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Dammi ancora la mano

Dammi ancora la mano ...

di Davide Vairani

"Sono iniziate le scuole. Ci sono problemi, come al solito. Ma io fisso te, me, genitore che si ferma fuori dalla scuola. Padre o madre che tu sia. Fermo quando resti in piedi, nella luce varia dei mattini, o seduto in auto da solo. Tutti parlano di loro che entrano: quanti sono, quante aule mancano, quanti professori e che riforme.

Ma io fisso te: quando accompagni i tuoi figli e li vedi entrare in un mondo che non è più sotto la tua influenza. Vanno dove altri parleranno, diranno cosa fare, e cosa guardare e come pensare. Li vedi andare, piccoli, verso ciò che non conoscono, e che non conosci neppure tu. Se ne vanno da te, più chiaramente. si, d’accordo, il rapporto con le maestre, gli organi collegiali, le comunicazioni scuola-famiglia…C’è tutto quel che occorre, se si vuole, perché la famiglia sia collegata alla scuola.

Ma no, non sai dove vanno, dove cominciano ad andare: li puoi immaginare, ma è il primo posto dove non c’entri, la prima loro vita senza che t’impicci. Adesso puoi iniziare a chiedere loro: allora, com’è andata? Come a uno che torna da un posto che non conosci. E quel “qualcuno” iniziano ad essere loro, i tuoi figli, che pensavi di conoscere e che inizi a non conoscere più. Per iniziarli a riconoscere come non tuoi, come gente che ti è arrivata tra le braccia, e che se ne va. Che se ne va dove deve andare. E che si volta a guardarti per non avere paura: si volta a vedere che luce hai negli occhi. Perché cos’hai da dare loro ora? Si, il pane. E speriamo il companatico. I vestiti. E qualcosa per girare. Ma loro andare devono, e di quel che impareranno molte cose non le sai. Nemmeno ti ricordi le operazioni di aritmetica per aiutarli a fare i compiti! E ti stupisci di come fanno ad imparare così presto l’uso del pc. E non sai cosa sapranno, cosa avranno il piacere di scoprire, di imparare. E dolore di scoprire. E a che cosa dedicheranno la loro intelligenza, il loro cuore; non riuscirai a dare loro tante istruzioni.

Probabilmente ti lasceranno indietro. Ma si volteranno sempre, anche tra tanti anni, per vedere se hai avuto paura. E che luce avevi negli occhi. Per vedere cosa stavi pensando vedendoli andare nel mattino a scuola: vanno verso la vita o verso il tradimento della vita? Verso la grande fregatura, o verso la grande avventura? Anche quando non ci sarai più, e starai in piedi dietro le nuvole o seduto in un’automobile celestiale (speriamo), si volteranno a guardare se chi li ha accompagnati fino alla porta – che solo loro possono varcare – ha avuto paura. O se era certo che qualcosa di buono c’è oltre la soglia di ogni esperienza. Non c’è nulla come il dramma della paternità e della maternità. Che lascia andare. Che non trattiene.

In questi giorni tutti i giornali parleranno di loro, dei marmocchi, e dei ragazzini, e dei giovanotti. Del loro entrare, del loro mischiarsi tra razze varie, delle loro facciotte simpatiche o foruncolose, della loro serietà maestosa e dolcissima di seienni o di quindicenni. Del loro tesoro che si mette nelle mani della scuola. Strana consegna, e perciò della enorme responsabilità. E ministri, esperti, statistici diranno la loro.

Ma io getto uno sguardo a chi resta sulla soglia. A te, che come me, li hai visti sparire dietro la porta a vetri. E ti sembra strano commuoversi per così poco. E forse pensi: no, non è poco. È tutto quel che devo fare. È questo, in fondo, educarli. Che vadano, e quando si voltano, e quando tornano a raccontare, trovino uno sguardo interessato al vero della vita, e che non ha paura. Come quello di chi ti è stato padre. Senza avere un padre, infatti, senza uno con quello sguardo certo, non li avresti messi al mondo. I figli, quando li guardi veramente, ti chiedono di chi sei figlio tu, da dove hai preso tu quello sguardo".

da: "A te che ti fermi e li guardi entrare",  di Davide Rondoni

Sono figlio di due genitori, entrambi "maestri elementari", di quelle quando c'era il maestro/a unico/a.

