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Il presepe della discordia

Il presepe della discordia

di Davide Vairani

Natale è la festività che ricorda la nascita di Gesù. Persino banale da scrivere e ribadire, se non fosse che tutti gli anni in prossimità del Natale in molte scuole di ogni ordine e grado del nostro Paese si mette in scena una sorta di gara tutta tesa - con fantasia e creatività - ad oscurarne il senso ed il significato reale.

Tra dirigenti scolastici, insegnanti e maestre, in questi ultimi anni abbiamo assistito ad un sistematico processo di snaturamento del Natale. La Festa di Natale diventa così la festa della luce o dei popoli; le canzoncine degli spettacolini di classe o di istituto passano accuratamente la censura, per cui se scappa la parola "Gesù" o la di omette o la si trasforma con esiti anche grotteschi (in un istituto comprensivo "Gesù" è stato cambiato in "Perù"); crocifissi e benedizioni con acqua santa e sacerdote sono un capitolo a parte, perchè rappresentano terreno di battaglia nelle scuole in ogni momento dell'anno.

E poi c'è il presepe, la rappresentazione popolare più fedele della Natività di Gesù, che attraversa la storia italiana da quando San Francesco d'Assisi "lo inventò" e si diffuse poi nei secoli in ogni paese e famiglia. Troppo evidente il riferimento a Gesù e per questo motivo sempre più osteggiato in molte scuole.

Le scuse le conosciamo: offende i tanti stranieri che credono in altre religioni e offende la laicità dello stato e della scuola. E guai se insisti. L'autonomia scolastica è sacra. 

L'ultimo episodio - in ordine cronologico - a Fàvaro Veneto, 23mila abitanti, località del comune di Venezia situata sulla terraferma che raggruppa alcune frazioni.

"La nostra scuola non ci sta a essere strumentalizzata da un consigliere il cui unico obiettivo è quello di farsi bello con l’assessore regionale Donazzan montandoci un presepe".

È oltremodo chiara la preside reggente dell’Istituto comprensivo Ilaria Alpi, Elisabetta Pustetto. La cornice della polemica, è l’accusa rivolta alla scuola del consigliere delegato alle politiche educative di Favaro, Michael Alterno, di non aver voluto partecipare al bando regionale che metteva a disposizione fondi per i presepi e di avere rifiutato il presepe in regalo offerto dal consigliere.

"Un mese fa - chiarisce la dirigente - "il consigliere ci ha fatto presente il bando, ma vista la burocrazia ci siamo detti che non ne valeva la pena. Anzi. Abbiamo pensato che sarebbe stato bello fare qualche cosa insieme al Comune, tanto che alcune insegnanti di religione hanno messo del denaro di tasca propria per realizzare il presepe di fronte al municipio al quale stanno lavorando i nostri bambini".

Passo indietro.

Regione Veneto ha stanziato 50 mila euro per la realizzazione e l’esposizione dei Presepi. I fondi sono stati riservati alle scuole venete di ogni ordine e grado per la realizzazione e l’esposizione di presepi durante il periodo natalizio. A prevederli, la delibera 1594/2018, voluta dall’Assessore all’Istruzione Elena Donazzan e approvata dalla giunta Zaia, che dà attuazione all’articolo 53 della legge 45/2017 (il “Collegato alla legge di stabilità regionale 2018”).

L’iniziativa è il frutto della mozione presentata un anno fa dai consiglieri di Centro Destra Veneto Andrea Bassi, Stefano Casali e Fabiano Barbisan. "Sarebbe importante - sostenevano i tre consiglieri - che i ragazzi italiani, a contatto con una multiculturalità sempre più presente nelle scuole e nei luoghi di svago, preservassero i valori che hanno contraddistinto la nostra nazione attraverso la tutela, il ricordo e la celebrazione delle festività".

Ora l’esecutivo veneto ha dato sostanza alla mozione, stanziando 50 mila euro, iscritti sul capitolo 103602 “Azioni regionali per la valorizzazione nelle istituzioni scolastiche del patrimonio storico-culturale".

