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Alimentazione e idratazione

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Alimentazione e idratazione artificiale: la Santa Sede

Il Prof. Adriano Pessina* commenta la Nota congiunta della Pontificia Accademia per la Vita e del Dicastero per i Laici in relazione al caso Lambert.

Il nodo centrale  - per quanto concerne l'affaire Lambert -  riguarda il tema dell'alimentazione e dell'idratazione artificiale.

Non basta definire “chi” abbia il potere di decidere - i genitori, i medici, i famigliari, i giudici - se non ci lasciamo interrogare su quali debbano essere i motivi da prendere in considerazione da chiunque abbia il diritto di decidere.

La Nota riprende il pronunciamento del 1 agosto del 2007 della Congregazione per la Dottrina per la fede dal titolo “Risposte a quesiti della Conferenza episcopale statunitense circa l’alimentazione e l’idratazione artificiali”.

Quel pronunciamento avveniva a due anni dalla morte di Terry Schiavo, che aveva coinvolto l’opinione pubblica mondiale, e che ha molte analogie con la vicenda giuridica attuale.

Due sono i criteri messi in atto dal pronunciamento del 2007 e ripresi dall’attuale Nota.

Il primo è di natura clinica e si può riassumere in questi termini: laddove l’alimentazione e l’idratazione risultano efficaci, possono essere assimilati dal corpo del paziente e non gli provocano danni, non ci sono ragioni mediche per sospenderle.

Da questo punto di vista - si può aggiungere - non è rilevante definire l’alimentazione e l’idratazione, attuate anche per vie artificiali, dei 'trattamenti medici', delle  'terapie' o dei 'mezzi ordinari': il fulcro dell’argomentazione riguarda la proporzionalità e l’efficacia del mezzo rispetto al fine, che è, in questo caso, quello di garantire la vita della persona umana.

Risulta evidente che l’alimentazione e l’idratazione artificiali non modificano, infatti, la situazione generale della persona, che resta in stato vegetativo, o di minima coscienza.

Il secondo criterio, espresso dalla Congregazione riguarda un argomento che possiamo definire di stampo etico e intende rispondere a questa domanda:

laddove, con una presumibile certezza, i medici ritenessero irreversibile la perdita della coscienza della persona in stato vegetativo, è legittimo interrompere alimentazione e idratazione artificiali?

La risposta è negativa perché, si afferma, questa condizione non toglie la dignità fondamentale della persona umana, alla quale sono sempre dovute tutte quelle cure che risultano ordinarie e proporzionate alla sua condizione fisica.

Questa impostazione ha, dal punto di vista filosofico, un grande rilievo perché, al di là dell’autorevolezza della fonte, mette in campo argomenti che non richiedono alcuna pre-comprensione religiosa.

Il riferimento non è al concetto di 'sacralità' della vita, ma a quello di dignità della persona umana e quindi si pone nel contesto di una categoria particolarmente cara all’etica cosiddetta 'laica' del Novecento.

L’attuale Nota introduce due ulteriori elementi di riflessione: il rischio che prevalgano il criterio della cosiddetta qualità della vita - che è solitamente pensato in termini di soggettiva valutazione del valore dell’esistenza - e quello, politico - sociale, legato alla “cultura dello scarto”.

In una società della prestazione, dove il valore dell’umano è posto nell’efficienza, risulta difficile apprezzare, valorizzare e tutelare coloro che, per malattia, età, condizioni sociali rischiano di essere considerati un “peso”, un “fardello” ma, anche, un monito profetico nei confronti dei sani.

In questo momento storico, la drammatica vicenda umana di Vincent Lambert, ci richiama non soltanto a un supplemento di riflessione, ad una passione umana attenta, ma anche alla concreta traduzione del riferimento ai valori e ai principi etici in concrete politiche di sostegno, economico, culturale e sociale di coloro che, famigliari, amici, operatori sanitari e medici, si prodigano nel garantire un’assistenza che sia sempre all’altezza dell’intrinseco valore della persona umana, specialmente in tutte le condizioni in cui rischia di essere abbandonata alla sua fragilità.

Nella circolarità virtuosa tra il prendersi cura degli ammalati e di chi li cura, si gioca anche una nuova prospettiva culturale, capace di farsi carico delle più estreme e anche misteriose condizioni di radicale disabilità, come quelle delle persone in stato vegetativo o di minima coscienza.

I tempi lunghi della malattia hanno bisogno di essere riqualificati e riabilitati presso un’opinione pubblica spesso frettolosa nelle sue valutazioni e nelle sue conclusioni.

Le questioni giuridiche non debbono mai farci dimenticare che in ogni scelta che avalliamo o che biasimiamo ne va anche della comprensione della nostra personale umanità.

LA NOTA VATICANA

Dichiarazione congiunta del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e la Pontificia Accademia per la Vita sul caso del Sig. Vincent Lambert

Nel condividere pienamente quanto affermato dall’Arcivescovo di Reims, S.E. Mons. Éric de Moulins-Beaufort, e dal Vescovo Ausiliare, S.E. Mons. Bruno Feillet,

in relazione alla triste vicenda del Sig. Vincent Lambert,

desideriamo ribadire la grave violazione della dignità della persona, che l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione comportano.

Lo “stato vegetativo”, infatti, è stato patologico certamente gravoso,

che tuttavia non compromette in alcun modo la dignità delle persone che si trovano in questa condizione,

né i loro diritti fondamentali alla vita e alla cura, intesa come continuità dell’assistenza umana di base.

L’alimentazione e lidratazione costituiscono una forma di cura essenziale sempre proporzionata al mantenimento in vita:

alimentare un ammalato non costituisce mai una forma di irragionevole ostinazione terapeutica,

finché l’organismo della persona è in grado di assorbire nutrizione e idratazione,

a meno che non provochi sofferenze intollerabili o risulti dannosa per il paziente.

La sospensione di tali cure rappresenta, piuttosto, una forma di abbandono del malato,

fondata su un giudizio impietoso sulla sua qualità della vita,

espressione di una cultura dello scarto che seleziona le persone più fragili e indifese,

senza riconoscerne l’unicità e l’immenso valore.

La continuità dell’assistenza è un dovere ineludibile.

Auspichiamo, dunque, che possano essere trovate al più presto soluzioni efficaci per tutelare la vita del Sig. Lambert.

