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Liberarsi dal “veleno del cristianismo”

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Liberarsi finalmente dal "veleno del cristianismo" di Maurras

di Emiliano Fumaneri

#LaCroce quotidiano, 15 giugno 2019

Anche in Italia sono tornate di moda, dopo la non breve parentesi dell’ateismo devoto, le tesi del “cristianismo”1, l’ideologia diffusa in quei circoli politico-intellettuali che pretendono di difendere i “valori cristiani” e la “civiltà cristiana” senza però credere nella divinità di Gesù Cristo.

Meglio difendere i valori cristiani che combatterli!

È la risposta stereotipata dei cattolici sedotti dal cristianismo. Non discuto la loro buona fede. Ma non posso non ricordare loro che una forma di negazione pratica di Dio può ben coesistere con le glorificazioni esteriori e l’esaltazione degli elementi decorativi del sacro.

Maritain parla di una forma di ateismo che riconosce l’esistenza di Dio ma che lo trasforma in un idolo. Si accetta la forma, si svuota la sostanza. Dio così diventa l’ornamento della nazione, l’espressione della cultura di un popolo da usare contro altri popoli2.

Il cristianismo non è che un regresso alla teologia politica degli imperi pagani come quello di Roma. Secondo questa visione gli dèi (a cui non di rado gli stessi romani non credevano) erano garanzia del successo politico di Roma.

S. Agostino criticò aspramente questa “teologia politica”3.

La stessa critica è stata ripresa ai nostri tempi da Joseph Ratzinger:

"In Roma – e generalmente in ogni polis terrena – la città consiste innanzi tutto in una comunità di uomini che è una per la comunione in un determinato amore. Da questo amore essa si crea il suo dio. Dapprima esiste la civitas e poi essa si dà la propria religione. Primario quindi qui è l’amore e solo esso si costruisce poi la sua fede; primaria è la situazione e questa poi si crea il proprio oggetto. Oppure ci si può esprimere così: vera e propria divinità originaria, la madre di Dio è la civitas, cioè un unione di uomini e questi uomini fondano poi religione e dèi"4.

Per Sant’Agostino e per Ratzinger gli dèi di Roma rispecchiano Roma stessa, celebrano la sua gloria, la sua potenza. Quello della teologia politica di Roma è un amore terreno che genera una civitas mundi e i suoi dèi. Non è affatto l’amore di Dio (che genera invece la civitas Dei). E guardare al cristianesimo con questo spirito mondano equivale a sfigurarlo.

L’ideologia cristianista trova in Francia, a cavallo tra Otto e Novecento, uno dei suoi principali interpreti: Charles Maurras (1868 – 1952), forse il più celebre esponente dell’Action française.

Per Maurras il mondo pagano rappresenta il vertice della civiltà umana. Il politeismo antico, nella sua concezione, ha il merito di conservare intatto il senso della gerarchia. Il monoteismo, al contrario, trasmette il veleno della decomposizione.

Come il suo maestro Auguste Comte, Maurras individua nel monoteismo un pericolo mortale per la civiltà: predicando un intimo legame tra il divino e l’io individuale il monoteismo favorisce la tendenza del singolo ad assolutizzarsi. In questo modo all’interesse comunitario si sostituisce un individualismo anarchico che esalta sì l’uomo, ma così facendo lo isola profondamente dal resto dell’umanità.

Maurras mostra invece di apprezzare il cattolicesimo nella sua veste istituzionale.

Gli aggrada la Chiesa come organismo sociale. Egli perciò dà risalto alla capacità dell’istituzione ecclesiale di disciplinare l’anarchia monoteista.

"Il merito e l’onore del cattolicesimo", afferma, consiste nell’aver saputo "organizzare l’idea di Dio" purgandola dal "veleno" monoteistico5.

Poco alla volta, nel linguaggio maurrassiano il termine cattolico diventa sinonimo di tutto ciò che evoca l’ordine, l’organizzazione, la gerarchia, mentre cristiano giunge a coincidere col disordine, con la disorganizzazione e l’anarchia.

Giusto all’opposto di Simone Weil, Maurras esalta all’eccesso l’aspetto romano della religione cattolica: il cattolicesimo senza Cristo; Chiesa sì, Cristo no.

Nella prefazione di uno dei suoi primi libri, Le Chemin du Paradis (1895), Maurras condensa l’essenziale del suo pensiero su Cristo.

Il libro si apre con una prefazione divenuta celebre in cui il futuro leader dell’Action française dichiara il proprio debito sul piano filosofico nei confronti del paganesimo, in particolar modo verso Lucrezio.

Il pensiero maurrassiano si articola a partire da un epicureismo della giusta misura in tutto, nel piacere come nell’amicizia o nel governo di sé. Questa saggezza epicurea ricusa ogni eccesso, sia esso romantico, nordico o barbaro. Ma soprattutto rigetta il cristianesimo per la sua componente più squisitamente semitica.

Sorvoliamo qui sul marcionismo implicito che avrebbe prodotto effetti nefasti in Europa negli anni a venire. Resta il fatto innegabile che in Marraus l’elogio del cattolicesimo come baluardo della gerarchia e della tradizione fa da contrappeso alla denuncia del carattere sovversivo delle Scritture.

Di questo dualismo si trova traccia nella parte finale della prefazione:

"Degli intelligenti destini hanno fatto sì che i popoli civilizzati del sud dell’Europa non abbiano punto conosciuto queste turbolente scritture orientali se non troncate, rimaneggiate, trasposte dalla Chiesa nella meraviglia del Messale e dell’intero Breviario: è stato uno degli onori filosofici della Chiesa, unito al fatto di aver accompagnato al Magnificat una musica che ne attenuasse il veleno"6.

L’errore capitale del cattolicesimo senza Cristo di Maurras – la confusione tra religione, cultura e civiltà – è stato diagnosticato dal suo grande avversario: Jacques Maritain.

Il pensiero maurrassiano esalta Roma e le sue virtù civico-politiche. Ma il romanesimo di Maurras è ambiguo, dice Maritain. La mano che tende in difesa della Chiesa produce una sottile, ma non meno pericolosa, corruzione.

Ma lasciamo la parola a Maritain:

“Questo romanesimo vuole onorare la Chiesa, la Chiesa non vuole essere onorata senza Gesù Cristo. Il mistero che la rende in un certo qual modo il prolungamento e l’universo dell’Incarnazione, tutto ciò che è propria della sua essenza si trova.

Nel momento in cui viene ammirata senza credere in Dio né alla Chiesa, essa si presenta soltanto come il custode tutelare della civiltà, della civiltà come viene concepita da questo romanesimo: debitrice non verso Cristo, ma verso Minerva. […] La sua realtà centrale viene ricercata a livello del mondo della cultura, mentre questa si trova nell’ordine del mondo soprannaturale; anche rendendo omaggio alla sua universalità ci si inganna una volta ancora a suo riguardo: si crede «essenzialmente latina» l’«autorità» da cui essa dipende, si ritiene questa universalità come il risultato di uno sviluppo storico superiore, mentre essa discende da Dio, indipendente di per sé da ogni condizione culturale particolare.

Questa Chiesa, che non si riesce a vedere, si vorrà difenderla, difenderla nella maniera che si giudica buona.

E quando essa mostrerà che le sue vie non sono quelle in cui la si immaginava impegnata, e che orgogliosamente sono state indicate come le sole vie della civiltà, si pretenderà di restare fedeli, meglio di lei e contro di lei – alla testa di alcuni dei suoi figli rivoltatisi, e opponendo al suo Capo visibile una frenesia allo stato puro – alla sua missione storica e al suo spirito essenziale.

Vediamo oggi esplodere contro la Chiesa stessa – o meglio, contro lo spettro che ci si è costruiti a partire da essa e che in apparenza si continua ad onorare – un furore a lungo trattenuto contro il Vangelo di Gesù Cristo"7.

Nel Breve racconto dell’Anticristo, dato alle stampe nel 1899, pochi anni dopo le righe maurrassiane sul «veleno» del Magnificat, Vladimir Soloviev incastona in una cornice apocalittica la natura corruttrice – addirittura anticristica! – del cattolicesimo decristianizzato.

Per sincerarsene non serve che leggere la professione di fede posta da Soloviev sulla bocca dello starets Giovanni in risposta alla protezione offerta dall’Imperatore, cioè l’Anticristo sotto mentite spoglie, che si prodiga in mille piaggerie promettendo ai cristiani di realizzare quanto hanno di più caro – al prezzo però di svuotare la loro fede della sua stessa essenza:

“Grande sovrano!

Quello che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso.

Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, poiché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità.

Da te, o sovrano, noi siamo pronti a ricevere ogni bene, ma soltanto se nella tua mano generosa noi possiamo riconoscere la santa mano di Cristo.

E alla tua domanda che puoi tu fare per noi, eccoti la nostra precisa risposta:

confessa, qui ora davanti a noi, Gesù Cristo Figlio di Dio che si è incarnato, che è resuscitato e che verrà di nuovo;

confessalo e noi ti accoglieremo con amore, come il vero precursore del suo secondo glorioso avvento"8.

Il seguito è noto: l’Imperatore, sollecitato dallo starets a confessare la divinità di Cristo, rimane silenzioso, «però il suo volto, rabbuiato e col pallore della morte, era divenuto convulso, mentre i suoi occhi sprizzano scintille».

Quando lo starets riconosce in lui il Filius Perditionis, niente più trattiene il furore contro il Vangelo di Gesù Cristo: l’Anticristo lo folgora rivelando così la propria natura.

Maneggiare con attenzione, dunque, il cattolicesimo senza Cristo.


1 Il conio del termine si deve a Rémi Brague (Cfr. Cristiani e “cristianisti”, «30Giorni», n. 10, 2004). Ma a onor del vero già Igino Giordani – nel libello La rivolta cattolica (1925) – aveva operato una distinzione tra «cattolici» e «atei cattolicisti» ironizzando sulla posa solo apparentemente filocattolica dei secondi.

2 Jacques Maritain, Umanesimo integrale, Borla, Torino 1962, pp. 295-296.

3Cfr. Massimo Borghesi, Critica della teologia politica, Marietti, Genova-Milano 2013, pp. 19- 20.

4 Joseph Ratzinger, Popolo e casa di Dio in Sant’Agostino, Jaca Book, Milano 1971, p. 278.

5 Charles Maurras, Trois idées politiques, H. Champion, Paris 1898, nota II, «Les dèistes», ora in Oeuvres capitales, t. II, Essais politiques, Flammarion, Paris 1954, p. 89; cit. in Jacques Prévotat, Les catholiques et l’Action française, Fayard, Paris 2001, p. 31.

6 https://maurras.net/2012/07/12/preface-du-venin/. L’ultimo passaggio, dopo «Breviario» fino a «veleno» sarà soppresso nella riedizione del libro nel 1921 per non irritare i cattolici che simpatizzavano per l’Action française.

7 Jacques Maritain, Clairvoyance de Rome (1929), in Jacques Maritain, Raïssa Maritain, Oeuvres completes (1924-1929), vol. III, Éditions Saint-Paul, Paris 1984, pp. 1091-1092.

8 Vladimir Soloviev, Breve racconto dell’Anticristo, Marietti, Genova 1996, p. 190

Il tempo estivo è anche un’occasione per leggere e approfondire la conoscenza.

Il Vangelo paragona il Regno di Dio ad un tesoro: qual è il tesoro prezioso?

Così risponde Soloviev:

"Con accento di tristezza, l’imperatore si rivolse a loro dicendo:

'Che cosa posso fare ancora per voi? Strani uomini! Che volete da me? Io non lo so.

Ditemelo dunque voi stessi, o cristiani abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi, condannati dal sentimento popolare; che cosa avete di più caro nel cristianesimo?'.

Allora simile a un cero candido si alzò in piedi lo starets Giovanni e rispose con dolcezza:

'Grande sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso.

Lui Stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità.

Da te, o sovrano, noi siamo pronti a ricevere ogni bene, ma soltanto se nella tua mano generosa noi possiamo riconoscere la santa mano di Cristo'.

Proponiamo la lettura de “Il racconto dell’anticristo” di Vladimir S. Soloviev che potete scaricare  in PDF cliccando qui.

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“Si apre un’estate di riflessione anche per noi de #LaCroce”

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"Si apre un'estate di riflessione anche per noi de #LaCroce quotidiano"

di Mario Adinolfi

"Si apre un’estate di necessaria riflessione anche per noi de La Croce.

Ripenseremo completamente la modalità della nostra comunicazione e abbiamo già in pentola idee importanti per la ripartenza settembrina.

Ci prenderemo qualche settimana in più di pausa (Giovanni Marcotullio a giorni diventa padre per la seconda volta ed è chiamato in famiglia ad un ruolo di supporto, io stesso ho bisogno di ricaricare le batterie visto che dal marzo 2014 quando è uscito Voglio la Mamma sono stato praticamente per più di cinque anni ininterrottamente in tour, lavorando in più quotidianamente alla costruzione del numero de La Croce) e invece della solita pausa agostana aggiungeremo anche il residuo del mese di giugno più il mese di luglio per poter ristrutturare con calma tutto ciò che va ristrutturato nella proposta informativa del quotidiano.

Dopo quattro anni e mezzo in cui abbiamo corso a tutta birra, facciamo un tagliando al prodotto studiando soluzioni che possano far arrivare il nostro lavoro a più persone, visto che è sempre più necessario che il messaggio che vogliamo portare avanti non risulti solo un messaggio di nicchia, destinato a incrociare l’interesse solo di chi è già d’accordo con noi.

Abbiamo bisogno di un quotidiano di opinione, abbiamo bisogno di tornare in qualche modo cartacei e c’è già un progetto in campo su questo, abbiamo bisogno di interessare una porzione di pubblico più vasta.

Abbiamo delle idee da mettere in pratica e questi settantacinque giorni che ci separano da settembre serviranno come test dei motori.

Agli abbonati a cui mancherà per qualche tempo la propria edizione quotidiana, assicuriamo un prolungamento trimestrale della validità dell’abbonamento in coda allo stesso come giusta mercede per questi due mesi e mezzo che concederanno ai nostri “esperimenti di ripartenza”.

Più in generale auguro a tutti una estate di riflessione che mi pare quanto mai necessaria.

Bisogna pensare, costruire un granaio di idee che apporti alle battaglie che ci attendono in autunno il decisivo sostentamento.

Il quadro politico generale non evolve verso una serena legislatura quinquennale, quindi occorre essere molto vigili e cogliere i segnali su quel che accadrà dopo le ferie estive.