Le risorse destinate ai presepi verranno assegnate all’Educandato Statale San Benedetto di Montagnana, in qualità di Scuola Polo individuata dall’Ufficio Scolastico Regionale per il Veneto. All’istituto, nell’ambito del finanziamento, sarà riconosciuto un contributo specifico di 4 mila euro per le spese sostenute per la gestione amministrativa dell’iniziativa. Come prevedono le linee guida allegate alla delibera di giunta, la rimanente somma di 46 mila euro verrà ripartita tra istituzioni scolastiche statali (38 mila euro), istituzioni scolastiche paritarie ed enti locali (6.750 euro) e scuole di formazione professionale (1.250 euro) in relazione al numero complessivo di iscritti per tipologia di istituto. Il contributo massimo assegnabile per ogni istituzione scolastica è fissato in 250 euro.

Quello della Regione Veneto a realizzare il presepe a scuola, ovviamente, è un invito e non un obbligo. Gli istituti scolastici e le scuole di formazione professionale avevano tempo di presentare domanda di contributo all’Ufficio Scolastico Regionale entro il 24 novembre, compilando l'apposito format. "L’assegnazione dei contributi avverrà nei limiti dello stanziamento definito, secondo l’ordine di recepimento della domanda e fino ad esaurimento delle risorse disponibili".

All’Educandato Statale San Benedetto di Montagnana toccherà pertanto il compito di raccogliere, entro il 31 gennaio 2019, le domande di liquidazione dei contributi, nei limiti del preventivi approvati; le dichiarazioni sostitutive dei dirigenti scolastici che attestino la congruità delle spese sostenute; le documentazioni fotografiche dei presepi. Una volta verificata la documentazione, la Scuola Polo provvederà alla liquidazione dei contributi assegnati.

Torniamo all'Istituto Comprensivo di Fàvaro Veneto.

La dirigente prosegue: "Ogni anno le nostre scuole lavorano sul Natale in modo diverso, con un progetto ragionato, pensiamo a come tradurre concretamente questo momento dell’anno mediante approfondimenti sull’accoglienza, l’integrazione, l’interculturalità. Ricordo che alla Fucini ci sono molte etnie diverse, cerchiamo di essere rispettosi di tutti lasciando massima libertà, l’armonia è la nostra forza".

Racconta:  "Quando il consigliere per farsi bello ha detto che ci regalava un presepe e veniva a montarcelo abbiamo gentilmente declinato l’offerta. Che lo monti a casa sua ma non nella casa della collettività. Noi collaboriamo con Mani Tese di Don Ciotti e con don Nandino Capovilla, con la destra e la sinistra, con i laici e gli agnostici che pure mi hanno minacciato perché togliessi simboli religiosi e crocifissi e a loro ho ribadito che quello che c’era in classe rimane dove si trova. Non vogliamo né togliere né aggiungere ma decidere a casa nostra, ogni plesso avrà i simboli legati al Natale che ha scelto, letti con gli occhi dei bambini, siamo noi che parliamo ai ragazzi, non lui. Il nostro istituto a differenza del consigliere è impegnato nell’insegnare il rispetto e l’accoglienza mediante canzoni multietniche, barche con gli immigrati, rappresentazioni teatrali e non a litigare per il Bambin Gesù".

"Tutto questo - chiosa la preside - significa manipolare l’Istituto". 

"E’ imbarazzante che un Dirigente scolastico abbia rifiutato stamane il Presepe che io ho comprato e portato personalmente all’Istituto Alpi di Favaro Veneto. Non mi arrendo, e andrò fino in fondo per questa situazione vergognosa in cui le prime vittime innocenti sono i bambini”: commenta così il Consigliere Gabriele Michieletto (Zp) la sua iniziativa che lo ha visto nella sede dell’Istituto di Favaro al centro di una polemica per l’assenza del Presepe.

“Ho comprato il Presepe di tasca mia perché prima di tutto come libero cittadino penso che anche i bambini di questa scuola abbiano il diritto di festeggiare il Santo Natale con un Presepe. Una volta giunto e chiesto alla Segreteria del Presepe una Dirigente Scolastica mi ha detto che non accettano regali, meno che meno il Presepe, perché deve prima essere autorizzato dal Collegio Docenti.

Una scusa degna di un burocrate ottocentesco, visto anche che mancano pochi giorni al 25 Dicembre, e che certo non mi fermerà: è una vergogna che nel 2018 una scuola non dia ai nostri bambini un Presepe, la Dirigenza scolastica sta ridicolizzando agli occhi dell’Italia questo Istituto e rovinando il Natale ai bambini. E’ inaccettabile”- chiude Michieletto.