A tale fine, assicuriamo la preghiera del Santo Padre e di tutta la Chiesa.

Kevin Card. Farrell
Prefetto Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita

Vincenzo mons. Paglia
Presidente Pontificia Accademia per la Vita

* Ordinario di Filosofia morale, docente di Bioetica

Università Cattolica del Sacro Cuore

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“Brees Brave Fight!”: Brianna, impavido combattente!

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“Brees Brave Fight!": Brianna, impavido combattente!

di Davide Vairani

Brianna Janette Rawlings
Born in Australia on 26 December 1999
Passed away on 29 December 2018
Late of EMERTON
Aged 19 years

This battle was the hardest to watch and accept.
Watching helplessly day by day, the fact you are at peace and with your beautiful baby bear gives us all some sort of comfort.
Your smile will live on through the memories and pictures, we are so proud to have known you and loved you.
A beautiful and strong Daughter, Sister, Fiance' , Friend, Granddaughter, Niece, Cousin, Aunty, and daughter in law.
You were many things, forgotten will not be one of them.
We will love you forever Queen Bx

"Questa battaglia è stata la più difficile da guardare ed accettare.
Guardandoti impotenti giorno dopo giorno, il fatto che tu sia ora in pace e insieme al tuo bellissimo cucciolo d'orso ci dà come un conforto.
Il tuo sorriso vivrà attraverso i ricordi e le immagini, siamo così orgogliosi di averti conosciuto e amato.
Una figlia bella e forte, sorella, fidanzata, amica, nipote, cugina, zietta e nuora.
Sei stata molte cose insieme e non ne verrà dimenticata nemmeno una di esse.
Ti ameremo per sempre Queen Bx"

Diciannove anni riassunti in poche frasi di un necrologio sul sito web del "Guardian Funerals", rete di pompe funebri australiana.

Emerton, duemila anime, sobborgo di Sydney.

Brianna Janette Rawlings era nata da quelle parti. Colyton, nella parte occidentale di Sydney.

Diciassette settimane di gravidanza: le viene diagnosticata una forma aggressiva e rara di leucemia.

Continuare la gravidanza o curarsi?

Due strade parallele destinate a non incrociarsi mai, una delle poche cose sulle quali i medici erano certi e non lasciavano spazi a possibili ragionevoli speranze.

Interrompere la gravidanza per aumentare le proprie probabilità di sopravvivenza o portare fino alla fine la gestazione di suo figlio e combattere la malattia lancinante con un trattamento minimo.

Brianna non ci pensa molto.

La baldanza dei giovani.

Decide di accantonare le cure pur di mettere al mondo un figlio.

Brianna è morta poco tempo dopo il parto.

17ma settimana di gravidanza.

Stringe i denti più che può, Brianna, ma non riesce.

Inizia a soffrire di dolori lancinanti e febbre altissima: deve partorire.

Tre mesi prima del termine.

Kyden – il suo cucciolo – dopo soli 12 giorni non ce la fa': ‘our son grew his wings’, è volato in cielo, come solo sanno fare gli Angeli.

"Bress" - come la chiamavano i suoi - è morta il 29 dicembre 2018.

Aveva appena compiuto diciannove anni.

Il 04 gennaio 2019 le sue esequie ad Emerton.

La famiglia Rawlings aveva creato una raccolta fondi su “GoFundMe” per aiutare Brianna nel sostenere le costose spese mediche cui avrebbe dovuto sottoporsi per sperare di sopravvivere alla leucemia: “Brees Brave Fight!”, ‘Bress, impavido combattente!”.

Le sue condizioni peggiorano a tal punto che persino un potenziale trapianto di midollo osseo da parte di suo fratello viene escluso dai suoi medici.

Le viene proposta una terapia sperimentale che avrebbe potuto salvarle la vita: 3000 dollari per ogni ciclo di farmaci, uno ogni tre settimane.

Impossibile da sostenere per una famiglia modesta e numerosa come la sua.

Decidono così di lanciare una campagna di raccolta fondi per sperare di coprire il costo del farmaco: Brianna è morta dopo appena due dei numerosi trattamenti cui si sarebbe dovuta sottoporre.

In soli quattro mesi vengono raccolti 20.830 $, donati da 373 persone. L’ultima donazione di 15 dollari sei giorni fa’.

Quella pagina è diventata la memoria scritta degli ultimi mesi di una ragazza normale, di un paesino qualunque, che ha trasformato la sua vita in un inno alla Vita, un inno che risuona forte oggi più di prima.

La sorella di Brianna, Kourt Rawlings, ha annunciato la notizia della sua scomparsa in uno dei tanti aggiornamenti di pagina su GoFundMe:

"La nostra bella Brianna ha raggiunto la fine del suo viaggio con noi qui sulla terra e si è finalmente ricongiunta con il suo cucciolo d’orsacchiotto, Kyden", ha scritto poco dopo che la giovane mamma è deceduta, il 29 dicembre intorno alle 21:00.

E ha aggiunto qualche giorno prima del funerale:

"Brees avrebbe voluto che tutti voi parlaste e condivideste i vostri ricordi per sempre.

Per favore, non li rifiutate perché dolorosi, non piangete, ma anzi sorridete ancora di più pensando che li avete vissuti con lei".

Parlando dei proventi della donazione di GoFundMe, ha aggiunto:

"Grazie a tutti coloro che hanno donato e supportato Brees e la nostra famiglia. I fondi ora andranno per una bellissima celebrazione funebre questa settimana”.

Aveva appena iniziato a godersi la gravidanza, Brianna, che fu costretta a letto.

"Test dopo test si è capito che c’era un'infezione da qualche parte nel mio corpo", disse in una intervista al Daily Mail nell'ottobre 2018.

"I dottori non mi hanno permesso di andarmene finché non hanno trovato la causa dei miei dolori.

Hanno controllato il mio cuore e tutti gli altri organi, ma niente. Quindi hanno suggerito una biopsia del midollo osseo”.

Fu così che diagnosticarono la leucemia, scoprendo che il suo corpo aveva combattuto contro se stesso per mesi.

Leucemia NK, una malattia del sangue rara e aggressiva che impediva al suo midollo osseo di produrre globuli sani.

Non ci sono segni o sintomi specifici che consentono al medico di fare una diagnosi senza test di laboratorio.

In tutte le sue forme, i sintomi della leucemia sono più comunemente causati da una mancanza di cellule del sangue rispetto alla presenza di cellule bianche anormali.