Non credo, sinceramente, che questo governo giallo-verde possa avere più di otto-nove mesi di vita davanti a sé.

Se questo è vero significa che nuove elezioni politiche sono praticamente dietro l’angolo, non si arriverà alla prossima primavera senza averle celebrate.

Il Popolo della Famiglia e in generale tutta l’area dei profamily e dei prolife italiani deve arrivare con consapevolezza e forza organizzativa rinnovata a questo appuntamento.

Il Reddito di maternità è il fondamentale biglietto da visita da portare al centro del dibattito politico per debellare denatalità e aborto, c’è poi da condurre la battaglia contro la depenalizzazione dell’aiuto al suicidio che la Corte Costituzionale potrebbe propinarci a fine settembre.

Ci faremo trovare pronti senza dubbio, sapendo che ci sono anche appuntamenti elettorali fondamentali già nel 2019 come le elezioni regionali in Emilia Romagna, Umbria e Calabria.

Riposare, pensare, analizzare, proporre e comunque far crescere consapevolezza in noi stessi e in chi ci circonda deve essere il compito a cui dedicheremo la fase estiva".

Mario Adinolfi

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Noa Pothoven & Vincent Lambert

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Noa Pothoven e Vincent Lambert

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 12 giugno 2019

Sappiamo come è finita la breve vita terrena di Noa Pothoven. Per quanto possa essere terribile anche il solo immaginarlo, la realtà è che questa ragazzina diciassettenne olandese, da tempo depressa a causa di violenze subite da bambina, si è “lasciata morire”, rifiutando cibo e acqua.

Il fatto che in Olanda l’eutanasia sia legale ha spinto molti giornalisti e commentatori a saltare alla conclusione che si fosse trattato di eutanasia. Il fatto che la stessa Pothoven avesse in effetti richiesto l’eutanasia (che però le era stata negata) ha complicato le cose.

Anche se - ad oggi - non sono del tutto chiare le modalità con le quali la piccola si sia “lasciata morire” (il governo olandese ha aperto una inchiesta a tal proposito), ciò che colpisce di più sta da un'altra parte e non tanto nella rapidità con cui alcune notizie sbagliate, false o fuorvianti, si diffondano, rimbalzando anche su testate rispettabili, e su come una storia irresistibile – per i clic che genererà, per i dilemmi più ampi a cui rimanda – spinga a volte ad abbassare la guardia.

E nemmeno mi colpiscono le strumentalizzazioni e le elucubrazioni che si sono costruite addosso alla “vicenda Noa” da una parte e dall’altra, nella logica delle tifoserie cui ci stiamo tutti in qualche modo assuefando.

In un'intervista rilasciata al quotidiano olandese “De Gelderlander”, Noa Pothoven ha descritto gli anni trascorsi in ospedali e centri sanitari specializzati.

La ragazza aveva provato a suicidarsi più volte e pertanto il trattamento è stato ordinato dal Tribunale di Arnhem.

"Mi sentivo come un criminale, mentre non rubavo una caramella da un negozio nella mia vita", ha descritto Noa il suo stato d’animo. Il giudice la mandò in una struttura medica ad Achterhoek, per sei mesi.

"È un inferno", Noa scelse una parola che non avrebbe potuto descrivere meglio la sua permanenza in quell’ospedale.

Risolvere il problema dell'anoressia o della depressione non era una priorità nell'ospedale, secondo Noa, si stavano solo prendendo cura di impedirle di suicidarsi. Quasi tutte le "notti, anche le mattine" venivano passate in isolamento. Dopo un mese fu trasferita in una struttura per il trattamento dei giovani, ma le sue condizioni non migliorarono.

"È solo un controllo dei sintomi ogni volta. Se il problema o la malattia non scompare, devi andare avanti. In un'altra clinica. ", si lamentava.

Sua madre, Lisette, ha detto che oltre agli ospedali, Noa è stata ammessa a tre diverse istituzioni sanitarie.

"Ma Noah dovrebbe essere in un reparto psichiatrico chiuso per curare tutti i suoi problemi", ha dichiarato. E questo risultò essere un problema.

"È pazzesco. Se hai problemi cardiaci gravi, andrai in chirurgia entro poche settimane. Ma se hai seri problemi psicologici, di solito dicono: 'purtroppo siamo pieni, iscriviti alla lista d'attesa'. E tu sai che in Olanda, uno su dieci pazienti con anoressia muore per disturbi alimentari ", ha detto Noa.

La ragazza è stata quindi seguita da casa. Ha frequentato un certo numero di esperti, ma le sue condizioni continuavano a peggiorare. Ha dedicato la sua vita rimanente all'attivismo. Voleva attirare l'attenzione sui problemi del trattamento dei disturbi mentali nei giovani. Il suo account Instagram è stato visto da migliaia di persone che stavano attraversando fasi depressive, traumi da stupro e anoressia.

Impressionante.

Lascia senza fiato vedere il grido disperato d’aiuto di un genitore preoccupato per la salute e la vita del proprio figlio e dall’altra l’inadeguatezza del sistema di cura nell’offrire una risposta adeguata.

“E se un caso come quello di Noa Pothoven capitasse in Italia?”: confesso di avere pensato immediatamente a che cosa sarebbe potuto accadere a me - da padre di una ragazzina della stessa età di Noa -, se mia figlia si fosse trovata a vivere così.

L'inchiesta di “Avvenire” sulle tante Noa italiane “che non ricevono cure e vanno incontro alla disperazione, come la giovanissima olandese che si è lasciata morire”, ci mostrano con drammatica evidenza che anche uno dei sistemi sanitari più organizzati e strutturati come quello italiano non è poi così dissimile da quello olandese.

Impressionante.

Lo è – forse – ancora di più “l’effetto Noa” (suo malgrado, ovviamente).

Nei Paesi Bassi – dove sappiamo bene che l’eutanasia è legale dal 2012 – la “vicenda Noa” non ha suscitato dibattiti pubblici, come in Italia, ma ha “generato” un aumento delle richieste eutanasiche presso le cliniche olandesi autorizzate dallo stato.

La clinica “Levenseindekliniek”“la seule institution néerlandaise à pratiquer l'euthanasie” -, quella che avrebbe rifiutato la richiesta di eutanasia da parte di Noa, “a reçu cette semaine des demandes émanant des quatre coins de la planète”, ha ricevuto richieste dai quattro continenti del pianeta solamente in questa settimana.

Steven Pleiter, responsabile della struttura, si è affrettata a dichiarare che non è loro intenzione innescare ed alimentare “un tourisme de l'euthanasie", per non incappare in possibili sanzioni del governo olandese.

"Nous essayons d'aider les gens à mettre fin à leur vie de manière décente". Aiutiamo le persone a mettere fine alla loro vita in modo decente.

“Ces sept dernières années, la Levenseindekliniek a reçu 12.000 à 13.000 demandes d'euthanasie, dont environ 3.500 ont été acceptées”: in questi ultimi sette anni, la clinica ha ricevuto 12/13 mila richieste d'eutanasia, delle quali circa 3.500 sono state accettate, leggasi eseguite.

Impressionante.

Non c’è un solo articolo di giornale nei Paesi Bassi che abbia avviato una inchiesta giornalistica, che si sia posto l’interrogativo di come sia possibile che nel XXI° secolo, nella progredita Olanda, una ragazzina di 17 anni “si lasci morire di fame e di sete”.

Restano come pugni nello stomaco le parole della stessa Noa: “Ma se hai seri problemi psicologici, di solito dicono: Purtroppo siamo pieni, iscriviti alla lista d'attesa. E tu sai che in Olanda, uno su dieci pazienti con anoressia muore per disturbi alimentari ".

Nulla di nulla nel dibattito pubblico olandese, mentre aumentano le richieste di farla finita.

Se vuoi farla finita un posto lo trovi, se vuoi vivere, no.

In Francia è diventata una sorta di tragica gara la persecuzione giudiziaria a voler fermare la vita di Vincent Lambert.

Come sappiamo, è il governo a scendere in campo e a presentare ricorso contro la decisione della Corte d’Appello di Parigi che aveva ordinato di ripristinare temporaneamente i trattamenti per lui vitali, in attesa delle prime conclusioni del Comitato Onu sui diritti delle persone disabili.

L'udienza si svolgerà il 24 giugno 2019 e quindi tutto potrebbe essere messo in discussione in pochi giorni.

Paradossale, no? L’eutanasia e il suicidio assistito in Francia non sono legali, eppure Vincent Lambert rischia seriamente di morire nella stessa identica maniera di Noa Pothoven, di fame e di sete.

Tra “lasciarsi morire di fame e di sete” disperato perché nessuno si prende cura davvero di te e morire perché ti sospendono nutrizione ed idratazione pur non avendolo chiesto ci sono forse differenze sostanziali?

Probabilmente una sola, e cioè provare meno dolore.

Una sedazione profonda e continuativa, quella che probabilmente a giro di breve somministreranno a Vincent Lambert, una iniezione perché la “dolce morte” lo accompagni in un sonno eterno, l’alibi per non dover ammettere di averlo volutamente aiutato a morire.

Noa Pothoven molto probabilmente è morta tra dolori lancinanti.

La situazione preferibile è che Vincent lasci un servizio di cure palliative che non è il suo (non beneficia di cure palliative, non è alla fine della sua vita, non c'è accanimento terapeutico o ostinazione irragionevole, non c'è sofferenza secondo gli esperti forensi), ma venga trasferito ad un servizio specializzato attrezzato per prendersi cura delle persone che si trovano nella sua situazione di grande fragilità, in particolare rafforzando gli stimoli, facendo le cure del fisico che non ha più.

Lo sappiamo bene.

E’ per il trasferimento ad un'unità idonea che i genitori e i loro avvocati si battono da sei anni e per il quale hanno depositato il 27 maggio scorso una denuncia contro il suo medico e ospedale di Reims “per omissione di soccorso”, per non avere mai deciso il suo trasferimento e per avere attivato le procedure di sospensione dei trattamenti nonostante il Comitato Onu avesse ordinato il contrario.

L'udienza è stata fissata per il 26 novembre 2019, senza sapere dove sarà Vincent e se sarà ancora vivo.

Paradossale, no?

Fondamentalmente, l'impossibile epilogo di questo dramma che è la storia di Vincent Lambert - così come il tragico epilogo della giovane Noa Pothoven - attesta la paura nel fare i conti con la vulnerabilità delle nostre vite.

Di fronte al dolore e alla sofferenza, il nostro cervello ha la necessità di fuggire altrove, dopo avere sperimentato i fallimenti uno dopo l’altro dei nostri tentativi esorcizzanti.

Il problema è che non siamo fatti per fuggire e il nostro cervello non funziona per sottrazione.

Manipolare il cervello per cancellare l’angoscia di un trauma? Impossibile.

Solo la nostra tendenza alla semplificazione ad ogni costo può pensare sia possibile.

Ogni tanto la scienza ci prova.

“Forse possibile ‘manipolare’ il cervello per cancellare i brutti ricordi”, titola “La Stampa”.

“Il neuroscienziato della Boston University Steve Ramirez, autore senior del lavoro, e Brian Chen, primo autore, oggi alla Columbia University, hanno scoperto che nell’ippocampo – una piccola porzione cerebrale a forma di anacardo che immagazzina le informazioni sensoriali ed emotive di cui sono fatti i ricordi – si nasconde una sorta di ’interruttore della memoria’.

Un interruttore flessibile, che cambia funzione a seconda di dove si trova.

Dopo avere identificato le cellule che partecipano alla costruzione dei ricordi, i test hanno infatti dimostrato che, stimolando artificialmente le cellule della memoria situate nella parte superiore dell’ippocampo, il trauma collegato ai cattivi ricordi si attenua; al contrario, stimolando le cellule della parte inferiore la paura che si prova richiamando alla mente memorie negative aumenta, a indicare che quest’area potrebbe essere iperattiva quando un ricordo diventa talmente angosciante da scatenare una malattia.

Almeno in teoria, dunque, spegnere questa iperattività potrebbe aiutare a trattare patologie come il Ptsd o i disturbi d’ansia”.

Poi leggi e vedi che trattasi dell’ennesimo esperimento Usa condotto sui topi, ma “promettente per future applicazioni sull’uomo nella terapia di depressione, ansia e stress post traumatico”.

La verità è che se vogliamo continuare a restare umani dobbiamo fare rientrare la morte nella vita, come è naturale che sia. Non c’è scienza, non ci sono terapie così efficaci da esorcizzarci la morte e la pretesa prometeica di vivere come se Dio non esistesse.

La vulnerabilità è inscritta nel dna di ciascuno di noi nel momento stesso nel quale veniamo messi al mondo. La promessa di vita non è esente dalla minaccia che l’esistenza stessa venga colpita da traumi interni ed esterni a noi.

Il rimedio non sta nel tentativo di semplificare la vita per accorciare la durata del tempo con il quale dolore e sofferenza ci spaccano in due al punto di essere tentati di farla finita.

Il rimedio sta nell’accogliere la vulnerabilità nel volto dell’altro.

Qualche giorno fa’, "Le Point" ha pubblicato una lettera del giornalista sportivo Jacques Vendroux (ex direttore del servizio sport di Radio France) che parla del suo amico calciatore, Jean-Pierre Adams, oggi 71 enne,  in coma da trentasette anni a causa di un errore di anestesia per quello che avrebbe dovuto essere un normale intervento al ginocchio il 17 marzo 1982.

Jean-Pierre restò così talmente affamato di ossigeno che subì danni cerebrali catastrofici e un massiccio arresto cardiaco.

Dopo poco più di un anno in ospedale, le autorità locali hanno suggerito alla moglie Bernadette che il posto migliore per suo marito sarebbe stata una casa di riposo.

Lei ha rifiutato e si è presa cura di lui da allora, dandogli assistenza 24 ore su 24 e raramente passando il proprio tempo senza il marito invalido.

Respira senza alcuna connessione.

Jacques Vendroux ha scritto:

"Egli ascolta, lui sobbalza quando c'è un rumore improvviso, forse capisce, ma non può più parlare”.

Disgustato dalla strumentalizzazione attorno all’affaire Vincent, il giornalista si rivolge alla moglie del suo amico:

"So che la gente è venuta a vederlo nella sua stanza, convinto che fosse collegato o che ci fosse una macchina nascosta sotto il materasso, ma non lo è.

Gli dai da mangiare, lui deglutisce di nuovo.

Bernadette, tu sei per me un'eroina: hai portato tuo marito con te, a casa. È sempre con grande rispetto che ti prendi cura di lui.

