascia due interviste, a breve distanza l'una dall'altra: da Corrado Formigli - una ventina di minuti - per “Piazza Pulita”, puntata del 28 marzo 2019, e da Myrta Merlino, poco più di sei minuti, "Aria che Tira", puntata del 03 aprile 2019.

Sul registro dei messaggi indiretti annotatevi questi elementi, per ora: uomo, omosessuale, di sinistra, cattolico ("Sono sempre stato cattolico e omosessuale, non l’ho mai nascosto. E dichiararsi non è pettegolezzo. E’ carne, fatica, sangue, dolore, emarginazione, offese, violenza. Sono sempre stato anche cattolico e comunista, come la mia famiglia. Ed è stato forse più facile dire la mia omosessualità ai preti che al partito", in "Io, gay e cattolico: più facile dirlo ai preti che al partito", "Corriere della Sera", 16 aprile 2010).

Vendola in una sola settimana parla in video ad una pluralità di target: in prima serata e poco prima dell'ora di pranzo. Un Vendola che - senza contraddittorio - offre una narrazione che tocca fondamentalmente le corde delle emozioni e dei sentimenti, orientata a portare il telespettatore più ad immedesimarsi con lui che a riflettere sulle implicazioni etiche ed antropologiche degli slogan vendoliani.

Vendola viene a spiegare che la pratica dell'utero in affitto è un atto gratuito d'amore; che non si può parlare di mercificazione del corpo della donna se le si offre un "rimborso" per avere prestato il proprio utero per fare felice una coppia omosessuale, dato che tale pratica non sarebbe dissimile da quelle coppie che ricorrono all'adozione internazionale per la quale (adozione) sborsano fior di soldi; che non esiste la famiglia, ma ogni relazione ha diritto ad avere un figlio, perchè dove c'è amore c'è famiglia, ergo, esistono mille forme di famiglia tutte tra loro eguali con eguali diritti.

Chi non vede la realtà secondo la narrazione vendoliana è di estrema destra, razzista ed omofobo (non a caso Vendola se la prende con Salvini, il ministro della pubblica istruzione e il ministro della famiglia, tutti leghisti).

Vendola parla ai cattolici ed alla sinistra, indicando ad entrambi la retta via da seguire. Insomma, ai primi ricorda il "chi sono io per giudicare", ai secondi (la sinistra) ricorda che le battaglie di uguaglianza e libertà stanno solo a sinistra. Chiaro il messaggio?

E qui entra in scena Monica Cirinnà.

Siamo sempre a "La7", ma questa volta si cambia strategia comunicativa. La Cirinnà è ospite nel programma "Coffee break": ore 9.40 di mattina, 05 aprile 2019. Un format televisivo diverso, in una fascia oraria nella quale occorrono più voci e informazioni smart.

Il contraddittorio - infatti - c'è: Luigi Amicone, Diego Fusaro e Alessandro Rosina.

Si entra sul tema "utero in affitto", sulla scia delle affermazioni di Vendola, del Congresso mondiale della famiglie e delle notizie di cronaca.

Attenzione al registro dei messaggi indiretti.

Lo scrive bene la giornalista e scrittrice Marina Terragni: "quindi, un esponente della destra cattolica e un filosofo molto contestato e addirittura caricaturizzato per le sue posizioni. Come a dire: chi è contro l’utero in affitto o è di destra o è un intellettuale eccentrico. Essere pro invece è di sinistra ed è la giusta posizione, l’opinione mainstream (si astiene invece dall’entrare sul tema il quarto invitato, il sociologo Alessandro Rosina)".

Aggiungo io altri elementi: Luigi Amicone è un noto cattolico; la Cirinnà è donna, di sinistra e - soprattutto - colei che più di ogni altra persona ha lavorato per promuovere, sostenere e fare approvare la legge sulle unioni civili, legge contro la quale si sono organizzati i Family Day degli ultra conservatori cattolici silenziati persino dai loro Vescovi.

Chiaro il messaggio?

Dopo la messa in onda di un servizio su una coppia di uomini trapanesi che lamentano di non essere stati iscritti all’anagrafe come entrambi padri dei loro gemelli nati da surrogata (anzi: “da fecondazione assistita”, ammorbidisce la cronista), la Cirinnà lamenta che a causa del tradimento dei pentastellati la sua legge sulle unioni civili manca dell’emendamento sulla possibilità di adozione del figlio del partner.

"Ma Cirinnà sa bene che le coppie di uomini alle anagrafi non richiedono affatto di poter accedere ad adozione del figlio del partner (cosa che peraltro i Tribunali dei Minori hanno già concessa a svariate coppie di uomini, compresa quella di Vendola e Ed Testa), ma la semplice e immediata trascrizione come entrambi padri, senza che nemmeno si accerti chi sia (e se vi sia) il padre biologico, fatto importantissimo - annota Marina Terragni -: in Ucraina alcune cliniche per l’utero in affitto sono state chiuse per aver utilizzato seme di terzi non identificati, quindi per aver messo in commercio bambini nati da ignoti".

Il conduttore difende la surrogata: "ma non diciamo sempre che in questo paese si fanno pochi figli?", come se il ricorso alla pratica dell'utero in affitto potesse costituire una soluzione al collasso demografico.

“Il punto è dare soluzione ai problemi di quei bambini che sono già nati, che non possono pagare il modo in cui sono nati”, risponde la Cirinnà.