Quando il midollo osseo diventa pieno di cellule leucemiche non è in grado di produrre un gran numero di globuli normali di cui il corpo ha bisogno.

"Dopo che mi fu spiegato che cosa stava succedendomi, mi sentii molto sorpresa e al tempo stessa arrabbiata, perché non mi aspettavo fosse una cosa così seria. Pensavo fosse solo una malattia passeggera", spiegò.

"La mia decisione riguarda solo Kyden. Lui è mio figlio e il mio piccolo miracolo”.

Un miracolo.

"Quei 12 giorni che ho potuto trascorrere con il mio bambino Kyden, tenerlo in braccio contando le dita dei piedi e delle mani e parlando con lui come facevo quando era ancora nella mia pancia.

Momenti speciali: sono stati i migliori 12 giorni della mia vita!”, ha raccontato al Daily Mail.

Per 12 giorni il "bel piccolo miracolo" ha combattuto per aggrapparsi alla vita, prima di morire.

"È stato molto duro, lungo, estenuante e doloroso. Anche se Kyden non è più con noi, mi ha dato la forza di andare avanti", ha detto.

Ero molto felice ed entusiasta di essere madre. Tutto ciò che avrei voluto di più dalla vita è una famiglia”.

Una infezione allo stomaco gli è stata fatale: "nel giro di poche ore ci è stato detto di salutarci", ricorda Brianna.

Nonostante il trauma, Brianna sembra riprendersi.

Ora ha l'obiettivo di finire la chemioterapia e di tenere il sangue contato in modo che possa avere un trapianto di successo.

La salute di Brianna sembrava migliorare dopo la prova.

"Sta andando molto bene al momento", scriveva sua sorella in un aggiornamento sul web, "finalmente sta un po' ingrassando e si sente bene!". 

"I livelli ematici sono in aumento e lei sta lavorando duramente per far funzionare di nuovo quei muscoli delle gambe".

"Voglio sconfiggere questa orribile malattia. Credo di poterlo fare e ho fatto una promessa a mio figlio".

La leucemia di Brianna Rawlings è così rara e aggressiva che viene studiata da studenti e dottori di tutto il mondo, di cui le piace far parte.

"Il mio caso può sperare di aiutare qualcun altro in futuro.

Sto raccontando la mia storia, in modo da dare speranza agli altri là fuori che stanno combattendo le loro battaglie", ha dichiarato.

"Per chiunque là fuori combatta qualcosa di simile e sta leggendo questo, sii positivo, sii forte, e circondati di persone che ami, tieni lontano da te ogni tipo di negatività, custodisci i bei giorni e combatti i brutti giorni".

"Sii grato per tutto ciò che hai di fronte a te".

Le sue condizioni, tuttavia, peggiorano a tal punto che persino un potenziale trapianto di midollo osseo da parte di suo fratello viene escluso dai suoi medici.

Sappiamo come finisce la corsa.

Sua sorella Kourt ha scritto su Facebook:

"Famiglia e amici, un modo così tragico per finire 2018 per noi.

Trattenete i vostri cari e non smettere mai di esprimere il vostro amore per loro.

Grazie a tutti per il vostro sostegno e amore.

“Family and friends, such a tragic way to end 2018 for us. Hold onto your loved ones and never stop expressing your love for them.
Thank you all for your support and love.
Details below are for a celebration to be held for our Darling Bree, forever 19 , forever in our hearts and forever QueenB”.

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Arriverà il momento per riaprire un nuovo dibattito sull’aborto?

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Quando arriverà il momento per riaprire con intelligenza e profondità un nuovo dibattito sulla generatività e sull’aborto?

di Davide Vairani

All’interno del cimitero del Laurentino c'è il “Giardino degli angeli” - voluto dal Comune di Roma e inaugurato nel 2012 -, unʼarea dedicata ai bambini non nati per un aborto volontario oppure naturale.

Papa Francesco ha voluto andarci, dopo avere celebrato al Laurentino la Santa Messa per la commemorazione dei defunti. Bergoglio è il primo Papa in visita al Cimitero Laurentino.

Il Pontefice passeggia per alcuni minuti tra le piccole tombe dei "piccoli angeli", in silenzioso raccoglimento, deponendo anche un diversi mazzi di fiori sulle lapidi.

Poi, il saluto ad alcune famiglie in un momento di forte commozione.

E' lo stesso Pontefice che poco più di venti giorni prima aveva detto: “Io vi domando: è giusto fare fuori una vita umana per risolvere un problema?”.

E ancora, le parole più dure: “È come affittare un sicario”.

“Tutto il male operato nel mondo si riassume in questo: il disprezzo per la vita. La vita è aggredita dalle guerre, dalle organizzazioni che sfruttano l'uomo, leggiamo sui giornali o vediamo sui telegiornali tante cose, dalle speculazioni sul creato e dalla cultura dello scarto, e da tutti i sistemi che sottomettono l'esistenza umana a calcoli di opportunità, mentre un numero scandaloso di persone vive in uno stato indegno dell'uomo. Questo è disprezzare la vita, è uccidere”.

In quella occasione, Papa Francesco si è soffermato a lungo sull’aborto, parlando del comandamento “Non uccidere”.

Ha parlato in particolare dell’aborto terapeutico, e ha affermato: “Ogni bambino malato è un dono”. “La violenza e il rifiuto della vita - ha osservato - nascono in fondo dalla paura. L'accoglienza dell'altro, infatti, è una sfida all'individualismo".

“Pensiamo - ha continuato il Papa - a quando si scopre che una vita nascente è portatrice di disabilità, anche grave.  

I genitori, in questi casi drammatici, hanno bisogno di vera vicinanza, di vera solidarietà, per affrontare la realtà superando le comprensibili paure. Invece spesso ricevono frettolosi consigli di interrompere la gravidanza”.

“Un bimbo malato - ha insistito Bergoglio – è come ogni bisognoso della terra, come un anziano che necessita di assistenza, come tanti poveri che stentano a tirare avanti: colui, colei che si presenta come un problema, in realtà è un dono di Dio che può tirarmi fuori dall'egocentrismo e farmi crescere nell'amore”.

“La vita vulnerabile - ha poi concluso - ci indica la via di uscita, la via per salvarci da un'esistenza ripiegata su sè stessa e scoprire la gioia dell'amore”.