Non dici mai che ti prendi cura di lui, ma che lavori per il tuo Jean-Pierre.

(...) L'attaccante, [tuo nipote] viene regolarmente per dirgli i suoi obiettivi. Lì, possiamo vedere che sente, che ascolta.

(...) So che soffri nel vedere tuo marito prigioniero del suo silenzio, che sei sempre molto innamorata di lui e che i momenti sono difficili da vivere, ma io sono con te”.

Siamo ancora capaci di dire: “ma io sono con te”?

"Mia cara Bernadette,

nel bel mezzo della vicenda di Vincent Lambert, ho trovato la necessità di scriverti.

Sono passati 37 anni.

Da trentasette anni Jean-Pierre Adams, il tuo Jean-Pierre, è in coma dopo un errore di anestesia durante una semplice operazione al ginocchio.

Oggi ha 71 anni. Sente, sobbalza quando c'è un rumore improvviso, forse capisce, ma non può più parlare.

Ma so che cerchi sempre di essere positiva.

Jean-Pierre è in uno stato vegetativo, ma respira da solo.

So che la gente è venuta a vederlo nella sua stanza, convinto che fosse collegato o che ci fosse una macchina nascosta sotto il materasso, ma non lo è.

Gli dai da mangiare, lui deglutisce di nuovo.

Bernadette, tu sei per me un'eroina: hai portato tuo marito con te, a casa.

È sempre con grande rispetto che ti prendi cura di lui.

Non dici mai che ti prendi cura di lui, ma che lavori per il tuo Jean-Pierre.

I bambini e i nipoti vengono a vederlo.

Laurent e Frédéric, i tuoi due figli, sono l'immagine sputata del loro padre.

Noah, tuo nipote, condivide anche la passione di Jean-Pierre per il calcio. Attaccante, viene regolarmente per raccontargli i suoi obiettivi.

Lì, possiamo vedere che sente, che ascolta.

Marius Trésor, che ha giocato con lui nella nazionale francese - loro due sono stati chiamati 'la guardia nera' - è ancora molto presente per lui.

So che il caso di Vincent Lambert ti ricorda ricordi terribili, tu che sei contro l'eutanasia.

So che soffri di vedere tuo marito prigioniero del suo silenzio, che sei ancora molto innamorato e che i momenti sono difficili da vivere, ma io sono con te"

Jacques Vendroux *

* Ex capo del dipartimento sportivo di 'Radio France', e oggi giornalista presso 'France Info' e 'France Bleue', Jacques Vendroux è la voce del calcio in Francia

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L’affaire #Lambert e il piano inclinato

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L'affaire #Lambert e il piano inclinato

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 08 giugno 2019

Il progetto di legge sulla bioetica dovrebbe essere presentato ufficialmente il prossimo 26 luglio, data dell'ultimo incontro di gabinetto del governo francese dell'anno scolastico.

Il progetto di legge sarebbe stato calendarizzato congiuntamente dal Ministro della giustizia e dal Ministro della salute francesi, secondo quanto riportato dal quotidiano "La Croix".

Dall'estate del 2018, la presentazione di questo disegno di legge è stata posticipata più volte, ma pare assai probabile che l'estate 2019 sarà decisiva per una revisione ufficiale dell'attuale legislazione francese sulla bioetica.

Dopo diversi mesi audizioni e relazioni di esperti, la Francia riparte dal testo del corposo rapporto della missione di informazione sulla revisione della legge sulla bioetica ampiamente adottato il 15 gennaio scorso: solo quattro deputati su venti membri della missione si sono opposti.

Trecento pagine, firmate dal deputato LREM Jean-Louis Touraine quale presidente di Gruppo di studio dell'Assemblea nazionale sul fine vita, con 60 proposte scritte di suo pugno che toccando tutti i temi oggetto della revisione legislativa: estendere la PMA a coppie di donne dello stesso sesso e a donne single; una riforma sul tema della pratica dell'utero in affitto; l'autorizzazione dell'autoconservazione degli ovociti e la possibilità per le persone nate da una donazione di gameti di potere accedere alle informazioni relative ai loro genitori biologici.

E - naturalmente - una serie di proposte di modifica alla legislazione sul fine vita.

La campagna elettorale per le elezioni europee è finita ed indipendentemente dai risultati il campo è sgombro da impedimenti.

E ancora una volta l'affaire Vincent Lambert diventa il cavallo di Troia per spingere nella direzione di aprire la Francia all'eutanasia e al suicidio assistito.

Come abbiamo avuto modo di scrivere, il governo francese è ricorso alla Corte di Cassazione il 31 maggio scorso affinchè si esprima in merito alla decisione assunta dalla Corte d'Appello di Parigi di riprendere immediatamente i trattamenti vitali per Vincent Lambert.

Jean-Louis Touraine - da sempre sostenitore della libertà di scelta di morire - non ha perso l'occasione per ribadire quale sarà la linea politica del governo francese nel merito:

"Proponiamo di legiferare ancora su questi temi sul fine vita, per dare una definizione più precisa di ciò che significhi 'ostinazione irragionevole'", ha dichiarato il 1° giugno su "France Info".

Il piano inclinato diventerà un'autostrada che punterà dritta dritta alla legalizzazione del principio di autodeterminazione della propria vita e della propria morte.

Con tempi e modalità differenti, lo stesso triste scenario che pare profilarsi anche per l'Italia.

La prima persona in Francia a presentare una legge in questo settore fu il senatore Henri Caillavet, nel 1978: "Legislazione sul diritto di vivere la propria morte", una formulazione quanto meno contraddittoria, per usare un eufemismo.

Il senatore, un alto dignitario del Grande Oriente di Francia [Massoneria], non esitava a citare p. Riquet, p. Teilhard de Chardin, o Pio XII. Era un radicale e fu anche presidente per ben due volte dell'Association pour le droit de mourir dans la dignité (ADMD) fondata da Jean-Luc Romero.

All'epoca il progetto fu severamente criticato dalla relazione del senatore Jean-Marie Girault, che spiegava che la legislazione in questo campo non è assolutamente raccomandabile.

Scriveva: "Una legge passata a causa dell'ambiguità di certi termini a volte dà luogo a molteplici difficoltà. La tecnica legislativa qui è inappropriata ed è la natura del soggetto che lo renderebbe tale. L'esame intrinseco del testo lo illustra bene: creando definizioni, categorie e situazioni legali, moltiplichiamo i problemi più che risolverli".

Aggiunse infine che "questa relazione sociale suprema: famiglia-medico-persona in fine vita è specifica e particolare. Troppo specifica e particolare per accettare un legalismo moltiplicato da eventuali decreti o ordini di applicazione che si aggiungono alla legge".

Le parole del saggio senatore non furono ascoltate.

Il 30 novembre 2004, l'Assemblea Nazionale francese approvava all'unanimità e in prima lettura la "Legge relativa ai diritti dei pazienti e alla fine della vita".

L'unica legge della Quinta Repubblica approvata all'unanimità con voti espressi. È stata poi promulgata il 22 aprile 2005.

La legge mirava a rafforzare i diritti del paziente nel proibire "l'ostinazione irragionevole" e riconoscere diritti specifici ai pazienti al termine della vita: rifiuto dei trattamenti, un processo medico "collegiale" per i pazienti in condizione di non coscienza. Dava l'obbligo al medico di fare tutto il possibile per alleviare il dolore.

Infine, offriva al paziente l'opportunità di esprimere in anticipo i propri desideri sotto forma di direttive anticipate o di nominare una persona di fiducia per esprimere i propri ultimi desideri in queste circostanze.

I principi ultimi invocati dal legislatore erano due: il rispetto della dignità della persona e della sua qualità di vita.

Ma questa legge presentava delle zone d'ombra, come sottolineato dal Comitato consultivo nazionale per l'etica (CCNE) nelle sue osservazioni al Consiglio di Stato del 5 maggio 2014.

In particolare, l'articolo L1110-5 del codice di sanità pubblica, come modificato dalla legge, che così recitava: "Gli atti di prevenzione, indagine o trattamento non devono essere proseguiti con ostinazione irragionevole. Quando sembrano inutili, sproporzionati o non hanno altro effetto che la conservazione artificiale della vita, possono essere sospesi".

La legge Claeys-Léonetti del 2 febbraio 2016 aggiunse poi: "la nutrizione e l'idratazione artificiale costituiscono trattamenti che possono essere fermati in conformità con il primo paragrafo di questo articolo".

Che cosa si intende per "ostinazione irragionevole" e "mantenimento artificiale della vita"?

Non esisterà mai una legge in grado di disciplinare ciò che riguarda la fine della vita esattamente come l'inizio della vita. Ogni legislazione su questi temi presterà i fianchi a differenti interpretazioni attuative soggettive difficilmente sanzionabili e - soprattutto - darà la stura a continue e progressive revisioni in relazione al mutare del sentimento comune e delle maggioranze politiche che di volta in volta avranno i numeri ed il consenso per farlo.

La legge attuale francese - per come è articolata - si applica in situazioni estremamente diverse tra loro: sia a pazienti in una fase terminale di una condizione grave e incurabile o alla fine della vita che a pazienti nella fase avanzata di tale malattia, indipendentemente dal fatto che essi siano in grado di esprimere la propria volontà in entrambi i casi.

La legge tende a confondere e mischiare tra loro "cure ordinarie" e "trattamenti".

Per definizione, le prime non possono essere arrestate per rispetto della dignità del paziente, mentre i secondi può essere sospesi o non attuati.

La nutrizione e l'idratazione - ad esempio - sono emblematici da questo punto di vista: la prima preoccupazione deve essere l'assistenza medica umana.

Per evitare questa interpretazione, la legge Claeys-Léonetti (2016) ha aggiunto un paragrafo speciale per descriverle come trattamenti.

Così si arriva a questa assurdità: è vietato interrompere le cure di conforto per aiutare il paziente con bisogni corporei di base, ma è lecito sospendere cibo e bevande.

Un'altra ambiguità è la qualifica di "inutile" e "sproporzionato" applicati ai "trattamenti" (cioè alla nutrizione ed idratazione).

Il significato non è lo stesso per il legislatore e per il medico. Per la legge, un trattamento è inutile quando non migliora lo stato di salute e afferma di essere sproporzionato rispetto ai rischi incorsi dal paziente. Ma per un medico, questo significa che il trattamento non è conforme alle buone pratiche mediche.

Quale medico degno di questo nome usa trattamenti che sa essere inutili o comportano rischi sproporzionati rispetto al beneficio atteso?

Altro termine: "manutenzione artificiale della vita", cosa significa?

L'insulina viene assunta da una dialisi diabetica o renale, che durerà una vita: è questa una manutenzione "artificiale"?

Se una persona è alla fine della vita, la nozione di manutenzione artificiale può assumere un certo senso: fermare una terapia riconosce l'impotenza della medicina e fa morire il paziente in modo naturale. D'altra parte, rimuovere questo elemento "artificiale" significherebbe decidere sulla morte di un paziente.

Inoltre, quando una ostinazione diventa "irragionevole"?

La condotta medica ragionevole implica la conoscenza della terapia medica e la conoscenza pratica delle circostanze per questo o quel paziente.

Ma come distinguere ciò che è ragionevole da ciò che non lo è, quando questa decisione diventa irreversibile, cioè quando la cessazione di trattamenti che mantengono in vita una persona che non è alla fine della vita vengono comunque disposti?

Come potrebbe la cura che la legge richiede di fornire alla persona in condizione di estrema dipendenza escludere la nutrizione, nel nome della dignità e della qualità di vita della persona?

Eppure questo è ciò che viene affermato come un diritto fondamentale dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

E' esattamente la situazione che sta vivendo da dieci anni Vincent Lambert, sia sul piano medico che giuridico.

Il braccio di ferro tra il governo francese e il Comitato Onu non è altro che la trasposizione plastica del fatto che ci sia qualcosa che non funziona, per usare un eufemismo.

Attenzione, tuttavia.

La domanda da porsi a questo punto è una sola: è la legge che non funziona e va cambiata, nel nome della dignità e della qualità di vita della persona?

La mia personale risposta è "no".

L'intenzione della legge Leonetti voleva essere quella di escludere l'accanimento terapeutico e l'eutanasia.

Vogliamo eliminare dalla legge la sospensione dei trattamenti quando davvero non c'è più nulla da fare ed ogni tentativo di curare e mantenere in vita una persona sono risultati inutili?

E' questo che davvero si vuole?

Sarebbe disumano insistere con terapie che servono solo a prolungare in modo penoso, oltre i suoi limiti naturali, la vita di un malato, senza dargli speranza né di guarigione né di migliorare la qualità della sua vita.

La stessa morale cattolica pone limiti non solo all’accanimento in senso stretto, ma anche a tutti gli interventi che risultassero in qualche modo impraticabili o insostenibili per un malato perché troppo dolorosi, o perché gravati di pesanti effetti collaterali, o perché economicamente impossibili o perché configurano una sproporzione evidente fra mezzi impiegati ed effetti conseguiti.

È ragionevole e, in questo senso, doveroso per una persona mantenersi in vita e in salute perché la vita e la salute sono beni naturali che permettono alla persona di esprimersi in pienezza, ma questo non significa che bisogna usare sempre e ad ogni costo tutti i mezzi clinicamente disponibili.

A questo proposito, il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che può essere legittimo sospendere o rifiutare terapie "gravose, pericolose straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi" (CCC, n. 2278).

La decisione di rinunciare a praticare un certo intervento terapeutico, per essere moralmente accettabile, non deve essere mossa dalla volontà di dare o darsi la morte.

Procurare la morte sia attivamente (con un veleno, per esempio) sia passivamente (omettendo cure doverose) è eutanasia. La morale cattolica, pertanto, non può accettare, in quanto contrario al bene della persona, che non si inizino o che, se iniziate, si interrompano cure e terapie, con l’intento di procurare la morte.

Il punto non sta in ciò che prevede la legge, ma in ciò che di essa non viene attuato o viene applicato malamente.

La legge francese prevede l'attuazione di un piano nazionale di cure palliative, al fine di permettere alle persone in fine vita di potere vivere al meglio possibile ogni istante di vita soffrendo il meno possibile e con i propri cari. In Francia esistono soltanto 150 unità specializzate a fronte di un bisogno dieci volte superiore a quanto messo in campo. Stiamo parlando di una legislazione giovanissima - nemmeno tre anni dalla sua promulgazione - , che necessita di tempo ed investimenti continuativi e strutturali in tale direzione. Sarebbe davvero miope sostenere che su questo piano la legge non funziona e modificarla per l'ennesima volta. Ma perchè si sviluppi una grande rete territoriali di cure palliative occorre che vi sia una cultura della vita che non anteponga il diritto a morire al diritto di vivere.