"Ma cosa c’entra la municipalità? Quello è un bando diretto, al quale può accedere direttamente la scuola" - si sorprende la dirigente. La segreteria è sotto organico, dice poi, "e non ce l’avremmo mai fatta a fare gli acquisti e rendicontare tutto in così poco tempo".

Ma Alterno si spinge oltre, chiedendo alla dirigente di portarne uno di sua proprietà, montandolo lui stesso, lì, nell’atrio della scuola elementare Fucini.

"Avrei fatto tutto in poco tempo", assicura il giovane. "Ma non può essere un’imposizione - rimanda al mittente Pustetto -. Se vogliamo il presepe ce lo facciamo noi. Docenti, preside e alunni. È una nostra decisione. La politica ne stia fuori".

Un rifiuto che Alterno non manda giù. Decide di renderlo pubblico in una lettera, che è diventata una valanga.

La querelle è arrivata anche alle orecchie del ministro all’Istruzione Marco Bussetti: "Il presepe e la storia in esso contenuta fanno parte della nostra identità culturale, penso che sia un simbolo importante. E penso che il Natale vada festeggiato. Senza remore: la vera integrazione non si fa nascondendo, ma condividendo le proprie tradizioni", mette ordine tra chi si schiera contro e chi a favore della decisione.

Ci sono degli atei che ieri mattina hanno addirittura portato dei fiori alla preside, ai 120 docenti e ai 1.200 bambini, omaggiandoli per il rifiuto del presepe.

"Li rimanderò con garbo al mittente, quei fiori - si dispiace Pustetto, la dirigente scolastica -, perché siamo al centro di una manipolazione politica sia da una parte che dall’altra. Io non ho detto no a quel presepe per tutelare le minoranze religiose. Non c’entra nulla. Rivendico solo l’autonomia didattica dei miei insegnanti. A casa mia il presepe lo faccio con tutto il cuore, ma qui non sono a casa mia. Si decide in base alle esigenze didattiche. Nessun diniego quindi, ma la scuola non deve essere strumentalizzata".

Pochi giorni prima, ironia della sorte, la preside ha ricevuto due lettere minacciose da parte di alcune associazioni laiche, che la intimavano di togliere tutti i simboli religiosi all’interno della scuola.

"La scuola è libera e se abbiamo anche un solo crocifisso qui resta. Ma non ci facciamo imporre niente da nessuno".

 

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Sui segni del Natale che si avvicina

Sui segni del Natale che si avvicina

di Lucia Scozzoli, #LaCroce quotidiano, 20 novembre 2011

Recite, presepi, alberi, comete: manca più di un mese all’inizio delle vacanze natalizie e nelle scuole italiane già ci si prepara.

Messo a tema ogni giorno c’è il tira e molla fra chi per puntiglio vorrebbe sradicare le radici cristiane d’Italia e chi per ripicca insiste nel mantenere meri gusci vuoti di tradizioni ormai non più presenti.

Il meglio sarebbe che le scuole pensassero a istruire e basta.

L’avvicinarsi del Natale si riconosce per due inequivocabili segni: la comparsa di precocissime luminarie nei centri commerciali e l’inizio delle prove dei saggi natalizi nelle scuole.

A corollario di questi eventi, non mancano mai le polemiche: quest’anno è toccato a Terni aprire le danze dei litigi natalizi, con lo scoppio del presunto caso di divieto di recita a tema religioso da parte di una dirigente scolastica della città.

Leggiamo dai giornali le dichiarazioni dell’assessore Alessandrini e la replica della dirigente:

«Inutile sottolineare – spiega la Alessandrini – la delusione e l’amarezza che ho provato nell’apprendere la notizia. Mi auguro ci sia un ripensamento in tal senso in considerazione del rispetto di quei valori cristiani che fanno parte della nostra storia e del nostro patrimonio culturale. Rispettare chi professa altre religioni non significa dover rinunciare per forza a riconoscere le nostre radici, anzi. Solo rispettando quello che siamo stati e, quindi, quello che siamo, riusciremo a far capire agli altri che ognuno è libero di professare la propria fede, ma è anche tenuto a rispettare la storia e la cultura del paese dove vive. Spero venga consentito a bambini e ragazzi dell’istituto di vivere e condividere con i compagni e i propri genitori i momenti più belli, intensi e significativi del Natale».

«L’idea di realizzare nella nostra scuola un presepe vivente era soltanto un’ipotesi, dunque la questione è insussistente».