Uno dei pochi ricordi che ho di mio papà - di quelli non ancora  sbiaditi dal tempo - sono i primi giorni di scuola.

Anzi, di cinque anni di elementari in quel paesino di poco meno di duemila anime.

Dopo una veloce colazione tutti e tre (io, mio papà e mia mamma) andavamo a scuola.

All'ingresso del portone mia mamma nella prima aula al piano terra, pronta ad accogliere i "primini" nella nuova avventura scolastica. Al secondo piano su dopo le infinite scale, l'aula in fondo. Io e mio papà entriamo in classe: lui davanti e io esitante dietro dopo qualche istante. Tutti rigorosamente in piedi per salutare in coro il maestro.

Alla cattedra ci sedeva il mio papà. Il maestro, come lo chiamavano tutti in paese. Lui era il maestro, visto che di insegnanti maschi c'era solo lui. Erano i tempi nei quali le autorità nei paesi della bassa erano: il sindaco, il parroco, il farmacista (o il medico) e il maestro.

Non era un'autorità richiesta e tanto meno esibita. Era il ruolo, la funzione pubblica che esercitava chi faceva quei mestieri. E il popolo, la gente li investiva e li voleva come autorità quasi morali. Da loro chiedevano consigli e sempre una parola, qualsiasi essa fosse, veniva ricevuta come un oracolo da seguire.

Ricordo la cura minuziosa con la quale a casa preparava le lezioni del giorno dopo. Ricordo come se fosse oggi lui che tra una rivista di pedagogia e un cartellone pieno di disegni batteva a macchina il materiale didattico che avrebbe utilizzato il giorno dopo. Ricordo la Olivetti sul suo tavolo, l'odore della carta copiativa che ogni tanto mi mandava a comprare dal rigattiere dietro l'angolo e le macchie che lasciava, la scolorina usata per correggere uno a uno i fogli gli errori di battitura.

Ricordo che dovevo impegnarmi il doppio, dovevo lavorare il doppio dei miei compagni di classe per prendere un "bel voto", un voto che fosse insospettabile. Guai se solo qualcuno avesse mai potuto pensare a favoritismi! A casa, nei compiti, mi aiutava mia mamma. Mio papà tassativamente non si faceva vedere. Mai. Ma spesso se ne stava nascosto dietro la porta del salotto, senza farsi vedere, e ascoltava. Questo l'ho saputo molto dopo. Confesso che ci rimanevo male a non vederlo lì con me.

Mio padre ascoltava di nascosto. Sapeva in cosa ero preparato, in che cosa facevo fatica e in cosa ero così così ( la matematica non sarà mai il mio mestiere). Quando toccava a me essere interrogato davanti a tutti, le domande erano precise, mirate sui punti nei quali ero meno preparato o faticavo a comprendere una materia. E su quello venivo messo alla prova. Dovevo sudarmi davvero i "bei voti".

Oggi sono padre di una "bambina" di 17 anni (lo so, non sei più una bambina, sei una donna che sta crescendo, ma lasciati chiamare così per una volta ancora).

Questa mattina sono uscito presto di casa. Ancora dormivi e non ti ho svegliato. Ti ho dato un bacio sulla guancia.

E ti ho seguito nel tuo prepararti per andare a scuola, il primo giorno di un nuovo anno. Ti ho seguita, mentre sorridi con le tue amiche, prendi il pullman ed entri dal portone per sederti tra i banchi della tua classe. Ti ho seguito con il mio cuore, che si commuoveva pensandoti.

So se chi devo accompagnare solo fino alla porta e che a te e solo a te tocca di entrare nel mondo dei grandi. So bene che ti dovrò lasciare andare, non senza una lacrima e la certezza che sarò sempre lì con te ogni volta che ne avrai bisogno.

Non so davvero se e che cosa ti abbia potuto insegnare.