La legge Claeys-Lèonetti è diventata al contrario un'arma per promuovere l'eutanasia nascondendosi dietro uno spettacolo di finzione.

L'affaire Lambert lo dimostra. Il legislatore giudica la cessazione della nutrizione come eutanasia "passiva", in altre parole, lasciando che la natura faccia il suo corso, ma si oppone all'eutanasia "attiva", infliggendo la morte direttamente iniettando una sostanza letale. Se la legge venisse applicata fino alla fine, il paziente morirà di fame e sete, ma conserverà la sua dignità e la sua qualità di vita. Riceverà la sedazione e un'analgesia prescritta dalla legge, tutto in un modo silenzioso e ordinato.

Il caso Lambert viene utilizzato in Francia come cavallo di Troia per dimostrare che la legge attuale debba essere cambiata proprio nel nome della dignità della persona e della qualità della sua vita.

Vincent Lambert è il simbolo di una palese ingiustizia, non per il fatto che un uomo gravemente disabile venga condannato a morire di fame e sete, ma per il motivo che nulla di scritto esista in merito alle sue reali volontà di scelta.

Il fatto che sia disabile, cerebroleso, depresso o realmente in fine vita oppure trattasi di una persona che per mille motivi sia giunto alla conclusione ponderata che non valga più la pena vivere non appare elemento sostanziale e dirimente.

Il fattore essenziale è il diritto alla libertà di scelta palesemente violato.

Le decisioni sulle cure e sulle terapie devono essere prese dal paziente, in dialogo con i medici, nel contesto di una relazione sincera fra persone, la cosiddetta alleanza terapeutica di cui è parte integrante il consenso informato previsto dalla legislazione francese.

Se il paziente, tuttavia, non è in grado di prendere queste decisioni, perchè in stato vegetativo o di semi-coscienza, come per Vincent Lambert, subentrano i suoi familiari o altri soggetti, secondo quanto previsto dalle leggi, che valuteranno quello che è meglio per lui, tenendo conto delle indicazioni eventualmente date dal paziente ovvero cercando di interpretarne i legittimi desideri (CCC 2278).

L'affaire Lambert mostra le lacune e le zone d'ombra dell'attuale legislazione anche su questo piano.

I sostenitori della libertà di scelta, infatti, utilizzano lo scontro tra i genitori di Vincent e sua moglie nel merito. Vincent non ha lasciato alcuna testimonianza scritta delle proprie volontà e non ha affidato ad alcuna persona di fiducia disposizioni in merito.

La moglie Rachel - che ne è diventata tutore legale - sostiene che la posizione dell'ex infermiere psichiatrico francese fosse chiara e netta, posizione dallo stesso manifestata più volte durante la vita di coppia, sostenendo che mai avrebbe voluto continuare a vivere in una condizione di totale dipendenza. Viviane e Pierre, i genitori di Lambert, si appellano al fatto che non vi sia nulla di scritto e che il loro figlio avrebbe voluto vivere fino all'ultimo istante possibile.

La decisione collegiale (articolo R. 4127-37 del Codice di sanità pubblica) prevista dalla legge francese specifica che, se il paziente è incosciente e alla fine della vita, il medico può prendere una decisione terapeutica solo dopo aver consultato la direttiva avanzata, se esistente, o dopo aver ricevuto il parere della persona di fiducia designata dal paziente, e in mancanza di ciò, della famiglia.

Ma se la famiglia non concorda, che si fa? Chi si prende la decisione? Il medico.

Questo significherebbe consegnare nelle mani di una persona un potere quasi assoluto di vita o di morte per un paziente, il che viola palesemente il diritto inalienabile della libertà di autodeterminazione.

Il caso Lambert viene usato come cavallo di Troia perchè la legge stabilisca con chiarezza e con quale ordine e grado i parenti stretti che debbano essere interpellati dal medico e solo in ultima estrema ratio sia il medico a decidere per chi non è in grado di esprimere la propria volontà di scelta.

Il presidente dell'Associazione per il diritto di morire con dignità (ADMD), Jean-Luc Romero, ha reagito alla decisione del medico dell'ospedale universitario di Reims di interrompere i trattamento di Vincent Lambert con una intervista a "France Info".

"È drammatico, perché questa famiglia è stata distrutta per undici anni, quindi sì, è tempo che finisca - dichiara -. Ma ciò che è triste è che i politici non hanno fatto nulla.

Sappiamo che esiste un'ostinazione irragionevole, ma la domanda che conta è: chi decide? Questo è il punto cruciale del problema oggi.

Per me, i medici devono indicare se siamo in un'ostinazione irragionevole, è la loro missione.

Ma colui che deve avere l'ultima parola è la persona stessa e se è incosciente è la persona più vicina.

La questione è che la moglie non è d'accordo con i genitori di Vincent Lambert.

Ecco perché chiedo al legislatore di avere coraggio e di fare ciò che i belgi hanno fatto. In Belgio, quando sei in un coma irreversibile, è prima il marito e, se non c'è il coniuge, sono i genitori e se non ci sono, i suoi figli.

Oggi dobbiamo uscire da tutto ciò, perché domani di Vincent Lambert potrebbero essercene altri, quindi non abbiate paura a legiferare.

È chiaro che la legge Leonetti non risponde a tutte le situazioni. Vediamo che non funziona, che non mette la persona al centro della decisione".

Il piano inclinato è sempre più inclinato.

Non solo in Francia, ma anche in Italia.

Il giorno nel quale la Corte d’appello di Parigi, interpellata dai genitori Lambert, ha ordinato di riprendere le procedure di alimentazione e idratazione per mantenerlo in vita fino a quando sul caso non si sarà pronunciato il comitato dell’Onu, Mina Welby rilascia questa intervista:

"E’ un caso molto difficile.

Il caso di Piergiorgio era molto diverso, perché tutta la famiglia era d’accordo, lui con la sua voce fino all’ultimo aveva chiesto di sospendere la ventilazione artificiale e quando è successo lui è morto felice.

Il caso di Lambert invece somiglia a quello di Eluana Englaro.

Però nel caso di Englaro tutta la famiglia era d’accordo con la sua volontà. Nel caso di Lambert invece i genitori sono contrari, vogliono ancora il corpo vivo“.

Così Mina Welby, co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, è intervenuta ai microfoni de ‘L’Italia s’è desta’ su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano.

"In queste condizioni possiamo dire che è vivo soltanto un organismo. Tuttavia - prosegue Mina Welby- capisco le ragioni dei genitori di Lambert, perché vedono i suoi gesti, gli sguardi, che però potrebbero essere riflessi neurologici che si rispecchiano sul viso, ma non sono sentimenti che lui esprime.

Questa non può essere una certezza, anche perché gli stati vegetativi sono ancora sotto ricerca.

Uno avrebbe sempre la voglia di far stare meglio la persona cara, ma con Piergiorgio sapevamo che non c’era più speranza.

Provava dolori pazzeschi per la ventilazione che gli pompava dentro l’aria.

Credo che ci saranno sempre dei casi molto difficili“.

E' la stessa posizione di Romero in Francia e quella di tutti coloro che in nome della dignità della persona e della sua qualità di vita fanno di tutto affinchè venga legalizzata la "dolce morte" anzichè battersi per avere cure più adeguate, relazioni di prossimità, strumenti per alleviare il dolore e permettere di vivere fino all'ultimo istante di vita.

Come si può sostenere la tesi che Vincent sia "soltanto un organismo", che i gesti e gli sguardi di Lambert siano dei semplici riflessi neurologici, e al tempo stesso ammettere che "gli stati vegetativi sono ancora sotto ricerca"?

Se la scienza e la medicina non sono in grado di conoscere in maniera matematica il funzionamento del nostro cervello e del nostro corpo in condizioni di semi-coscienza, accertato che il paziente non soffra, perchè scegliere la morte anzichè la vita?

Il piano inclinato diventa sempre più inclinato.

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Vincent Lambert, prospettive e rischi

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Vincent Lambert, prospettive e rischi

di Giovanni Marcotullio

#LaCroce quotidiano, 23 maggio 2019

Statica e quasi immobile per anni, la vicenda di Vincent Lambert ha avuto nella giornata di lunedì un colpo e un contraccolpo formidabili.

Di buon mattino il primario Vincent Sanchez ha notificato ai membri delle famiglie del disabile, a mezzo di una scarna email, che aveva sedato l’uomo. E ciascuno dei destinatari poteva con ciò intendere che la procedura terminale era stata avviata.

Dichiarazioni e disposizioni

Nel pomeriggio, alle 17, l’avvocato dei genitori di Vincent, Jean Paillot, ha introdotto un’istanza d’urgenza presso la Corte d’Appello di Parigi. Alle 22 c’è stato il verdetto, che accoglieva l’appello, e pochi minuti dopo un altro legale, Jérôme Triomphe, ne ha annunciato trionfante l’esito alle svariate centinaia di manifestanti raccoltesi a Parigi questa sera: la Francia deve rispettare la decisione del comitato delle persone handicappate dell’Onu.

L’alimentazione e l’idratazione di Vincent saranno immediatamente ristabilite.

È un’immensa vittoria. Certo, considerando come stamattina pensassimo che non avremmo mai più rivisto gli occhi di Vincent aperti, l’immediato ristabilimento dei sostegni vitali è “un’immensa vittoria”, ma bisogna capire bene la sua portata 1 .

Il testo integrale della sentenza non è stato ancora pubblicato, ma da France Presse abbiamo il passaggio fondamentale: la corte "ordina allo Stato Francese […] di prendere tutte le misure al fine di far rispettare le misure provvisorie richieste dal Comitato internazionale dei diritti delle persone handicappate il 3 maggio 2019, tendenti al mantenimento dell’alimentazione e dell’idratazione".

Il CDPH, comitato dell’Onu, aveva chiesto alla Francia di soprassedere quanto all’arresto dei trattamenti in attesa di un esame del dossier (la sentenza non è però riaggiornata sine die: è stato posto un termine di sei mesi per l’indagine del Comitato).

Venerdì, in prima istanza, il tribunale di Parigi si era dichiarato incompetente per far applicare questa domanda. La Corte d’Appello, da parte sua, ha giudicato che indipendentemente dal carattere obbligatorio o coercitivo della misura di sospensione domandata dal Comitato, lo Stato francese si è impegnato a rispettare questo patto internazionale.

Viviane, la madre di Vincent, ha esultato apertamente, dichiarando all’AFP: "Stavano eliminando Vincent, è una grandissima vittoria! Adesso torneranno ad alimentarlo e a dargli di nuovo da bere. Per una volta, sono fiera della giustizia".

E si resta colpiti dall’apparente sproporzione tra lo sforzo sovrumano che questi due anziani genitori titanicamente oppongono al Leviatano e l’esiguità della contropartita: un bicchiere d’acqua, una flebo di fisiologica.

François, uno dei nipoti di Vincent favorevoli alla soppressione dello zio, ha lamentato la decisione della Corte: "per una volta ci stavo credendo… È veramente sadismo puro, da parte del sistema medico-giudiziario".

È sempre la stessa storia: quelli che fanno tutti questi ricorsi devono goderci.

È noto – ma basta anche questa sola dichiarazione – che il dramma di Vincent si consuma e si amplifica all’interno di una famiglia dilaniata: uno dei suoi fratelli e una delle sue sorelle si oppongono all’arresto di nutrizione e idratazione. Dall’altra parte ci sono la moglie Rachel, il nipote François e cinque fratelli e sorelle dell’uomo divenuto suo malgrado la pietra d’inciampo della casa: questi vedono nella semplice sopravvivenza di Vincent l’effetto di un accanimento terapeutico e - pure in mancanza di disposizioni anticipate - qualcosa in più di un momentaneo respiro.

La politica sullo sfondo

C’è poi da considerare il peso che in tutto ciò gioca la politica, intesa nel duplice aspetto degli interessi (anche economici) legati al business dell’eutanasia e delle prese di posizione alle imminenti elezioni europee.

François-Xavier Bellamy, il giovane candidato repubblicano – brillante al punto da essere contestato anche nel partito – ha preso posizione al fianco della famiglia pur non stressando eccessivamente la vicenda sul piano propagandistico.

Resta peraltro dubbia l’applicabilità della legge Leonetti al caso di Vincent, non essendo quest’ultimo in alcun modo un malato terminale2: oltretutto la Francia ha vissuto nei mesi scorsi un travagliato processo di “Stati generali della bioetica”, che da molti analisti è stato giudicato una montagna che partorisce un topolino.

Grandi aspettative, grandi dichiarazioni programmatiche, e poi – malgrado le vistose spinte in favore di una legiferazione pro-eutanasia – è prevalsa una linea attendista e tuzioristica (con l’avallo personale, almeno apparentemente, di Macron).

Anche i vescovi di Francia hanno prodotto un loro peculiare contributo al dibattito, e in tutto ciò la figura di Vincent Lambert, quasi immobile nel suo letto d’ospedale, assumeva sempre più un valore simbolico.

Da una parte e dall’altra, in molti hanno creduto che l’ostinazione con cui il dottor Sanchez ha avviato la procedura letale incrociasse i già menzionati interessi politici.

Tra Gulliver e Aktion T4

È presto, insomma, per cantare vittoria, ma non per tirare un legittimo sospiro di sollievo: Vincent resterà (salvo diverse disposizioni concordate con l’Organismo internazionale) al Sébastopole di Reims e il suo quadro clinico verrà studiato con lo specifico obiettivo di determinare se la sua pauci-relazionalità (ovvero il c.d. stato di “coscienza minimale”) sia sufficiente a considerarlo un handicappato.

C’è innegabilmente un che di malsano e di alienante, in questa impostazione: il modello antropologico sotteso ammette implicitamente l’ipotesi che in forza del trauma cranico subito e dei conseguenti danni permanenti riportati Vincent non sia (più) una persona umana.

Questo strano modo di ragionare farebbe sorridere, assomigliando alle distopie dei saggi di Lapuzia di cui narra Gulliver, ma vi sono utopie più vicine nel tempo, le cui cicatrici solcano ancora il corpo dell’Europa, che tolgono in qualche modo forza alla pungente ironia di Swift… sembra che qualcuno non si rassegni a lasciar cadere i deliri eugenetici.

