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Uccisi per il nome di Gesù

Uccisi per il nome di Gesù

di Davide Vairani 

«Lo Spirito Santo vi renda capaci di proclamare senza timore il Vangelo sino agli estremi confini della terra.

Maria vi aiuti a restare saldi nella fede, costanti nella speranza, perseveranti nella carità»

Benedetto XVI, 22 febbraio 2006

Se scandisco il nome di Thérèse Deshade Kapangala, vi dice qualcosa?

Probabilmente no, come lo è stato per me fino a prima di scorrere uno ad uno l'elenco dei missionari uccisi nell'anno 2018 redatto dall'Agenzia Fides.

Una ragazza di 24 anni che aveva deciso di iniziare la strada della vita religiosa nella Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia di Bergamo. Invece è morta il 21 gennaio 2018, crivellata dai proiettili sparati delle forze di polizia fuori dalla chiesa di San Francesco di Sales a Kintambo, un comune a Nord Est di Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo.

"Dopo la messa ho deciso con i sacerdoti presenti di accompagnare la marcia dei laici", così ha raccontato a La Croix Afrique lo zio di Thérese, Padre Joseph Musubao: "Non appena siamo usciti, siamo stati attaccati dalla polizia. Siamo tornati in parrocchia, stando attenti a chiudere il cancello. Ma hanno iniziato a sparare".

Thérèse è una delle sei persone morte nelle manifestazioni anti governative promosse nella Repubblica democratica del Congo dal Comité laïc de coordination: una delle tante marce pacifiche di protesta contro l’ostinazione del presidente Joseph Kabila che – a mandato scaduto e nonostante i tentativi di mediazione della Chiesa – non aveva alcuna intenzione di lasciare il potere.

Appena usciti dalla chiesa hanno trovato l’esercito ad attenderli che ha iniziato a sparare.

Non è bastato neanche tornare a cercare rifugio dentro la chiesa: gli spari sono continuati comunque e hanno colpito proprio Thérèse, mentre cercava di proteggere una ragazzina.

Cantava nel coro e – legatissima alla preghiera del Rosario – faceva parte del gruppo della Legione di Maria.

"Era una persona dolcissima, che si prendeva cura di tutti nella nostra casaha raccontato il fratello -. È una martire, è morta per il nostro Paese".

Thérèse è una dei 40 missionari uccisi nel solo 2018 in tutto il mondo, secondo i dati del report annuale curato dall’Agenzia Fides e appena reso pubblico: quasi il doppio rispetto ai 23 dell’anno precedente.

"Dopo otto anni consecutivi in cui il numero più elevato di missionari uccisi era stato registrato in America, nel 2018 è l’Africa ad essere al primo posto di questa tragica classifica", annota l'Agenzia Fides.

"Ad ogni latitudine sacerdoti, religiose e laici condividono con la gente comune la stessa vita quotidiana, portando la loro testimonianza evangelica di amore e di servizio per tutti, come segno di speranza e di pace, cercando di alleviare le sofferenze dei più deboli e alzando la voce in difesa dei loro diritti calpestati, denunciando il male e l’ingiustizia.

Anche di fronte a situazioni di pericolo per la propria incolumità, ai richiami delle autorità civili o dei propri superiori religiosi, i missionari sono rimasti al proprio posto, consapevoli dei rischi che correvano, per essere fedeli agli impegni assunti.

Una donna, giovane, morta mentre manifestava per i diritti civili del suo amato Paese.

Ammazzata dalla polizia di uno dei tanti regimi dittatoriali del continente africano.

Non ricordo di averla mai sentita nominare. Non ricordo di avere mai letto un articolo di giornale, una presa di posizione da parte del mondo femminista occidentale.

Non ricordo che in sua memoria si mai levata una mano.

Non mi stupisce, perchè Thérèse è una ragazza cristiana. E allora non fa notizia nel Vecchio Mondo.