Ho la certezza che la mamma ti ha consegnato tutto il tesoro di bellezza che porti con te e che il  sorriso lieto e contagioso sulle tue labbra non è mia eredità. E' il grande dono che Dio ti ha disegnato nel cuore e che hai imparato ad usare dalla mamma - perchè è come te la mamma - è il dono che Dio mi ha messo accanto.

Da mio padre e insegnante ho imparato la lealtà e l'onestà verso se stessi e gli altri.

Ho imparato a non arrendermi ai "non ce la faccio", "non sono capace".

Ho imparato a chinare la testa e ricominciare.

Ho imparato il senso del sacrificio che rende liberi. Ho imparato che cosa significa passione e onestà nel mestiere che la vita ti concede di fare, ho imparato che ogni mestiere ha la stessa dignità ed esige il meglio che tu possa dare. Mi ha insegnato che i soldi che ricevi come giusta mercede del lavoro (tanti o pochi che siano) sono uno strumento da investire nelle priorità della famiglia. Mi ha insegnato che il lavoro non è tutto.

E - soprattutto - mi ha insegnato con la sua testimonianza che lavorare per un ente pubblico implica un dovere in più di chiunque altro: essere sempre consapevole di essere pagato dalla collettività, dai cittadini.

E questo impone lealtà, fedeltà, dedizione massima, implica anteporre sempre  l'interesse della collettività alle ambizioni personali. Anche a costo di scontrati con chi non fa il proprio mestiere, anche a costo di subire ingiuste punizioni. Questo è stato mio papà.

Vola, Camilla, mia piccola e dolce Camilla.

Vola "dove io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare e dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare ..."

Culodritto

"Ma come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti
e le tue risate pulite e piene, quasi senza rimorsi o pentimenti,
ma come vorrei avere da guardare ancora tutto come i libri da sfogliare
e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare...

Culodritto, che vai via sicura, trasformando dal vivo cromosomi corsari
di longobardi, di celti e romani dell'antica pianura, di montanari,
reginetta dei telecomandi, di gnosi assolute che asserisci e domandi,
di sospetto e di fede nel mondo curioso dei grandi,

anche se non avrai le mie risse terrose di campi, cortile e di strade
e non saprai che sapore ha il sapore dell' uva rubato a un filare,
presto ti accorgerai com'è facile farsi un'inutile software di scienza
e vedrai che confuso problema è adoprare la propria esperienza...
Culodritto, cosa vuoi che ti dica? Solo che costa sempre fatica
e che il vivere è sempre quello, ma è storia antica, Culodritto...

Dammi ancora la mano, anche se quello stringerla è solo un pretesto
per sentire quella tua fiducia totale che nessuno mi ha dato o mi ha mai chiesto;
vola, vola tu, dove io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare
e dove è ancora tutto, o quasi tutto...
vola, vola tu, dove io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare
e dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare ..."

Francesco Guccini, "Signora Bovary", 1987

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Come vuoi morire?

Come vuoi morire?

di Dr. Sandeep Jauhar ,"The New York Times"

Come la maggior parte dei pazienti, il mio voleva vivere il più a lungo possibile. Così, quando gli ho prospettato la possibilità di impiantare un piccolo defibrillatore nel suo cuore in seria difficoltà, ha risposto immediatamente di sì. Il dispositivo sarebbe stato inserito nel suo torace per monitorare il suo battito cardiaco in modo che una scossa elettrica avrebbe potuto generarsi se il ritmo fosse diventato pericoloso. Come il defribrillatore al pronto soccorso, gli dissi, ma dentro il suo corpo.

In verità non ero sicuro che un defibrillatore fosse davvero una buona idea. Il mio paziente era vicino alla fine della sua vita. Avrebbe potuto vivere più di un anno, ma certamente non più di cinque.

I pazienti con insufficienza cardiaca muoiono principalmente in due modi: per un'improvvisa aritmia che interrompe definitivamente il battito del cuore o dall'insidioso guasto della pompa e il cuore non riesce più a soddisfare le richieste metaboliche del corpo. Nel primo caso - che il defibrillatore potrebbe aiutare a prevenire - si tratterebbe di una morte rapida e relativamente indolore. Nel secondo, al contrario, l'utilizzo del defribrillarore avrebbe l'effetto di protrarre nel tempo il cessare del battito cardiaco (e dunque la morte del paziente), ma non senza provare un intenso dolore fisico.