È la replica che arriva dalla dirigente scolastica della scuola primaria del centro di Terni dove dunque sarebbe stata vietata la recita.

«Ma il termine vietare è assolutamente inappropriato e il tema non dovrebbe essere all’ordine del giorno per un assessore. La nostra scuola è un esempio di tolleranza, rispetto e integrazione ed è sufficiente aprire l’homepage del sito della direzione didattica per notare che viene riportata la visita pastorale del vescovo Giuseppe Piemontese. In tutte le scuole della nostra direzione vengono fatti presepi e canti natalizi, dunque il rispetto è totale per tutte le sensibilità, anche religiose. Ma senza superare certi limiti e seguendo le regole base imposte dal principio di laicità della scuola».

Salvini su facebook ci ha fatto sapere la sua opinione immancabile:

«Si avvicina il Natale e spuntano di nuovo “dirigenti scolastici” che vogliono impedire le recite ai bambini. Solo a me sembra una emerita IDIOZIA? Non si tratta solo di religione, ma di storia, radici, cultura. Viva le nostre tradizioni, io non mollo! Diffondiamo!»

Alessandra Gallone, di Forza Italia, aggiunge:

«A volte il silenzio è d’oro. La risposta della dirigente scolastica della primaria di Terni, dove è stata vietata la recita natalizia del presepe vivente, è francamente imbarazzante. Parlare addirittura di limiti da non superare è un esercizio della moderna arretratezza culturale che imperversa in alcuni istituti. Disperdere i nostri valori religiosi, indebolire le nostre radici cristiane (…) è un danno enorme che facciamo a noi stessi e soprattutto ai nostri figli».

Giacché tutti si esprimono sull’argomento, non voglio esimermi nemmeno io e dico in tutta franchezza che io sono favorevole all’eliminazione di tutti i saggi scolastici, natalizi e di fine anno, che ammorbano la scuola di ogni ordine e grado da almeno 15 anni e il cui scopo didattico è evanescente, la qualità oggettiva dei risultati bassina e le conseguenze culturali e anche religiose sulle comunità cristiane più gravi del previsto.

Cerco di spiegarmi: quando andavo a scuola io, non esistevano le recite di fine anno, le feste, i saggi e le rappresentazioni teatrali, perché a scuola si andava per imparare nozioni, non per passare il tempo.

Le filastrocche natalizie si recitavano in parrocchia, le poesie su Gesù Bambino le insegnavano le catechiste, perché erano faccende religiose e la festa intorno al Natale era veramente a tema con la nascita di Nostro Signore.

Poi però quella parte di mondo ateo e anticlericale che si autoescludeva dai festeggiamenti religiosi si è ampliato e, invidiando la gioia genuina che scaturiva dal Natale cattolico e la serenità dei suoi riti, ha ben pensato di copiarne alcuni modi, svuotandoli il più possibile di significato.

E così le scuole hanno iniziato a organizzare canti, recite e rappresentazioni sul Natale, attingendo un po’ al repertorio religioso e un bel po’ di più a quello profano, tanto l’importante è la forma, non il contenuto e a Natale basta mettere la parola amore qua e là per sentirsi tutti più buoni.

Poi le rappresentazioni pseudo artistiche a scuola hanno preso la mano a molti insegnanti e dirigenti, forti del fatto che un genitore plaudente è gratis e far fare uno spettacolino pur che sia ai bambini per impegnarli in qualche attività non didattica è un modo furbo per ottenere consenso sicuro tra bambini e famiglie.

Ho assistito, nella mia storia di genitore di tre figli, a recite in dialetto romagnolo completamente incomprensibili, a canti del tutto stonati e fuori tempo, a filastrocche sussurrate senza microfono di cui non si è udita nemmeno una parola: in ogni caso lo scroscio di applausi non è mancato, ma mi chiedo a cosa siano servite.

Inoltre i figli passano a scuola un numero di ore esorbitante: alla sera o nel week end, stanno con noi, finalmente, e rivendichiamo il diritto sacrosanto di fare del nostro tempo quello che ci pare. La coartazione alla partecipazione a queste attività para scolastiche è scandalosa, anche perché succede sempre nei momenti caldi del tempo liturgico, come Natale e Pasqua, in cui la scuola si sovrappone senza scrupoli alle attività organizzate, con molto più senso e significato, dalla parrocchia, per cui si deve marinare lo spettacolo veramente a tema religioso del catechismo per partecipare al papocchio brodoso in salsa buonista della scuola.