"Certo - scrive sempre Marina Terragni -. Ma tolto il fatto che l’utero in affitto è reato in Italia come praticamente in tutto il mondo (sia il conduttore sia Cirinnà omettono di dirlo: è solo Luigi Amicone a ricordarlo), paesi europei decisamente gay friendly come Francia, Spagna e Svezia iscrivono alle anagrafi solo il padre biologico, rinviando il suo compagno alla possibilità di adottare. E’ esattamente la situazione della coppia trapanese, che a quanto pare da noi è scandalosa, mentre in quei paesi è la norma serenamente accettata".

Continua la Cirinnà: “Il 98% delle coppie che vanno all’estero a fare Gpa sono coppie eterosessuali, solo lo 0.2% è costituito da coppie omosessuali”.

E qui arriva il colpo finale: “Se mettessimo mano alla legge 40 e aprissimo a questa tecnica per fare in modo che anche le coppie sterili con un desiderio di genitorialità possano arrivare a ottenerla con l’aiuto della medicina, sarebbe una bella cosa”.

La narrazione della Cirinnà - esattamente come quella di Vendola - parla al livello emozionale dei telespettatori, portandoli ad immedesimarsi in quelle povere coppie eterosessuali sterili che con la fecondazione eterologa cercano solamente di ottenere ciò che la natura non ha concesso loro, cioè avere un figlio.

Proprio qui si posiziona il registro dei messaggi non espliciti: povere coppie omosessuali, alle quali - pur amandosi tanto - la natura non ha concesso loro la possibilità di avere un figlio!

Ecco - dunque - che la pratica dell'utero in affitto si trasforma in una tecnica di fecondazione assistita. E allora diventi cosa buona e giusta cestinare la legge 40, aprire la fecondazione assistita a tutti e a tutte: se c'è l'amore ...

Chiaro il messaggio?

Poco importa se si mente sapendo di mentire.

"Altra balla - riporto sempre il pensiero di Marina Terragni -: secondo il coordinamento Lgbt di Milano le Gpa realizzate da coppie di uomini sono il 30% del totale. Una percentuale che va poi interpretata: se è vero che i gay sono il 2% della popolazione (4% tra gay e lesbiche), il 30% delle Gpa è in capo a questo 2%, mentre il restante 70% di Gpa si spalma sul 96% della popolazione, quella eterosessuale. E’ evidente quindi che l’utero in affitto interessa molto di più i gay che gli etero, e del resto sono unicamente i gay a farne oggetto di campagna politica".

Marina Terragni proviene da storie e culture differenti dalle mie, molto probabilmente su altri temi di natura etica ci troveremmo su posizioni contrarie.

Sull'abominevole pratica dell'utero in affitto la pensiamo allo stesso modo.

Quando nel 2014 Mario Adinolfi scrisse il famigerato libretto rosso "Voglio la Mamma", sosteneva le stesse posizioni.

Fu massacrato di insulti, a partire dal vasto mondo femminista dal quale proviene la stessa Terragni.

Quello stesso variegato mondo femminista che - oggi - sembra mettere in minoranza la Terragni.

"Figli dei gay, centomila in Italia": vi ricordate i titoli di giornale?

"Federico, Joshua e Sara sono bambini come gli altri. Socievoli, sereni, bravi a scuola, pieni di amici, a volte capricciosi, a volte ubbidienti. Ma diverso è il loro certificato anagrafico perché per la legge italiana, a differenza di quanto avviene in molti altri Paesi europei, questi tre minori hanno un solo genitore, la loro mamma biologica. L’altra madre, quella che li ha cresciuti dalla nascita insieme alla sua compagna, non figura da nessuna parte. Loro fanno finta di niente. Quando portano a casa la pagella pretendono che la firmino tutti e due i genitori. E se finiscono in ospedale vogliono averli al fianco entrambi. Ma la verità è che sono 'figli di un dio minore', cittadini di serie B, costretti a vivere con la metà delle tutele dei loro coetanei. È il destino che il nostro Paese riserva ai piccoli nati nelle famiglie omosessuali, una possibilità non contemplata dalla nostra legislazione.

In Italia si calcola che siano centomila i minori con almeno un genitore gay.

Ci sono quelli nati da unioni eterosessuali, poi sfociate in un divorzio, ma molti, sempre di più, sono invece vissuti sin dall’inizio in una casa con due mamme e due papà.

Secondo la ricerca Modi.di, condotta nel 2005 da Arcigay con il patrocinio dell’Istituto Superiore di Sanità, il 17,7% dei gay e il 20,5% delle lesbiche con più di 40 anni ha prole. Se si considerano tutte le fasce d’età sono genitori un gay o una lesbica ogni 20.

E, dato ancor più significativo, il 49% delle coppie omosessuali vorrebbe avere bambini".

C'è qualcosa che non mi torna in questa narrazione.

"E i figli? I famosi centomila o duecentomila figli di famiglie omogenitoriali? Ops, anche qui l'Istat è costretta a certificare la verità.

Delle 7.591 coppie omosessuali che si sono dichiarate come coppia stabile che vive sotto lo stesso tetto, una su 14 si occupa di uno o più minori figli di uno dei partner. Bambini e ragazzi trovati a vivere le 7.591 coppie sono in tutto 529.

E i centomila? E i duecentomila? Puf. Spariti nel nulla.  Tra l'altro la stragrande maggioranza di questi 529 bambini o ragazzi sono figli di un normalissimo rapporto tra un uomo ed una donna, hanno anche anagraficamente una madre e un padre, che successivamente ha 'scoperto la propria omosessualità'.

I figli di coppia omogenitoriale, cioè nati da autoinseminazione o fecondazione eterologa in vitro nel caso di coppia lesbica o da procedura di utero in affitto nel caso di coppia gay, sono in Italia qualche decina.