Quando sarebbe arrivato il momento, non sarebbe stato meglio per il mio paziente morire improvvisamente, piuttosto che lottare dolorosamente invano per respirare, mentre l'insufficienza cardiaca riempie piano piano i suoi polmoni di liquido?

Tema difficile da affrontare con il mio paziente - come avrebbe voluto morire -, in parte perché la sua morte non era imminente. Ma con l'avvento di tecnologie come i defibrillatori impiantabili, questo è un argomento con cui medici e pazienti dovranno sempre più cimentarsi: non l'inevitabilità della morte, ma il modo in cui morire.

La morte cardiaca improvvisa è sempre stata una specie di paradosso. È allo stesso tempo il modo più desiderabile di morire e il più temuto. Le aritmie brusche pericolose per la vita sono una delle principali cause di mortalità negli Stati Uniti. Circa 350.000 americani lo vivono ogni anno, e il 90% delle vittime muoiono prima o subito dopo il loro arrivo in ospedale.

Il mio stesso nonno è stato vittima di un'improvvisa aritmia fatale la mattina successiva al suo 83° compleanno. Si è svegliato lamentandosi di un dolore addominale, che ha attribuito a un eccesso di cibo e Scotch la sera prima. Pochi minuti dopo, emise un forte gemito e perse i sensi. Proprio così se n'era andato. Quasi certamente ha avuto un attacco cardiaco massiccio, ma l'infarto non è stato quello che l'ha ucciso: era l'aritmia che ne derivava, che impediva al suo cuore di sostenere il flusso sanguigno e la vita. Mia madre diceva sempre che era triste che morisse così all'improvviso. Ma ne era anche grata, in fondo.

Le morti improvvise come quelle di mio nonno possono diventare molto meno comuni. Nel 2015 sono stati impiantati negli americani circa 160.000 defibrillatori, più del doppio rispetto al decennio precedente. Anche la popolazione di pazienti che ha diritto a un defibrillatore impiantabile è aumentata drasticamente: per essere eleggibile era necessario fino a poco tempo fa' essere sopravvissuto ad un arresto cardiaco, ora la popolazione ammissibile include coloro che hanno solo un aumentato rischio di morte improvvisa. In America oggi, se tutti quelli che si sono qualificati per un defibrillatore dovessero averne uno, i costi potrebbero arrivare a miliardi di dollari.

Ma il costo, anche con le spese sanitarie alle stelle del nostro paese, non è il problema principale. Il problema principale, a mio avviso, è che i defibrillatori possono portare il processo di morte su un percorso lungo e tortuoso che altrimenti non avrebbe potuto prendere. Nessuno vuole morire prematuramente, ma quando è il loro momento, la maggior parte della gente vuole andarsene rapidamente e senza provare dolore. I defibrillatori possono impedire che ciò accada. Aiutano a prevenire la morte improvvisa. Ma possono anche togliere l'opzione di una morte improvvisa.

Naturalmente i defibrillatori offrono molti vantaggi. Sono quasi infallibili e sono molto efficaci. Gli studi hanno dimostrato che prolungano la vita in un numero significativo di pazienti cardiaci. La procedura per impiantarli è sicura. E i defibrillatori possono, in teoria, essere compatibili con una morte rapida: quando le condizioni di un paziente precipitano drasticamente, il paziente può scegliere di disattivare il dispositivo.

Tuttavia, secondo la mia esperienza, pochi pazienti disattivano il dispositivo. Noi medici raramente li informiamo di questa opzione, e anche quando lo facciamo, i pazienti (e le loro famiglie) sono spesso riluttanti a fare una scelta che potrebbe accelerare la morte.

Ho discusso questi problemi con il mio paziente. Ho spiegato che un defibrillatore potrebbe dargli una vita leggermente più lunga, ma che potrebbe anche portare via quello che voleva dalla morte. Ha ascoltato i pro e i contro. Alla fine, ha detto che voleva procedere con il defibrillatore. Gli abbiamo programmato l'intervento la settimana successiva.