In tal senso, vale la pena di ricordare qualche paragrafo del documento che un anno fa per Vincent Lambert firmarono 70 medici e paramedici specializzati nell’assistenza a disabili paucirelazionali (come l’uomo di cui stiamo parlando… e come Michael Schumacher – ricordato da mons. Aupetit – che nessuno si sogna di far morire di fame e di sete):

"[…] Alcuni tra noi hanno potuto visionare un breve video, scene girate nel giugno 2015, il quale permette di affermare che il signor Vincent Lambert è sì in stato iporelazionale, e cioè non è in coma, non richiede alcuna misura di rianimazione e ha capacità di deglutizione e vocalizzazione.

Se ci è impossibile pronunciarci sull’esatto livello di coscienza e sulle sue capacità relazionali, per contro il signor Vincent Lambert ci sembrar avvicinabile ai pazienti afferenti alle nostre unità EVC-EPR, e a quelli che neppure hanno la tracheotomia.

È evidente che non è in fin di vita.

La sua sopravvivenza nelle condizioni e nel contesto che lo circondano – disintegrazione famigliare, procedure giuridiche interminabili, scatenamento mediatico, assenza di progetto di vita con abbandono di ogni rieducazione o uscita o momento in sedia a rotelle, isolamento sensoriale e relazionale nella sua camera, dov’è rinchiuso a chiave da quattro anni… – testimonia anzi ai nostri occhi la sua tenace pulsione di vita.

Come non tenere conto del fatto che il signor Lambert è sopravvissuto nel 2013 a trentuno giorni senza alimentazione e con un’idratazione ridotta al minimo, mentre per la nostra unanime esperienza questo fatto è incomprensibile con una volontà di morte?

Quando non vogliono più vivere, questi pazienti muoiono in pochi giorni, a volte in poche ore.

Questa sopravvivenza per trentuno giorni testimonia al contrario un’incontestabile pulsione di vita che avrebbe dovuto fondare da cinque anni a questa parte una nuova presa in carico imperniata su un progetto di vita e che non si riduca a cure da balia.

Le esperienze mediche, anche praticate da eminenti specialisti, riposano sempre su esami praticati in un tempo necessariamente limitato. Esse non sono adattate alla situazione di questi pazienti, dei quali bisogna conquistare la fiducia prima di poter ottenerne una qualunque manifestazione di presenza cosciente.

Questa valutazione non può essere convalidata che da un’équipe pluridisciplinare, in condizioni di vita variegate, lungo un arco temporale sufficientemente lungo, di più settimane, in contatto con i membri presenti della famiglia. Questo è impossibile in un contesto di reclusione senza progetto di vita.

Ora, la nostra esperienza incrociata di praticanti specializzati con questo tipo di pazienti ci porta a constatare che lo stato detto vegetativo cronico, nel senso di un paziente che non sarebbe capace di alcuna relazione, non esiste: tutti i pazienti diagnosticati vegetativi che sono passati nei nostri centri di cura hanno in realtà una coscienza minima che bisogna saper individuare e sfruttare in stretta sinergia con la famiglia.

Presi in carico in ospedale o in strutture specializzate, questi pazienti fanno spesso progressi sbalorditivi che sorprendono sempre gli attendenti alle cure, e tutti si sono rivelati essere capaci di relazioni interpersonali con il loro entourage, più o meno elaborate ma sempre esistenti e verificate. […]".

Si veda:

Due piste d’approfondimento… e un sentiero sfuggente

Ma per ora si aprono sei mesi di respiro e di luce, nei quali il padre e la madre di Vincent potranno rivedere il figlio e cercare di riportarlo al culmine della sua forma psicofisica possibile, almeno quanto basta per provare che l’applicazione della legge Leonetti al suo caso comporterebbe ipso facto un abuso præter legem.

Un aspetto della dinamica di questa giornata che sarebbe interessante ed utile approfondire riguarda i video: perché solo lunedì sono stati divulgati quei brevi e semplici video che hanno mostrato urbi et orbi, e al di là di tecnicismi da azzeccagarbugli, come Vincent sia vivo, vigile e tutt’altro che assente a sé stesso.

Viene da pensar (male: si fa peccato ma spesso ci si azzecca) che a Viviane sia stato fatto espresso divieto di divulgare quei materiali, probabilmente anche lasciando intravedere delle sanzioni, ma che la stessa abbia deciso di calare tutte le carte nella mano che sembrava decisiva.

Se così stessero le cose, però, bisognerebbe capire con quali motivazioni si potevano porre simili vincoli a referenti di un paziente che – dato il caso di pubblico interesse – intendessero offrire all’opinione pubblica elementi per costruire opinioni informate.

Un altro versante che sarebbe utilissimo approfondire riguarda l’opinione pubblica francese, che a tratti è sembrata più zelante nel “tifare morte” che nel ricercare la verità delle cose.

Certamente occorre previamente verificare se e in che misura gli esaltati che popolano la blogosfera siano un campione attendibile dell’attuale popolazione francese; tuttavia sarebbe un problema a sé (e non trascurabile) anche se si dovesse riscontrare che tutti i matti di Francia vivono sui social – perché all’affermazione che Vincent piangesse domenica "per la gioia di essere alfine liberato" si può ancora concedere il beneficio della buona fede, ma l’incitazione a "staccare la presa ai suoi genitori" ricorda troppo da vicino quella crudeltà gratuita che davvero speravamo di aver sepolto dopo la Guerra, magari tra la Dichiarazione del 1948 e il Concilio.

Infine, un’annotazione a margine, quasi una confessione personale.

Lunedì pomeriggio io ritenevo che il duplice ricorso d’urgenza dei genitori di Lambert (uno alla CEDU e uno alla Corte d’Appello di Parigi) non avesse speranze di sortire qualche effetto positivo: ritenevo insomma che fosse “naturale”, giusto e perfino bello che gli anziani genitori non si dessero per vinti e che non stessero ad aspettare il trapasso del figlio con le mani in mano, ma non pensavo che ne avrebbero ottenuto qualcosa al di là del piano morale.

E invece, se la CEDU ha immediatamente respinto il ricorso, dalla Corte d’Appello è insperatamente giunto il ribaltamento fattuale (ovvero la sospensione, ma la partita sembra riaperta…) della sentenza del Consiglio di Stato.

Ciò non cessa di sembrarmi un fatto straordinario e, come tale, di stupirmi: certo, è difficile parlare di “influenze” su entità di magistratura, ma la ragione addotta dalla Corte nell’accoglimento dell’istanza rimanda appunto alla natura (pure non vincolante!) dei trattati internazionali (la Santa Sede non è membro dell’Onu, ma pure vi ha un “osservatore permanente”), e lì potrebbe essersi aperto lo spiraglio per l’azione diplomatica di una forza super partes e amica della vita, priva di secondi fini e capace di lavorare nell’ombra senza rivendicare – che stile inconsueto e rivoluzionario! – le proprie vittorie.

Insomma, forse non un vero e proprio deus ex machina… ma quasi.


1. Che comunque appare – almeno a me che pure non speravo molto nella Corte d’Appello – qualcosa in più di un momentaneo respiro.

2. L’estensore materiale del testo legislativo, però, l’ex deputato repubblicano Jean Leonetti, ha dichiarato domenica che l’arresto delle cure si sarebbe ben iscritto nel quadro della sua norma.

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“Ne pleure pas, #Vincent”

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“Ne pleure pas, #Vincent"

#LaCroce quotidiano, 21 maggio 2019

di Davide Vairani

La procedura di sospensione dei "trattamenti" per Vincent Lambert è stata attivata formalmente dall'ospedale di Reims.

"Dalla settimana del 20 maggio 2019", aveva annunciato il Dr. Sanchez: data ed ora precise non comunicate, per "motivi di sicurezza". Puntuali: ore 8.30 del mattino di lunedì 20 maggio 2019, procedura attivata. Hanno fretta di chiudere definitamente l'affaire Lambert.

"Lo stanno uccidendo, senza averci detto nulla, sono dei mostri", dichiara in lacrime Viviane, la madre di Vincent alla "BFM-TV":

"non hanno potuto nemmemo dargli l'ultimo addio - si legge in comunicato stampa sul sito del Comitato di sostegno "Je suis Vincent" -.

Ieri sera (domenica ndr) Vincent stava piangendo, perché aveva capito che non li avrebbe più rivisti".

"Lo abbiamo appreso questa mattina via email (lunedì 20 maggio ndr) che avevano iniziato la sedazione profonda e continua" fino alla sua morte, aggiunge ancora Viviane, mentre il suo legale, Jean Paillot, denuncia uno "scandalo assoluto".

“Je suis Vincent Lambert”, scandivano domenica i 200 manifestanti accorsi al presidio davanti all'Ospedale Sebastopolos di Reims. “O Eternel, ne leur pardonne pas car ils savent ce qu’ils font”, pregavano altri. I giornalisti si accalcavano per intervistare Viviane, la madre di Vincent. Sono sfiniti Pierre, 90 anni, e Viviane, 73 anni, ma non intendono arrendersi.

"Vincent muove la testa, ho molti video, ma nessuno vuole vederli", dice Viviane davanti ai microfoni e alle telecamere.

"La Francia regredisce, ma Vincent resiste. Chiedo che Vincent venga trasferito in una unità specializzate. È rinchiuso nel braccio della morte, è orribile".

Non riesce a trattenere le lacrime, questa madre indomita che da sei anni ostinatamente chiede soltanto questo per il proprio figlio.

"Certo che abbiamo ancora speranza (...) Combatteremo ancora (...) No, non lo uccideranno. Lo stanno uccidendo. E' un'eutanasia mascherata", continua in lacrime Viviane.

"Nous allons a battre", continuiamo a combattere.

"Tre nuovi ricorsi" contro l'interruzione prevista delle cure, senza specificare in quale giurisdizione, annunciavano domenica gli avvocati di Pierre e Viviane.

"I genitori di Vincent Lambert vogliono denunciare le autorità competenti e le corti interessate con un reclamo disciplinare allo scopo di colpire il dott. Sanchez e di avviare un procedimento penale contro di lui", hanno aggiunto gli avvocati Jean Paillot e Jérôme Triomphe in una dichiarazione, in merito al medico che dirige il dipartimento di cure palliative e l'unità per cerebrolesi dell'ospedale Sevastopol di Reims dove Vincent Lambert è ricoverato.

Alle 17.00 di lunedì 20 maggio, visto il rapido evolversi della situazione, hanno deciso di presentare l'ennesimo ricorso urgente alla Corte d'Appello di Parigi, affinchè venga bloccata la procedura di morte per Lambert.

Sino a qui la cronaca di questi ultimi due convulsi giorni di vita per Vincent Lambert.

E ora?

Il protocollo di "sedazione profonda e continua" fino alla morte prevede l'utilizzo per via endovenosa del midazolam, un farmaco della famiglia delle benzodiazepine potente e ad azione rapida che dovrebbe servire per evitare ogni forma di dolore e sofferenza fino all'ultimo istante di vita.

Con la contemporanea cessazione dell'idratazione e della nutrizione, la morte può avvenire in ogni istante, ma "mediamente ci vuole almeno una settimana", come spiega ad Agencie France Presse (SFP) il dott. Bernard Devalois, specialista in cure palliative presso l'ospedale di Bordeaux Bagatelle.

Come sarà la sua morte? "Gli organi smetteranno di funzionare dopo l'interruzione dei trattamenti - spiega il dott. Bernard Devalois -. Il ruolo dei reni è essenziale: a causa dell'insufficienza renale, il potassio si accumula nel sangue e finirà per causare un arresto cardiaco.

"Questa è un'applicazione esemplare della legge Claeys-Leonetti, che proibisce l'accanimento terapeutico", secondo il dott. Devalois.

"Non ha nulla a che fare con l'eutanasia dell'iniezione letale, come quella che è prevista legalmente in Belgio".

"Ce n’est pas un arrêt des soins, c’est un arrêt du maintien artificiellement en vie", conclude

(si veda: "France : l’arrêt des soins de Vincent Lambert a débuté au CHU de Reims", su "RTBF.Be", AFP, 19 maggio 2019).

Mentire anche davanti all'evidenza: tutto questo è folle.

Sette sentenze. Ci sono volute sette sette sentenze per mandare a morte Vincent Lambert, innocente di qualsiasi crimine.

La morte che, a prescindere da ciò che ci raccontano i media, sarà ben lungi dall'essere "naturale", calcolata, voluta, programmata, provocata e infine amministrata.

In questo modo, camici bianchi e merletti neri sono diventati complici di un'infamia senza precedenti nella storia moderna francese.

La prima sentenza è quella sul piano medico, quella dalla quale ha origine il lunghissimo iter giudiziario fatto di ricorsi da parte dei genitori di Vincent Lambert.

E occorre tornarci, per capire che cosa poi è accaduto davvero.

Tutto è iniziato con un fatale errore di valutazione, quando nel corso dell'inverno 2012-2013, il team del Dipartimento di cure palliative dell'Ospedale universitario di Reims ritiene che Vincent Lambert manifesti una "volontà di morire".

Passo indietro. Il 29 settembre 2008 il 32enne Vincent Lambert, infermiere psichiatrico del Centro Ospedaliero di Châlons-en-Champagne, subisce l’incidente stradale che gli sarà poi fatale: cade in uno stato di coma profondo, viene ricoverato immediatamente nel reparto di terapia intensiva del Centro Ospedaliero di Châlons-en-Champagne.

Esce poi dal coma, per ritrovarsi in quello che clinicamente viene indicato come “stato-pauci-relazionale” o stato di “coscienza minima”. Nei mesi successivi viene tentato ogni sforzo possibile in diversi ospedali francesi.

Nel luglio del 2011, su richiesta della sua famiglia, Vincent è ammesso al Coma Science Group (Università di Liegi, Belgio), guidato dal Prof. Steven Laureys, per una relazione medica.

Steven Laureys è uno specialista in neurologia e medicina palliativa,   uno dei maggiori esperti mondiali nei meccanismi e nei gradi di coscienza.

Il suo rapporto conclude lo stato di “coscienza minima” di Vincent. Raccomanda di provare a stabilire un codice di comunicazione con Vincent, prova che è vivo e vegeto.

Torniamo a Reims, quando il 16 novembre 2011 Vincent viene trasferito nel reparto cure palliative dell’ospedale Sebastopolos, il cui direttore sanitario è il Dr. Eric Kariger, geriatra.