Grazie a Dio. Perché queste pratiche in Italia sono illegali. E illegali devono restare, per la tutela dei soggetti più deboli: i bambini, appunto.

Matrimonio omosessuale e conseguente tutela della omogenitorialità non sono esigenze popolari, non è in corso alcuna 'emergenza dei diritti'.

Sono rivendicazioni antipopolari di un club estremamente ristretto che su questa piattaforma prova a costruire un sistema di potere e denaro (esistono già dieci agenzie intermediarie specializzate che si fanno pagare cifre enormi per attivare le procedure di utero in affitto) da utilizzare a proprio esclusivo beneficio".

da: Mario Adinolfi, "Voglio la mamma 2015 - la notte in cui tutte le vacche sono nere", 2014.

"Figli dei gay, centomila in Italia" è il titolo di un articolo del "Corriere della Sera" del 05 maggio 2008.

La firma è quella di Monica Ricci Sargentini. Un ottimo giornalista, femminista, una delle poche voci chiare e nette che - oggi - si battono contro la pratica dell'utero in affitto.

Sbaglierò, ma sono convinto che - aldilà del conteggio numerico - Monica Ricci Sargentini sia totalmente d'accordo con le affermazioni di Mario Adinolfi che ho appena riportato.

Non esiste il diritto ad avere un figlio: esiste il diritto di un bambino ad avere un papà ed una mamma.

Chi vuole raccontarvi una storia differente mente sapendo di mentire.

La Costituzione italiana dedica alla famiglia e al matrimonio gli articoli 29, 30 e 31, le cui disposizioni sono tra loro connesse.

L’art. 29 può essere paragonato a una trave sorretta da quattro colonne, anzitutto dal principio di solidarietà e da quello personalista dell’art. 2, in cui si afferma che la Repubblica "riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità"; poi dal principio di uguaglianza (ex art. 3 Cost.) e di autonomia riconosciute dall’art. 5.

Degli enti intermedi, la famiglia è l’"ente intermedio base" perché costituisce una sorta di presupposto pre-politico in cui si traduce una visione antropologica di carattere relazionale, in cui la persona è colta nel suo naturale sviluppo crescendo negli affetti e nelle relazioni solidali.

Rispetto alla famiglia "cellula dello Stato" concepita dal fascismo, la famiglia nella Costituzione è pensata come luogo della relazione e della formazione alla vita politica e sociale del Paese.

La famiglia come "società naturale" fondata sul matrimonio si basa sul pensiero giusnaturalista. Il senso del dibattito alla Costituente e l’intenzionalità morale che mosse i costituenti riportano al centro due categorie, quelle di persona e di reciprocità.

La prima rimanda alla responsabilità di realizzarsi mediante il dono di sé, la seconda invece richiama a un elemento antropologico biblico, in cui l’essere umano non può esistere solo, ma soltanto in relazione a un’altra persona.

L’articolo 29 della Costituzione rimanda al concetto personalista della reciprocità che non si limita all’'essere con' ma è soprattutto un 'essere per', sia nell’ambito privato che sociale.

Per la Costituzione non può esistere famiglia se questa non è fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Nella misura in cui questa formazione sociale è produttiva di trame di relazioni interpersonali, da cui derivano diritti e doveri per il divenire della persona e per il bene della società, si richiede un atto formale e solenne per la sua costituzione con il quale coloro che intendono costituire una famiglia si assumono coram omnibus i diritti e i doveri che conseguono alla scelta assunta.

Con buona pace della Cirinnà, questa è la Costituzione italiana, tant'è vero che le unioni civili non fanno riferimento all'art. 29, ma agli art.li 2 e 3 riguardo alle formazioni sociali.

Se si vuole il matrimonio omosessuale, se si vuole che ogni relazione umana sia famiglia (nei diritti e nei doveri), si abbia il coraggio di modificare la Costituzione italiana nei suoi principi cardine.

Ma non ci si faccia scudo di (presunti) diritti negati a bambini "figli" di coppie dello stesso sesso per legittimare l'uso dell'utero in affitto e della fecondazione artificiale per tutti.


Monica Cirinnà (PD): 'Se mettessimo mano alla legge 40 e aprissimo alla procreazione assistita, semplificandola, sarebbe meglio'.


Luigi Amicone (giornalista): 'Si chiama maternità surrogata, utero in affitto che qui in Italia è considerata barbarie, una frode alla legge'.


Monica Cirinnà (PD) vs Luigi Amicone: 'Un conto è parlare di famiglia tradizionale, un altro è parlare di famiglia naturale. Naturale vuol dire precostituita alla forma Stato. Ogni famiglia ha pari dignità'.

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Equilibrio?

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Equilibrio?

di Davide Vairani

'Equilibrio' è una delle parole più ricorrenti e il tribunale definisce i documenti clinici 'precisi, dettagliati, approfonditi delle problematiche psico-sessuali che hanno accompagnato la persona sin dall’infanzia, provenienti da figure con provata competenza...

Emerge in modo inequivocabile la non corrispondenza 'fisica' della minore, che da tempo nell’ambiente familiare e scolastico è chiamata Alessio, con quella psico-sessuale'.

E oltre a correggere i dati anagrafici, i genitori 'sono autorizzati a far effettuare alla figlia minorenne ogni ulteriore trattamento medico-chirurgico ritenuto necessario all’adeguamento dei suoi caratteri e organi sessuali, primari e secondari, da femminili a maschili'.

Con un obiettivo: 'Il rispetto del benessere psicofisico'.