Quando era sdraiato sul tavolo operatorio, non potevo fare a meno di pensare a un mio altro paziente che aveva ricevuto una serie di dolorosi shock dal suo defibrillatore quando aveva circa 60 anni. Non voleva spegnere il suo dispositivo, perché credeva che potesse dargli altri sei mesi o un anno di vita. Tuttavia, lei mi ha detto: "Dico al Signore: se è il mio momento, lasciami andare a dormire, per favore".

* Sandeep Jauhar è un cardiologo e anche uno scrittore. E' autore del libro: "Heart: a history".

Traduzione di:
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Ejus dulcis Praesentia

"Ejus dulcis Praesentia"

"Dio fatto uomo, Dio generato da una donna. Jesu dulcis memoria, dolce a ricordarsi, pieno di dolcezza nel ricordo che di sé compie.
Per questo io vorrei che la Madonna intercedesse per noi, in questo momento, presso Dio, perché Cristo sia realmente nella nostra vita una presenza, “la” Presenza. Perché la differenza tra una presenza e la Presenza è che la Presenza è il significato di una presenza. Una presenza ha significato solo nella sua totalità finale.

'Dio, se ci sei, rivelati a me', ci è stato tante volte ricordato
'Dio, se ci sei, rivelati a me'. Una presenza è Dio: se anche non è sentita, se pare non adeguata, adeguatamente motivata, sta invece come insostituibile parola.
'Dio, se ci sei, rivelati a me'. Rivelati vuol dire: fatti percepire parte della nostra, della mia esperienza! Questa deve diventare una preghiera, deve diventare una domanda, perché la preghiera è domanda. Deve diventare una domanda in noi, che salga anche dal nostro cuore arido, educato così lontano dalla memoria di quello che è successo e che succede, di quello che è successo e che succede nel mondo. Perché la memoria di quello che sta succedendo nel mondo è in ogni uomo proporzionale al fatto che quella memoria sia legata all’avvenimento, all’avvenimento di vita che noi stiamo vivendo.
Gesù, dolcezza a pensaci. A pensarci, a rinnovarne l’annuncio, l’annuncio del Suo essere presenza.

Presenza cosa vuol dire? Sed super mel et omnia, ejus dulcis praesentia. La Sua presenza è la cosa più buona, più bella e più dolce della nostra vita. Non ho vergogna a dire questo davanti a tutti voi che siete così figli del vostro tempo, a noi che siamo così figli del nostro tempo: 'Sopra ogni cosa dolce, Tu sei dolcezza a me'. Presenza vuol dire qualcosa che muta l’avvenimento nella sua fattispecie propria, che investe il significato del gesto che compio, delle forme che mi riempiono gli occhi.

Vi auguro di non aver paura e di non aver vergogna: di non aver paura, nel vostro nascondimento, quando siete nascosti a ciò che vi circonda, e di non aver paura quando la domanda di Cristo, al Mistero che fa tutte le cose, attecchisce a stento, sembra non attecchire.

Lo Spirito che ha fatto le cose, che fa le cose, da cui tutto fluisce, da cui tutto è fiorito, lo Spirito che ha germinato la fisionomia della Madonna, questo Spirito ci renda più facilmente discepoli del Verbo che ha cambiato di fatto la storia dell’umanità e che, attraverso la nostra adesione, attraverso le forme con cui noi guardiamo, udiamo, sentiamo, tocchiamo le cose, usiamo le cose, la muta.

È un cambiamento che definisce la “presenza”, essa può essere definita solo da un cambiamento. Lo fu per l’Innominato di Manzoni nel romanzo; lo sia quotidianamente nel romanzo della nostra vita quotidiana, altrimenti essa subirebbe il contraccolpo di una indefinitezza. Che la vostra e mia preghiera di fronte, dentro il richiamo di quella memoria, della memoria di Cristo, avvenga con semplicità; ma, nel tempo che passa, secondo una maturità che nessuno può impedire, salvo noi stessi.