Un cristiano ogni 7 vive in un Paese di persecuzione: 300 milioni di persone, "il gruppo di fede maggiormente perseguitato".

Ce lo ricorda il "Rapporto sulla libertà religiosa"di "Aiuto alla Chiesa che Soffre", giunto alla sua XIVma edizione.

"Il successo delle campagne militari contro ISIS ed altri gruppi iper-estremisti  - sottolinea "Aiuto alla Chiesa che Soffre" - ha in qualche modo 'celato' la diffusione di altri movimenti militanti islamici in regioni dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia".

"Il fondamentalismo di matrice islamica è presente in 22 Paesi, in cui vivono in totale un miliardo e 337 milioni di persone.

Se Boko Haram in Nigeria sembra perdere terreno, nel periodo in esame sono aumentate le violenze da parte dei pastori militanti islamici di etnia fulani.

Violenti attacchi anticristiani continuano a verificarsi in Egitto, dove ai quattro gravi attentati avvenuti nel periodo in esame al Cairo, Alessandria, Tanta e Minya, si aggiunge l’attacco terroristico del 2 novembre scorso al bus di pellegrini copti a Minya.

Un’altra piaga che affligge la comunità cristiana egiziana è il rapimento e la conversione forzata all’Islam di adolescenti, ragazze e donne cristiane.

Almeno sette ragazze copte sono state rapite e convertite nell’aprile 2018. La stessa sorte spetta ogni anno a circa 1000 ragazze cristiane e indù in Pakistan.

Quello delle violenze ai danni delle donne è un tema che ACS ha più volte portato all’attenzione e che è denunciato anche dal presente Rapporto. Gruppi militanti islamici che agiscono in Africa e in Medio Oriente, quali ISIS e Boko Haram utilizzano lo stupro e la conversione forzata delle donne come un’arma".

E mentre tutto ciò accade con una recrudescenza che aumenta negli ultimi anni, non si può tacere:

"la cortina di indifferenza dietro la quale le vulnerabili comunità di fede continuano a soffrire, mentre la loro condizione viene ignorata da un Occidente secolarizzato.

La maggior parte dei governi occidentali non ha provveduto a fornire la necessaria e urgente assistenza ai gruppi di fede minoritari, in particolare alle comunità di sfollati che desiderano tornare a casa nelle rispettive nazioni dalle quali sono stati costretti a fuggire".

Non dimentichiamo il volto di Thérèse Deshade Kapangala: impariamo che cosa significa dare letteralmente la vita in nome di Cristo.

Leggiamo i nomi e le vite di questi martiri e invochiamo la loro intercessione, perchè possiamo avere la lealtà qui, in questo Vecchio Occidente che vuole cancellare dal cuore dell'uomo il desiderio di infinita felicità, di testimoniare senza sosta che è davvero possibile vivere così.

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Asia#Bibi: non vogliono farla uscire dal Pakistan

Asia #Bibi: non vogliono farla uscire dal Pakistan

di Davide Vairani

Asia #Bibi non può lasciare il Pakistan a causa di una revisione pendente del suo processo in tribunale.

Il governo del premier Imran Khan continua a mostrare tutta la sua debolezza politica nel tenere fede ai negoziati condotti con i fondamentalisti islamici di Tehreek-i-Labbaik.

Scende in campo il ministro degli Esteri, Shah Mehmood Qureshi, per ribadire pubblicamente che Asia Bibi non si muoverà dal Pakistan fino a quando non sarà completata la fase di revisione del suo caso dinanzi al Tribunale.

"Lei è qui. Si sta valutando una petizione di revisione, quindi, come può uscire dal Pakistan?", ha detto Qureshi parlando ai giornalisti mercoledì, secondo quanto riportato dal quotidiano "Dawn" - "Aasia cannot leave Pakistan due to pending review: Qureshi", 15 novembre 2018.

"Non c'è polemica, lei è qui", ha ribadito Qureshi.