Toni e contenuti che aveva usato nel giugno scorso incontrando il Forum delle Famiglie:

“Il secolo scorso – disse - tutto il mondo era scandalizzato per quello che facevano i nazisti per curare la purezza della razza. Oggi facciamo lo stesso ma con i guanti bianchi: è di moda, abituale, quando in gravidanza si vede che forse il bambino non sta bene o viene con qualche cosa: la prima offerta è `lo mandiamo via?´ L’omicidio dei bambini. Per risolvere una vita tranquilla si fa fuori un innocente”.

In Italia ci sono circa 21 cimiteri di questo tipo, ad ogni nuova apertura si solleva la polemica, perché i bambini non nati non sono solo quelli morti nel grembo spontaneamente, ma anche quelli abortiti volontariamente.

Non hanno un nome, né un volto, ultimi fra gli ultimi, dimenticati nell’abisso della storia.

Chi rivendica il diritto all’aborto vede in questi cimiteri una mancanza di rispetto nei confronti delle donne che hanno dovuto o voluto abortire, ma come la mettiamo per quel bambino che, di fatto, ha pagato il prezzo più alto? Se gli è stato tolto il diritto di nascere ha almeno il diritto di essere sepolto e di ricevere un ricordo in questo giorno di silenzio?

Mi ricordo quando, il 7 maggio 2010, ci fu il primo corteo funebre di un "piccolo angelo" nella mia Cremona. I viali del cimitero finirono sotto i riflettori e furono sommersi dalle polemiche.

Dal maggio 2010 è stata piantata una lapide per ogni mese con la stessa scritta: "O Maria, di tutti i viventi, noi ci affidiamo a te".

Segno che il bisogno di avere un luogo fisico dove venire esiste.

Dietro l’aborto esiste sempre un dramma nascosto, dramma che non solo va sempre rispettato, ma soprattutto accolto. Così come vanno accolti i "bimbi non nati".

Non si può fronteggiare e convivere con il dolore, se non affrontando la realtà, senza pre-giudizi o ideologia.

"Le parole severe con cui papa Francesco ha stigmatizzato le pratiche abortive e i medici che le pongono in essere hanno lasciato disorientati molti 'laici', sinceri ammiratori del pontefice, ma non fino al punto di lasciarsi indurre a riaprire una seria riflessione su quello che indubbiamente è il massimo problema di etica pubblica e di bioetica del nostro tempo.

La maggior parte dei commentatori ha adottato toni di rispettoso, ma severo distacco - ha scritto Francesco D'Agostino su "Avvenire" (vedi: "Troppi silenzi 'laici'. Ma sull’aborto è l’ora d’un dibattito nuovo", "Avvenire", 31 ottobre 2018).

"Ma non sono mancati coloro – come Dacia Maraini, sul 'Corriere della Sera' del 17 ottobre – che hanno preferito usare espressioni, morbide, addolorate, quasi affettuose, chiaramente volte però a 'far aprire gli occhi' a Francesco, ritenuto poco consapevole del fatto che per ogni donna l’aborto è sempre un dolore e che la legge italiana in materia è un’ottima legge, che ha fatto diminuire il numero degli aborti.

Se papa Francesco parlasse di più con le donne e soprattutto con le migranti – insiste la Maraini – capirebbe che dietro l’aborto c’è paura, povertà, ignoranza e non userebbe più espressioni che fanno tornare alla mente la vecchia alternativa: o la castità o il carcere (sic)".

E conclude - dopo avere provato ad indicare"alcuni punti che dovrebbero restare fermi"- :

"Abbiamo l’assoluto dovere di aprirci a una fraterna e operosa comprensione nei confronti delle donne che ricorrono ad aborti di necessità; ma questo non implica rinunciare a un severo e doloroso giudizio verso la troppo frequente banalizzazione dell’aborto che dilaga da decenni in Occidente.

Quando arriverà il momento per riaprire con intelligenza e profondità un nuovo dibattito sulla generatività e sull’aborto?".

Le parole usate da Papa Francesco durante l'Omelia della commemorazione dei defunti assumono in questa chiave una portata ancora più ampia che ci richiamano alla realtà.

Vale la pena riprenderle in mano e rimeditarle nel nostro cuore.

"La liturgia di oggi è realistica, è concreta. Ci inquadra nelle tre dimensioni della vita, dimensioni che anche i bambini capiscono: il passato, il futuro, il presente.

Oggi è un giorno di memoria del passato, un giorno per ricordare coloro che hanno camminato prima di noi, che ci hanno anche accompagnato, ci hanno dato la vita. Ricordare, fare memoria.

La memoria è ciò che fa forte un popolo, perché si sente radicato in un cammino, radicato in una storia, radicato in un popolo. La memoria ci fa capire che non siamo soli, siamo un popolo: un popolo che ha storia, che ha passato, che ha vita. Memoria di tanti che hanno condiviso con noi un cammino, e sono qui [indica le tombe intorno].

Non è facile fare memoria. Noi, tante volte, facciamo fatica a tornare indietro col pensiero a quello che è successo nella mia vita, nella mia famiglia, nel mio popolo… Ma oggi è un giorno di memoria, la memoria che ci porta alle radici: alle mie radici, alle radici del mio popolo.

E oggi è anche un giorno di speranza: la seconda Lettura ci ha fatto vedere cosa ci aspetta. Un cielo nuovo, una terra nuova e la santa città di Gerusalemme, nuova. Bella l’immagine che usa per farci capire quello che ci aspetta: 'L’ho vista scendere dal cielo, scendere da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo' (cfr Ap 21,2). Ci aspetta la bellezza… Memoria e speranza, speranza di incontrarci, speranza di arrivare dove c’è l’Amore che ci ha creati, dove c’è l’Amore che ci aspetta: l’amore di Padre.

E fra memoria e speranza c’è la terza dimensione, quella della strada che noi dobbiamo fare e che noi facciamo.

E come fare la strada senza sbagliare? Quali sono le luci che mi aiuteranno a non sbagliare la strada? Qual è il 'navigatore' che lo stesso Dio ci ha dato, per non sbagliare la strada? Sono le Beatitudini che nel Vangelo Gesù ci ha insegnato.

Queste Beatitudini – la mitezza, la povertà di spirito, la giustizia, la misericordia, la purezza di cuore – sono le luci che ci accompagnano per non sbagliare strada: questo è il nostro presente".