Che questa memoria diventi presenza cambiando il volto di quel che siamo, di noi stessi, delle persone che ci circondano, della terra e del mondo intero, in quel tempo, dunque, e in quello spazio che costituiranno identicamente lo scenario dell’ultimo traguardo, dell’ultimo giudizio, dell’ultimo giudizio sulla vita. La gloria di Cristo sarà quell’ultimo giudizio. La dolcezza si ponga come permanenza nella nostra vita: si realizzi la Sua permanenza, la Sua presenza nella nostra vita, per l’ultimo giudizio".

da: "Appunti dall’intervento di Luigi Giussani" agli Esercizi spirituali degli universitari di Comunione e Liberazione, Rimini, 8 dicembre 2002

Jesu, dulcis memoria, dans vera cordis gaudia: sed super mel et omnia ejus dulcis praesentia.
Nil canitur suavius, nil auditur jucundius, nil cogitatur dulcius, quam Jesus Dei Filius.
Jesu, spes paenitentibus, quam pius es petentibus! quam bonus te quaerentibus! sed quid invenientibus?
Nec lingua valet dicere, nec littera exprimere: expertus potest credere, quid sit Jesum diligere.
Sis, Jesu, nostrum gaudium, qui es futurum praemium: sit nostra in te gloria, per cuncta semper saecula.
Amen

O Gesù, ricordo di dolcezza Sorgente di forza vera al cuore
Ma sopra ogni dolcezza Dolcezza è la Sua Presenza.
Nulla si canta di più soave
Nulla si ode di più giocondo
Nulla di più dolce si pensa Che Gesù, Figlio di Dio.
Gesù, speranza di chi si converte
Quanto sei pietoso verso chi Ti desidera
Quanto sei buono verso chi ti cerca
Ma che sarai per chi ti trova?
La bocca non sa dire
La parola non sa esprimere
Solo chi lo prova può credere
Ciò che sia amare Gesù.
Sii, o Gesù, la nostra gioia,
Tu che sarai l'eterno premio;
In te sia la nostra gloria
Sempre, per tutti i secoli.
Amen

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Quel giorno 369 tutto è tornato come è sempre stato

Quel giorno 369 tutto è tornato come è sempre stato

di Davide Vairani

"I media ti raccontano che il mondo è un posto grande e spaventoso, pieno di gente cattiva di cui non fidarsi. Io non me la bevo", scriveva Jay Austin, originario di Washington. Insieme alla fidanzata Lauren Geoghegan aveva dato avvio a un sogno: compiere il giro del mondo in mountain bike. Da luglio 2017, la coppia di viaggiatori, entrambi 29enni, innamorati della vita e dei popoli, ha percorso chilometri e chilometri pedalando per 369 giorni.

Poco più di una settimana fa, è arrivato quel giorno 369. La coppia stava andando in bicicletta in formazione con un gruppo di altri turisti, su un tratto panoramico di strada nel Tagikistan sud-occidentale. È stato lì, il 29 luglio 2018, che un gruppo di uomini dell'Isis li ha ammazzati. Una clip sgranata registrata da un autista con il cellulare mostra cosa è successo: una berlina Daewoo passa i ciclisti, fa una brusca inversione a U, punta direttamente il gruppo in bicicletta, li sperona e poi passa sopra i corpi caduti a terra. Quattro persone uccise: Austin, Geoghegan e due ciclisti provenienti dalla Svizzera e dai Paesi Bassi. Due giorni dopo, il Califfato nero pubblica un video che mostra cinque uomini identificati come gli assassini, seduti davanti alla bandiera dell'Isis, che fanno un voto: uccidere i "miscredenti". E lo hanno fatto.

Una visione del mondo tanto diametralmente opposta quanto immaginabile per quella che Austin e Geoghegan volevano vivere. Durante i loro viaggi, la coppia ha scritto un blog insieme (Simplycycling.com) e ha condiviso post su Instagram sulla spontaneità che desideravano incarnare e sugli atti di gentilezza ricambiati dagli estranei. Immagini bellissime in posti magnifici, corredate da frasi come: "Hai la sensazione di voler restituire, non solo a questa persona che ha accolto uno straniero nella loro casa, ma al resto del mondo". "Diventi qualcuno che vuole accogliere gli altri nella tua casa. Diventi un mercante nell'economia del regalo. "C'è magia là fuori, in questo grande e bellissimo mondo".