Non mi piace per niente la tendenza fagocitante della scuola italiana a mettere il naso in tutti gli ambiti, anche quelli che non le competono: che sia laica, ma per davvero!

Dall’educazione sessuale agli insegnamenti morali, dal senso civico alle attività artistiche e sportive: di tutto, ormai, vuole occuparsi, e in modo trasversale – interdisciplinare, si dice – in modo che nessuno possa sfuggire ai suoi tentacoli, nemmeno stando molto attenti.

Ora la religione è solo una bandierina sventolata dagli uni o dagli altri a seconda delle proprie convenienze elettorali, ma comunque sempre fuori tema: la visita pastorale di un vescovo, citata dalla dirigente, che passa a dare una spruzzata di acqua benedetta alle testoline cicaleccianti nei banchi e che impiega dieci minuti non è certo invasiva come l’animazione di un presepe vivente, che richiede a occhio e croce almeno una decina di ore di prove e la realizzazione di adeguati costumi, tutti a carico delle famiglie. Bene ha fatto la dirigente di Terni a porre un freno alle megalomanie delle insegnanti che l’avevano proposto.

Se si vuole fare cultura col Natale (cristiano), basta un’ora di religione usata per bene, in cui si racconta cos’è questa festa per noi. Mi risulta che ancora religione si insegni, a scuola.

Ma i saggi natalizi non servono a questo: alle scuole andrebbe bene qualunque tema, dalla festa del sole, al giorno della marmotta, tanto lo scopo è solo quello di gestire bambini insofferenti e in evidente e preoccupante crisi di attenzione, abbandonando il nozionismo per forme di intrattenimento più facili (e inutili).

È ovvio che la scuola, dunque, cerchi contenuti con cui vestire una forma didattica, cosa che sembra un controsenso, ma è la realtà: bisogna per forza fare teatro, perché lo dice la buona scuola e perché classi sempre più problematiche (non chiediamoci perché siano così, si aprirebbe un mondo) non si tengono nei banchi e dunque gli insegnanti attingono dal bacino culturale degli studenti per trovare temi accattivanti che raccolgano il favore delle famiglie.

La scuola fa marketing di se stessa, anche quella pubblica, e quindi, con l’affievolirsi del senso religioso nelle famiglie, si cercano nuovi argomenti.

I paladini della cristianità pensano di ottenere grandi risultati imponendo la recita di Natale anche nelle classi con presenza musulmana, ma il saggio è solo una scatola vuota, i disegnini della Natività sono adesivi attaccati sull’involucro, non passa nessun contenuto.

Sempre che ci interessi veicolare contenuti, oltre la parola inclusività (intesa nel senso di “potete venire da noi a fare come vi pare”) o primato culturale (cioè “qui da noi si fa così, se non vi sta bene tornatevene a casa vostra”), cose che comunque con la fede cattolica non hanno niente a che fare. Il problema non è il tema del saggio, ma il saggio in sé, la pretesa di fare “arte” con temi che non sono scolastici, l’invasività della scuola che vuole l’esclusiva nell’educazione dei bambini, pure nel campo dell’intrattenimento extra scolastico: il corso di ginnastica a pomeriggio, la cena di classe ogni due mesi, la raccolta fondi dell’associazione genitori ad ogni festa, saggi a Natale, Pasqua e fine anno.

Sicuramente la nostalgia per la scuola che ho vissuto io, così essenziale eppure efficace, mi impedisce di cogliere i lati positivi che, anche se non vedo, probabilmente ci saranno in questa moderna raffazzonata didattica, mi scuso se il mio sbuffante sfogo può risultare a qualcuno troppo duro e negativo, ma mi vien da ridere a vedere certe levate di scudi per la difesa della cosiddetta “cultura cattolica” in un saggio scolastico quando proprio quei saggi hanno decretato la morte delle animazioni religiose parrocchiali e annacquato senza rimedio il senso religioso dei nostri bambini.

Ma che li vietassero tutti!

Chissà quale meraviglioso pregnante senso del sacro potrebbe pervadere un bambino, digiuno di melassa buonista, condotto alla messa di mezzanotte di Natale, a sentir cose mai udite su Dio che, nella sua immensità, si fa piccolo uomo per amore.