Chiediamo oggi al Signore che ci dia la grazia di mai perdere la memoria, mai nascondere la memoria – memoria di persona, memoria di famiglia, memoria di popolo –; e che ci dia la grazia della speranza, perché la speranza è un dono suo: saper sperare, guardare l’orizzonte, non rimanere chiusi davanti a un muro. Guardare sempre l’orizzonte e la speranza. E ci dia la grazia di capire quali sono le luci che ci accompagneranno sulla strada per non sbagliare, e così arrivare dove ci aspettano con tanto amore".

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Il camionista in ginocchio a pregare

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Il camionista in ginocchio a pregare

di Davide Vairani

"Noi eravamo appena arrivati - racconta il soccorritore, preferendo restare anonimo -. C’erano il medico rianimatore del 118 all’opera e i vigili del fuoco intorno al ferito. Era un momento critico, eppure, cosa mai vista in 35 anni di servizio, ho assistito a una scena che non dimenticherò mai".

Un incidente stradale. Un uomo steso per terra, 41 anni, motociclista. Ferito e immobile. Morirà poco dopo all'ospedale di Circolo di Varese per le gravissime lesioni subite dopo lo scontro con un auto ad Oltrona.

Un camionista accosta, non si sa da quanto tempo.

Esce dal suo mezzo avvicinandosi il più possibile ai soccorritori, si inginocchia con le mani giunte accanto al motociclista e prega con le lacrime agli occhi, per tutto il tempo in cui i sanitari hanno tentato disperatamente di rianimare Christian Tiziani.

"È rimasto là, pregando come se il ferito fosse un suo parente - riprende il soccorritore commosso -. Era vicino a noi e a rigore avremmo dovuto farlo allontanare, ma ci siamo guardati per un attimo e ho lasciato che continuasse a pregare. Non so chi fosse né tanto meno se si trattasse di un italiano o uno straniero e neanche se fosse cattolico o di altra fede, ma stava pregando ugualmente per lui".

Poi, non appena i sanitari si sono arresi all’inevitabile e la salma di Tiziani è stata portata via, anche il camionista si è allontanato per tornare al suo mezzo.

Conclude il soccorritore: "Non lo vedrò mai più, quell'uomo, e non potrò dirgli la mia più sincera ammirazione per quel gesto, così semplice eppure così bello".

Mi colpisce l'imbarazzo dei soccorritori nel vedere uno sconosciuto inginocchiarsi e con le lacrime agli occhi pregare vicino al corpo steso sulla strada di un uomo sconosciuto. Un incidente stradale, come purtroppo accade ogni giorno, centinaia di volte.

Nessuna delle persone coinvolte in questo drammatico fatto di vita quotidiana si conosce: i soccorritori, i medici, il giovane motociclista steso per terra, i passanti che avranno visto la scena e se ne sono andati, e il camionista. Tutti però hanno una cosa in comune: sono chiamati ad agire, ed in fretta. Medici e soccorritori con interventi sanitari per scongiurare la morte e garantire soccorsi adeguati.

Il camionista prega. Anche lui è chiamato ad agire, ed in fretta. ""È rimasto là, pregando come se il ferito fosse un suo parente", commenta uno dei soccorritori, colpito da un gesto evidentemente fuori dal comune. Un gesto che desta sincera ammirazione nel soccorritore. "Non lo vedrò mai più, quell'uomo, e non potrò dirgli la mia più sincera ammirazione per quel gesto, così semplice eppure così bello".

Mi viene in mente l'episodio evangelico di Marta e Maria, sorelle di Lazzaro, a Betania.

Due scene diverse, certamente, eppure ...

A casa loro arriva Gesù, come ci racconta Luca. Entrambe offrono accoglienza al Signore di passaggio, ma lo fanno in modo diverso. Maria si pone ai piedi di Gesù, in ascolto, Marta invece si lascia assorbire dalle cose da preparare, ed è così occupata da rivolgersi a Gesù dicendo: "Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti".

La risposta di Gesù è un rimprovero fatto con dolcezza, non per condannare ma per sottolineare, appunto, l’atteggiamento del discepolo: “Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una sola c’è bisogno”.

La differenza è proprio qui, perché le due sorelle sono impegnate ad accogliere al meglio l’ospite: Maria si pone in ascolto, quasi mendicante che si presenta bisognoso di tutto; Marta pone in primo piano il servire. Maria mette al centro l’ascolto della Parola, Marta rende esplicita con i suoi gesti l’affermazione di Gesù, venuto non per essere servito ma per servire.

Non c’è contrapposizione tra i due atteggiamenti: l’ascolto della parola del Signore, la contemplazione, e il servizio concreto al prossimo non sono due atteggiamenti contrapposti, ma, al contrario, sono due aspetti entrambi essenziali per la nostra vita cristiana. Aspetti che non vanno mai separati, ma vissuti in profonda unità e armonia.

Allora perché Marta è rimproverata? Marta vuole offrire al Signore il meglio della sua casa, e nella sua generosità mette al centro tutto ciò che possiede e che può dare: ha ritenuto essenziale solo quello che stava facendo, era cioè troppo assorbita e preoccupata dalle cose da fare. Maria ha un altro passo: si siede ai piedi di Gesù nell’atteggiamento del discepolo che si pone in ascolto e si prepara a ricevere il dono della parola.

Le opere di servizio e di carità non sono mai staccate dalla fonte principale, cioè l’ascolto della parola del Signore, lo stare – come Maria – ai piedi di Gesù, nell’atteggiamento del discepolo. Maria ha capito e mette in pratica il vero atteggiamento di chi vuole seguire Gesù, e cioè il Signore si accoglie stando davanti a lui senza pensare troppo alle cose da fare, da dire o da dare, prendendole dalle proprie ricchezze. Perché “di una sola cosa c’è bisogno”.

L’ospitalità è duplice: bisogna accogliere l’altro non solo nella propria casa, ma anche nella propria vita. Ed è solo da un forte rapporto di amicizia con il Signore che nasce in noi la capacità di vivere e di portare l’amore di Dio, la sua misericordia, la sua tenerezza verso gli altri. E anche il nostro lavoro con il fratello bisognoso, il nostro lavoro di carità nelle opere di misericordia, ci porta al Signore, perché noi vediamo proprio il Signore nel fratello e nella sorella bisognosi.