Jay Austin e Lauren Geoghegan si incontrarono a  Washington. Austin a quel tempo viveva in una piccola casa, un esperimento sui principi che alla fine lo portarono nel suo viaggio intorno al mondo. Convinto che molte delle cose che le persone accumulano non sono necessarie, ha iniziato ad adottare uno stile di vita minimalista. Con le sue stesse mani, ha costruito una casa, soprannominata "The Matchbox", così piccola - solo 13 mq.2 - che è stata profilata in numerosi programmi televisivi. Per liberare spazio, le pareti sono state costruite con magneti incorporati, in modo che potesse immagazzinare oggetti metallici attaccandoli ai pannelli, come la sua collezione di spezie.

Se uno dei suoi obiettivi era quello di ridimensionare la sua vita all'essenziale, un altro era allargare il suo mondo. Poiché non aveva ipoteche che lo appesantivano, la sua casa in miniatura voleva dire che poteva prendere un congedo non pagato e viaggiare per il mondo. Jay Austin stava lavorando per il Dipartimento di Housing and Urban Development quando decise di fare il viaggio tutto da solo. Per prima cosa, un giro in scooter negli Stati Uniti. Poi un viaggio ferroviario in Europa. Poi ancora un periodo in Namibia e infine una settimana in tutta l'India.

Nel 2012, incontra Lauren Anne Geoghegan, nativa della California meridionale, che come lui si era laureata a Georgetown e ora lavorava nell'ufficio di ammissione del college. "Fuori dagli schemi." "Mi sfida a crescere". "Avventuroso". Fu così che Geoghegan descrisse Austin ai suoi amici più cari. Anche se Geoghegan era un viaggiatrice esperta - aveva trascorso un'estate a Beirut imparando l'arabo e un semestre a Madrid acquisendo un fluido spagnolo - i viaggi strong e fai-da-te che erano diventati il ​​tratto distintivo di Austin erano nuovi per lei.

"I suoi valori cominciarono a fregarla", commentarono le sue amiche. Ha comprato un pass giornaliero per bike-share, che è diventato un abbonamento annuale. Presto ha acquistato la sua bicicletta. Austin era un vegano. Geoghegan è diventata vegetariana, ha detto la sua amica intima Amanda Kerrigan.

Nel 2016 Geoghegan ha dichiarato a Kerrigan che aveva intenzione di lasciare il suo lavoro e andare in bicicletta in tutto il mondo. Kerrigan non riuscì a reprimere un po' di preoccupazione. "Ho detto: 'Questa non è la Lauren che conosco'", aggiungendo: "Jay ha cambiato la traiettoria della vita di Lauren".

Se il piano sembrava inverosimile, la coppia era metodica nella loro pianificazione. Hanno fatto un test di un mese in Islanda, pedalando attraverso le sue valli. E dal momento che dovevano portare tutto da soli, si concentravano con l'attenzione di un laser su ogni oggetto che avevano in programma di portare. Online, hanno trovato un mazzo di carte che misura solo 1 pollice per 1 pollice. "Un normale mazzo di carte non è così grande: questo dettaglio mostra la meticolosità con la quale avevano pianificato tutto", ha detto Holly Geoghegan, la zia della giovane donna, che era in visita quando il piccolo mazzo è arrivato sul posto.

Trascorsero mesi a risparmiare, ma poi era tempo di grandi decisioni: il viaggio non poteva essere coperto da un congedo prolungato. "Ho lasciato il mio lavoro oggi", ha pubblicato Austin il mese prima della loro partenza la scorsa estate. "Mi sono stancato di passare le migliori ore della mia giornata di fronte a un rettangolo luminoso, di colorare i migliori anni della mia vita in strisce di grigio e beige", ha scritto. "Ho perso troppi tramonti mentre giravo la schiena. Troppi temporali sono andati inosservati, troppe leggere brezze inosservate".

La coppia iniziò il viaggio verso la punta più meridionale dell'Africa con un errore di calcolo che li lasciò bloccati. Era il 23 luglio 2017 - inverno in Sud Africa, quando il sole tramontava alle 17.30 - e non si erano resi conto di quanto avrebbero dovuto viaggiare su strade congestionate prima di uscire da Città del Capo. Al tramonto, si ritrovarono con una gomma forata sulla caotica R27. Non c'era nessun posto dove piantare la tenda, tranne un fossato adiacente all'autostrada trafficata. La coppia si è accampata lungo il percorso.