Un complesso di 250 posti all’interno dell’Ospedale Universitario di Reims: una unità di cure palliative, i cui letti sono riservati ai pazienti pauci-relazionali, incluso quello di Vincent.

In quel letto di quel reparto a Reims Vincent ci resterà per tutti gli anni a venire, sino alla sua morte attuata lunedì 20 maggio 2019.

Torniamo alla (presunta) "volontà di morire", che il Dr. Kariger avrebbe registrato da parte di Vincent.

Di per sé, una dichiarazione “strana”.

Delle due l’una, tertium non datur: o Vincent era allora in grado di manifestare la propria volontà in modo inequivocabile (e dunque era cosciente); oppure -come al contrario venne decretato all’unanimità dagli esperti, nonostante le riserve di qualcuno in merito ai progressi riscontrati -, Vincent si trovava in uno stato di coscienza alterata, dunque incapace di manifestare un tale desiderio di morire.

Questa evidente contraddizione non impedisce all’équipe medica dell’ospedale di Reims di decidere la sua morte.

L'ordine, datato 20 aprile 2013, è semplice: si limita a prescrivere la privazione totale della nutrizione fino a quando non si verifichi la morte. Come se Vincent, negli occhi dello staff infermieristico, avesse già smesso di esistere come paziente e come uomo.

E' la prima procedura medico collegiale decisa per evitare una "ostinazione irragionevole" nel mantenere in vita artificiale una persona che è ormai un "corpo sofferente", per usare l'espressione letterale del Dr. Vincent Sanchez, il medico che prese il posto del Dr. Kariger all'ospedale di Reims e che attivò le successive ulteriori tre procedure collegiali.

Viviane Lambert fa visita a suo figlio, come fa con suo marito più volte all’anno per 15 giorni di seguito.

Come sempre, chiede di parlare con il medico per fare un bilancio. Il 5 aprile 2013, le disse che avrebbe dovuto iniziare a pensare alla possibilità di “lasciar andare” Vincent.

Viviane propone di tornare con suo marito Pierre (in convalescenza) per parlarne di nuovo.

L’appuntamento è fissato per il 15 maggio 2013 a Reims dal Dr. Kariger. In nessun momento le dice che è già stata presa la decisione di provocarne la morte per sospensione dell’alimentazione.

Il 10 aprile 2013, senza attendere l’appuntamento, l’equipe medica, con l’unico accordo di sua moglie Rachel, esegue la decisione di avviare il processo di eutanasia di Vincent, sospendendo l’alimentazione e riducendo l’idratazione (200 ml/24 ore).

Per giustificare questa decisione di ucciderlo, la sua dieta è chiamata “trattamento”.

Solo Rachel, la moglie, è informata. Nessuno dei genitori o fratelli sono informati.

E' il 20 aprile 2013, quando per caso, durante una visita,  uno dei fratelli di Vincent scopre che non è stato nutrito da 17 giorni.

Informa i suoi genitori. Da quel momento, la fiducia con il medico di Vincent si interrompe. Ed inizia la battaglia di verità per Pierre e Viviane.

Eppure, Vincent è vivo e vegeto.

Gravemente handicappato, certo, ma vivo, come quasi duemila altre persone in Francia, pazienti molto particolari, che hanno bisogno di cure adeguate, a volte a casa, come prescritto da una circolare ministeriale del maggio 2003, che non fa distinzione tra "état d’éveil non répondant" ed  "état pauci relationnel", stato di risveglio non cosciente e stato pauci relazionale, ne regola la presa in carico.

Vincent è talmente vivo che persino resiste trentuno giorni senza nutrizione.

L'unica prescrizione medicalmente davvero necessaria fin dall'inizio è una prescrizione per fisioterapia, logopedia, stimolazione sensoriale e un trasferimento urgente a un'unità specializzata nella cura di tali pazienti.

Ce ne sono almeno sette in Francia che si sono dichiarate disposte a prendersi in carico Vincent.

Questa prescrizione nessun medico la scriverà e, poiché il paziente Lambert non muore, la successiva prescrizione, più drastica, aggiungerà alla privazione del cibo quella di qualsiasi idratazione accompagnata da una sedazione profonda e continua, come sancito dalla legge dal 2016, che consente legalmente una rapida morte.

La seconda sentenza appartiene alla sfera giuridica.

La giustizia, in uno scoppio di coscienza, ha, più volte, sospeso l'esecuzione della prescrizione medica fatale, sulla base di un attaccamento alla vita e di errori tecnici nella conduzione delle procedure collegiali.

Dopodichè, l'idratazione artificiale della nutrizione si  trasformata in farmaco, la sedazione per angoscia incontrollabile si trasforma in sedazione terminale e la presunta volontà di Vincent ha preso il posto delle direttive anticipate che non ha mai messo nero su bianco.

Alla fine di questo lungo iter giudiziario, si può tranquillamente affermare che la caratterizzazione di "ostinazione irragionevole" nel continuare a lasciare vivere Vincent sia più un'ostinazione della legge che  medicina.

Per quali ragioni?

E' la terza sentenza, quella sul piano dell'interpretazione legislativa.

Perché era necessario piegare la legge, adattarla all'"affaire Lambert", in modo che si potesse uccidere Vincent impunemente.

E dopo di lui, presto o tardi, tutti quelli che condividono la sua condizione.

Perché, non appena il legislatore ha stabilito che alcune vite devono essere ritenute "indegne", "vane", "oltraggiose", oggi è il turno di Vincent Lambert, ma domani, forse, il tuo, il mio o quello di qualcuno che ami, a non meritare di essere vissuto.

Quanto tempo ci vorrà per proibire qualsiasi spesa sanitaria a favore di questi "inutili"?

E di molti altri ancora, perché nessuno può dire dove si fermeranno i "risparmi", se è vero che il prossimo futuro della Francia e dell'Europa sarà caratterizzato da un aumento esponenziale di persone con malattie degenerative, come l'Alzheimer, che necessitano di ingenti quantità di denaro a fronte di un welfare sempre più ristretto.

La quarta è una sentenza politica.

Perché è davvero lo Stato francese che persiste nell'ottenere l'esecuzione dello stop e la messa a morte di uno dei suoi cittadini.

L'attuale Ministro della Salute, commentando la richiesta di sospendere temporaneamente la decisione di arrestare i trattamenti per Vincent presentata dalla Commissione internazionale dell'ONU su ricorso genitori di Vincent, non ha esitato ad affermare che Vincent non è una persona disabile.

Affermazione come minimo sorprendente, poiché, innegabilmente, Vincent, a causa del danno cerebrale causato dal suo incidente nel 2008, soffre di un duplice handicap motorio e cognitivo.

Ancora una volta, e fino al livello più alto dello stato francese, si gioca sulle parole, quando disturbano, quando possono - soprattutto - portare i francesi a farsi domande.

La quinta sentenza riguarda i media francesi.

Mai come nell'affaire Lambert si è assistito ad un potere mediatico a senso unico: Vincent è in una condizione irreversibile e non è umano lasciarlo vivere in queste condizioni.

Rispondendo alle domande della giornalista Cecilia Bouanchaud il 10 giugno 2015 su “Europe 1”, il Dr. Eric Kariger (colui che per primo ha avviato una procedura di sospensione delle cure per Vincent) stigmatizzò duramente la messa in onda televisiva di un breve video amatoriale girato con un cellulare da un amico di Vincent e disse:

"Si chiama manipolazione. Ho le lacrime agli occhi. È doloroso, è drammatico. È soprattutto irrispettoso per il paziente, per sua moglie e sua figlia, che non possono piangere”.

La mediatizzazione implica necessariamente una parte di strumentalizzazione e, quindi, di manipolazione da entrambe le parti.

Ciò che è drammatico - e la reazione di cui sopra del dottor Eric Kariger ne è chiaro esempio - è che lui parla di "lutto" come se Vincent fosse già morto.

È sicuro, anzi certissimo, che i parenti prossimi di persone in gravi condizioni di vita vivano un inferno: è un cambiamento radicale della vita, una trasformazione che devasta i progetti di vita, che è pesante da portare, che può anche far morire di crepacuore, ma il punto non sta qui.

La questione di fondo non è sostenere che per rimuovere le tragiche condizioni di vita di persone care si debba rimuovere la persona medesima.

È il rispetto per la persona umana e per la dignità umana che vi sono coinvolte.

La legge sul fine vita francese è per alleviare il dolore delle persone alla fine della vita, non per alleviare la coscienza dei propri cari, facilitare le loro vite devastate psicologicamente e materialmente da questa dipendenza della persona amata.

Quel video era la prova delle menzogne e delle assurdità che erano state ripetute fin dall'inizio, la palese dimostrazione che Vincent non era in coma, che non era moribondo, che nessuna macchina lo manteneva artificialmente vivo, quindi non c'era nulla da disconnettere.

Quanti francesi poi scoprirono, sbalorditi, che Vincent, lungi dall'essere il "vegetale" che era stato loro descritto e persino odiosamente caricaturato, era un essere umano come loro, capace di aprire gli occhi, girare la testa, ingoiare cibo.

Era così imbarazzante ammetterlo?

E perché gli stessi media, commentando gli ultimi colpi di scena del "caso Lambert", quasi all'unanimità, hanno scelto di ripetere solo un pezzo di verità?

Hanno preso un parte, una sola, dell'ultima valutazione clinica ufficialmente condotta sullo stato di salute di Vincent: "irreversibile".

Che non si tratti di accanimento terapeutico, lo hanno scritto a chiare lettere i tre esperti nominati dal tribunale amministrativo di Châlons-en-Champagne nel rapporto consegnato ai giudici in data 22 novembre 2018.

Tre professionisti francesi, il Dr. Philippe Coubes (neurochirurgo presso l'Ospedale Universitario di Montpellier), il Dr. Favrice Parker (neurochirurgo presso il Kremelin Bicetre di Parigi) e la Dr.ssa Virginia Woisard-Bassols (medico odontoiatra specializzata in problematiche della deglutizione presso l'Ospedale universitario di Tolosa).

Vincent Lambert si trova in "un état végétatif chronique irréversible" - scrivono i tre esperti - , tanto che la sua condizione è molto grave: "Vincent Lambert est dans un état d'incapacité fonctionnelle psycho-motrice totale en 2018 comparable cliniquement à celui enregistré en 2014", al punto che "des éléments minimes d'aggravation ont été enregistrés".

E annotano: la sua "situation d'impotence fonctionnelle totale du fait des lésions encéphaliques irréversibles" gli impedisce "toute qualité de vie" e non gli permette "plus d'accès possible à la conscience".

La situazione clinica di Vincent è quella di una persona gravemente disabile, estramente dipendente: una limitazione totale delle funzioni di comunicazione, movimento, una condizione che non può che essere dichiarata irreversibile.

Eppure, sono gli stessi medici a scrivere successivamente: "Les experts considèrent que la réponse aux besoins fondamentaux primaires (alimentation, hydratation, émonctoires, prévention cutanée, hygiène de base) ne relève pas pour certains patients en état végétatif avéré, tel que Vincent LAMBERT, de l’acharnement thérapeutique ou d’une obstination déraisonnable"(p. 24 della relazione).

"La condition médicale de Monsieur LAMBERT n’est pas unique, ne pose pas de difficultés de prise en charge dans notre pays,n’appelle aucune mesure d’urgence. Il existe en France des structures pouvant l’accueillir jusqu’à sa disparition si le maintien au CHU de Reims s’avérait impossible pour des raisons autres que relevant de la simple technique médicale" (p. 24).

Dunque, sul piano clinico, Vincent Lambert è una persona tetraplegica, in una condizione di irreversibilità, gravemente disabile e - pur tuttavia - nutrire Vincent Lambert non pone alcun problema di presa in carico, non prevede alcuna misura d'urgenza e non costituisce, nel senso medico, un'"ostinazione irragionevole".

La sesta sentenza riguarda la famiglia di Lambert.

Fino a maggio 2013, nessuno nella famiglia di Vincent aveva intenzione di ucciderlo.

Al contrario, i suoi parenti lo circondarono con lo stesso amore e lo stesso desiderio di aiutarlo a riabilitarsi.

Nessuno di loro aveva mai dichiarato la volontà di Vincent di non volere essere tenuto più in vita qualora si potesse si fosse mai trovato in questa condizione di estrema dipendenza.

In quella data, la terribile e mortale decisione medica di smettere di alimentarlo ha fatto in modo che la sua famiglia si spaccasse in due: alcuni portati via dalla fiducia che si tende a consegnare in mano ai medici, altri guidati dal loro amore intatto, intangibile, e dalla necessità di proteggere i più deboli.

La settima sentenza riguarda ciascuno di noi.

Hanno parlato, hanno parlato tutti. Medici, giudici, legislatori, ministri, media.

Parlavano tutti, anche quando non sapevano cosa stavano dicendo, anche quando disinformavano, anche quando non erano a proprio agio con la verità.

Vincent non è un mostro, Vincent non è un vegetale, Vincent non è alla "fine della vita". Vincent è vivo.

Vincent, handicappato, rimane comunque, e forse ancor più a causa della sua debolezza e della sua miseria, uno di noi.

Spetta a noi, in ultima analisi, dire se accettiamo o meno l'inenarrabile tradimento di tutti i nostri valori e della nostra intera civiltà.

Domani sarà troppo tardi.

Non solo per Vincent, ma per ciascuno di noi, perché questa scelta fatale è una di quelle dalle quali indietro non si torna.

"Non piangere ..."

In un breve video, gli ultimi momenti di Vincent Lambert con sua madre Viviane.

Mentre il CHU Reims ha avviato la procedura di arresto della cura (idratazione e dieta) e ha posto Vincent Lambert in profonda sedazione, la sua famiglia lo ha visitato domenica sera.

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Posted in #LaCroce #VincentLambert

Ultimi giorni per salvare #Vincent prima che scorrano i titoli di coda

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Ultimi giorni per salvare #Vincent

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 18 maggio 2019

Se si scorrono i titoli dei media francesi con qualsiasi motore di ricerca troverete ai primi posti titoli come questi:

"Vincent Lambert, symbole du débat sur la fin de vie"; Vincent si trova in "situation d’obstination déraisonnable"; "arrêt des traitements", sospensione dei trattamenti; "en état végétatif irréversible", in stato vegetativo irreversibile, e anche - parole testuali del Ministro della Solidarietà e della Sanità francese -: "Vincent Lambert n’est pas en situation de handicap", Vincent Lambert non è disabile.

E' la verità?

Marianne mette subito le mani avanti: "Non appartengo ad alcuna confessione religiosa".