“Minorenne, può operarsi per diventare maschio. Così si tutela il benessere”di Matteo Indice, "La Stampa", 19 gennaio 2019

Lei si chiama Alessia per l'anagrafe. Da oggi, è autorizzata a chiamarsi Alessio: ha 17 anni e può diventare un maschio.

A stabilirlo, il Tribunale di Genova che si è pronunciato favorevolmente sul ricorso presentato dai genitori di una 15enne (che nel frattempo è cresciuta di altri 2 anni) con “disforia di genere”.

La sentenza - scrive "La Stampa" - ha un valore notevole per diversi motivi.

Sebbene non esista un’anagrafe dei pronunciamenti in materia, la giurisprudenza fino a pochi anni fa era stata contraria, mentre ora non solo si consolida quella di segno opposto, ma si accentua e accelera.

La sentenza, inoltre, risponde a una richiesta fatta da padre e madre "tenendo imprescindibilmente conto della volontà della figlia".

Parere positivo al cambio di sesso anche dalle perizie di uno psichiatra e di un endocrinologo che seguono Alessia dai 14 anni.

Come da loro scritto nelle carte processuali, "presenta una disforia di genere, non secondaria a condizioni di disturbo psicopatologico. L'identificazione con il sesso maschile è evidente e non appare legata a qualche presunto vantaggio culturale derivante dall'eventuale riattribuzione... Non sono emersi aspetti psicopatologici significativi o tali da controindicare l'inizio del trattamento ormonale. Durante gli incontri ha dimostrato coerenza alla decisione, evidenziando consapevolezza sulle conseguenze legali, ma soprattutto affettive e relazionali".

Alessia potrà sottoporsi a un'operazione per la rimozione dell'utero, che andrà ad aggiungersi alla rimozione dei seni, già effettuata nel gennaio del 2017 in un ospedale di Barcellona.

Alessia era già seguita da una struttura pubblica di Genova i cui medici hanno dato via libera; ma hanno operato chirurghi spagnoli, perché in Italia sarebbe stato fuorilegge, non essendovi allora la sentenza favorevole.

Equilibrio. Non so se la decisione del tribunale vada nella direzione di garantire quell'equilibrio psico-fisico che Alessia non ha mai vissuto. Quando si entra nelle singole storie, occorre sempre rispetto. E dunque non me la sento di giudicare.

So solamente che la cosa più amorevole che si possa fare per i bambini che affrontano la disforia di genere è quella di rassicurarli che loro sono nati nel corpo giusto.

E poi aiutarli.

Non l’aiuto che somministra farmaci e raccomanda la chirurgia, ma quello che identifica il disagio psicologico di fondo e cerca di sanarlo.

Sarò pazzo e sicuramente contro-corrente, ma non si nasce "X".

Alessia ha 17 anni e ora è legalmente autorizzata a rimuovere il proprio utero.

Non c’è modo di tornare indietro, poi.

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Gender neutral language per il Parlamento UE

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Gender neutral language per il Parlamento UE

di Davide Vairani 

"Gender-neutral language is a generic term covering the use of non-sexist language, inclusive language or gender-fair language. The purpose of gender-neutral language is to avoid word choices which may be interpreted as biased, discriminatory or demeaning by implying that one sex or social gender is the norm. Using gender-fair and inclusive language also helps reduce gender stereotyping, promotes social change and contributes to achieving gender equality"

da: "Gender Neutral language in the European Parliament", 2018

Per promuovere l'uguaglianza di genere ("gender equality") è necessario l'utilizzo di un linguaggio "non-sexist and gender inclusive".

Il Parlamento dell'Unione europea prosegue la linea inaugurata nel 2008 per imporre un "Gender neutral language in the European Parliament": è il titolo delle nuove linee guida approvate negli scorsi giorni, in occasione del decimo anniversario dei primi indirizzi in materia dell'UE.

Il meccanismo purtroppo lo conosciamo bene: occorre manipolare il linguaggio comune, distorcerne grammatica e significato, per giungere alla creazione di una neo-lingua.

Le linee guida originali raccomandavano ad esempio la rimozione di termini quali ‘Miss’ e ‘Mrs’ ("signorina" e "signora") nel caso in cui potessero offendere qualsiasi persona che si ritiene essere donna. Stessa sorte per termini come ‘sportsman’ e ‘statesman’ ("sportivo" e "statista"), da sostituire senza se e senza ma con i più neutrali "atleti" e "leader politico"Lungo questa direzione, le nuove direttive dell'UE raccomandando di rimuovere tutti i termini nei quali compaia"man", quali ‘businessman’‘businesswoman’, ‘fireman’, ‘stewardess’, ‘layman’ e addirittura ‘policeman’ e ‘policewoman’.  Preferibile utilizzare ‘executive’, ‘firefighter’, ‘flight attendant’, ‘layperson’, e ‘police officer’.

"Il linguaggio neutrale è più che una questione di correttezza politica", recita la guida. “Il 'Gender-neutral' o 'gender-inclusive language' è molto di più di una semplice questione di 'political correctness'", recitano le linee guida. "Il linguaggio riflette e influenza in modo potente gli atteggiamenti, i comportamenti e le percezioni".

Political leaders” dovrebbe essere preferito a “statesmen” e "items should be called 'artificial' or 'synthetic' rather than 'man-made'", cioè gli artefatti dovrebbero essere chiamati "artificiali" o "sintetici" piuttosto che "fatti dall'uomo". “Businessperson” dovrebbe essere preferito a “businessman” o "businesswoman”.

Le linee guida sono uscite per la prima volta a novembre 2018, ma erano perlopiù indirizzate agli interpreti, a cui è stato consigliato di utilizzare termini neutrali rispetto al genere nelle traduzione tra le lingue.