In un post sul perché ha scelto di pedalare - al contrario, per dire, di guidare il mondo - Austin ha parlato della vulnerabilità di essere su una bicicletta. "Con quella vulnerabilità arriva immensa generosità: brava gente che riconoscerà la tua impotenza e riconoscerà che hai bisogno di assistenza in una forma o nell'altra e offrila in vanga", ha scritto.

Nel mezzo della notte, una guardia di sicurezza che pattugliava i terreni di una vicina centrale nucleare avvistò la loro tenda. Ha chiesto aiuto via radio e ha organizzato un camion per guidarli attraverso la città verso un campeggio. Il loro viaggio era una serie di test fisici noiosi, e talvolta estenuanti, punteggiati dalla gentilezza umana. Proseguirono verso nord, attraversando deserti dove la sabbia era così profonda che dovettero scendere e spingere le loro biciclette. In Botswana, un uomo preoccupato ha fermato la sua macchina per offrire loro acqua ghiacciata mentre pedalavano a 35 gradi di calore. Pedalavano su sentieri sterrati, attraverso letti di fiumi asciutti e su asfalto crepato, passando giorni senza doccia. In Marocco, una famiglia ha offerto alla coppia una stanza, e poi li ha mandati via la mattina successiva con il pane fatto in casa. I giorni si sono trasformati in settimane e poi in mesi. I loro corpi hanno cominciato a rompersi. Una infezione all'orecchio è atterrato a Geoghegan nel pronto soccorso in Francia. Era inverno quando raggiunsero l'Europa lo scorso dicembre. Pioggia torrenziale intrisa di guanti impermeabili. "Assolutamente senza speranza, umido e freddo", hanno pubblicato dalla Spagna. Poche ore dopo, una coppia in un furgone bianco si fermò, porse loro un asciugamano e insistette per portarli a casa loro, dove si asciugarono i loro panni nell'asciugatrice.

Ma nel corso dei loro viaggi, i loro post sul blog hanno anche notato lampi di crudeltà. Su un passo di montagna, un gruppo di uomini bloccò il loro percorso e cercò di spingere la coppia fuori dalle loro biciclette. E a soli 50 metri dal confine spagnolo nel traffico da paraurti a paraurti, Austin segnalò a un guidatore che voleva tagliare nella sua corsia. L'autista lo fece entrare e poi, lentamente e deliberatamente, cominciò a trascinarlo sopra, intrappolando la bici di Austin tra l'auto che avanzava e il veicolo davanti a loro. Tuttavia, quando raggiunsero quella curva della strada in Tagikistan, avevano abbracciato l'idea che il mondo fosse straordinariamente buono. Le dozzine di fotografie annotate e le migliaia di parole che le accompagnavano sembravano davvero mostrarlo.

"Io non ci sto. Il male è un concetto di finzione che abbiamo inventato per affrontare la complessità degli altri umani che hanno  valori, convinzioni e prospettive diverse dalla nostra. In linea di massima, gli esseri umani sono gentili. A volte si muovono per puri interessi personale, altre volte sono come miopi, ma alla fine sono tutti gentili. Generosi, meravigliosi e gentili. Nessuna maggiore rivelazione è venuta dal nostro viaggio di questo", ha scritto Austin qualche giorno prima di quel giorno 369.

Quel giorno 369 nel quale Jay Austin e Lauren Geoghegan non sono riusciti ad andare oltre il sogno, oltre uno sguardo non realista sulla natura umana, con quella baldanza che hanno i ragazzi nella convinzione che si possa essere buoni e colmare la nostra fragilità, incapacità, nonostante tutto attorno a noi ci mostri il contrario.

Quel giorno 369 tutto è tornato come è sempre stato. La pretesa di poter creare un mondo perfetto qui su questa Terra si è scontrato con la nuda realtà: la dimenticanza del peccato originale che intacca ciascuno di noi.

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