Qari Salam, il denunciante nel caso Asia, aveva presentato la petizione di revisione contro il giudizio della Corte Suprema pakistana.

Reema Omar, consigliere legale della Commissione internazionale dei giuristi, ha dichiarato: "Asia Bibi è una persona libera e, secondo la legge pakistana, la sua libertà di movimento non può essere limitata. La lettura da parte del Ministero degli Esteri di come una petizione di revisione influisce sul godimento dei diritti fondamentali è proibitiva e opprimente".

Un certo numero di paesi ha chiesto l'asilo per l'asilo.

Il ministro degli esteri canadese Chrystia Freeland aveva parlato con il ministro Qureshi sulla questione all'inizio di questa settimana.

Il primo ministro canadese Justin Trudeau  - in un'intervista con AFP - ha dichiarato: "Stiamo discutendo con il governo pakistano".

Ha inoltre affermato che "c'è un delicato contesto interno che rispettiamo ed è per questo che non voglio più dire nulla, ma ricorderò ai cittadini che il Canada è un paese accogliente", suggerendo che l'asilo politico era stato offerto ad Asia.

Di tutt'altra opinione il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani:

"Ieri ho parlato con il premier pachistano e sono ottimista, mi ha garantito che Asia Bibi è libera ed è protetta e anche la sua famiglia, dunque mi reputo ottimista sul suo futuro".

Conversando con i giornalisti oggi a Strasburgo, ha aggiunto: "Con il premier pachistano ho anche parlato del rispetto dei diritti dei credenti in tutto il mondo" e "che si devono rispettare tutte le religioni nel mondo interno. Lo si deve fare sia da noi, sia nei Paesi musulmani".

In un'intervista al "Corriere della Sera" il presidente dell'Eurocamera ha precisato che sul caso Asia Bibi "si sta lavorando a tutti i livelli diplomatici per portarla in Europa, non appena si concluderà l'iter giudiziario", precisando che "bisogna proteggere la vita sua e della sua famiglia, oggi ancora in pericolo".

Secondo Tajani "dovrà essere un Paese sicuro, dove sia al riparo anche da eventuali estremisti religiosi".

Quid est veritas?

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Ashiq Masih implora:’Italia, aiutaci’

Ashiq Masih implora: 'Italia, aiutaci'

 

"Faccio appello al Governo italiano affinché aiuti me e la mia famiglia ad uscire dal Pakistan".

È il drammatico appello al telefono con Aiuto alla Chiesa che Soffre di Ashiq Masih, marito di Asia Bibi.

Mentre la donna resta ancora in carcere in attesa della registrazione della sentenza di assoluzione, la famiglia vive nella paura.

Le proteste dei fondamentalisti, che continuano a chiedere che Asia venga giustiziata, hanno costretto i familiari della donna a rimanere chiusi in casa in un luogo sicuro.

Nei giorni scorsi anche l’avvocato difensore di Asia, Saif ul-Malook è stato costretto ad andare all’estero.

"Siamo estremamente preoccupati perché la nostra vita in pericolo – dichiara l’uomo ad ACS – Non abbiamo neanche più da mangiare perché non possiamo uscire a comprarlo".

Ashiq chiede dunque asilo al governo italiano e soprattutto un aiuto a lasciare il Paese.

Al contempo l’uomo invita i media e la comunità internazionale a mantenere alta l’attenzione sul caso di Asia.

"È stata proprio questa attenzione a tenerla in vita finora. E ringrazio in particolare Aiuto alla Chiesa che Soffre che, invitandoci al proprio evento del Colosseo rosso, ci ha offerto l’opportunità di parlare al mondo".

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Essere cristiani in Pakistan: lo sguardo di Zarish Neno

Essere cristiani in Pakistan: lo sguardo di Zarish Neno

di Davide Vairani

07 Novembre 2018 - ore 06.28

"Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!"