E invece niente, protestiamo perché cantino Jingle Bells in classe.

Ma tanto poi, chi ce li porta più i bambini alla messa di mezzanotte?

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E’ (sempre) emergenza disabili a scuola

E' (sempre) emergenza disabili per la scuola

di Davide Vairani

Crotone, scuola “Montessori”: un bimbo diversamente abile siede su un banco. Ha tutto a posto: cartella, quaderni, libri, calcolatrice, insomma un allievo curato in tutto e per tutto. Siede nel suo banco, ma con la faccia che guarda il muro. Obbligato a guardare il muro per almeno 5 ore di lezione: è da impazzire.

Ma è tutto normale.

Possibile che proprio nessuno in quella scuola abbia alzato la mano per protestare?

Possibile poter anche solo immaginare che trattasi di un comportamento normale?

Interrogativi che non possono non porsi, dato che a dare l'allarme è stato il padre del bambino.

Un giorno ha notato il figlio in quella strana posizione. E si è accorto che la cosa si ripeteva ogni volta che entrava in classe.

Così ha deciso di chidere l'intervento del Garante per l'Infanzia, con un post su Facebook. Il garante è intervenuto subito. Per prima cosa ha telefonato al dirigente scolastico. Quest’ultimo, che nel frattempo era venuto a conoscenza della vicenda, ha quindi informato il garante di avere avviato le procedure previste per sanzionare i responsabili. Marziale - il garante - ha quindi ringraziato il dirigente scolastico e quello dell’ufficio provinciale per la rapidità dell’intervento, “che dimostra – ha affermato – come la scuola debba intervenire, proprio per salvaguardare la dignità umana e professionale di quanti vi lavorano, nella stragrande maggioranza con perizia e cura”, ma è deciso ad andare avanti.

“Degli accadimenti – ha affermato Marziale – relazionerò alle autorità competenti, magistratura minorile in primo luogo, perché non è tollerabile che un santuario della tutela e della formazione dei nostri bambini divenga, invece, luogo di tortura. I genitori hanno il diritto di essere sicuri che i figli sono custoditi con amore. Chi non è in grado di garantire questa sicurezza, cambi mestiere“.

“E’ un esperimento della maestra di sostegno”. Così si sono giustificate con il genitore le insegnanti che tenevano in classe il figlio disabile faccia al muro e spalle ai compagni.

E' un episodio e non avrebbe senso generalizzare.

Ma ci dice di quanto la scuola sia ancora lontana dal garantire dignità di accesso e di percorso a tutti gli alunni. In particolare, agli alunni con problemi di disabilità.

Di chi è la colpa? Di quella maestra di sostegno, evidentemente non adatta a fare questo mestiere? Della scuola?

La risposta è una sola: di tutti e di nessuno.

Garantire la "continuità didattica" agli alunni disabili è un obiettivo lontano lontano da raggiungere pienamente nella scuola italiana. Lo sanno bene i genitori di bambini e ragazzi diversamente abili. E riguarda ogni ordine e grado della scuola italiana.

Un esempio? Il sostegno, questo sconosciuto. L'anno scolastico è iniziato da poco e sarà un altro anno di docenti precari con la specializzazione sul sostegno, che dovranno aspettare ancora per la stabilizzazione ed accettare una supplenza dove capita. Tutto questo a scapito degli alunni disabili e delle loro famiglie, che vorrebbero che i loro figli venissero seguiti da insegnanti preparati e che possano accompagnarli nel tempo.

"Ad oggi, risultano più di 250 mila gli alunni disabili, che necessitano di insegnante specializzato. Allo stesso tempo, gli attuali docenti con titolo di specializzazione sono sono troppo pochi, ma soprattutto in totale ci sarebbero circa 50mila precari insegnanti di sostegno, un numero troppo elevato considerando la carenza, specie al Nord Italia", si legge in "Sostegno, ci risiamo: i docenti specializzati restano precari e la continuità didattica salta", di Fabrizio De Angelis su "Tecnica della scuola".

Nelle scorse settimane, il Ministro Bussetti ha annunciato che saranno attivati presto i corsi di specializzazione sul sostegno, calcolati su 10mila posti.