"Thaïs aveva 20 anni quando ha subito un incidente stradale, sei anni e mezzo fa". Da quel giorno, sua figlia si trova in uno stato di coscienza minima. Distesa a letto o su una sedia a rotelle, ha trovato, da alcuni mesi, la capacità di comunicare attraverso uno schermo su cui può dire 'sì' o 'no' con i suoi occhi".

"Le sue condizioni si sono evolute nel corso degli anni. Mi è stato detto il peggio, ho pensato che l'avrei persa e ho cercato di prepararmi per affrontare il momento della sua morte. Ma a poco a poco, le sue condizioni si sono stabilizzate".

Marianne e Thaïs non sono nomi di fantasia, ma persone in carne ed ossa: una delle 1.500 famiglie francesi che si prendono cura di figli, coniugi e parenti in stato di coscienza alterata. Persone nelle stesse condizioni di Vincent Lambert.

Tra poche settimane, dopo una degenza in ospedale, Thaïs andrà a vivere con sua madre in Normandia. E quando si parla con Marianne della vicenda di Vincent Lambert, questo giovane tetraplegico il cui medico ha annunciato la cessazione dei trattamenti nella settimana del 20 maggio, dice subito: "A me tutto questo provoca stupore e incomprensione".

Come Thaïs, 1.500 persone in Francia sono in uno stato di coscienza alterata, qualificate, secondo il loro stato, in "stato vegetativo cronico" o "stato pauci-relazionale".

Per i loro parenti, come Marianne, il lungo sviluppo di quello che è diventato il "caso Lambert" è stato spesso fonte di domande, se non di paure.

L'"Union nationale des associations de familles de traumatisés crâniens" (Unaftc), che difende gli interessi e i diritti delle persone con gravi lesioni cerebrali, è sempre intervenuta in tutte le fasi dei lunghissimi ricorsi giuridici intentati dai genitori di Vincent Lambert, fin dall'inizio del 2014.

"Mi è capitato di restare molto scioccata del modo con il quale i media hanno da sempre affrontato l'affaire Lambert, specialmente da uno show radiofonico in cui eraè stata invitata la madre di Vincent Lambert.

Ho cercato di prendere le distanze, fondamentalmente per proteggermi", spiega Marianne, ex infermiera professionale, al quotidiano "La Croix", dal quale abbiamo preso spunto per queste righe.

Non può fare a meno di tracciare parallelismi tra Vincent e sua figlia.

"E' scioccante quello che di solito vediamo nei programmi televisivi", dice. "Sembra che le persone che si stanno svegliando dal coma debbano trovarsi subito in ottima forma, come se nulla fosse accaduto. Se così non è, allora è meglio lasciarli morire. Nessuno vuole vedere che c'è una via di mezzo".

L'ex infermiera insiste soprattutto sull'importanza ai suoi occhi di prendere in considerazione la realtà di ciò che vive la gente in stato pauci-relazionale.

"L'obiettivo che tutti dovremmo avere non è sapere se una vita dovrebbe essere degna di essere vissuta, ma cercare di capire che cosa stanno attraversando", dice Marianne.

Le sue parole sono simili a quelle usate da Philippe, il padre di un giovane travolto da un'auto mentre era in bicicletta 16 anni fa.

"Ammetto che quando ho realizzato, alla fine del 2013, che cosa significa  porre fine all'idratazione e alla nutrizione di un giovane in uno stato vegetativo cronico, mi è caduto il mondo addosso", ricorda.

"Ho realizzato in quel momento che un giorno avrei potuto essere preso da parte da un medico che avrebbe potuto dirmi: 'Quello che stai facendo con tuo figlio è un accanimento terapeutico'. Oggi mio figlio riesce a nutrirsi per bocca, ma è del tutto possibile che un domani, se indebolito, possa venire alimentato con un sondino, esattamente come per Vincent Lambert da almeno otto anni. Come lui, mio figlio non ha un codice di comunicazione affidabile e riproducibile. Esprime le sue emozioni, ma non parla".

Philippe si rifiuta di ridurre l'affaire Lambert ad "un conflitto tra una moglie amorevole e genitori ideologici cattolici fondamentalisti". Philippe, che è un medico, teme soprattutto "il potere del medico e la confisca della decisione personale" in questo tipo di procedure.

"L'idea che un giorno uno possa decidere per me, e soprattutto per conto di mio figlio, è a mio parere intollerabile".

Per questo padre - che vive con il figlio disabile - ciò che conta di più è la questione della volontà ciascuno di noi.

"Non sono un pro life militante e ad ogni costo", dice Philippe. "Non sto dicendo che non dovresti mai cessare di tenere in vita una persona. Sto semplicemente dicendo che devi sederti intorno a un tavolo e cercare di scoprire quale sia la volontà della persona interessata, in base a ciò che sai. Può essere solo in un processo collettivo, in cui ascoltiamo tutti e in cui il medico non deve avere potere di pronunciare il verdetto ultimo di vita o di morte".

"Ciò che conta non è quello che ho voluto che fosse: questa è vita che conduce oggi", riassume Philippe parlando di suo figlio che oggi ha 30 anni.

"E' il modo con il quale cerco di non renderlo infelice per la vita che oggi conduce che conta. Ma se proietto costantemente su di lui i desideri per il suo futuro che nutrivo in me prima dell'incidente stradale, allora la vita diventa davvero insopportabile, non solo per lui, ma per tutti".

"Chi può credere in una fine della vita che va avanti da sei anni?", provoca il dott. Xavier Ducrocq in un articolo pubblicato sul sito "Valeurs Actuelles" ("Le neurologue Xavier Ducrocq rétablit la vérité médicale sur le cas Vincent Lambert", di Xavier Ducrocq, 17 maggio 2019).

Xavier Ducrocq è un dottore in medicina, specializzato in neurologia dal 1986. Medico ospedaliero presso il dipartimento di neurologia dell'Ospedale universitario di Nancy dal 1989 e professore di neurologia presso l'Università della Lorena dal 2001. È coordinatore medico del Unità neurovascolare Meuse da gennaio 2015 e da settembre 2019 capo del dipartimento di neurologia dell'Ospedale universitario di Metz-Thionville. Si è specializzato nel campo delle malattie cerebrovascolari (CVA) e medico del programma di telemedicina in Lorena. È stato presidente del Comitato Etico dell'Ospedale universitario di Nancy e della Lorena Area of Ethics of Health dal 2007 al 2015.

Fu nell'aprile del 2013 che un giorno ricevette la telefonata degli avvocati di Viviane e Pierre, i genitori di Vincent, che chiedevano aiuto e consulenza medica durante la prima decisione medica collegiale di sospensione dei trattamenti decisa dall'Ospedale di Rèims e scoperta quasi per caso dai suoi genitori dopo 17 giorni dall'attuazione.

"Non ero a conoscenza di questa situazione, non sapevo nulla di Vincent Lambert", ha dichiarato in una recente intervista il Prof. Ducrocq.

"Ma una cosa mi è parsa subito chiara: non si trattava in alcun modo di accanimento terapeutico". Da allora è diventato uno dei consulenti stabili che ha accompagnato passo dopo passo i genitori e i loro avvocati in ogni ricorso presentato in questi lunghissimi 11 anni di calvario per dimostrare la verità su Vincent.

"Vincent Lambert non è un 'simbolo', ma una persona - scrive Ducrocq -. Sposato, padre, gravemente disabile a causa di un incidente d'auto, nel 2008. Vincent è pesantemente paralizzato, ma soprattutto si trova in uno stato di coscienza alterata, termine che significa il fatto che non siamo in grado di specificare il suo livello di coscienza, perché nessun codice di comunicazione affidabile lo consente.

Tuttavia, Vincent Lambert respira da solo, ha cicli di veglia e sonno, gira la testa, a volte vocalizza, scuote la gamba sinistra. Reagisce alla presenza dei suoi parenti. È persino in grado di ingoiare del cibo. Nel 2013, Vincent ha resistito a trentuno giorni di privazione di tutto il cibo, con una minima idratazione. Si ricomincerà di nuovo tra qualche giorno, accompagnando alla deprivazione di nutrimento una profonda sedazione, fino a quando non seguirà la morte. Nel nome della legge!

Vincent Lambert non è in condizioni di "fine vita": "chi può credere in una fine della vita che va avanti da sei anni?" - insiste -. Vincent non soffre di alcuna malattia incurabile. La sua alimentazione è indubbiamente artificiale, certamente, ma è molto semplice da preparare, al punto che essa viene eseguita in casa per alcuni dei suoi 1.700 'compagni di disgrazia' (espressione di sua madre, Viviane Lambert), non porre alcun problema".

Nei servizi che accolgono pazienti in stato vegetativo e in stato pauci-relazionale, l'affaire Lambert ha anche causato parecchi problemi.

"La gente non ne parla tutti i giorni, ma tutti seguono attentamente la situazione. Nel 2015-2016, quando i titoli dei giornali se ne sono occupati molto, mi ricordo che alcune famiglie erano venuti a trovarmi", ha spiegato a "La Croix" un medico che lavora in una delle 150 unità specializzate esistenti in Francia.

"Un giorno, la sorella di un paziente è scoppiata nel mio ufficio, infastidita e commossa. Mi ha detto: 'Promettimi che non farai mai morire mia sorella di fame e sete'".

Queste discussioni a volte sono riuscite a fare la differenza, con i parenti dei suoi pazienti tra l'arrêt de traitements disposti per Vincent Lambert e le cosiddette "limitazioni terapeutiche", cioè il patto medico-paziente per il quale, in caso di seria complicazione, il paziente non verrà più rianimato.

Questo medico, che desidera rimanere anonimo perchè l'affaire Lambert è "delicato" e anche "per il timore di attacchi di estremisti provenienti da ogni parti", evoca una discussione avvenuta verso la fine del 2018, subito dopo la copertura mediatica circa l'esito del pareri degli esperti medici nominati dal tribunale di Chalon in merito alla situazione clinica di Vincent Lambert:

"La madre di un paziente in stato vegetativo viene da me e dice: 'Mi chiedo se sarebbe meglio sedare mia figlia per potere aviare la sospensione dei trattamenti'. Gli ho detto che avremmo dovuto parlarne con gli altri operatori e medici, che non c'era alcun problema a parlarne, ma che anche lei avrebbe dovuto farlo con i componenti della sua famiglia. Una settimana dopo tornò nel mio ufficio e mi disse: 'Dottore, dimentichi tutto ciò che le ho detto. Le mie altre due figlie non sono d'accordo. Dimentichi tutto'".

Ma questo dottore è anche preoccupato per i prossimi mesi.

"È ovvio che se venisse davvero attuata la sospensione dei trattamenti per Vincent, tutto questo avrà una pesante influenza. Per la gente sarebbe un modo per sostenere che la legge consenta di uccidere o di lasciare morire di fame e sete una persona che è solamente una persona gravemente disabile".

"Interrompere i trattamenti per Vincent Lambert?

I trattamenti che gli sono dovuti in base alla Circolare ministeriale del 3 maggio 2002 (unità specializzate, fisioterapia, terapie per sviluppare indipendenza e autonomia nell'ambiente quotidiano e sociale, logopedia, stimolazione sensoriale, uscite in famiglia, etc.) sono state interrotte per sei anni. ", denuncia il Prof. Ducroq.

E' la circolare del sistema sanitario francese che indica procedure e presa in carico delle persone in stato vegetativo e in condizioni pauci-relazionali, delle stesse persone i cui racconti abbiamo provato prima a narrare.

Perchè Vincent Lambert non ha diritto a ricevere le stesse cure?

"Vincent è rinchiuso nella sua stanza, le sue visite sono limitate, le sue uscite vietate - spiega sempre il Prof. Ducroq -. I suoi genitori, da sei anni, devono depositare la loro carta d'identità per poter entrare nella sua stanza.  C'è qualcosa di peggiore che l'abuso di persone vulnerabili? Il CIDPH non si è sbagliato".

Vincent Lambert morirà. Così hanno deciso i suoi medici - per la quarta volta in sei anni - presso l'Ospedale universitario di Reims - e la "giustizia degli uomini", fatta dal Consiglio di Stato e non contraddetta dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU).

Accadrà  nella settimana del 20 maggio 2019. Trascurando le misure provvisorie di sospensione di questa decisione richiesta dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CIDPH), l'unico organismo specializzato nel campo della disabilità.

In queste ore, cento tra specialisti in giurisprudenza accademica, avvocati, notai, magistrati, protestano con tutte le loro forze contro questa mostruosità e lanciano un appello alla coscienza di tutti i francesi (si veda: "L'appel de cent juristes pour sauver Vincent Lambert", "Valeurs Actuelles", 16 maggio 2019)

"Questa decisione è la più inumana che si possa prendere: decidere con il proprio libero arbitrio la vita e la morte di un uomo, vale a dire del proprio vicino, nel 'paese dei diritti umani' nel quale la nostra Costituzione afferma che 'nessuno può essere condannato alla pena di morte'", dichiarano.

"Accettare questa decisione, per la società francese, significherebbe che i nostri concittadini hanno perso il senso dell'infinito valore della vita, qualunque essa sia, diminuita, inconscia, limitata da malattie e disabilità. Niente può giustificare questa decisione. La nostra società ha perso il senso dei propri valori fino al punto da rimanere in silenzio di fronte a una decisione di morte a sangue freddo?"

È ai francesi che vogliono rivolgersi, "affinché chiedano fermamente al Ministro della Sanità e ai funzionari del Centro ospedaliero di Rèims di non commettere l'irreparabile. Una soluzione è possibile e vorremmo capire perché non è stata percorsa: permettere di trasferire Vincent Lambert in una struttura più idonea, come ne esistono molte nel nostro Paese, per dare a Vincent una prospettiva di vita che nessuno ha il diritto di rifiutargli.

Sarebbe un sollievo per tutti: anzitutto per Vincent stesso, il cui orizzonte è significativamente ridotto da una vera e propria carcerazione ospedaliera, poi per la sua famiglia ed i suoi genitori, poi per tutti, in quando ciascuno potrebbe avere la possibilità di instaurare una una relazione più facile con lui, ma anche per l'Ospedale di Rèims, sul quale non graverebbe più questa responsabilità molto pesante".

Ogni francese deve in coscienza sostenere la vita di Vincent Lambert, perché "Vincent è la nostra umanità che soffre e che ci assomiglia. E' proprio perchè la vita di Vincent è ridotta che bisogna rispettarla ancora di più. Che ciascuno di noi indirizzi questa richiesta alle autorità pubbliche e ai medici: rispettate la vita di Vincent Lambert e affidatelo a coloro che vogliono preservarne la sua dignità di uomo".