Da oggi, funzionari e deputati al Parlamento con sedi a Bruxelles e Strasburgo dovranno esercitarsi non poco per rispettare le regole del "gender-neutral language".

Nel momento in cui l'UE ha iniziato a creare politiche e linee guida basate su un linguaggio fatto di termini coniati in base a come le persone sentono di essere, ha aperto una diga ad infinite alterazioni linguistiche basate esclusivamente sui capricci soggettivi degli attivisti politicamente corretti.

Con esiti paradossali, al punto da non riuscire davvero a comprendersi. Tradurre in forma comprensibile le sintassi della neo-lingua gender inclusive diventa una impresa.

Un esempio banale?

Prendo una frase dal testo inglese delle linee guida dell'UE e provo a farne una traduzione in italiano comprensibile.

Si legge:

"'Chair' should be used instead of Chairwoman. 'Chairperson' is discouraged because 'the tendency has been to use it only when referring to women'".

Traduco:

"Il termine 'Presidenta' è preferibile su tutti da utilizzare, quando tale incarico istituzionale sia riferito ad una donna.

Usare 'Chairwoman' risulterebbe infatti discriminante e non inclusivo.

E neppure 'Presidentessa' risulta neutrale, in quanto è chiaro che lo si utilizza solo ed esclusivamente riferito ad una donna.

Lo stesso termine'Presidente' dovrebbe essere evitato: è evidente che nel linguaggio corrente ci si riferisca tendenzialmente ad un uomo, come se tale incarico e tale funzione potesse essere svolto solo ed esclusivamente da un uomo-maschio e non da una donna, qualsiasi essa sia".

A parte la Boldrini, chi parla in questo modo?

Allegati

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In bocca al lupo, Mentana

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In bocca al lupo, Mentana

di Davide Vairani

La nascita di un nuovo giornale è sempre da accogliere con entusiastica approvazione ed è quasi una sorta di dovere civico seguirne - almeno - i primi passi.

Un progetto editoriale, una redazione di giornalisti, rubriche e approfondimenti - preparati, masticati e pubblicati - aggiungono infatti un nuovo sguardo di osservazione e giudizio sulla realtà.

Nel tritatutto dell'informazione globalizzata del "fai da te", un giornale è - o almeno dovrebbe essere - un presidio di salvaguardia dall'omologazione, indipendentemente dal conviderne o meno la linea editoriale. 

E' con queste aspettative in testa che ho atteso di compiere il primo click sulla nuova "creatura" web di Enrico Mentana.

Dopo cinque mesi dall’annuncio  e 15mila curriculum scremati, "Open" è ufficialmente online. 

Poco prima delle 6:30 del mattino, è lo stesso direttore del Tg di La7 ad inaugurare la sua nuova creatura:

"Era una scommessa e anche una promessa. Far nascere un giornale direttamente sul web: un triplo salto generazionale, per la tecnologia, per l'età di coloro che sono stati scelti per realizzarlo, e per quella di chi vorremmo lo leggesse, insieme a quanti magari giovani non sono più, ma hanno ancora fame di nuova informazione.

Un post giornale, aperto al nuovo, alle contaminazioni, aperto 24 ore al giorno, aperto ai contributi e alle critiche. OPEN, appunto.

Gratis, e vivendo sulle entrate pubblicitarie. Senza un euro dello Stato, né di aiuti né di provvidenze, in libertà.

Senza pregiudizi e senza tifare né gufare. 

OPEN ha come editore una società senza scopo di lucro. 

Se grazie a chi lo legge intascherà più soldi di quanti il fondatore ha versato, quegli utili saranno reinvestiti nel giornale, per assumere altri giovani e cercare di migliorare la qualità del prodotto.

Da oggi ci proviamo, col vostro aiuto".

Impresa indubbiamente coraggiosa e - per questo motivo - applausi ogni qualvolta si apre un nuovo canale di informazione .

Doppio applauso alle intenzioni:

“L’ambizione è di fare con Open un’informazione libera, verace, senza steccati, che può essere un bene per tutti quanti", scrive Mentana.

Triplo applauso per una delle poche iniziative che vogliono scommettere sui giovani: 

"La generazione degli anni '50 e '60 ha potuto realizzare il sogno di fare i giornalisti, quel che è ormai precluso anche ai più bravi tra i giovani di oggi”. 

“L'obiettivo sarà offrire uno strumento per tutti, anche per chi ha abbandonato o non ha ancora preso la buona abitudine di informarsi con continuità, e soprattutto per quelle nuove generazioni quasi sempre snobbate e ignorate dal sistema Italia. Sarà aperto al nuovo, aperto a tutte le idee, aperto a tutti i contributi.”

Insomma, tutte premesse bene auguranti. 

Cronaca, sport, economia, inchieste ed approfondimenti vari ci sono tutti: grafica un po' spartana, essenziale, ma di indubbio appeal per il target principale cui vuole rivolgersi "Open", i giovani, appunto.

"Le nostre storie" è la rubrica che attira subito la mia attenzione e che - penso - dovrebbe meglio rappresentare la mission di questa nuova testata di informazione.

Clicco.

Sono postati sette articoli: sei di questi hanno per tema il "gender fluid" e uno il diritto al suicidio assistito, almeno così intendo dall'esplicito richiamo nel titolo a Dj Fabo.

Clicco ancora e li scorro uno ad uno.

"Generazione gender fluid: l'identità (sessuale) è mia"è il pezzo che fa da apri pista a quella che viene definita dai giornalisti di "Open" una "inchiesta sul gender fluid", cioè "storie ed emozioni dei giovani italiani che non si identificano nei generi maschile e femminile".  

