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Sul passatempo di manomettere le parole del Papa

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Negli ultimi giorni del 2018, Papa Francesco ha fatto tre affermazioni che hanno suscitato più di un fiorire di mal di pancia: dapprima ha detto che Maria non è nata santa ma lo è diventata – perché santi non si nasce ma si diventa -; poi che il cristianesimo è rivoluzionario ed infine ha affermato che è meglio essere atei piuttosto che andare in Chiesa e poi comportarsi male.

Copia e incolla dai titoloni di giornale, sia chiaro. Così come le hanno riportate effettivamente non possono che condurre in una direzione: vi sarebbero indizi sufficienti per dubitare dell’eterodossia del Vicario di Pietro. In un colpo solo, Papa Francesco smonta il cuore del cattolicesimo: via tutta la traditio mariologica (abrogate le “quattro parole” su Maria, la Theotókos, “Madre di Dio”; la Kecharitoméne, “colmata (da Dio) di grazia”; la Aeipárthenos, “sempre vergine” e la Kóimesis, la dormitio, assunta direttamente in cielo); via la Resurrezione di Cristo e la Salvezza eterna, perchè se Gesù è venuto per far rivoluzione, allora davvero ha vinto la modernità con il suo “Dio è morto”, la progressiva ateizzazione della società dall’illuminismo ad oggi, il suo razionalismo, nichilismo e relativismo, con il conseguente “suicidio della rivoluzione” di delnociana memoria. La fede, così, diventa un’etichetta inutile, della quale alla fine sbarazzarsi o tenerne qualche valore, non la lampada per illuminare il reale e ciò che da sotto, spesso nascostamente, lo muove.

Che cosa ha – dunque – affermato davvero Papa Francesco?

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La Chiesa: “una compagnia sempre riformanda”

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In tempi come quelli che stiamo vivendo, il “popolo di Dio” fatica a riconoscersi nella Chiesa fondata da Cristo. Si ha come l’impressione che si stia smarrendo piano piano la coscienza delle fondamenta  sulle quali la barca di Pietro è stata fatta salpare duemila anni fa’. Da più parti – per motivazioni esattamente contrapposte – viene invocata una “riforma” della Chiesa: chi la accusa di essersi “compromessa” con le mode del mondo e chi la accusa esattamente del contrario, cioè di non esserlo sufficientemente. Dalla liturgia per passare alla teologia, dalla struttura e apparati istituzionali fino alle stesse fondamenta della natura della Chiesa stessa.

I cambiamenti dentro la storia della Chiesa non avvengono mai in modo indolore. Il rischio vero è sempre stato (e lo è oggi) quello di dimenticare che cosa è la Chiesa, così presi dal desiderio e dall’ansia riformatrice. Spesso mi torna alla mente un intervento al Meeting di Rimini datato 1990 da parte di Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, dal titolo: “Una compagnia sempre riformanda”. Tornare a riprenderlo in mano, meditarlo ed affidarlo alla preghiera, mi appare il migliore contributo che ciascuno di noi possa dare in questa fase di confusione.

“La Chiesa: essa non è soltanto il piccolo gruppo degli attivisti che si trovano insieme in un certo luogo per dare avvio ad una vita comunitaria. La Chiesa non è nemmeno semplicemente la grande schiera di coloro che alla domenica si radunano insieme per celebrare l’Eucarestia. E infine, la Chiesa è anche di più che Papa, vescovi e preti, di coloro che sono investiti del ministero sacramentale. Tutti costoro che abbiamo nominato fanno parte della Chiesa, ma il raggio della compagnia in cui entriamo mediante la fede, va più in là, va persino al di là della morte. (…). Non sono le maggioranze occasionali che si formano qui o là nella Chiesa a decidere il suo e il nostro cammino. Essi, i Santi, sono la vera, determinante maggioranza secondo la quale noi ci orientiamo. Ad essa noi ci atteniamo! Essi traducono il divino nell’umano, l’eterno nel tempo. Essi sono i nostri maestri di umanità, che non ci abbandonano nemmeno nel dolore e nella solitudine, anzi anche nell’ora della morte camminano al nostro fianco”.

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