Il sostegno è un dedalo di burocrazie, risorse economiche precarie, troppi enti e - soprattutto - di un peregrinare continuo e snervante per le famiglie degli alunni con disabilità. Ministero, Regioni, Province e Comuni: tutti i livelli dello Stato sono coinvolti, ciascuno a gestire un pezzetto. E per ogni livello di assistenza una burocrazia diversa, moduli, visite mediche, sportelli ubicati in luoghi e posti diversi tra loro. Perchè il sostegno è una parola che si frammenta a sua volta in tanti tasselli.

C'è l’insegnante per le attività di sostegno, "un insegnante specializzato assegnato alla classe dell’alunno con disabilità per favorirne il processo di integrazione". E di questo ne risponde direttamente il Miur, cioè il Ministero della Scuola. Non è pertanto l’insegnante dell’alunno con disabilità, ma una risorsa professionale assegnata alla classe "per rispondere alle maggiori necessità educative che la sua presenza comporta. Le modalità di impiego di questa importante (ma certamente non unica) risorsa per l’integrazione, vengono condivise tra tutti i soggetti coinvolti (scuola, servizi, famiglia) e definite nel Piano Educativo Individualizzato".

Ai collaboratori scolastici è affidata invece la cosiddetta "assistenza di base" degli alunni con disabilità. Per assistenza di base si intende l'ausilio materiale agli alunni con disabilità all’interno della scuola, nell'accesso dalle aree esterne alle strutture scolastiche e nell'uscita da esse. Sono comprese anche le attività di cura alla persona, uso dei servizi igienici e igiene personale dell'alunno con disabilità. Ma non è solo questione di “accompagnarlo in bagno”. In una scuola inclusiva l’assistenza di base è parte fondamentale del processo di integrazione scolastica e attività interconnessa con quella educativa e didattica. Se coinvolto in questo modo, il collaboratore scolastico partecipa al progetto educativo e collabora con gli insegnanti e la famiglia per favorire l’integrazione scolastica (CM 3390/2001).

L'integrazione scolastica si avvale anche di altre figure professionali fornite dagli Enti Locali (Comune o Provincia di residenza dell’alunno). Le modalità di applicazione possono variare in base a diverse disposizioni regionali. Gli "operatori di assistenza" e "addetti alla comunicazione" sono figure professionali, nominate dagli Eni Locali, presenti a scuola, a supporto dell’alunno con disabilità, "per consentirgli di frequentare le lezioni in modo adeguato. La figura di Operatore di Assistenza è riferita prevalentemente agli alunni con disabilità di tipo fisico e conseguenti problemi di autonomia, l’Addetto alla Comunicazione si occupa degli alunni con disabilità sensoriale. L’organizzazione di questi servizi può però essere anche molto diversa nelle varie regioni d’Italia. Essi hanno principalmente il compito di consentire all’alunno di fruire dell’insegnamento impartito dai docenti. Seguono solo lo specifico alunno e non hanno nessuna competenza sul resto della classe (in certe regioni si chiamano anche assistenti ad personam). Il compito dell’Operatore di Assistenza è chiamato anche di Assistenza Specialistica per distinguerlo dall’Assistenza di Base affidata ai collaboratori scolastici".

I dati rilevati dall'Istat mostrano con evidenza il quadro. Se a livello nazionale, il rapporto docente di sostegno-alunno disabile è addirittura minore di quello previsto dalla legge 244/2007 (due studenti ogni insegnante), con 1,6 alunni ogni docente alla primaria e 1,7 alle medie inferiori, il grosso problema, che preoccupa le famiglie, è quello della continuità didattica che, per troppi ragazzi, è ancora un miraggio. Come rilevato dall'Istat, infatti, il 16% degli alunni disabili alle elementari e il 19% di quelli delle medie ha cambiato insegnante di sostegno nel corso dell'anno. Addirittura il 42% degli allievi della primaria e il 36% degli studenti delle superiori ha cambiato insegnante di sostegno ogni anno. Per vedere riconosciuto il diritto allo studio per i propri figli, tante famiglie sono così costrette a rivolgersi ai Tribunali. Circa l’8% delle famiglie di alunni della scuola primaria e il 5% della secondaria ha presentato negli anni un ricorso per ottenere l’aumento delle ore di sostegno. Questo problema è ancora più grave nel Mezzogiorno, dove il numero di famiglie che ha presentato ricorso è circa il doppio di quelle del Nord, per entrambi gli ordini di scuola.

La FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), seguita a ruota dall’ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o relazionale), che alla stessa FISH aderisce, ha lanciato in questi giorni una iniziativa: un sondaggio anonimo rivolto alle famiglie e composto di undici domande, che merita certamente il maggior numero di risposte possibili, oltre a una capillare diffusione.

L’iniziativa viene presentata così dalla FISH:

"Si è avviato un nuovo anno scolastico, ma sembra che la reale data di inizio per molti alunni e alunne con disabilità non sia la stessa dei loro compagni. Ancora una volta. La nostra Federazione, purtroppo, raccoglie quotidianamente segnalazioni, denunce, notizie in cui ricorrono: ritardi nell’assegnazione di insegnanti di sostegno, assenza di assistenti all’educazione o alla comunicazione, lacune nell’assistenza igienica. Tutti elementi che incidono negativamente sulla reale inclusione scolastica. Il confronto politico e istituzionale verso il Ministero dell’Istruzione è costante con una pressione da parte nostra affinché quei diritti siano esigibili. Per potenziare dunque l’azione ulteriormente, chiediamo l’aiuto, la vicinanza e la testimonianza delle famiglie degli alunni con disabilità e per questo, anche grazie al supporto tecnico dell’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici), abbiamo predisposto un agile sondaggio anonimo (undici domande) rivolto alle famiglie sul tema della reale inclusione scolastica. I dati raccolti verranno utilizzati soprattutto da un punto di vista politico: potranno cioè essere utilissimi nei confronti di queste settimane con il Ministero".

Per partecipare al sondaggio promosso dalla FISH, accedere a questo link.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@fishonlus.it

E' (sempre) emergenza disabili per la scuola. Ogni anno. Sempre.

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Simone non c’è più

Simone non c'è più

di Davide Vairani

Simone ha 18 anni. Ha un osteosarcoma che lo costringe a lunghi periodi di cure e lo espone al rischio di infezioni che per lui possono essere molto più gravi di quanto sarebbero su una persona sana.

Per proteggerlo, i suoi compagni di classe hanno scelto lo scorso dicembre di vaccinarsi tutti contro l’influenza, per quell’immunità che può magari servire poco ai sani, ma che può salvare la vita a chi già soffre di patologie gravi.

Accadeva solo qualche mese fa' a Novi Ligure. I ragazzi della 5E del liceo Arnaldi hanno scelto la solidarietà e l’amicizia in un tempo in cui, quando si parla di scuola, spesso sono gli episodi di discriminazione e bullismo a dettare la cronaca.

Simone Dispensa non c'è più. E' morto ieri. Simone era riuscito a conseguire la maturità quest'estate, nonostante la malattia lo avesse costretto a un nuovo ricovero in ospedale durante gli scritti.

La commissione lo aveva raggiunto in reparto e lui aveva finito le prove dettando i testi a una delle sue insegnate. Il risultato era stato 80 centesimi, un successo sofferto.

Si sarebbe preso un anno per dedicarsi completamente alla lotta contro il cancro e poi avrebbe deciso cosa studiare.

Simone Dispensa viveva a Novi con il papà Davide, la mamma Katia e il fratello minore. La malattia e le cure invasive avevano debilitato il fisico del ragazzo e compromesso il suo sistema immunitario.

“Ho spiegato ai ragazzi i rischi che correva Simone - raccontava la professoressa di Scienze Monica Lupori- abbiamo iniziato un percorso di consapevolezza sul funzionamento dei vaccini e sull’immunità di gregge. A parte qualche perplessità iniziale - spiegava l’insegnante - la proposta è poi stata accolta da tutti con entusiasmo e i ragazzi si sono vaccinati in blocco”.

"Simone è stato un esempio per tutti", dicono oggi a scuola dove insegnanti e dirigenti scolastici hanno seguito la sua battaglia e lo hanno sostenuto. "Se ne va una parte di noi e del nostro cuore", dicono i compagni.

Non mi interessa entrare nel dibattito sui vaccini obbligatori.

No. Mi interessa Simone.

Mi interessa il fatto che Simone, nonostante il cancro, sia riuscito a prendere la maturità.

Mi interessa il fatto che tutti i suoi compagni di classe non abbiano voluto sentire altro che il loro cuore: Simone aveva bisogno di loro. Questo mi interessa.

I dibattiti sui principi servono se non si perde mai di vista il "per chi" si fanno.

Simone ce l'ha fatta. Riposa in pace, Simone.

 

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