Non so se a quel camionista sia venuto alla mente tutto questo. Non ha avuto timore di venire giudicato, non aveva nulla da offrire per soccorrere materialmente il giovane incidentato. Ha visto che i soccorsi qualificati erano già in azione. Aveva una cosa da offrire: una preghiera. E l'ha fatto. Ed è questo di cui c'era davvero bisogno.

 

da: "Scende dal camion e prega per il ferito", "Prealpina", 21 settembre 2018

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Come vuoi morire?

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Come vuoi morire?

di Dr. Sandeep Jauhar ,"The New York Times"

Come la maggior parte dei pazienti, il mio voleva vivere il più a lungo possibile. Così, quando gli ho prospettato la possibilità di impiantare un piccolo defibrillatore nel suo cuore in seria difficoltà, ha risposto immediatamente di sì. Il dispositivo sarebbe stato inserito nel suo torace per monitorare il suo battito cardiaco in modo che una scossa elettrica avrebbe potuto generarsi se il ritmo fosse diventato pericoloso. Come il defribrillatore al pronto soccorso, gli dissi, ma dentro il suo corpo.

In verità non ero sicuro che un defibrillatore fosse davvero una buona idea. Il mio paziente era vicino alla fine della sua vita. Avrebbe potuto vivere più di un anno, ma certamente non più di cinque.

I pazienti con insufficienza cardiaca muoiono principalmente in due modi: per un'improvvisa aritmia che interrompe definitivamente il battito del cuore o dall'insidioso guasto della pompa e il cuore non riesce più a soddisfare le richieste metaboliche del corpo. Nel primo caso - che il defibrillatore potrebbe aiutare a prevenire - si tratterebbe di una morte rapida e relativamente indolore. Nel secondo, al contrario, l'utilizzo del defribrillarore avrebbe l'effetto di protrarre nel tempo il cessare del battito cardiaco (e dunque la morte del paziente), ma non senza provare un intenso dolore fisico.

Quando sarebbe arrivato il momento, non sarebbe stato meglio per il mio paziente morire improvvisamente, piuttosto che lottare dolorosamente invano per respirare, mentre l'insufficienza cardiaca riempie piano piano i suoi polmoni di liquido?

Tema difficile da affrontare con il mio paziente - come avrebbe voluto morire -, in parte perché la sua morte non era imminente. Ma con l'avvento di tecnologie come i defibrillatori impiantabili, questo è un argomento con cui medici e pazienti dovranno sempre più cimentarsi: non l'inevitabilità della morte, ma il modo in cui morire.

La morte cardiaca improvvisa è sempre stata una specie di paradosso. È allo stesso tempo il modo più desiderabile di morire e il più temuto. Le aritmie brusche pericolose per la vita sono una delle principali cause di mortalità negli Stati Uniti. Circa 350.000 americani lo vivono ogni anno, e il 90% delle vittime muoiono prima o subito dopo il loro arrivo in ospedale.

Il mio stesso nonno è stato vittima di un'improvvisa aritmia fatale la mattina successiva al suo 83° compleanno. Si è svegliato lamentandosi di un dolore addominale, che ha attribuito a un eccesso di cibo e Scotch la sera prima. Pochi minuti dopo, emise un forte gemito e perse i sensi. Proprio così se n'era andato. Quasi certamente ha avuto un attacco cardiaco massiccio, ma l'infarto non è stato quello che l'ha ucciso: era l'aritmia che ne derivava, che impediva al suo cuore di sostenere il flusso sanguigno e la vita. Mia madre diceva sempre che era triste che morisse così all'improvviso. Ma ne era anche grata, in fondo.

Le morti improvvise come quelle di mio nonno possono diventare molto meno comuni. Nel 2015 sono stati impiantati negli americani circa 160.000 defibrillatori, più del doppio rispetto al decennio precedente. Anche la popolazione di pazienti che ha diritto a un defibrillatore impiantabile è aumentata drasticamente: per essere eleggibile era necessario fino a poco tempo fa' essere sopravvissuto ad un arresto cardiaco, ora la popolazione ammissibile include coloro che hanno solo un aumentato rischio di morte improvvisa. In America oggi, se tutti quelli che si sono qualificati per un defibrillatore dovessero averne uno, i costi potrebbero arrivare a miliardi di dollari.

Ma il costo, anche con le spese sanitarie alle stelle del nostro paese, non è il problema principale. Il problema principale, a mio avviso, è che i defibrillatori possono portare il processo di morte su un percorso lungo e tortuoso che altrimenti non avrebbe potuto prendere. Nessuno vuole morire prematuramente, ma quando è il loro momento, la maggior parte della gente vuole andarsene rapidamente e senza provare dolore. I defibrillatori possono impedire che ciò accada. Aiutano a prevenire la morte improvvisa. Ma possono anche togliere l'opzione di una morte improvvisa.

Naturalmente i defibrillatori offrono molti vantaggi. Sono quasi infallibili e sono molto efficaci. Gli studi hanno dimostrato che prolungano la vita in un numero significativo di pazienti cardiaci. La procedura per impiantarli è sicura. E i defibrillatori possono, in teoria, essere compatibili con una morte rapida: quando le condizioni di un paziente precipitano drasticamente, il paziente può scegliere di disattivare il dispositivo.

Tuttavia, secondo la mia esperienza, pochi pazienti disattivano il dispositivo. Noi medici raramente li informiamo di questa opzione, e anche quando lo facciamo, i pazienti (e le loro famiglie) sono spesso riluttanti a fare una scelta che potrebbe accelerare la morte.

Ho discusso questi problemi con il mio paziente. Ho spiegato che un defibrillatore potrebbe dargli una vita leggermente più lunga, ma che potrebbe anche portare via quello che voleva dalla morte. Ha ascoltato i pro e i contro. Alla fine, ha detto che voleva procedere con il defibrillatore. Gli abbiamo programmato l'intervento la settimana successiva.

Quando era sdraiato sul tavolo operatorio, non potevo fare a meno di pensare a un mio altro paziente che aveva ricevuto una serie di dolorosi shock dal suo defibrillatore quando aveva circa 60 anni. Non voleva spegnere il suo dispositivo, perché credeva che potesse dargli altri sei mesi o un anno di vita. Tuttavia, lei mi ha detto: "Dico al Signore: se è il mio momento, lasciami andare a dormire, per favore".

* Sandeep Jauhar è un cardiologo e anche uno scrittore. E' autore del libro: "Heart: a history".