Prima che scorrano i titoli di coda.

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Posted in #LaCroce #VincentLambert

Lambert: respinto ennesimo ricorso

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Lambert: respinto un ricorso

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 17 maggio 2019

La Francia sputa in faccia a Vincent Lambert fino alla fine: mercoledì 15 maggio il tribunale amministrativo di Parigi ha respinto per l’ennesima volta un ricorso d’urgenza presentato dagli avvocati dei genitori di Vincent.

Lo scopo del ricorso era di chiedere al giudice di provvedimenti provvisori di sospendere l'interruzione dei trattamenti decisi per la settimana del 20 maggio dell’ospedale di Rèims.

Secondo quanto riportato da alcuni media francesi (“Valeurs Actuelles”, “20 Minutes France” e il canale televisivo BFM, tra i vari) gli avvocati di Viviane e Pierre, i genitori di Vincent, stanno cercando di giocare le ultime carte possibili per fermare la decisione di lasciare morire di fame e sete il loro figlio.

Dopo aver formalmente chiesto l’intervento del Difensore dei diritti francese, hanno di nuovo tentato la via giuridica del ricorso d’urgenza, in attesa che la Francia risponda alla richiesta presentata dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CIDPH) che vuole vederci chiaro sull’affaire Lambert e verificarne il possibile riscontro di violazioni rispetto a quanto prevede la Carta dei diritti Onu, Carta approvata e ratificata non solo dell’Unione Europea ma anche dal governo d’Oltralpe.

Hanno invocato nelle motivazioni "l'ingerenza grave e manifestamente illegittima del diritto del rispetto della vita e del diritto ad ottenere un ricorso effettivo, diritti che costituiscono libertà fondamentali". Il giudice delle misure provvisorie ha rigettato la loro richiesta: "la corte ha valutato di ritenere il diritto a un rimedio effettivo fuori luogo, dal momento che il Comitato dei diritti degli handicappati, che non è un'autorità nazionale, non costituisce una giurisdizione", secondo una dichiarazione della corte virgolettata riportata dal quotidiano online “Sud Ouest”.

"Dobbiamo mantenere la speranza fino alla fine e spiegare a tutti che Vincent non è alla fine della sua vita, è disabile!", non smette di denunciare Viviane Lambert.

E chiama a raccolta i francesi domenica 19 maggio per un presidio davanti all’ingresso dell’Ospedale di Rèims: “Nulla è perso, il Comitato delle Nazioni Unite dei disabili ha chiesto alla Francia per continuare ad idratare e nutrire Vincent, la Francia deve rispettare la convenzione che ha firmato, deve farlo per Vincent, ma anche per tutte le altre persone disabili come Vincent".

Scenderanno in campo i francesi a difesa della vita?

In queste ultime settimane nelle quali l’affaire Lambert ha subito una durissima accelerazione verso l’impietosa fine della sua vita si ha come una sensazione di resa.

Sia sui social che nel dibattito mediatico francese si contano su di una mano le pubbliche prese di posizioni a difesa di Lambert.

E’ sceso in campo il prossimo Presidente della Conferenza Episcopale francese, Eric de Moulins-Beaufort, Arcivescovo di Réims.

“Lascia sorpresi che il signor Lambert non sia stato trasferito in un'unità specializzata nel supporto di pazienti in stato vegetativo o pauci-relazionale" – ha dichiarato in un comunicato stampa. E ha spronato i francesi a riflettere su dove stia andando la tradizione e la cultura dei diritti: “Fa parte dell'onore di una società umana non lasciare che uno dei suoi membri muoia di fame o di sete e fare tutto il possibile per assicurargli le cure appropriate. Permettersi di rinunciare perché una tale presa in carico ha un costo e perché sarebbe inutile lasciar vivere la persona umana interessata contribuirebbe a rovinare lo sforzo della nostra civiltà ".

Parole dure e chiare, ma solitarie. Nessuno dei 118 Vescovi della Chiesa francese ha deciso di fare altrettanto ed intervenire pubblicamente in tale direzione.

La politica francese è silente. Macron e il suo governo non intende muovere un dito per fermare l’esecuzione legalizzata di Lambert prevista per la settimana che inizia con il 20 di maggio, non intende ascoltare il Comitato Onu e si rifiuta di cercare una via di negoziazione. In data 07 maggio, il governo francese ha inviato una memoria di sei pagine a Ginevra tramite il Ministero degli Affari Esteri.

In questa dissertazione, consultata da “La Croix”, il governo francese mette nero su bianco tutti gli argomenti che tendono a dimostrare non è vincolato dalla richiesta preliminare del CRPD. E giunge a questa conclusione, secondo “La Croix”: "Dopo un'attenta analisi della situazione, il Governo informa il Comitato che non è in grado di attuare la misura precauzionale inviata”.

L’unica voce di un politico francese che ha osato alzarsi in piedi: Jean-Frédéric Poisson, ex Sindaco di Rambouillet ( Yvelines ) dal 2004 al 2007 e presidente del Partito Democratico Cristiano (PCD).

“Signor Presidente, non le sto chiedendo di usare il suo diritto alla misericordia, perché Vincent Lambert è un uomo innocente, ma di non essere complice nel suo omicidio premeditato”, ha dichiarato Poisson in un comunicato stampa di questi giorni. “Come non essere fortemente indignati, quando questa decisione si traduce nel lasciare morire un uomo di fame e sete? Come non ribellarsi a questo desiderio di uccidere una persona handicappata e indifesa? Come non essere preoccupati per la reazione del Ministro della Salute, Agnes Buzyn, che non considera vincolante il parere del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità? Francia, che cosa ne hai fatto dei Diritti dell’Uomo?”.

Anche in questo caso una posizione netta e chiara, non vi è dubbio. Una voce solitaria, tuttavia, e per di più di un piccolo partito fondato da Christine Boutin nel 2001 con la denominazione di “Forum des républicains sociaux (FRS)”: cinque consiglieri regionali, cinque consiglieri dipartimentali e circa 250 rappresentanti eletti locali (tra sindaci e consiglieri).

Sono scese in campo le “Associations Familiales Catholique” con un lungo comunicato stampa: “’Affaire Vincent Lambert’ : quelle société voulons-nous ?”.

“Il caso di Vincent Lambert non può fare a meno di interrogarci mentre rivediamo le nostre leggi sulla bioetica – dichiarano le Associazioni delle famiglie cattoliche francesi -. Vogliamo una società governata dalla ‘cultura dello scarto’, che consiste nel classificare gli esseri umani in base alla loro utilità per la società dei consumi, come afferma Papa Francesco, oppure una società che si prende cura dei suoi membri più fragili e vulnerabili?

Possiamo continuare a sostenere, con la legge Claeys-Leonetti, che ‘la nutrizione artificiale e l'idratazione’ sono cure che potrebbero essere sospese? In generale, questa disposizione è potenzialmente eutanasica, come ricorda il professore di etica medica Emmanuel Hirsch, il quale è convinto che ‘dare la morte a un uomo in stato vegetativo sarebbe un ultimo passo verso la legalizzazione dell'eutanasia’.

Può la vita di un uomo, anche nella sua estrema fragilità, dipendere dallo sguardo e dalla volontà di una parte della sua famiglia, portando, inoltre, il rischio di fratturare dolorosamente questa famiglia? La dignità di ogni persona umana è relativa alla sua capacità di relazione? Le Associazioni familiari cattoliche sono allarmate da questo diritto di porre legalmente fine alla vita di un uomo fragile”.

E concludono: “Si tratta di una certa idea dell'uomo, della sua intrinseca e incondizionata dignità. Si tratta di una certa idea della società che deve, sempre, andare al capezzale dei più vulnerabili. Si tratta dell’idea di una medicina che deve proteggere e curare. Si tratta dell'impegno che richiede alla Francia di rispettare le convenzioni internazionali che ha ratificato”.

Voce chiara e netta anche in questo caso, ma una voce solitaria. L’arcipelago pro life francese dove è finito?

Dove è finita la società civile francese?

Le uniche voci che rimbalzano sui media francesi sono quelle schierate per la “dolce morte”, come se la vera compassione per Lambert si dovesse tradurre univocamente per una sola strada: farlo morire.

Jean-Luc Romero, presidente dell'Associazione per il diritto di morire con dignità (ADMD) ha reagito alla decisione del medico dell'ospedale universitario di Reims di interrompere il trattamento di Vincent Lambert la settimana del 20 maggio con una intervista su “France Info” subito rilanciata da numerosi network.

“È drammatico – commenta Romero -, perché questa famiglia è stata distrutta per 11 anni, quindi è tempo che tutto questo finisca. Ma ciò che è davvero triste è che i politici non hanno fatto nulla. Sappiamo che esiste un'’ostinazione irragionevole’, ad eccezione del fatto che nella legge Claeys-Leonetti non abbiamo indicato chi la decide.

La domanda che conta è: chi decide? Questo è il punto cruciale del problema, oggi.

Per me, i medici devono indicare se vi sia ostinazione irragionevole, è la loro missione. Ma colui che deve avere l'ultima parola è la persona stessa e, se esso si trova in una condizione di non coscienza, la persona a lui più vicina. Nell’affaire Lambert vediamo tuttavia che la moglie non è d'accordo con i suoi genitori.

Ecco perché chiedo al legislatore di avere coraggio e di fare ciò che i belgi hanno fatto da tempo. In Belgio, quando sei in un coma irreversibile, è prima il marito a decidere e, se non c'è il coniuge, sono i genitori e, se anche questi non ci sono, i figli.

Dobbiamo uscire da questo empasse, perché domani di Vincent Lambert potrebbero essercene altri, quindi, non abbiate paura di legiferare. È chiaro che la legge Leonetti non risponde a tutte le situazioni. Vediamo che non funziona, che non mette la persona al centro della decisione”.

“Tutto quello che si deve fare – aggiunge - è un emendamento per prevenire casi futuri come quello di Vincent Lambert, in modo che domani non ci saranno più tragedie familiari di questo tipo. È ora necessario che il Presidente della Repubblica dia il via libera ad una legge che sia una legge di scelta, che rispetti tutti, che non obblighi a nulla, in modo che alla fine saranno i francesi a scegliere la fine della loro vita, cosa che nel caso di Lambert non sta accadendo”.

Fino a che punto si spinge la cultura di morte lo avete letto, fino al punto di trasformare Vincent Lambert in una leva per giungere a rendere formalmente eutanasica la legislazione sul fine vita francese.

Tra 72 ore il destino di Lambert potrebbe essere segnato per sempre e le chiacchiere ormai stanno a zero.

A meno di un evento imprevisto e di grande impatto, Vincent sarà lasciato morire di fame e sete senza alcuna pietà. Staremo a vedere se d’un tratto il popolo francese avrà un sussulto d’onore, si alzerà in piedi e scenderà in piazza per protestare contro un omicidio legalizzato nel quale tutti i giudici di ogni ordine e grado non hanno mai voluto prendere in mano sul serio l’affaire Lambert.

No, non è vero: ci sono cinque giudici che coraggiosamente si sono alzati in piedi, ma nessuno li ha voluti ascoltare.

“Lambert et autres c. France”, Grande Camera, 5 giugno 2015, decisione n. 46043/14. Dei 17 giudici della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) che nel 2015 ha rigettato il ricorso degli avvocati di Viviane e Pierre cinque di loro hanno osato alzarsi in piedi, votare contro i loro colleghi ed ottenere che in calce al documento ufficiale venissero allegate anche le loro motivazioni. Un fatto senza precedenti nella giurisprudenza europea, un fatto che quasi nessuno oggi vuole ricordare.

I loro nomi sono infatti sconosciuti: Hajiyev, Šikuta, Tsotsoria, De Gaetano e Griţco.

I cinque giureconsulti, a differenza dei colleghi, hanno deciso di entrare nel merito della questione in relazione a cosa debba intendersi per trattamento straordinario e alla portata dell’art. 2 CEDU arrivando ad affermare che il caso Lambert in realtà è “un caso di eutanasia che non vuole dire il suo nome”.

"Vincent Lambert è vivo e noi ci prendiamo cura di lui. È anche nutrito - e acqua e cibo sono due elementi essenziali per il mantenimento della vita e intimamente legati alla dignità umana. Questo rapporto intimo è stato ripetutamente affermato in numerosi documenti internazionali. Ci poniamo quindi la domanda: cosa può giustificare uno stato che autorizzi un medico [...], in questo caso non a ‘disconnettere’ Vincent Lambert (perché non è collegato ad una macchina che lo mantenga artificialmente vivo), ma piuttosto di fermarsi o astenersi dal nutrirlo e idratarlo, così da farlo morire di fame?”.

I cinque giudici non ravvisano le ragioni imperative che possano condurre uno Stato a togliere il nutrimento e l’idratazione ad un individuo che, come Lambert, non abbia anticipatamente dettato le sue volontà in materia e si trovi in uno stato vegetativo cronico, ma non ancora in fin di vita non essendo in una situazione di morte cerebrale e potendo essere accudito anche al di fuori della struttura ospedaliera. In tale ottica, il cibo e l’acqua costituiscono due elementi essenziali per il mantenimento in vita del paziente e intimamente legati alla dignità umana.

"Una persona gravemente disabile e incapace di comunicare [...] non può essere privata di due componenti che sostengono la vita, ovvero cibo e acqua, e la Convenzione è inoperativa di fronte a questa realtà. Crediamo non solo che questa conclusione sia terrificante, ma anche che - e siamo spiacenti di doverlo dire – questo sia un passo indietro nel grado di protezione che la Convenzione e la Corte hanno finora offerto alle persone. vulnerabili”.

Così concludevano le loro argomentazioni i cinque giudici dissidenti: "Nel 2010, la Corte ha accettato il titolo di Coscienza d'Europa [...] tale consapevolezza deve anche basarsi su elevati valori morali o etici. Questi valori dovrebbero sempre essere il faro che ci guida, indipendentemente dalla ‘faglia legale’ che può essere prodotta durante il processo di analisi di un caso. Non basta riconoscere che un caso ‘tocca questioni mediche, legali ed etiche della massima complessità’. E’ l'essenza stessa di una coscienza permettere che le questioni etiche modellino e guidino il ragionamento giuridico fino alla sua conclusione finale. È proprio questo: avere una coscienza. Ci rammarichiamo che la Corte, con questa sentenza, abbia perso il diritto di utilizzare il titolo di cui sopra”.

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