Ragazzi come Gabe, per i quali "non sono solo il maschile e il femminile a definire la propria identità di genere: c'è un 'terzo genere', una realtà vissuta, da protagonista od osservatore, con sempre più naturalezza da chi ha meno di 25 anni". E' il gender fluid: il "non sentirsi rappresentati da entrambi i generi binari", "il rifiuto dell'appartenenza rigida all’uno o all’altro" (in "Gender fluid, Gabe: 'La mia transizione in un genere non definito'").

"Per me gender fluid vuol dire sentire di non corrispondere al cento per cento né al genere maschile né al genere femminile", racconta Alvaro, venticinque anni, nato e cresciuto a Milano, chelavora in uno studio di fotografia con suo padre. 

"Mentre sorseggia un succo di mirtillo, racconta un'adolescenza di solitudine, spesa a cercare risposte sulla sua identità" (in "Gender fluid, Alvaro: 'Il non binario è la risposta a un'adolescenza di solitudine'").

Marcello, diciannove anni, studia all’Istituto Europeo di Design a Milano. È originario di Trani, cittadina pugliese a meno di un’ora da Bari.

"Il trasferimento ha segnato una svolta nel suo modo di essere, lasciandolo libero di giocare con il suo genere senza dover fare i conti con contesto e pregiudizi" (in "Gender fluid, Marcello: 'I vestiti sono solo pezzi di tessuto'").

La narrazione passa poi a toccare la storia di Elia, trentun'anni, che vive in Liguria e lavora in un supermercato.

"Biologicamente femmina, ha deciso di utilizzare un nome maschile".

"Quando ho scelto di cambiare anche il nome di battesimo, non è stato facile spiegare alla mia famiglia che non volevo diventare un uomo", racconta nel pezzo "Gender fluid, Elia: 'Sono l'unica persona non binaria che io conosca'".

Poi, il pezzo intitolato: "Restituiamo a Dj Fabo il diritto alla bellezza"Una sorta di è un inno alla "morte dignitosa".

Due fotografie di Fabiano: una mamma col suo bambino. "Ma questa non è un'immagine come le altre, come quelle di ogni album di famiglia", si legge.

"Quella mamma si chiama Carmen, il suo piccolo Fabiano. Noi lo abbiamo conosciuto con un diminutivo, e soprattutto quando non c'era più. Se pubblichiamo questa foto di dj Fabo, andato a morire in Svizzera per porre fine a un'ingiustizia, è per restituire a un uomo morto giovane e a sua mamma il diritto alla bellezza.

È un fatto che per lui, Fabo, così come per Piergiorgio Welby, e per altri che si sono trovati rinchiusi in un corpo che non rispondeva più loro, la storia e l'informazione sono state crudeli. Le immagini del loro strazio sono diventate l'emblema di battaglie civili importanti. Per questo è giusto ricordare Fabo come era per chi l'ha messo al mondo e amato.

La Corte costituzionale ha dato tempo fino al prossimo settembre al parlamento per varare una legge sul fine vita e sul suicidio assistito. Non è affatto certo che ce la si farà.

L'emozione e la spinta provocate dalla vicenda di dj Fabo - la cecità, la paralisi, la scelta di morire, il viaggio finale in Svizzera con l'aiuto a infrangere leggi inumane di Marco Cappato - si sono col tempo affievolite.

Ma non tra i giovani.

Al momento della verità sarà un dovere richiamare senatori e deputati a non tirarsi indietro.

Una battaglia anche nel nome di quel soldatone di leva ritratto ancora accanto alla sua mamma, e caduto in difesa della dignità umana".

Che dire?

La storia personale di ciascuno va sempre rispettata e mai giudicata. Non mi permetterei mai di farlo e - dunque - non lo faccio nemmeno questa volta.

"Open" vuole essere un giornale, vuole fare informazione. Raccontare storie di vita è sempre importante, perchè dietro ogni storia c'è una persona che vive, soffre, spera. 

Ma  qui, dove sta la novità, Mentana? Ci ritrovo il solito polpettone che il mainstreaming ci impone ogni giorno spacciandolo per verità assoluta: siamo quello che ci sentiamo di essere e niente e nessuno deve condizionare le nostre scelte, i nostri desideri e le nostre volontà.

Vivere o morire, essere uomo o donna dipendono solo ed esclusivamente da ciascuno di noi e tutti devono potere avere il diritto di potere scegliere quando e come vivere e morire, quando e come essere uomo o donna o tutti e due o nessuno dei due.

Saranno anche le storie di giovani (e sono certo che lo siano), ma non basta "dare la voce ai giovani" per fare un giornale, per fare informazione.

In bocca al lupo, Mentana.

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Triptorelina e ideologia gender

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Triptorelina e ideologia gender

di Davide Vairani

 

Visto che l'identità sessuale negli adolescenti appare sempre più incerta e le statistiche mediche riportano dati impressionanti sul fenomeno che riguarda quei bambini o bambine che esprimono un forte desiderio di appartenere al genere opposto del proprio sesso di nascita, il Comitato Nazionale di Bioetica, interpellato dall'Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco), ha dato il via libera all'uso della Triptorelina il 13 luglio scorso (con un unico voto contrario, quello di Assuntina Morresi.

La Triptorelina  è un farmaco utilizzato solo per il cancro, farmaco capace di bloccare l'attività dell'ipofisi. L'utilizzo di tale farmaco su adolescenti affetti da disforia di genere dovrebbe avere lo scopo di procurare loro un blocco temporaneo, fino a un massimo di qualche anno, dello sviluppo puberale, con l’ipotesi che ciò “alleggerisca” in qualche modo il travagliato percorso di definizione della loro identità di genere.