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Tutto dice: “Più in là!”

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Tutto dice: "Più in là!"

di Davide Vairani

"Oddio, oddio, oddio, Dio santo... ". Credo che a tutti noi sia rimasta impressa nella mente e nel cuore la voce registrata in un video di un uomo mentre vede crollare davanti a sé il Ponte Morandi a Genova. Esattamente come quel camion dalle fiancate verdi, a un passo dal baratro di una immane tragedia arrivata all'improvviso eppure tanto preannunciata.

Nell'orizzonte della rabbia di tutti nella ricerca dei colpevoli, del dolore di chi è rimasto, di chi tira un sospiro di sollievo perchè lì ci va un sacco di volte, non possono essere censurate le domande di senso dell'uomo.

Marina Corradi, Annalisa Teggi e Rodolfo Casadei hanno provato a mettersi su questa lunghezza d'onda. Ciascuno con il proprio stile, eppure un filo rosso li accomuna nel proprio narrare.

Tre articoli diversi su tre testate diverse. Eppure se li prendi e provi a metterli insieme come in un puzzle. Ho provato a farlo. Questo è il mio risultato.

"Oddio, oddio, oddio, Dio santo... ". La voce registrata in un video di un uomo che vedeva crollare davanti a sé il Ponte Morandi sale a ogni sillaba di tono, inorridita e incredula. Nelle nostre orecchie e nel nostro cuore resterà per sempre il documento visivo e sonoro di quell’uomo che per quattro volte grida con voce sconvolta “Oh, Dio!”, e la quinta “Dio santo!” mentre l’autostrada crolla insieme ai veicoli che la percorrevano. L’abbiamo tutti davanti agli occhi quel camion dalle fiancate verdi a un passo dal baratro del ponte Morandi. Sta lì. Un monumento alla vertigine.

Non è possibile – pare di sentire i pensieri dell’uomo – deve essere un incubo. Non può, un colosso di cemento armato e acciaio come quello, spezzarsi come un pezzo di gesso su una lavagna e lasciare due monconi sospesi sul vuoto, e, sotto, macerie immani, su cui i soccorritori si arrampicano, affannate febbrili formiche. Genova, l’apocalisse sull’autostrada, almeno ventisei morti alle undici e trentasette di una vigilia di Ferragosto. Quel camion è così assurdo da interrogarmi sull’assurdità del tutto. Una campata mezzo crollata sostiene un veicolo pesante ora vuoto. Il mondo è sghembo e non siamo ancora arrivati all’epilogo. Noi siamo quel camion, un viaggio iniziato e ancora sospeso. Lo sono tutti i viventi, figli, compagni, amici, nemici. Per quanto sia vertiginoso, gli unici ad aver attraversato per intero il ponte del mistero che chiamiamo vita sono quelli che ora noi definiamo “vittime”.

La reazione spontanea di un uomo di fronte alla manifestazione terribile e incontenibile del Mistero. Chiunque fra noi, se si fosse trovato al posto di quell’osservatore, avrebbe quasi certamente profferito lo stesso grido. In momenti come quello, la nostra stessa natura ci spinge a riconoscere la manifestazione dell’Oltre nell’Aldiquà, l’irruzione del Totalmente Altro sulla scena della storia e delle nostre biografie.

In noi che stiamo a guardare può sorgere interiormente un oscuro spavento. Perché ogni giorno progettiamo, disponiamo, parliamo come fossimo i sicuri padroni della nostra vita. Ma in un momento simili eventi – così vicini, così tragici – ci contraddicono duramente.

Forse in verità noi non ci apparteniamo. Come non ci appartengono i nostri figli, su cui vegliamo, che in ogni modo vorremmo proteggere. Nulla è nostro davvero. L’incidente di Bologna, la strage di Genova sono come una lama aguzza nel nostro quieto vivere, proprio perché così prossime, domestiche, eppure imprevedibili. Evocano il timore di un caso maligno che ci stia a spiare e faccia scattare la sua tagliola; mentre quel camion bianco sul Ponte Morandi si è fermato a trenta centimetri dal baratro, intatto, chissà perché.

Quando settimana scorsa Matteo Zuppi, vescovo di Bologna ha affermato, commentando il disastroso incidente sulla tangenziale di Borgo Panigale che aveva provocato grandi danni materiali, ma soltanto due decessi, che a proteggere la città da danni peggiori era stata la Provvidenza di Dio, molti non hanno gradito. A parte le ironie di agnostici e scettici vari, anche qualche sacerdote ha manifestato disagio. "Come prete mi dichiaro ateo di questo 'dio' che a volte c’è, a volte non c’è e a volte, come in questo caso, c’è ma solo a metà!', ha replicato per esempio don Aldo Antonelli, in passato prete antiberlusconiano e oggi prete anti-Salvini. "Quando la smetteranno i nostri vescovi di propagandare questo 'deus ex machina' che non è altro che il parto delle nostre ignoranze e delle nostre paure?". Molto peggio è andata al domenicano padre Giovanni Cavalcoli, che due anni fa definì “castigo di Dio” il terremoto che colpì Norcia, Amatrice e le regioni circostanti, ipotizzando un suo eventuale collegamento con l’approvazione della legge sulle unioni civili. Il sacerdote fu ripudiato dai suoi confratelli domenicani, esecrato da molti vescovi e privato della conduzione di una trasmissione a Radio Maria.

Dio non c’entra con le sciagure, non è la spiegazione della sopravvivenza di alcuni e del decesso di altri; tenete Dio alla larga dagli avvenimenti catastrofici. Nessuno si esporrà in questi giorni per indicare la mano di Dio nella catastrofe del viadotto Morandi a Genova, che sia per spiegare il destino di coloro che hanno incredibilmente scampato la morte o per trovare una ragione alla perdita della vita di tanti. Ci si limiterà ad affidare all’amore di Dio i morti e a ricordare che la vita è dono grande e fragile, e per questo va vissuta rendendo grazie con le parole e con le opere al suo Autore. Dio non avrebbe nulla a che fare con l’evento come tale.