Giovanni 3,1

"Le tue braccia, o Gesù, sono l’ascensore che mi deve innalzare fino al cielo! Per questo io non ho affatto bisogno di diventare grande; bisogna anzi che rimanga piccola, che lo diventi sempre di più"

Santa Teresa di Gesù Bambino

06 Novembre 2018 - ore 11.14

"Dio non ha mai promesso che sarebbe stato facile. Non ha mai detto che non avremmo mai avuto i fallimenti, la morte o il dolore. Non ha mai detto che le cose sarebbero andate sempre secondo il nostro modo, che avremmo sempre saputo dove andare, che la nostra strada sarebbe stata lastricata senza intoppi.

Ma quello che ha promesso è stato che sarebbe rimasto per sempre al nostro fianco, trasportandoci per sempre attraverso le strade difficili, sempre con le braccia tese verso di dentro. Quello che ha detto è che in ogni stagione della vita, specialmente quella più difficile, ci avrebbe portato speranza, forza e verità.

Non ci ha dato un percorso semplice. Ma ha promesso un piano perfetto, che si sta continuamente rivelando con ogni nostro passo, ogni respiro.

Dio non ha promesso una vita facile, ma ha promesso che non avremmo mai dovuto combattere da soli.

Ha promesso che non sarebbe mai stato più lontano di una preghiera e che quando abbiamo accettato la morte e la risurrezione di suo figlio come redenzione e liberazione, saremmo per sempre vicini a Lui - fisicamente, spiritualmente, mentalmente, emotivamente e completamente.

Non siamo destinati ad avere vite perfette e senza dolore. Ne dovremmo avere tutte le risposte su ogni piccola cosa.

Ha detto di non perdere la nostra fiducia per un momento perché questa vita non doveva essere facile, perché allora non ci sarebbe stato lo scopo.

Ci ha creati a sua immagine: vivere, amare, trovare il nostro significato individuale, onorarlo. Per sapere che saremo sfidati, scossi ed esausti dal peso del mondo. Ma non saremo mai soli.

Quindi, non importa cosa combattiamo o affrontiamo, il Nostro Padre Celeste sarà sempre con noi.

E il suo amore incondizionato ci farà attraversare tutte le tempeste".

Foto: il crocifisso che porto al collo.

06 Novembre 2018 - ore 07.16

"La verità non è sempre quella che ha deciso la maggioranza”

San Giovanni Paolo II

05 Novembre 2018 - ore 08.15

"I bambini sono andati a scuola. Gli adulti stanno al lavoro. La vita è "NORMALE".

Tutto al costo della vita di nostra cara sorella #AsiaBibi.

Continuerò a pregare per lei!! Non sappiamo più cosa sta succedendo.

Ognuno ha la sua storia e la sua verità. Spero solo che le vostre notizie aiutano a liberare Asia e con lei tutti noi cristiani in Pakistan di vivere in questo paese senza la paura.

Che possiamo veramente sentire i cittadini di questo paese che abbiamo sempre chiamato LA CASA NOSTRA!"

#Lunedì #Pray4AsiaBibi #PreghiamoperAsiaBibi #ChiesaPerseguitata #PreghiamoperCristianidelmondo

In queste settimane di apprensione per la sorte di Asia #Bibi, molti di noi hanno avuto l'opportunità di incontrare sul suo profilo facebook Zarish Neno, trentunenne attivista cattolica pakistana, che sta vivendo in prima persona questa difficile situazione nel suo paese.

Una ragazza che vive in una piccola comunità, operatrice in un centro educativo per bambini poveri a Faisalabad, il "Jeremiah Education Centre".

Attraverso il suo sguardo, quanto sta accadendo in Pakistan ai cristiani acquista più realtà, perchè non rimane una notizia tra le tante, diventa carne.

Il suo sguardo di testimonianza a rischio della vita - come per tutte le donne e gli uomini cristiani del Pakistan - ci mette in discussione e ci aiuta (almeno, a me, moltissimo) a dare ogni giorno una risposta alla domanda: "Chi sto testimoniando nella mia vita?".

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