E' atteso da settimane il pronunciamento dell'Aifa in merito, cioè sul dare o meno il via libera all'approvazione (e diffusione) di tale farmaco per "curare" la disforia di genere nei bambini e adolescenti.

Siamo - dunque - allo sdoganamento totale dell'ideologia gender (perchè questo è il vero tema)?

Non lo so.

Mi limito ad osservare tre questioni (con una certa preoccupazione).

La prima. Non nascondiamoci dietro ad un dito: è una questione profondamente politica. Vale la pena ricordare che il Cnd è un organo consultivo della Presidenza del Consiglio dei ministri, che svolge sia funzioni di consulenza presso il Governo, il Parlamento e le altre istituzioni, sia funzioni di informazione nei confronti dell'opinione pubblica sui problemi etici emergenti. E le nomine dei suoi componenti vengono fatte direttamente ogni quattro anni dal Presidente del Consiglio stesso.

Stessa cosa vale per l'Aifa, che è un ente di diritto pubblico dotato di personalità giuridica. Opera in autonomia, trasparenza ed economicità, sotto la direzione e la vigilanza del Ministero della salute e del Ministero dell'economia e delle finanze. Collabora con le Regioni, l'Istituto superiore di sanità, gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, le associazioni dei pazienti, i medici, le società scientifiche, il mondo produttivo e distributivo del settore.

La seconda. Ma di che farmaco stiamo parlando? I dubbi degli esperti negli otto centri italiani che seguono le linee guida dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere sono tutt’altro che risolti. Anzi. Ci si continua con insistenza a chiedere se davvero il ricorso alla molecola sintetica che inibisce l’ormone dello sviluppo testicolare e ovarico, bloccando di fatto l’adolescenza in attesa di “cambiare sesso”, possa essere la soluzione decisiva nei casi di disforia di genere. Sul punto, infatti, le perplessità sono davvero parecchie. E proprio per fare chiarezza in proposito, è stato da poco diffuso un articolato documento dell’associazione Scienza & vita e del Centro studi Rosario Livatino, che vale la pena leggere per intero (clicca qui).

In esso, si pone anzitutto una questione di metodo, sottolineando come, prima di essere messo in commercio, ogni farmaco attraversi un complesso iter di sperimentazione, al fine che ne siano valutate l’efficacia e la sicurezza; ma nel caso della triptorelina mancano sia gli studi clinici, sia i follow-up a lungo termine per evidenziare eventuali rischi a seguito della sua prolungata somministrazione

"Da giuristi e medici siamo preoccupati per il consenso informato del minore e della sua famiglia, in mancanza di vere informazioni scientifiche, in un clima culturale condizionato da elevata pressione ideologica verso la cancellazione della identità di genere maschile, femminile", scrive il Centro Studi Livatino.

La terza. Di cosa stiamo parlando? In Italia c’è un giovane su 9mila affetto da disturbi dell’identità di genere. Sindrome dalle cause incerte, in cui si mescolano radici biologiche e psicosociali, la cui persistenza al termine dell’adolescenza oscilla tra il 12 e il 27%, con diversità molto accentuate tra maschi e femmine.

Vuol dire che su dieci preadolescenti a cui viene diagnosticata la disforia di genere – diagnosi comunque difficile, delicata e spesso controversa – 7-8 risolveranno il loro disturbo al termine dell’età dello sviluppo. Due o tre invece continueranno a sentirsi ingabbiati in un sesso biologico diverso rispetto alla loro identità psicologica.

Il ricorso alla triptorelina permetterebbe di minimizzare i disturbi psicologi del ragazzo/a in attesa di arrivare poi alla 'riassegnazione chirurgica del sesso' al compimento dei 18 anni. Perché prima della maggiore età la legge italiana, saggiamente, vieta il cosiddetto cambio di sesso.

Evidente che una scelta del genere che investe, oltre a quelli biologici, aspetti psicologici, etici, religiosi, non si possa fare in modo superficiale o affrettato.

Anche perché esistono tuttora domande a cui nessuno sa rispondere: cosa succede se, dopo due o tre anni di trattamento con la triptorelina – il minino per ottenere qualche risultato – un adolescente cambia idea? Il suo sviluppo ormonale riprenderà regolarmente? E la fertilità sarà mantenuta? E come riallineare lo sviluppo cognitivo, che nessuno può arrestare, con quello puberale che nel frattempo è stato sospeso chimicamente?

"Disforia di genere indica quella condizione clinica nella quale si riscontra una percezione di sé del paziente alterata, una dissomiglianza nell’unicum della propria identità formata dall’insieme di autocoscienza, sessualità corporea ed esternazione sociale di sé maschi o di sé femmine; situazione ancor differente dal generico transgender, oramai diffusa espressione generica per indicare colui che ostenta tale discrepanza fra sesso corporeo e psichico.

Attualmente, un laborioso divenire normalizzante di quanto descritto, ha naturalizzato tale esigenza, cercandone ulteriori legittimazioni nel contesto civile e giuridico, il quale è chiamato a tollerare il diritto di attenersi al genere maggiormente conforme a quanto sentito in quel determinato momento, sentore coerentemente in coercizione con la staticità oggettiva della rappresentazione del sé, altrimenti cadrebbe nella connotazione sessuale genetica, gonadica d’origine, le quali spesso cercano adiacenza con l’espressione agognata del sesso piacente per sé.