Si può accettare questa classificazione tra "miracolati" e "vittime"? No. Posso accettare solo qualcosa di sospeso, come l’attesa snervante finché la trama del film non porta all’epilogo e allo svelamento della meta dell’avventura. Finché il film non è alla fine lo svelamento non è possibile, sono possibili domande e inquisizioni. Fino alla fine il buono potrebbe essere cattivo e lo schivo taciturno un benefattore. Di fronte a una tragedia di umana colpevolezza che colpisce con tragica fatalità dovrei accettare una lettura cosmica che fa di certe brave persone degli sfortunati e di altre brave persone dei fortunati? Posso guardare in faccia i miei cari avendo un retropensiero così insostenibilmente ingiusto e intangibile? Potrei, e allora l’innata tensione alla giustizia benefica si tradurrebbe in una rabbia sorda capace di far fuori il bene e il male, il comportamento lodevole e le aspettative buone.

La spiegazione razionalistica, antropocentrica delle catastrofi, quella che fa dire a politici e giornalisti "i responsabili saranno individuati, e pagheranno la loro colpa" e che oggi esprime l’opinione comune dominante, è una realtà recente. Per millenni gli esseri umani hanno chiamato in causa la divinità sia per gli eventi fortunati che per quelli sfortunati.

Noi uomini contemporanei ci facciamo beffe dei nostri antenati che vedevano l’azione diretta di Dio negli eventi calamitosi sotto la forma dei miracoli, o del mettere alla prova la fede, o di atti misteriosi di giustizia. Li giudichiamo superstiziosi e irrazionali. Pensiamo di essere nel giusto noi, che spieghiamo la casualità degli incidenti cercando i rapporti di causa ed effetto fra le cose secondo le leggi fisiche e investigando le responsabilità morali/penali degli esseri umani coinvolti. Eppure avevano ragione loro e abbiamo torto noi. Perché, come scriveva Giacomo Biffi, citato dal suo successore Matteo Zuppi in un’intervista, "la casualità è soltanto il travestimento assunto da un Dio che vuole passeggiare in incognito per le strade del mondo". Enti naturali ed esseri umani, con le loro leggi fisiche e, nel caso dei secondi, anche con la loro soggettività morale, partecipano di quell’atto puro che è l’Essere, che coincide con Dio. Lo scientismo e l’antropocentrismo che vorrebbero spiegare i fatti senza lasciare nessuno spazio al mistero e all’imponderabile peccano di presunzione e di miopia: l’esigenza del rapporto col Totalmente Altro è iscritto nella natura dell’uomo, perché senza alterità non c’è soggettività, non c’è identità, non c’è esperienza del sé.

Nell’incomprensibile del miracolo come in quello della disgrazia Dio si comunica direttamente a noi nella sua Alterità. Nella disgrazia si comunica più pienamente che nel miracolo, perché il dolore che proviamo implica la non riducibilità dell’Altro a noi, la non assimilabilità: l’Altro resta altro, ed è proprio questo che permette a noi di essere enti distinti, unici e irripetibili. Il limitare fra la vita e la morte, dove la condizione dell’uomo è quella della debolezza e dell’impotenza, è il luogo e il tempo più propizio per la contemporanea rivelazione di noi a noi stessi e dell’Altro a noi.

Lo hanno capito anche i pensatori agnostici, da Martin Heidegger a Byung-Chul Han, che scrive: "Di fronte all’Altro, io sono debole, sono debole per l’Altro. Ed è proprio in questa debolezza metafisica del non-poter-potere che si risveglia il desiderio dell’Altro. Soltanto attraverso una fenditura nell’essere in quanto essere-sé, soltanto attraverso una debolezza dell’essere l’Altro si rende presente. Anche qualora il soggetto abbia soddisfatto tutti i suoi bisogni, resta comunque sempre in cerca dell’Altro" (L’espulsione dell’Altro, p. 88).

Riscoprirsi cristiani davanti alle immagini di Genova devastata – e al commovente spettacolo dei soccorritori tesi a cogliere ogni fiato di voce delle vittime dalle macerie – è anche fermarsi e ricordarsi che non siamo in un labirinto cieco, ma dentro un disegno, anche se spesso quel disegno ci risulta profondamente misterioso, o addirittura intollerabile. Riscoprirsi cristiani davanti a una sciagura come questa è anche far memoria ogni mattina che questa vita ci è stata data, non è nostra, e la renderemo.

Una consapevolezza ferma e in pace che non sempre cancella, ma doma almeno la paura dell’imprevedibile, del Caso, delle Parche che secondo gli antichi capricciosamente traevano il filo della umana esistenza. Allora accetto di essere quel camion, innanzitutto. Ancora qui, senza sapere perché oggi, ieri, e ieri l’altro sono scampata alla morte. Poteva cogliermi anche mentre facevo la spesa a cinquanta metri da casa. Accetto di essere i fanali del camion, che guardano muti la voragine. Ogni tratto di strada è pericoloso, sbaglio quando penso diversamente. Io sono sospesa, ogni santo e benedetto giorno. Dipendiamo dalle opere altrui, dalle forze cosmiche, dipendiamo. E siamo. Non è mai detto che saremo.

Chi afferma che, di fronte a una calamità, la presenza di Dio va cercata principalmente o esclusivamente nell’azione altruista dei soccorritori e nel desiderio di giustizia di chi investiga le responsabilità umane della catastrofe, è già un ateo anonimo, anche se si professa cristiano o comunque credente religioso. Non si può antropomorfizzare integralmente Dio senza alla fine perderlo. La posizione cristiana è quella che per esempio don Luigi Giussani riassume in un testo scritto a commento della festa dell’Assunzione, che quest’anno è caduta il giorno dopo la tragedia di Genova: "Con il mistero dell’Assunzione il Signore dice: 'Vedete, io non vi farò perdere niente di quello che vi ho dato, di quello che avete usato, di quello che avete gustato, persino di quello che avete usato male, se voi sarete umili di fronte a me. Beati i poveri di spirito, cioè: se voi riconoscete che tutto è grazia, che tutto è misericordia, perché i vostri criteri sono niente, il mio criterio è tutto'".

E se – ora, qui, adesso – ti attendesse un viaggio più grande di quello che avevi programmato? Cadere, per salire in cielo tutti assieme. La morte è un mistero, la porta di un’altra casa che non ho mai visto, ma di cui qualcuno mi parla con parole di carne. Essere insieme, una famiglia, ad attraversare la porta o il ponte, tra terra e cielo. Essere abbracciati, appena crollati, dalla stessa mano che oggi, 15 Agosto, ha portato dritta in Cielo lei, Maria.

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