Si confonde globalmente l’architettonica complessità della sessualità che per ciascun essere umano è totalizzante, rispondente a quanto può esprimere dell’invisibile che incarna (a dimostrazione di ciò si vedano i numerosi casi in letteratura di scontentezza fallimentare provata dal paziente a seguito degli interventi di riassegnazione del sesso gonadico, condotti per ripristinare uno status agevole e armonico, che non riesci a decretarsi a causa del forte contrasto con quello psichico).

Occorre domandarsi, allora, se questo contatto socio-culturale predominante con la sessualità, il medesimo che va cavalcando retoriche politiche sull’uguaglianza fondata anzitutto nell’emarginazione della diversità, abbracci un pieno senso di libertà o, viceversa, agisca con fare dispotico sul corpo poiché letto come scisso dalla persona e, perciò, manipolabile?

[Continua ...]

Giulia Bovassi, in "Poter essere, vuoto di prescrizioni oggettive: dal gender all’età biologica", Blog "Il Pensiero Forte"

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Enrica #Perucchietti: in direzione ostinata e contraria

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Enrica #Perucchietti: in direzione ostinata e contraria

di Davide Vairani

Vi è mai capitato di sorprendervi e commentare: "Non avrei potuto esprimerlo meglio!".

Forse poco conosciuta al grande pubblico, per me un vero talento.

Enrica Perucchietti vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor.

Si occupa di temi scomodi per il mainstream mediatico (e già solo per questo motivo mi piace).

Enrica fa' un sacco di cose e vi assicuro che vale la pena "frequentarla".

Ha un suo Blog e un profilo facebook veramente ricchi di notizie e di informazioni.

Vorrei proporre alla vostra lettura, l'ultimo post da lei pubblicato, dal titolo:

"L'identità 'migrante' e la colonizzazione delle coscienze"

"Siamo di fronte a un’ideologia che è strumentale a quella rivoluzione antropologica che stiamo vivendo.

Lo scopo ora è chiaro: modellare un’umanità docile, spersonalizzata, terrorizzata dal potersi esprimere liberamente, progressista, asservita ai miti del consumo compulsivo, schiacciata sotto il peso dell’indefferenziazione, votata a rivendicare diritti individuali a scapito di quelli sociali e collettivi, convinta che ciò che è nuovo sia sempre migliore del vecchio, liquida persino nella propria identità sessuale oltre che nelle proprio orientamento.

L’umanità deve diventare a-morfa (senza forma), per poter essere meglio controllata e plasmata: siamo di fronte a una ideologia che porta con sé un ferreo codice verbale e morale, che comporta il biasimo collettivo e successivamente il castigo per chi traligna e che ha riassunto in sé le caratteristiche tipiche della neolingua orwelliana (riscrive infatti i termini svuotandoli del proprio significato simbolico) e dello psicoreato.

Il rischio è quello di risvegliarci presto in un mondo in cui la “persona” in quanto tale non esiste più, dove ogni sorta di “identità” è abolita e dove l’individuo è perfettamente amorfo e “resettato”, naufrago solitario in un oceano di non-senso".

Enrica Perucchietti

"Anche l'identità sessuale è diventata “migrante”.

In una società sempre più liquida e precaria, non dovrebbe stupire l’articolo de L’Espresso di qualche giorno fa dal titolo:

“Né maschio, né femmina: sui documenti arriva il Gender X. Perché anche l’identità è migrante".

Si tende così a sfumare, fino alla sua definitiva cancellazione, la differenza “binaria” tra uomo e donna: la distinzione sessuale finisce con l’essere riconosciuta più come un fatto sociale, culturale che biologico, se non addirittura un vecchio vessillo da abbattere, come sono da abbattere le nazioni, le radici, le culture dei singoli Stati, per creare quel mondo nuovo che gli architetti del mondialismo sognano.

Un mondo in cui la forbice della diseguaglianza continua ad allargarsi e la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi è sempre più accentuata.

Eppure sembra ieri che ci veniva ripetuto come un mantra dai media mainstream che “la teoria gender non esiste”, è una “bufala”.

Non esisteva e non era possibile parlarne.

Poi, gradualmente, il gender è penetrato nell’opinione pubblica e oggi è ovunque: campeggia sulle copertine delle riviste, gli stilisti fanno a gara per mettere in passerella capi genderless e compare nei film o serie TV.

Si è convertita per gradi l’intera popolazione alla tematica.

Si tratta di una vera e propria "colonizzazione delle coscienze".

Nel giro di pochi anni, si è prodotta una campagna di propaganda che, facendo ricorso alla teoria della gradualità da una parte e al metodo della desensibilizzazione e del bloccaggio ha trasformato la mentalità e l’immaginario di massa rispetto ad alcuni temi fino a poco tempo fa ritenuti “impensabili”.

Così il poliamore, il gender, il cambio di sesso ai bambini e il bombardamento di ormoni per i preadolescenti o pratiche come la maternità surrogata sono gradualmente penetrati nell’opinione pubblica come fari del politicamente corretto e del progresso.

E se non le condividi sei un fascista, un reazionario, un retrogrado e ovviamente un omofobo.

Potresti persino essere affetto da turbe psichiche e da qualche patologia che troverà presto spazio sulla prossima edizione del "Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali".

Ora che il gender è mainstream e la sua farmacologia si insegna in molte università occidentali, la neolingua sta riscrivendo la nostra cultura in questo processo di rivoluzione antropologica mirante a scardinare ogni identità".

[proseguite la lettura - se volete - sul profilo facebook di Enrica Perrucchietti, cliccando qui]

Che ne dite? Non vale davvero la pena "frequentarla"?

A voi la parola ...

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